Visualizzazione post con etichetta morte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta morte. Mostra tutti i post

domenica 31 luglio 2016

Vengo da Marte

Il disco atterrò nel pomeriggio di una domenica afosa e malinconica, sui prati da fieno di fronte alla mia casa. Sdraiato sull'erba dell'aia, mi stavo rodendo le unghie con rabbia perché avevo appena finito di litigare con mia moglie, in cucina, a causa del bambino che le aveva tutte vinte da lei e cresceva pieno di vizi. Non sentii assolutamente alcun rumore, vidi soltanto un luccichio riflesso e alza gli occhi sul campo. Il disco era enorme, alto come una casa alta, largo quanto cinque campi affiancati, con una calotta di sotto e una di sopra e il bordo esterno alto da terra come due piani. Mi alzai in piedi, stupito. Il mio istinto fu di gridare: «Maria, Maria», ma il risentimento che avevo contro mia moglie in quel momento mi soffocò le parole. Pensai allora a mia madre: mi sarebbe piaciuto che ella potesse vedere ciò che io vedevo; ma mia madre era in città, all'ospedale, e stava male.

Il luccichio del disco era tanto forte che il mio occhio ne era abbagliato; così mi sfuggirono tutte le manovre che gli esseri del disco fecero per uscire. Me li trovai improvvisamente davanti a una decina di metri. Erano in sette o otto, simili agli uomini, ma più armoniosi, bellissimi, tutti alti esattamente alla stessa misura, vestiti d'una specie di cellofàne opaco e aderente alla pelle, solo trasparente sul viso. Ero stupito, ma tuttavia capivo d'avere ancora la mente libera di pensare, di considerare, di ordinare a me stesso la fuga, se lo avessi voluto. Improvvisamente, quando quegli uomini erano a soli tre metri da me, sentii la mente vincolata a qualcosa e dovetti andare avanti, verso di loro. Mi accompagnarono sui prati da fieno, sotto il disco, poi mi fecero entrare, sempre in silenzio. Pochi attimi dopo eravamo già in alto; vedevo, attraverso lo stesso piano su cui posavo i piedi, il nero della terra; poi vidi da una parte e dall'altra della striscia di terra il chiaro dei mari. Mi resi conto che ormai ero lontano decine, forse centinaia di chilometri. Altre terre e altri mari vedevo sulle pareti sfuggenti della sfera che mi stava sotto, smisuratamente lontana.

Volsi gli occhi intorno a me e vidi una stanza senza dimensioni; intuivo che lo spazio del locale era assai limitato, ma non potevo capire dove fossero le pareti. Gli uomini in cellofàne che mi avevano accompagnato a bordo erano ancora intorno a me e mi guardavano. C'era silenzio perfetto, eppure io «sentivo» che loro dicevano che non mi avrebbero fatto del male: mi volevano solo mostrare agli abitanti del loro pianeta. Pensavano queste cose e io le capivo captando i loro pensieri. Questa ricezione, che avveniva automaticamente e senza fatica, mi dava calma e distensione.

Ero in piedi e mi pareva di essere sdraiato, senza peso: non sentivo lo sforzo di ogni muscolo per sostenere il corpo. A un tratto le pareti si aprirono in un'apertura senza contorni e noi, in gruppo, passammo oltre, entrammo in altre stanze, enormi, silenziose come la prima, popolate di altri uomini dei quali sentii i pensieri di meraviglia alla mia vista. Oggetti strani vagavano da soli a mezz'aria e andavano a posarsi sulle mani degli uomini per ripartirne ancora, leggeri e autonomi, quando gli uomini se ne erano serviti.

Pensai a Maria. Se l'avessi chiamata seguendo il mio primo impulso, avrebbe visto che ero finito sul disco. Così, invece, non sapeva niente e certo non sarebbe stata capace di immaginare il motivo della mia scomparsa. Pensai anche a mia madre, ma il mio pensiero fu tagliato a un tratto da altri pensieri che non erano miei ma degli esseri che mi stavano intorno, lo capivo bene. Erano pensieri a me diretti e che io ricevevo: mi mostravano, come su di un vastissimo schermo da televisione, il nuovo pianeta, visto in lontananza, poi più vicino, infine nei particolari fisici; lo schermo si ampliava sempre più, mi sembrava di entrarci dentro e allora sentivo la vita degli esseri che lo abitavano, mi pareva di essere perfetto, purificato, leggero.

* * *

All'arrivo trovai quello che già i miei ospiti mi avevano annunciato con il pensiero: un pianeta esattamente sferico, un suolo liscio e duro come l'acciaio levigato, un'atmosfera tersa, immune da perturbazioni, la natura e gli uomini estremamente vicini alla perfezione.

Gli uomini che mi avevano prelevato dall'aia della mia casa mi accompagnavano ora in visita al pianeta. Era un viaggio meraviglioso perché ovunque io guardassi vedevo cose piene di armonia, di bellezza, di arte sublime. Il pensiero aveva una forza poderosa: con esso gli uomini spostavano il loro corpo e ogni altro oggetto nello spazio con una rapidità strabiliante. Il pensiero era anche creatore di innovazioni che servivano ad accorciare la già tanto breve distanza della perfezione massima. E quando il pensieri si esauriva, gli uomini si autodissolvevano; dalla loro scomparsa nasceva un nuovo piccolo essere con rinnovata energia. Non esisteva dolore perché non c'erano sentimenti legati alle cose fisiche; c'era solamente uno stato di perenne gioia e di beatitudine che veniva dalla perfezione di tutte le cose.

Il tempo passava ma io non l'avvertivo. Trascinato dal pensiero dei miei ospiti giravo per il pianeta e gli uomini mi guardavano con i loro meravigliosi occhi dai quali scaturivano sguardi di dolcezza e di serenità. Ero affascinato da tutte quelle cose straordinarie, eppure di tanto in tanto pensavo a mia moglie, al mio bambino e a mia madre. Ci pensavo sempre più frequentemente. Provavo in me una tenerezza infinita per Maria e un rimorso profondo per quelle parole aspre che le avevo detto quel giorno durante la lite per Giancarlo; poi avevo in mente mia madre che era all'ospedale e forse peggiorava. Pensavo: «Ma perché questa gente non mi riporta sulla terra?» Allora i miei ospiti mi additavano, con il pensiero, ai loro simili: «Lui e tutti gli altri della terra sono ancora schiavi della parola e del dolore, dei sentimenti e della forza fisica. Hanno un pensiero incapace di agire”. Pensavano questo di me, ma non mi disprezzavano, mi amavano, piuttosto. «Resta» mi dicevano col pensiero; «se resti supererai in un attimo milioni di anni nel cammino della perfezione, il tuo pensiero diventerà forte della forza che c'è nell'universo intero, il tuo corpo si perfezionerà, la tua mente saprà creare cose meravigliose».

Ero commosso. Mi attraeva enormemente quell'atmosfera di perfezione, ma intanto mi pareva di vedere, al posto dell'armonioso paesaggio che mi circondava, l'aia di casa mia, verso sera, e Giancarlo che giocava col cane intorno ai cumuli di paglia. Poi i miei occhi entravano in cucina a cercare Maria. Maria era brutta, aveva due denti sporgenti e non sapeva educare nostro figlio, ma era buona e io le volevo bene. E volevo bene anche a mia madre che era all'ospedale. «Se tu scenderai sulla terra» pensavano gli uomini che mi accompagnavano, «andrai ad assistere alla morte di tua madre, alle malattie di tuo figlio, e ciò ti addolorerà». Era estremamente bello, guardare il paesaggio, sentirsi senza peso e immerso nella poesia, sapere che tutti avevano solo in sé della gioia, eppure io pensavo a mia madre, a Giancarlo e a Maria e mi sentivo già disposto a piangere la morte e le malattie perché sapevo che in seguito avrei raggiunto, a poco a poco, la tranquillità e la letizia. E la mia mi sembrava dovesse essere una letizia diversa da quella che si trovava ovunque, con facilità, su quel pianeta. Mi ricordai anche del giorno in cui era morto mio padre, dei pianti disperati che avevo fatto e della bontà che avevo sentito venirmi nell'anima via via che il dolore scemava.

Allora pensai intensamente al disco che mi aveva portato sul nuovo pianeta. Gli uomini che mi circondavano dissero col pensiero che avrebbero esaudito il mio desiderio e mi condussero per meravigliose distese di luci di ogni colore. A un tratto fummo davanti al disco, poi entrammo.

* * *

Atterrammo sugli stessi prati da fieno davanti a casa mia. Era una mattina piovigginosa e fredda. Trovai Maria nella stalla, intenta a dare fieno alle bestie. Mi guardò a lungo, stupefatta; poi, prima ancora di chiedermi dov'ero stato, mi disse che Giancarlo era a letto, con la polmonite, e che mia madre era morta.

Sentii le gambe vacillare e un desiderio violento di mettermi a piangere. E quando il pianto mi sgorgò improvviso, mi parve che mi purificasse dentro, che mi facesse bene.

Era una conquista, quel pianto, io lo sentivo; e sapevo che dopo avrei trovato la serenità.

Uscito su Stampa Sera di Lunedì 1 - Martedì 2 Novembre 1954

domenica 3 aprile 2016

È tempo di parlare


È tempo di parlare, fratello,
ora che torna dai campi
l’odore di freddo, di buio e d’incenso
e la tua mano ancora mi dice
dolcemente tra i capelli,
come in quella sera di dicembre,
un misterioso linguaggio d’addio.
E’ tempo di parlare,
ora che gli anni si perdono
fra le ombre della memoria
e il lontano passato
ritorna presente.
Tutto mi nasce intorno come allora:
le immense stanze della casa,
le màcine, il grano, le mole,
le macchine ferme in attesa dell’alba;
l’acqua impetuosa che preme
alle paratie chiuse delle turbine,
e fugge giù per gli sfioratori
facendo tremare le pietre;
e i cavalli che ràspano, di tanto in tanto,
nelle stalle dove non sanno trovare
il sonno dei giorni colmi di fatica;
e le campagne buie,
odorose d’incenso e di freddo;
e la grande cucina, nera di fumo,
con gli amici che ridono e ballano
sulle note velate dei violini;
e tu, in un angolo, seduto
sulla vecchia poltrona del nonno
con un viso terribilmente triste;
e il mio presago pianto di bimbo
che spengo a tratti sulla tua spalla
mentre alzi la mano per dirmi,
dolcemente tra i capelli,
quel misterioso linguaggio d’addio.
È tutta l’Ampèrgola d’allora,
di quella notte d’inverno
che vide bruscamente
finire la mia fanciullezza.
Poi le note spezzate del valzer
e il tuo nome di bocca in bocca
nel silenzio delle vaste stanze,
nelle fredde corsie del mulino:
perché tu non sei più
sulla vecchia poltrona del nonno
e non rispondi ai richiami
e non cheti l’ansia
che nei cuori ha l’impeto
dell’acqua possente.
Gli uomini cercano adagio
per non svegliare la madre,
ma tu non rispondi
e solo rimane nell’aria
l’eco continua di un nome.
Tremenda è la notte che racchiude
il mistero della vita e della morte,
quando si teme di trovare
al di là di ogni passo
la realtà dell’incubo che opprime.
Così pare che l’alba debba venire
da una lontana notte polare.
Ma la prima timida luce
scopre il tuo corpo a galla
tra le scroscianti onde del fiume
che galoppando fuggono
verso lidi lontani.
E’ impigliato in qualcosa
che ancora lo tiene
legato alla casa
e l’acqua lo culla
per tenero gioco.
Non ha principio né fine
il grido materno
quando sei steso
sulla branda di legno
e gli uomini immobili
ti fanno corona
E’ il grido che sgorga dalla terra
e s’alza alto nel misterioso cielo
che non sa dare risposta.

Gli anni si sono persi
fra le ombre della memoria,
ma il perché della tua morte
sempre è rimasto sospeso su noi
e ancora invano cerchiamo
una parola che plachi
il grido della madre.
È tempo di parlare, fratello.
Ora che torna dai campi
l’odore di freddo, di buio e d’incenso
io ti chiedo di svelarmi l’arcano.
Lo so che non ci saranno misteri
quando anche per me s’aprirà
la grande giornata,
ma allora tutto si scioglierà
nell’infinita conoscenza.
Voglio saperlo adesso
che l’anima mi si rode nel corpo
e siamo fermi alla notte di dicembre
in attesa dell’alba.


      (1946)

lunedì 1 febbraio 2016

La salsiccia del ciabattino

I calzolai col deschetto che facevano le risuolature, o anche soltanto rattoppavano la tomaia con una piccola cucitura, oggi sono praticamente introvabili. A cercare una di queste botteghe quasi sempre si gira a vuoto. Il diffondersi dell'industrializzazione ha di fatto cancellato le riparazioni, rendendo più conveniente l’oggetto nuovo; e così a poco a poco va scomparendo l’artigianato. Come i calzolai, appunto. Ce n’erano di bravissimi, che un piede, dopo averlo ben misurato, sapevano calzarlo alla perfezione. I più si limitavano alle riparazioni e anche tra questi c’erano diversi livelli di bravura: in genere i migliori erano in città, con una clientela esigente, mentre nelle campagne i ciabattini, avendo per le mani soprattutto zoccoli, sapevano più piantar chiodi che lavorare di trincetto. Di questi ne ricordo uno, negli anni trenta, nella Bassa modenese. Si chiamava Rigoni ma era conosciuto come Toppone, per le toppe che metteva nelle scarpe
In marzo, con le prime giornate tiepide, Rigoni portava fuori dalla cucina il deschetto e si metteva a lavorare in cortile. Il cortile era lungo e stretto: da una parte la fila di usci delle varie abitazioni, dall’altra un muro alto due piani, senza finestre. In fondo c’era una rete metallica e oltre la rete la campagna con i filari di olmi che reggevano le viti di Lambrusco. Sistemava il deschetto vicino alla rete, sempre nello stesso posto.
Usciva a lavorare fuori il più presto possibile, ai primi accenni di primavera, per sfuggire al baccano che gli facevano intorno i figli. Ne aveva dieci, la più grande contava quattordici anni, il più piccolo pochi mesi. E tutti stavano nella cucina che era abbastanza grande per farci da mangiare, ma molto piccola per viverci tutto il giorno in due adulti e dieci ragazzi, e soprattutto per lavorarci.
La moglie di Rigoni, alta, magra, sempre vestita di nero, con un fazzoletto nero in testa, aveva sempre un’aria trasognata. sembrava che stese chiedendosi se esisteva o no. I ragazzi le saltavano addosso mentre era seduta a rammendare o a far la calza e lei nemmeno se ne accorgeva, tutt’al più si metteva a lavorare di sbieco per scansarli. Rigoni invece si spazientiva per quel frastuono e quando il clamore si faceva proprio insopportabile gridava: «Basta, basta, vado via, vado in Africa». Si era alla vigilia della guerra in Abissinia e ogni tanto qualcuno del paese partiva volontario. L’Africa in quel tempo sembrava un miraggio che avrebbe potuto risolvere tanti problemi che gravavano sulla gente, per la disoccupazione e la miseria. «Vado in Africa, vado in Africa» ripeteva, ma si sentiva dalla sua voce che fingeva solo di essere arrabbiato e che in Africa, di sua volontà, non ci sarebbe mai andato. Quella masnada di figli, pur chiassosi e turbolenti, erano il suo mondo dal quale non avrebbe potuto separarsi. Quando proprio non ne poteva più gridava: «Tutti su, in camera». La camera era l’unica dell’abitazione, stava sopra la cucina ed era disseminata di pagliericci. Ma dopo un poco si pentiva, li faceva ridiscendere perché aveva paura che qualcuno, nella foga dei giochi, saltasse giù dalla finestra.
Il calzolaio Rigoni lavorava dodici, anche quattordici ore al giorno, incominciava con le prime luci dell’alba e smetteva quando non ci si vedeva più. Sgobbava tanto, ma guadagnava poco perché, com’era molta la sua buona volontà, così era scarsa la sua abilità. Non ne aveva colpa. Il mestiere del ciabattino l’aveva imparato da sé, aggiustando le scarpe dei suoi quindici fratelli, d’inverno, nella stalla. Sposandosi e non avendo voglia di lavorare nei campi, era uscito di famiglia e aveva messo su il deschetto. In paese, viste le sue esecuzioni, gli avevano affibbiato quel soprannome. Ma i suoi erano tutti clienti che andavano da lui solo per riparazioni grossolane: una pezza, due chiodi, una cucitura; per le scarpe nuove e le risolature andavano dagli altri tre calzolai del paese.
Conosceva i suoi limiti e non si lamentava di niente, nemmeno d’essere chiamato Toppone, e di dover lavorare tante ore per guadagnare poco più che la polenta per tutti i suoi figli. Era, anzi, sempre molto allegro. In cucina o nel cortile teneva al suo fianco una sedia, pronta per far sedere l’eventuale cliente. Chi portava un paio di zoccoli o di ciabatte doveva per forza mettersi a sedere, almeno due minuti, a scambiare qualche chiacchiera con lui. E tutti sostavano contenti perché a stare con Rigoni c’era da fare buon sangue. «Argia» gridava alla moglie, «metti a friggere un metro di salsiccia, ché il signore fa uno spuntino con noi». La moglie non alzava nemmeno la testa a quel finto ordine, ormai l’aveva udito migliaia di volte, perché Rigoni parlava molto di salsiccia. Magari insisteva, fingendosi impermalito: «Non crede che le faccia friggere un metro di salsiccia. Ma lo sa che su, in camera da letto, appesi a due stanghe che vanno da muro a muro, ce ne ho tredici metri?»
I clienti ridevano, qualcuno lo stuzzicava per farsi descrivere volume, colore, sapore della sua salsiccia e Rigoni allora si metteva a creare il suo poema per la saporita carne insaccata. Ne parlava con un trasporto e una competenza da far venire l’acquolina in bocca anche a chi s’era appena alzato da tavola. Lì, seduto al deschetto, con le mani abbandonate e immote sulla suola di uno stivale scalcagnato, Rigoni si trasformava con la fantasia in un macellaio-conditore di carne suina, di quei beccai che, nel pieno dell’inverno, vanno di cascina in cascina per le campagne della Bassa emiliana a scannar maiali e sono pagati, elogiati, riveriti dai contadini che in quella operazione da mattatoio vedono quasi un rito. Così Rigoni tritava con parole sapienti e sentite la rossa carne, le infondeva il giusto aroma, l’insaccava dentro un interminabile budello che poi suddivideva in tanti rocchi lunghi una spanna. Il cliente sorrideva divertito e Rigoni continuava a parlare con fervore: stagionava la salsiccia, la friggeva per mangiarla spellata con la polenta o la metteva in umido con l’uva secca, con le uova, con i fagioloni bianchi. In quei momenti la sua eccitazione era tanta che forse sentiva davvero, lì in cucina o nel cortile, il profumo della salsiccia. Per ascoltarlo, smettevano di correre e di gridare anche i suoi ragazzi e l’Argia si svegliava dal suo torpore, rideva quasi inebetita, come se stesse per mettersi a tavola a mangiare il piatto che suo marito aveva preparato con tanta passione. Poi l’incanto finiva e Rigoni concludeva: «Allora ha capito: quando ha bisogno di uno che sappia cucinare qualche metro di salsiccia, venga da me».
Era il grande desiderio che lo faceva parlare in quel modo. Forse di salsiccia in casa sua, da quando era sposato, non se n’era mai mangiata. Parlava per le esperienze giovanili, di quand’era contadino, figlio di famiglia, e nella cascina, in febbraio, ammazzavano il maiale. A comperarla in bottega la salsiccia costava cara, era cibo da gente che aveva soldi; e lui, con tutti quei figli, la salsiccia avrebbe davvero dovuto portarla a casa a metri. Le bocche dei suoi ragazzi erano abituate al baccalà e alle salacche. Fra tanti figli che aveva ce n’era sempre uno che credeva ai tredici metri di salsiccia, pensava che fossero nascosti in qualche angolo della camera. E diceva alla mamma: «Ma se è così buona come dice il babbo, perché non ce ne dai un poco?»


Fu d’autunno che Rigoni s’ammalò. Si era accanito a restare a lavorare in cortile, nonostante il freddo. Si prese la polmonite. Alla fine della prima settimana di malattia ebbe una crisi, i vicini dicevano: «Toppone muore stanotte». Invece si riprese, per tre giorni andò migliorando, il pericolo sembrava superato, qualcuno fra i più amici andò a fargli visita. Era già allegro, come al solito. «Adesso è ancora presto, ma appena sto meglio faccio friggere un paio di metri di salsiccia per riabituare lo stomaco. Ce n’ho tredici metri, giù, in cucina» e strizzava l’occhio contento.
Poi, d’improvviso, la quarta notte dopo la crisi, morì. Fu una notizia dolorosa, per tutto il paese, perché gli volevano bene anche quelli che non erano suoi clienti e disprezzavano le sue capacità di ciabattino. Per il funerale il cortile si riempì di folla. Arrivarono anche dei fiori, una corona mandata da tutte le classi delle scuole elementari, perché ogni classe era frequentata da almeno uno dei figli. Mentre il parroco stava per benedire il feretro, arrivò la fioraia con un grande involto. Aveva un atteggiamento incerto, l’aria confusa. Porgendolo a uno dei presenti che le era più vicino, disse: «Non sono fiori, ma io non c’entro, me l’hanno consegnato con la preghiera di portarlo». Ci fu un momento di esitazione, tutti gli occhi erano su quel misterioso pacco. Anche il prete indugiò, poi fece segno di aprirlo.
Sì, non erano fiori: era salciccia, una lunghissima catena di rocchi disposta in circolo a formare una corona e in mezzo era posato un nastro azzurro con la scritta I SUOI 13 METRI. Si sentì un coro di oh oh e poi parole di stupore e ammirazione. Però non c’era tempo da perdere, la cerimonia doveva concludersi. La bara fu posta sul carro e sulla bara la corona degli alunni. E la salciccia? Nel silenzio ci fu un cercarsi di sguardi, il prete fece un cenno in direzione della cucina, ma una voce disse: «No, portiamola in corteo». «Sì, sì» ribatte una donna e subito alcuni incominciarono a sciogliere la corona di rocchi e ad allungarla, sicché in un attimo, di mano in mano, andò ad ornare la parte posteriore e i fianchi del carro, come in un abbraccio. Ci appiccicarono anche il nastro con I SUOI 13 METRI. Un vecchio commentò: «Come sarebbe contento Toppone, se potesse vedere».
Un funerale memorabile. In paese ne parlano ancora adesso, sebbene siano passati tanti decenni. Naturalmente la salciccia fu mangiata dalla vedova e dai dieci orfani. Ne fecero conto, come fosse un filone d’oro. Servì a sfamare la famiglia per più di un mese. Proprio sul finire degli ultimi rocchi Clotilde, che era la figlia maggiore, trovò da occuparsi in città come serva e un mese dopo fece una scappata a casa a portare il primo stipendio.
Non si era mai saputo chi aveva consegnato alla fioraia il pacco da portare al funerale di Rigoni.


martedì 29 dicembre 2015

Belgàsem ben Alì

In quei tempi ero soldato e mi trovavo a El A., in Cirenaica, a causa della guerra. Ero sempre solo. Vivevo su un furgone rimorchio sul quale era installata una stazione radiotrasmittente che era mio compito mantenere in funzione. Ero accampato a circa un chilometro dal comando. In quei paraggi c’erano alcune zeribe arabe e molti ragazzi; per far passare il tempo incominciai a parlare qualche volta con gli arabetti. Tra loro c’era anche Belgàsem ben Alì; era il più intelligente di tutti e anche il più simpatico, nonostante la sua bruttezza veramente eccezionale e le sue continue richieste di sigarette.
Un giorno gli proposi di rimanere con me a lavorare. Mi avrebbe tenuto in ordine il furgone, mi sarebbe andato a prendere da mangiare alle cucine del comando e io gli avrei dato cinque sigarette al giorno e parte della mia razione di rancio. Belgàsem accettò: volle immediatamente un anticipo di dieci sigarette e si mise ad abballinare la mia cuccetta. Poi mi andò a prendere il rancio, si trovò un barattolo per metterci la sua parte e mangiò con me.
Passarono così i giorni. Belgàsem veniva al carro di buon mattino e se ne andava solamente quando era buio. Faceva ogni cosa con cura senza che io dovessi ricordargliela. Quando non aveva niente da fare, ci mettevamo a chiacchierare. Parlavamo molto io e Belgàsem, lui specialmente era molto loquace. A volte, nel suo italiano un po’ stentato, mi parlava della sua famiglia. Diceva che suo padre aveva due mogli nella zeriba, una, vecchia, che era sua madre, e l’altra giovane, arrivata da poco.
Oppure mi parlava dei funerali musulmani, dei pianti che la gente andava a fare dietro compenso nella casa del morto, e delle tombe dei santoni, che chiamava marabùt. Quando Belgàsem toccava l’argomento dei marabùt diventava triste e si commuoveva fin quasi al pianto; ciononostante ne parlava spesso. Mi spiegava che le tombe dei santoni si distinguevano dalle altre per una piccola bandiera piantata sul cumulo di sabbia, fatta con uno straccio bianco e uno stecco, e mi raccontava dell’usanza di portarvi dei cibi in determinate ricorrenze. Io ne ridevo: gli dicevo che era una cosa stupida portare da mangiare nei cimiteri, perché i cibi sarebbero stati mangiati dai cani e non dal marabùt.. Ma Belgàsem replicava che nei cani potevano esserci le anime dei santoni.
Spesso voleva che gli parlassi delle città italiane. Teneva sempre tra le mani una vecchia cartolina che gli avevo regalata e che raffigurava un veduta notturna di una piazza di Roma illuminata a giorno. «Parlami delle luci – diceva – parlami delle luci». «Guarda la cartolina – gli rispondevo – lì c’è tutto». Ma lui non si accontentava. Voleva che gli raccontassi tante altre cose sulle luci delle strade e mi stava ad ascoltare abbandonando a se stesso il grosso labbro inferiore, che gli ricadeva penzoloni.
Dopo circa due mesi che Belgàsem era con me, ricevetti l’ordine di partire per l’interno, nell’oasi di G. Quando Belgàsem lo seppe, si accoccolò a terra e si mise a piangere. Poi si alzò risoluto e disse che sarebbe venuto con me. Gli feci osservare che era una cosa impossibile perché lui doveva rimanere nella zeriba assieme ai suoi genitori; ma non volle sentire ragioni. Mi indicò il pavimento del carro e disse che avrebbe dormito lì; poi corse a casa ad avvertire i suoi e tornò poco dopo ansimante e felice con il permesso di partire.
Il carro sobbalzò per quasi tre giorni sulla pista del deserto e finalmente arrivammo a G. Era una piccola oasi con un migliaio di palme, alcune sorgenti d’acqua e un fortino. Il mio carro venne trainato a circa quattro chilometri dal presidio, in pieno deserto. Lì mi accampai, stesi il cavo di collegamento con il fortino, alzai l’antenna e incominciai il servizio.
I giorni passavano monotoni, esasperanti. Faceva un caldo enorme in quel furgone e, a volte, quando s’alzava il ghibli, pareva quasi di non poter respirare. Ogni settimana veniva l’autobotte a rifornirci d’acqua e due volte al giorno Belgàsem andava al fortino a prendere il rancio. Era sempre del solito umore, Belgàsem. Quella vita, più che annoiarlo, lo divertiva. Quando parlava della sua zeriba non dimostrava affatto di sentirne nostalgia. Io gli chiedevo se non gli sembrasse strano stare là in mezzo, ma lui rispondeva sempre di no. Mi ripeteva: «Parlami delle luci» e mentre mi ascoltava teneva in mano la vecchia cartolina. Quando veniva la sera ci mettevamo a fumare seduti contro una ruota del carro e guardavamo in direzione dell’oasi, ma non si vedeva niente perché c’erano davanti alte dune. A notte, prima di addormentarci, continuavamo a parlare fino a tardi. Erano quasi sempre i soliti discorsi che facevamo: Belgàsem, appena poteva, parlava delle bandierine, delle tombe del marabùt e del cibo che veniva portato ai morti. Una sera mi disse che gli sarebbe piaciuto diventare un santone per avere da mangiare anche dopo morto.
Un giorno – erano quasi tre mesi che eravamo a G. – mi telefonarono dal fortino avvertendomi di prepararmi per la partenza perché una grossa colonna inglese stava puntando sul presidio e bisognava ritirarsi. Aggiunsero che quanto prima sarebbero venuti con un autocarro per agganciare il rimorchio e portarlo via. Allora ritirai il cavo telefonico, smontai l’antenna ed aspettai. Venne la notte, poi tornò il giorno senza che nessuno fosse venuto a rimorchiarmi.
Verso mezzogiorno, come al solito, mandai Belgàsem a prendere il rancio. Ritornò molto tardi; aveva i gamellini pieni di una strana e insolita pappa bianca e, nella bisaccia, delle gallette di un formato più piccolo del consueto. Come se fosse la cosa più naturale del mondo, Belgàsem disse: «Nel fortino ci sono gli inglesi; ho detto che avevo fame e mi hanno dato da mangiare».
Mi misi a sedere di peso e pensai che ormai era finita. Belgàsem mangiando disse che la roba era buona e che sarebbe tornato a prenderne anche il giorno dopo. Io non parlavo; lo guardavo, era sereno e calmo come sempre. Pensavo che mi avrebbero fatto prigioniero, che non l’avrei più visto, che non gli avrei mai più parlato delle luci. Avevo una gran voglia di piangere. L’indomani Balgàsem ritornò al fortino e ancora riportò il rancio. Questo si ripeté per una settimana; io tiravo avanti così, senza decidermi a costituirmi. Poi, un mattino, quando mi alzai, trovai il ragazzo sveglio: al suo fianco, nel carro, c’erano una cassetta di scatolette di carne e una stagna d’acqua. Senza guardarmi in viso, Belgàsem disse: «Questa notte sono andato a rubare questa roba per il viaggio perché ho voglia di ritornare a casa a vedere le bandierine sulle tombe dei marabùt; adesso possiamo andar via».
Io non seppi dir nulla; mi legai alle spalle la stagna e la cassetta e partimmo in direzione nord. Avevamo davanti a noi quasi trecento chilometri di deserto. Camminammo per giorni e giorni. I piedi affondavano nella sabbia e l’acqua diventava bollente sulle spalle. Di notte ci gettavamo sfiniti a terra, mangiavamo un po’ di carne e dormivamo qualche ora; poi, ancor prima che s’alzasse il sole, riprendevamo il cammino. Belgàsem non diceva mai d’essere stanco. Ogni tanto rompeva i lunghi silenzi pregandomi di parlare delle città e delle luci che le illuminavano di notte. Io parlavo, parlavo e guardavo davanti a me, verso il nord. Ormai dovevano restare ancora poche ore di cammino, poi avremmo raggiunto la strada litoranea e saremmo stati salvi.
Ma all’improvviso Belgàsem disse che si sentiva male e si fermò. Io lo guardai in faccia e mi accorsi che sulla pelle aveva delle piccole eruzioni rosse. Gli posai una mano sulla fronte e sentii che scottava. Allora, per la prima volta da quand’ero in guerra, mi prese la paura; una paura violenta che mi faceva tremare le gambe. Cercai di dire a me stesso e a lui che non era niente, ma non riuscivo a staccare gli occhi da quei punti rossi che Belgàsem aveva sulla faccia. Pensavo: adesso mi muore qui in mezzo e io non posso far niente per salvarlo, non posso far niente. Belgàsem si passò una mano davanti agli occhi e cadde di schianto sulla sabbia. Aveva perduto conoscenza. A tratti era percorso da brividi e batteva i denti. Io gli passavo un fazzoletto bagnato sulle labbra e gli facevo ombra con il mio corpo. Quando fu notte, col fresco, riprese i sensi. Aveva sempre la febbre altissima. Provai ad alzarlo, ma non si reggeva in piedi. Allora abbandonai l’acqua e le scatolette e lo caricai sulle mie spalle.
Continuai il cammino così. Ogni tanto mi fermavo per assestare il suo corpo rilassato e cascante, poi riprendevo a camminare. Sentivo che le mie forze a poco a poco se ne andavano, ma volevo assolutamente arrivare sulla strada.
Ci arrivammo all’alba; ero sfinito. Belgàsem vaneggiava, parlava in arabo e io non capivo che cosa dicesse. Passò un camion dei nostri che andava verso El A. Vi caricai il ragazzo e un’ora dopo eravamo alla sua zeriba. Andai al comando, trovai un medico e lo accompagnai da Belgàsem. Ma non c’era più niente da fare: si trattava di tifo esantematico. Il medico mi costrinse a venir via per evitare il contagio. Belgàsem morì nel pomeriggio.
Quando fu sera mi avvicinai, non visto, alla zeriba. Si udivano i pianti della gente che era andata a piangere dietro compenso. Mi sedetti sotto una palma e pensai alle luci delle nostre città; non ero capace di pensare ad altro.
Il giorno dopo fecero i funerali. Quando la gente lasciò il cimitero andai sulla tomba di Belgàsem e piantai nella sabbia una piccola bandiera fatta con uno stecco e uno straccio bianco. E per tutto il tempo che rimasi presso il comando di El A. portai, di notte, parte del mio rancio sulla sua tomba.
C’erano sempre dei cani nel cimitero e il rancio lo mangiavano loro. Ma nei cani poteva esserci l’anima di Belgàsem ben Alì.


domenica 1 novembre 2015

Le certezze del domani

Giravo per la Riviera in cerca di appartamenti e ville in vendita. Lavoravo per conto di una società che acquistava immobili nelle località turistiche per rivenderli poi ai ricchi stanchi di far quattrini in città o tormentati dai reumatismi, che andavano cercando la primavera anche d'inverno. Il mio compito era quello di segnalare alla società non solo gli stabili che venivano spontaneamente offerti sul mercato, ma anche – anzi, specialmente – quelli per i quali v'erano nascoste prospettive di vendita. L'esperienza dimostrava che, proprio quando i proprietari erano ancor lontani dalla decisione di alienare i loro beni, c'erano maggiori probabilità di successo e di guadagno. Io scrivevo o telefonavo in sede i risultati delle mie indagini e subito entravano in azione altri funzionari che incominciavano i sondaggi e gli approcci per le prime offerte.
A L., il proprietario del bar dove mi ero fermato e, senza fretta, avevo attaccato discorso, mi indicò una villetta in una piccola insenatura, tra la strada e il mare. Il terreno digradava dolcemente verso gli scogli; rispetto ai pendii aspri e ripidi che erano a monte della litoranea, quell'area, verde di olivi, di timi e di lauri, sembrava godere di un premio. Era mollemente distesa nel caldo sole di marzo e su di essa il profumo degli arbusti aleggiava, si alternava al pizzico salmastro portato dall'aria assieme al ritmico battito dell'onda contro gli scogli vicini, ma pure invisibili oltre le macchie della vegetazione. Una strada bianca di polvere, delimitata col pastello verde cupo di due siepi di bosso, ornava con le sue volute quel pezzetto di terra.
La villa era rosa, d'un rosa pallido e tenero come era pallido e tenero il verde degli ulivi. Aveva un balcone d'angolo con il parapetto guarnito di fiori. A mano a mano che scendevo con l'automobile per la stradetta bianca la villa mi precisava i suoi contorni, le sue proporzioni, il colore dei suoi fiori. Non sarebbe stato certo difficile venderla, così quieta com'era, assisa davanti al mare. Ma prima doveva essere comperata.
Quando fui quasi di fronte alla costruzione vidi una donna uscire dal cancelletto ed avviarsi nella direzione opposta alla mia. Rallentai, fermai la macchina al suo fianco, salutai con la mano fuori dal finestrino. «Scusi, signora» chiesi, «mi sa dire chi abita qui?» La donna aveva una cinquantina d'anni, era magra, priva di due denti incisivi, con i capelli grigi, un vestitino nero a bolli bianchi che poteva anche essere un grembiule da lavoro. Si chinò per abbassare la testa all'altezza del finestrino, posò una mano sul bordo del vetro. «Il cavalier Timoteo Rebecchi» rispose e, dopo un attimo di sospensione, chiese: «Cosa vuole da lui?» Dissi che mi interessava sapere se la villa era in vendita. «Non adesso» s'affrettò a dire la donna. Lo disse con voce sommessa, come se avesse paura d'essere sentita. «Quando?» chiesi io. La donna sollevò la mano dal vetro, la tenne a mezz'aria in un atteggiamento interrogativo. «Non so» disse; poi: «forse fra due mesi, un mese».
Non capivo. Soprattutto non capivo quell'aria di mistero che era più nella sua voce che nelle sue parole. «E perché non adesso?» domandai. «Perché lui è malato, è molto malato. Io lo so. Sono al suo servizio da quando avevo dieci anni: lo so che non c'è più speranza». «Posso chiedergli se vende?» domandai. «No, no, non è possibile. Se andassi al suo capezzale per dirgli che c'è gente che vuole comperare la villa, immaginerebbe la gravità della situazione, intuirebbe d'essere vicino alla fine».
«Allora» dissi, «come devo fare per sapere se la villa si può comperare?» La donna distese l'avambraccio sul bordo del finestrino, si curvò maggiormente, venne con il suo viso a un palmo dal mio, tacque un momento poi parlò ancora sommessamente: «Ritorni tra due mesi». Rimasi in silenzio. Mi aveva colpito la sicurezza con la quale la donna aveva fissato quel termine. «Che cosa ha» chiesi, «male di cuore?» La donna si sollevò per fare un gesto con il braccio: «Magari fosse male di cuore! È un brutto male, un brutto male» ripeté con la desolazione che si prova davanti a una condanna inappellabile.
Nel riquadro del finestrino vedevo la donna e a fianco di lei vedevo parte della villa, con le imposte socchiuse, i fiori vivaci sul balconcino, e dietro la chiazza rosa della villa il nero della montagna che s'alzava al di là della strada litoranea e l'azzurro del cielo. Il padrone era grave, stava per morire, secondo quanto affermava la donna, ma io in quel momento non pensavo tanto a lui quanto alla villa, all'affare che la villa rappresentava, alle parole che avrei adoperato per annunciare al mio direttore il possibile acquisto.
«Tra due mesi» dissi alla donna seguendo un subitaneo pensiero «chissà chi trovo qui dentro». Lei atteggiò il viso a un misurato sorriso o a una espressione composta di tranquillità e di soddisfazione insieme. Disse: «Non si preoccupi: ci sarò io, qui. Il cavaliere non ha altri all'infuori di me, io gli ho dedicato tutta la vita e lui ha lasciato una carta a mio favore. Ci sarò io». Non mi decidevo a ripartire. Continuavo a guardare oltre le spalle della donna la macchia rosa della casa e l'azzurro del cielo, poi guardavo gli occhi di lei. «Non abbia paura» disse ancora la donna. «Vada tranquillo, non sarà venduta prima. Ripassi fra un paio di mesi, magari fra un mese e mezzo». Avviai il motore e lei mi sorrise, mi salutò con un cenno della mano che pareva quasi un'intesa.
Continuai a girare nella zona per qualche giorno, poi cambiai località, mi spinsi più a ponente, vicino alla frontiera. Ma per poco tempo, perché una sera rientrai in albergo con la febbre alta. Era un attacco di orticaria e si protrasse per una settimana. Alla fine, quando credevo di poter riprendere il lavoro, fui colpito da una colica renale che mi sfibrò. Avevo bisogno di riposo e lo dissi per telefono al mio direttore. Lui mi invitò ad andarmene a casa e a rimanerci tranquillo per una quindicina di giorni. Quando mi ripresentai in ufficio trovai una novità: ero destinato in montagna, sulle Alpi trentine.
Ripresi là il mio lavoro. A volte facevo lunghe camminate per raggiungere case o ville isolate: l'aria e il moto mi ritempravano la salute. Finivo di visitare una borgata, mi spostavo di qualche centinaio di metri e dietro una curva della strada spuntava un altro paese. Ricominciavo da capo. Così i giorni passavano e l'estate avanzava. Una sera, mentre cercavo sonno, mi sovvenne della villetta rosa in riva al mare. Ebbi la sensazione di essermi lasciata sfuggire un'occasione e mi chiesi come mai non mi ero ricordato prima di quell'affare.
Con il pensiero riandai a quella vista, cercai di localizzarla nel tempo e vi riuscii facendo riferimento al periodo in cui ero stato ammalato: erano passati due mesi e mezzo. Certo il cavalier Timoteo Rebecchi aveva finito di soffrire. Ricordavo la domestica mentre diceva: «È un brutto male, è un brutto male»; si capiva da quelle parole che la fine sarebbe stata imminente. Avrei voluto essere con un balzo in Riviera, scendere la stradetta bianca fra le siepi di bosso.
Impensatamente, dieci giorni dopo mi fecero rientrare in sede. Ne approfittai per parlare della villetta rosa al direttore. Ottenni l’incarico di partire per L. L'indomani mattina, verso mezzogiorno, ero in vista della insenatura davanti alla quale si stendeva il terreno verde di ulivi, di timi e di lauri. Imboccavo la strada bianca, scendevo verso il mare, vedevo la villa stagliata sotto il sole. Fermai la macchina, scesi, passai il cancelletto, che era aperto; suonai alla porta. Trascorse un minuto, che fu lungo; pensavo già che non ci fosse nessuno: morto il padrone, allontanata la domestica.
Improvvisamente e in silenzio la porta si aprì: mi comparve davanti un vecchio piccolo, con il pizzo bianco, la zazzera sul colletto della giacca da camera. Gli diedi il buongiorno poi rimasi impacciato. Finalmente chiesi del cavalier Timoteo Rebecchi. «Sono io» disse il vecchio e mi fece entrare. Io deglutii, lo ringraziai. Ci sedemmo in un salotto in penombra. «Sono venuto» dissi, cercando di parlare con calma e chiarezza, «a vedere se lei è disposto a vendere la sua villa». Il vecchio mi lasciò spiegare chi ero e per conto di quale società parlavo.
«Lei è venuto in un momento propizio» disse poi. «Proprio in questi giorni stavo pensando all'opportunità di trasferirmi in albergo. Io sono solo, esco adesso da una lunga malattia e per giunta sono rimasto anche senza domestica». «Come mai?» chiesi io, senza avvedermi di interromperlo. «Poveretta» disse il vecchio, «se n'è andata improvvisamente due mesi fa, una sera, mentre era seduta a fianco del mio letto a tenermi compagnia. Ha fatto una smorfia e si è accasciata in avanti: il cuore... Adesso, così solo, in questa casa troppo grande per me, non mi ci trovo più. Ho pensato di andare in albergo dove ci sia personale di servizio e movimento, gente con cui stare in compagnia. Posso prendere in esame la sua proposta».

martedì 27 ottobre 2015

Nell'anniversario della scomparsa di Remo Lugli

Verso la fine di Luglio, mi pare. Eri alla tua scrivania, seduto in carrozzina. Avevi ancora meno di tre mesi davanti a te.
Stavo per andare a un appuntamento di lavoro; prima di uscire, passai a salutarti.
Avevi in mano una strana statuina di metallo; un oggetto piccolo, insignificante, che non avevo mai visto. Mi dicesti: “Questa statuina ha una storia lunga”.
Guardai l'orologio. Ero già alle strette con il tempo, come mi capita di frequente. “Me la racconterai più tardi, adesso devo schizzare via”.
Ovviamente quando ci rivedemmo, dopo qualche ora, ce ne eravamo ambedue dimenticati.

Qualche giorno fa, mettendo ordine tra le tue cose, quella statuina mi è capitata in mano. Mi avrebbe fatto piacere conoscere la sua lunga storia.

(All'appuntamento di lavoro ero riuscito ad arrivare puntuale e avevo dovuto aspettare, almeno dieci minuti).

La morte dà un senso alla vita. Dove ho letto, di recente, queste parole, che mi sono sembrate assurde? Eppure adesso mi sono chiare.

Finché ci siamo, tutto è fluido, tutto può cambiare, tutto può ancora capitare. Se fossimo immortali, forse non faremmo mai niente, perché tutto potremmo sempre fare domani.

Ma c'è quel limite, quella soglia invalicabile, che proietta nell'eternità il non fatto e il non detto. E non sappiamo quando.

Dovrebbe farci capire se è il caso, per una volta, di arrivare un po' in ritardo ad un appuntamento importante.


Daniele Lugli

venerdì 18 settembre 2015

Il padre

Via della Vigna 45: una casa bassa color piombo, due botteghe sormontate da un'unica insegna di lamiera gialla con un nome in alto, Amerigo Martinelli, sottile e lungo, che si stendeva sulla scritta grossa: salumeria-osteria. Forse in tutta la città era l'unico negozio che riunisse due esercizi di natura diversa, un modo che era abbastanza diffuso agli inizi del novecento. Il quartiere, molto popolare, aveva tuttavia parecchi altri negozi antiquati, con le insegne di stile ottocentesco e l'arredamento di legno nero, malandato. Ma si aprivano anche, qua e là, botteghe modernissime, splendenti di luci colorate, di insegne che strizzavano l'occhio con giochi luminosi, che emanavano allegria. E nel confronto le botteghe vecchie precipitavano ancora di più nello squallore.
Lui, dunque, era qui, in questa salumeria-osteria. Nella tasca destra della giacca stringevo la lettera. Mi pareva di saperla tutta a memoria. A un certo punto diceva: "È una casa bassa e scura con due negozi. Sono suoi: lui fa il salumiere e l'oste". E più avanti: "Ti dico tutto questo per scrupolo. Tu farai quello che crederai meglio. Se vorrai potrai anche non conoscerlo mai: la città è tanto grande, si può passare tutta la vita senza aver bisogno di andare in via della Vigna". Indugiai un poco davanti alla casa, feci finta di guardare la vetrina di un orologiaio di fronte, uno dei negozi belli e pieni di luci, poi mi decisi, attraversai la strada e entrai nell'osteria.
Era un camerone stretto e lungo, quasi deserto in quell'ora di pieno pomeriggio. Due vecchi in maniche di camicia stavano seduti a un tavolo sulla destra, vicino alla porta, e giocavano a briscola davanti a due bicchieri di vino; altri tre uomini, di media età, intorno al primo tavolo, vicino al banco, chiacchieravano e bevevano. Tutti gli altri tavoli, una dozzina, erano vuoti, anche al banco non c'era nessuno. Mi sedetti. Uno dei tre si voltò a guardarmi e poi chiamò l'oste: «Martinelli» gridò verso il retrobottega. Martinelli entrò un minuto dopo pulendosi le mani nel grembiule che una volta doveva essere stato bianco e che ora era unto e macchiato di chiazze rossastre di carne. Certo veniva dalla attigua salumeria. «Eccomi qua» disse con una voce secca, puntuta. Mi guardò con aria curiosa e senza smettere di pulirsi le mani si accostò al mio tavolo per chiedermi che cosa volevo ordinare. Non avevo la forza di guardarlo in viso a così breve distanza: mi sentivo emozionato, pensavo di essere pallido o rosso, non capivo bene; il cuore mi andava a sbalzi e avevo paura che mi tremasse la voce. Guardando il tavolo chiesi un quartino. «Rosso o bianco?» domandò lui. «Rosso» dissi io.
Adesso che l'oste era dietro al banco intento a versare il vino lo guardai. Notai per prima cosa il suo naso leggermente aquilino. Anch'io l'ho di quella forma e mi venne fatto di toccarmelo, ma subito ritrassi la mano per posarla sul tavolo. L'oste era stempiato, tuttavia non doveva avere più di quarant'anni; teneva la bocca socchiusa come per un lieve sorriso. Venne al tavolo a posare il quartino e il bicchiere. «Eccolo servito» disse con quella voce stridula, poi se ne tornò dietro al banco e vi si appoggiò con gli avambracci, tutto curvo in avanti, rivolto verso il gruppo dei tre uomini per prendere parte ai loro discorsi.
Bevvi un sorso e continuai a guardarlo. Il cuore mi si era calmato, ora; anzi mi meravigliavo d'essermi agitato. Rividi mia madre nel letto che mi cercava la mano e me la stringeva. «Mario» mi sussurrava, «quando avrò finito di penare mi metterai il vestito nero con il collo di pizzo. È nel cassetto di fondo del mio comò. Voglio che sia tu a prenderlo fuori. Ricordati bene: prendilo fuori tu». Quell'insistenza s'era ripetuta ancora e mi aveva insospettito. Una sera, mentre mia madre si era assopita, avevo tirato il cassetto di fondo del comò e in mezzo al vestito nero avevo trovato la lettera: "per Mario, da aprire quando sarò morta". L'avevo letta in bagno, dieci giorni dopo, mentre mia zia e l'infermiera mettevano a mia madre il vestito nero con il collo di pizzo. "Credo d'avere il dovere di dirti la verità che ti abbiamo sempre nascosto: Rino non è tuo padre. È un cuore d'oro, buono come il pane buono, e tu lo sai bene. Mi ha conosciuta quando io avevo già te, da un anno, e sposandomi ti ha dato il suo cognome. Tuo padre vero è Amerigo Martinelli e abita in via della Vigna 45...".
Bevevo a piccole sorsate e non toglievo gli occhi dall'oste che stava ridacchiando con i tre avventori. Parlavano di un tale che, tornato a casa ubriaco, aveva dovuto trascorrere il resto della notte sul pianerottolo perché la moglie non gli aveva aperto. Una storia banalissima, da concludere in cinque parole. Loro invece ne stavano parlando diffusamente e continuavano a riderci sopra come se fosse una vicenda davvero comica e interessante. Cercavo di non sentire le loro voci, socchiudevo gli occhi e pensavo con intensità alle parole della lettera e all'espressione di mia madre quando m'invitava con aria densa di significati a togliere dal cassetto il vestito nero. "È mio padre, questo" mi dicevo e poi riaprivo gli occhi a guardare fissamente il profilo dell'oste. Ma questo pensiero non mi suscitava dentro alcun sentimento. Non sapevo nemmeno trovare una differenza fra l'oste e gli altri tre seduti al tavolo coi quali parlava: erano tutti uomini sulla stessa età, vestiti piuttosto neglettamente. "Ma è mio padre" insistevo a pensare. Niente: lo trovavo diverso solo perché stava dietro al banco e gli altri erano seduti al tavolo; diverso perché se si fosse drizzato avrebbe mostrato un grembiule biancastro, sporco, trattenuto da una fettuccia che gli girava intorno al collo. "È mio padre" mi ripetevo.
Il pensiero mi ricordò invece Rino, Rino Lovatti, quello che mi aveva dato il suo cognome, quello che per venti anni avevo creduto mio padre vero. Adesso, certo, stava in piedi davanti al tornio e fra un'ora avrebbe finito il lavoro, sarebbe tornato a casa. Dopo cena si sarebbe seduto in poltrona davanti alla televisione, con un gomito appoggiato al bracciolo e il palmo della mano alla guancia, non tanto per guardare quanto per pensare. Stava lì immobile come se seguisse la trasmissione, invece teneva gli occhi bassi, al tavolino di supporto dell'apparecchio. Per lui era come se lo schermo fosse spento, non vibrassero suoni e voci. Questo accadeva da quando era morta mia madre. Serate angosciose, per lui e per me che gli stavo accanto. Ogni tanto apriva bocca per dire: «Ma». Nient'altro. E in quelle desolate esclamazioni c'era tutto il rimpianto di ciò che noi avevamo perduto, c'era l'amore e il dolore per lei, mia madre, che non c'era più.
Mi ricordai di lui com'era tre anni prima, a Natale. La sera della vigilia, rincasando in motorino, era stato travolto da una automobile e l'avevano portato all'ospedale svenuto e sanguinante. Per tutto il giorno dopo era rimasto in preda allo choc e ci guardava senza dimostrare di conoscerci. Aveva un braccio spezzato e la testa fasciata per una larga ferita alla fronte. Piano piano nei giorni che seguirono incominciò a riprendersi. Due settimane dopo era già a casa, con il braccio ingessato, ma allegro. Trascorrevamo lunghe ore, di sera, tutti e tre seduti intorno alla tavola a chiacchierare. La ritrovata possibilità di restare così riuniti, dopo il pericolo e il timore di perderlo, ci sembravano un dono nuovo del quale prima non avevamo mai saputo apprezzare il valore. Non ci importava dei programmi della televisione, preferivamo discorrere tranquilli, senza distrazione, per sentirci vicini, uniti.
Dal retrobottega venne una donna piccola, grassa, coi capelli grigi, le maniche rimboccate e un grembiule bigio. Si infilò tra il banco e batté il dorso della mano su di un braccio dell'oste: «Dammi della moneta» disse. Era certo la moglie che veniva dall'altra bottega. L'oste non le dette retta e continuò a parlare coi tre clienti. «Spòstati, perdiana» gridò la donna e passò a forza per andare ad aprire il cassetto. L'oste ora stava ritto contro lo scaffale, sullo sfondo delle bottiglie, in attesa che la moglie tornasse ad uscire. Rideva con un riso stridente che pareva saltellare per lo stanzone semivuoto. «Starete a vedere quante gare vincerà, quest'anno» diceva. Parlava di qualche campione della bicicletta. «Starete a vedere» ripeteva e ancora rideva. Non potei continuare a guardarlo. Sentii improvviso il desiderio di andare davanti all'oste, di prenderlo per le spalle e scuoterlo perché smettesse di ridere, ma non mi mossi. Gli ripiantai gli occhi addosso e glieli tenni fissi, ma lui non se ne accorgeva.
Il discorso delle corse ciclistiche mi riportò alla mente una domenica estiva di sei o sette anni prima. Ero a letto con la febbre alta, nella strada la gente gridava perché passavano i corridori e nella stanza semibuia, al fondo del letto, mia madre e mio padre in silenzio mi ascoltavano battere i denti. Restai malato per un mese. Mio padre in quel tempo non aveva lavoro e girava per le officine a cercare un posto; tornando a casa veniva a sedersi in fondo al letto e si lamentava della mutua perché non passava le medicine. Era stata un'estate brutta, quella, indimenticabile. Ma l'oste tutte queste cose non le poteva sapere e continuava a ridacchiare; per lui le gare in bicicletta erano soltanto legate a nomi di corridori, quelli che avevano vinto e quelli che avrebbero potuto vincere. Continuavo a guardarlo: stava vuotando da bere ai tre uomini. Era grassottello, forse la sua pelle era anche unta perché appariva lucida. Certo con la salumeria sotto mano doveva sempre aver mangiato bene, senza economie.
E Rino, che cosa avrebbe mangiato stasera? Si sarebbe messo a sedere come al solito davanti alla tivù e sarebbe rimasto lì senza guardarla a farsi sorprendere dal buio, non avrebbe mangiato niente se non fossi andato io a preparargli qualcosa e a insistere perché mangiasse. Pensai al salume: avrei potuto comperare dell'affettato per risolvere con facilità il problema della cena per entrambi. Il pensiero mi era corso alla bottega accanto, ma immaginai che l'oste passasse di là per servirmi. No, sarei andato a comperarlo altrove, lontano di lì, vicino a casa mia. Un affettato incartato da altre mani, che non mi ricordasse niente.

A momenti mio padre sarebbe uscito dall'officina. Era tardi, volevo essere a casa per il suo ritorno. «Babbo» gli avrei detto, «stasera preparo io la cena, prova a indovinare cos'ho comperato». Non gli avrei permesso di rimanere davanti alla televisione a covare pensieri grevi, gli avrei parlato, l'avrei fatto parlare. «Oste» chiamai forte, «quant'è?» L'oste disse il prezzo e venne a prendere la moneta. E io uscii in fretta, dimenticandomi di dare la buonasera.

mercoledì 5 agosto 2015

L'anguria

Una giornata molto piena, su e giù per paesi dell'Emilia a visitare sportelli bancari, a discutere con i direttori dei problemi che la banca deve affrontare in tempo di crisi. Ma il suo incarico ispettivo è di soddisfazione; e altro piacere gli viene dal poter viaggiare su questa automobile veramente confortevole. Era da tempo che ne desiderava una con il condizionatore. Adesso ce l'ha e può constatare che il caldo, mentre guida, non è più un problema. Siamo nel pieno d'agosto: se avesse viaggiato con la vettura che aveva prima, oggi avrebbe bagnato le classiche sette camicie e invece è fresco e riposato, per nulla preoccupato di dover affrontare, adesso che è sera, tanti altri chilometri per attraversare l'Appennino. L'ha da appena un mese questa auto: è di seconda mano, con un anno di vita e cinquantamila chilometri. Sembrano tanti, ma per una vettura di questo tipo, tedesca e di gran marca, non sono nulla. Con questi motori, dice chi se ne intende, si possono fare anche trecentomila chilometri prima di revisionarli.
È venerdì, inizio del fine settimana. Il viaggio che il dott. Sisto Verzuoli sta per affrontare come appendice al lavoro della giornata è motivo di ulteriore soddisfazione perché lo porterà sulla spiaggia della Versilia dove sono in vacanza sua moglie e i due bambini. Godrà di due giorni di intensa, lieta partecipazione alla vita familiare, per poi riprendere servizio in attesa delle ferie che gli toccheranno in settembre. Il percorso che sta affrontando è per lui di particolare interesse. Sul primo tratto appenninico, da Maranello all'Abetone, lo aveva portato in gita molti anni fa, quando era ancora ragazzo, suo padre, desideroso di rivedere i luoghi dove aveva combattuto la guerra partigiana. Con l'inoltrarsi della sera il buio non gli consentirà di ammirare il paesaggio, ma gli fa piacere ugualmente sapere che su questo territorio il suo caro papà - che purtroppo non c'è più, morto da un anno - aveva vissuto un periodo tra i più incisivi della sua vita, per i pericoli, le paure e le speranze.
Ora, con la pianura ormai alle spalle, la strada incomincia a salire e la collina presenta le sue quinte successive che sfumano nella bruma. Qua e là si vedono le chiazze bianche dei calanchi, avvallamenti classici di questa zona di terra argillosa che, corrosa dalla pioggia e dal vento, si denuda di ogni vegetazione offrendo alla vista dirupi scoscesi e rugosi. Verzuoli è attento alla strada ma riesce anche a dare rapide occhiate al paesaggio; può rallegrarsi constatando che il buio della notte non avanza, contrastato dalla luminosità della luna che è alta e piena. Benissimo: proprio un viaggio di grande piacevolezza. Tra l'altro c'è un traffico scarso, lui può ammirare la suggestiva scenografia che lo circonda e anche ripensare ai racconti che gli aveva fatto suo padre durante quella lontana gita. Una notte, mentre in pattuglia attraversavano la statale per passare da una vallata a un'altra, erano stati sorpresi dai fari di un camion sbucato da una curva. Era carico di soldati tedeschi, che avevano incominciato a sparare prima ancora che l'automezzo si arrestasse. I partigiani si erano sparsi alla ricerca di ripari da dove avevano risposto al fuoco; lo scontro era durato una ventina di minuti, poi i tedeschi erano ripartiti e da entrambe le parti non c'erano state perdite.
L'auto fila via liscia, silenziosa, il motore è dolce, sensibilissimo al lieve tocco sull'acceleratore. Ma poi, d'improvviso, che cosa succede? Un colpo secco, sotto il cofano, qualche secondo di sferragliamento e infine più nulla. Il motore s'è arrestato e anche la vettura, per la salita, si ferma in fretta. Accidenti, dice fra sé, esterrefatto, Verzuoli. Ripensa ai rumori uditi e gli sovviene che possa essersi rotta una catena. La catena della distribuzione? Se esiste: non lo sa, non se ne intende. Quello che sa è che è rimasto in panne. Infatti prova un po’ di volte a far girare il motorino d'avviamento ma il motore si rifiuta di ripartire. La tanto decantata vettura, eccezionale per la marca e la nazionalità, capace dei trecentomila chilometri, l'ha piantato in mezzo alla montagna, una terra che fino a qualche minuto fa gli era simpatica e cara e che adesso già vede come un odioso luogo di angustie. Che fare? Intanto bisogna sfruttare la strada in pendenza e lasciare andare un po' indietro l'auto per metterla al sicuro sullo spiazzo che poco prima aveva notato a lato della strada. Poi dovrà telefonare all'ACI, sempre che l'ACI a quest'ora faccia servizio, per chiedere l'intervento di un carro attrezzi. Ma dove trovare un telefono? Perché è senza cellulare: ha una carta ricaricabile, proprio oggi ha scoperto che malauguratamente gli è finito il credito e non ha avuto il tempo per provvedere.
Dunque, eccolo qui Sisto Verzuoli, all'inizio della notte, su una strada dell’Appennino, praticamente come nel deserto, di fianco a un'auto che non va più e con tanti chilometri ancora da fare. E il brutto è che non passa quasi nessuno; sembra impossibile, d'agosto, in epoca di vacanze. Arriva un motociclista, inutile fargli cenno; poi un'auto che lo illumina e lui alza una mano con gesto timido, con risultato nullo. In dieci minuti transitano sei vetture e un camion, tre in salita e quattro in discesa, ma dei conducenti non uno che risponda alla sua richiesta. È preoccupato. Bisogna decidersi: farà altri tentativi per cinque minuti, poi s'incamminerà in discesa per arrivare fino a Maranello che dista, forse, sei o sette chilometri.
E così, dopo altre vane richieste ad automobilisti frettolosi e insensibili, chiude l'auto e incomincia a scendere. Dopo pochi passi sente le prime gocce. Un lampo, poi il tuono. C’è la luna, bella, limpida, ma in giro si vedono anche nuvole nere, certamente è in arrivo un temporale, così dovrà anche bagnarsi: una sera proprio scalognata. Due minuti e poi vede arrivare un camioncino carico di rottami di ferro; si volta e prontamente alza il braccio, l’automezzo si ferma.
«Per favore» dice Verzuoli rivolgendosi al conducente, «potrebbe aiutarmi? Il mio cellulare non funziona e devo chiedere l'intervento di un carro attrezzi». Alla guida c'è un uomo magro, dalla faccia scavata, i capelli bianchi, ma forse ancora abbastanza giovane. Ascolta e tace, è come soprappensiero. Infine risponde: «Io non ho un cellulare. Stavo scendendo ma, visto che si sta mettendo a piovere, tutto sommato è meglio se cambio programma: torno a casa, e lei telefona dal mio fisso». Gli apre lo sportello di destra e lo fa salire. «Stavo andando a Maranello, nel giardino di un mio amico, un calzolaio, per mangiare con lui l’anguria che è lì tra i suoi piedi; invece la mangerò con mia moglie mentre lei telefona».
«È molto gentile, mi scuso per il disturbo».
«No, va bene così, non si preoccupi» dice l'uomo. E aggiunge: «Questo camioncino ha più anni lui dei rottami caricati nel cassone». Verzuoli cerca di sistemarsi sul sedile ma ha difficoltà a trovare il posto per i piedi. «Adesso giriamo e attacchiamo con calma la salita. Lei si metta l’anguria tra le gambe così la tiene ferma. Attento che c’è anche il coltello. Ah, si è già sistemato? Bene, allora andiamo».
Avvia il motore, partono in salita. Dice il ferravecchi: «È brutto rimanere a piedi in mezzo a una strada, lo so bene: questo mio vecchio trabiccolo mi ci ha lasciato più di una volta». Verzuoli ringrazia ancora, poi aggiunge: «Non è serata buona neanche per lei; sarebbe stato piacevole mangiare l'anguria nel fresco della sera con un amico».
La strada continua a salire, poi c'è un bel tratto pianeggiante e il motore dimostra di rallegrarsene schiarendo un po' il suo rombo roco. Ai lati della statale ogni tanto si incontra un gruppetto di case o una villa isolata.
«Tra poco arriviamo. Vede sulla destra quella chiazza chiara del calanco? La mia casa è là sotto. C'è una valletta con un bello spiazzo che io ho occupato con il deposito dei rottami di ferro. Una volta al mese viene un camion con la gru e il camionista si fa il carico da solo. L'unico problema è che la stradina è stretta. Per il resto va tutto bene: bisogna accontentarsi, anche tenendo conto che la casa è abusiva. Se l'era fatta un muratore, anni fa, lavorando il sabato e la domenica; alla fine ha cambiato idea e me l'ha ceduta per poco. Ho avuto un po' di grane, il tetto è basso e manca la grondaia; però è sicura perché le finestre sono protette da inferriate».
Sono arrivati. ll ferravecchi scende e va, nel pieno della luce dei fanali, ad aprire la porta. Verzuoli lo guarda: è allampanato, indossa jeans sporchi e stracciati e una canottiera gialla, pure vistosamente macchiata. Mentre spinge l'uscio si volta verso il camioncino e dice qualcosa a proposito dell'anguria, che è da portar dentro, e altre parole che Verzuoli non capisce perché è distratto e impressionato dalla vista del suo sguardo alla luce dei fari: gli occhi sono neri, penetranti e duri, con un'espressione assolutamente incongruente con il carattere che egli si era figurato ascoltando i bonari accenni all'anguria e all'amicizia con il calzolaio. Una spiacevole sorpresa per Verzuoli che istintivamente si guarda intorno come se cercasse un conforto, ma dalla vista di quel paesaggio brullo, spettrale sotto il poco di luce lunare che è rimasta, ottiene solo un ulteriore senso di disagio.
L'uomo si avvicina a Verzuoli che è sceso e sta di fianco allo sportello ancora aperto. Si china all'interno della cabina e si risolleva tenendo fra gli avambracci la grossa anguria. Dice: «Per favore, lei prenda il coltello. Attento però, lo afferri per il manico perché la lama è tagliente. Poi entriamo».
E così fa Verzuoli. Si raddrizza con il coltello in mano e si gira per seguire l'uomo che sta entrando. Il contatto con l'oggetto gli dà una sensazione spiacevole perché sente il manico umido, appiccicaticcio. Entrano. È una cucina con al centro il tavolo, sulla destra una credenza, sulla sinistra i fornelli con la bombola, l'acquaio senza rubinetto con un secchio appeso a un gancio. Di fronte alla porta di ingresso c'è un altro uscio.
«Posi il coltello sulla tavola» dice il ferravecchi mentre depone l'anguria nel lavello. «Il telefono è nella camera sul comodino; c'è anche la guida. Prego, s'accomodi» e gli fa cenno di avviarsi mentre lui apre la credenza per tirar fuori i piatti. Verzuoli esita, l'occhio gli è caduto sulla lama del coltello che è stretta e lunga e sembra macchiata, come se l'anguria fosse già stata tagliata; poi apre l’uscio della camera, è illuminata con la fioca luce di una lampadina che penzola al centro del soffitto: si vede, di fronte alla porta, una parte del letto.
«Prego, prego» insiste l'uomo, e allunga il braccio nella direzione della stanza per far entrare l'ospite; poi improvvisamente retrocede d'un passo e chiude la porta. Verzuoli non se ne accorge perché sta cercando con uno sguardo panoramico il comodino. Non lo vede e intanto sente alle sue spalle scattare una serratura. Si gira allarmato e afferra la maniglia deciso ad uscire perché di quella casa e di quell'uomo ne ha abbastanza. Ma la porta è bloccata.
«Apra, apra» grida. «Che cosa fa, è impazzito?» Batte i pugni sull'uscio, ma l'uomo non risponde. Verzuoli si porta le mani al capo. C'è la finestra, aperta sulla notte, ma con l'inferriata. E il telefono, c'è o non c'è? Non si vede. Va verso l'altro lato del letto per cercare meglio ma, come arriva al fondo, una visione lo blocca: vede spuntare, distesi sul pavimento, due piedi scalzi. Si lascia sfuggire «Dio, Dio!» Esita un momento ma poi si fa coraggio, perché vuole sapere fino a che punto è orribile questa verità nella quale è precipitato. I piedi sono di una donna, evidentemente la moglie del ferravecchi, con la gola squarciata; una pozza di sangue si è allargata sulle mattonelle. Grida «Apri, apri, vigliacco, assassino, apri, apri!» Si avventa contro la porta, la percuote con pugni e calci. Va alla finestra, urla, impreca. Ma fuori c'è solo silenzio. E là di fronte una parete di montagna che gli pare mostruosa.

Il ferravecchi è dentro al camioncino col cellulare in mano. Dice concitatamente: «Maresciallo, che tragedia, me l'hanno ammazzata, la mia povera moglie, me l'hanno sgozzata. Quando sono arrivato l'assassino aveva ancora il coltello in mano e sono riuscito a disarmarlo e a chiuderlo nella camera. È là che grida, corra subito a prenderlo, prima che abbatta la porta e scappi. Che tragedia, maresciallo. Corra, corra».

lunedì 18 maggio 2015

L'aquilone

La villa sorgeva a fianco di una via stretta tra due siepi e bianca di polvere sulla quale di rado passava gente perché dava accesso, oltre a questa costruzione, a un'unica cascina che era cento metri più avanti. Vi transitavano qualche volta i contadini, con l'auto per andare in paese, o con il trattore che trainava un carro per raggiungere i campi al di là della strada provinciale sulla quale sfociava. La villa dava ben poco movimento e solo d'estate, quand'era abitata: il cancello, comandato elettronicamente, s'apriva al mattino per far passare la macchina dell'avvocato che andava in città, al lavoro, e tornava ad aprirsi la sera al suo rientro. Per Roberto, che aveva cinque anni, l'uscita e l'arrivo della macchina del padre erano due avvenimenti importanti della giornata: al mattino assisteva alla partenza per vedere la polvere che si sollevava dietro le ruote; e rimaneva a lungo a guardare oltre le sbarre del cancello la nuvola bianca che a poco a poco si diradava. La sera attendeva sullo spiazzo davanti a casa con l'orecchio attento al rombo del motore dell'auto. E quando il padre scendeva gli si gettava fra le braccia con gridolini di gioia.
Le giornate di Roberto erano lunghissime e solitarie. In casa c'era sua madre, ma stava quasi sempre chiusa in camera: non riusciva a riprendersi dal dolore per la perdita del secondo figlio, più giovane di un anno, che era morto tre mesi prima, dopo una malattia durata pochi giorni. La famiglia si era trasferita in campagna tre settimane dopo il funerale; l'avvocato sperava che l'ambiente diverso aiutasse la moglie a superare quel periodo di angoscia, ma ogni sera, al ritorno, la ritrovava sempre uguale.
Ad alleviare il senso di vuoto che pesava intorno a Roberto c'era, fortunatamente, Luciano, uno dei figli del contadino. Aveva otto anni e arrivava nel giardino passando attraverso i campi e poi varcando un cancelletto tenuto chiuso soltanto con un gancio di ferro. Luciano si intratteneva anche due o tre ore, a volte sia al mattino che al pomeriggio. I due bambini trascorrevano il loro tempo perlustrando ogni angolo dell'area intorno alla villa, delimitata da una rete metallica e nella quale si alternavano spazi erbosi, aiuole di fiori e gruppi arborei. Conoscevano gli alberi con i nidi di uccelli, i formicai, le tane delle talpe, i punti in cui cresceva l'ortica, sapevano in quali ore del giorno gli uccellini portavano il cibo ai loro piccoli, in quali momenti le formiche uscivano in fila indiana a percorrere il dedalo delle loro strade in cerca di cibo.
Oltre la rete c'era la campagna: una fascia di prati larga forse duecento metri, piatta, verde, invitante; e oltre i prati il pioppeto, come una muraglia grigia alla base e verde scuro in alto, stagliata contro il cielo. Roberto non era mai andato fino al pioppeto. Sua madre non gli aveva mai permesso di passare al di là del recinto, eccetto una volta, l'estate precedente, quando gli aveva consentito di andare con Luciano a raccogliere papaveri nel prato, ma lei lo aveva sorvegliato in continuazione appoggiandosi alla rete con le mani. In questa estate, sempre chiusa nel suo dolore, non lo controllava con lo sguardo, si limitava a fargli delle raccomandazioni generiche quando usciva dalla villa:
«Fai a modo, non ti sporcare, non ti allontanare».
Roberto avvertiva questo mutamento nel carattere della madre e intuiva che era legato alla scomparsa del fratellino; la maggiore libertà di cui godeva gli pesava con una sensazione sgradevole di tristezza. Solo la presenza di Luciano gli cancellava queste ombre scure ridando serenità al suo animo. Luciano, invece, che già da solo camminava per la campagna, era stato nel pioppeto più di una volta con il padre, a controllare la crescita dei pioppi. E quelle sue visite raccontava all'amico descrivendo particolari in parte reali e in parte fantasiosi, sicché Roberto, che ascoltava affascinato, si faceva l'idea che la barriera del pioppeto fosse il limite di un altro mondo, lontanissimo, irraggiungibile, meraviglioso.
Un giorno i due bambini scoprirono un gioco nuovo: l'aquilone. Su un giornalino per ragazzi ne avevano visto uno disegnato e Luciano aveva anche letto le istruzioni per costruirlo. Si erano messi sulla ghiaietta davanti alla villa, con un pacco di giornali e una boccetta di colla. A sera, quando il cancello si era aperto per lasciare entrare la macchina dell'avvocato, erano ancora intenti al loro lavoro, stavano per ultimare la coda. Il padre di Roberto portò l'auto in garage poi andò vicino ai due bimbi e si mise a ridere. Disse che quel congegno non avrebbe mai volato, la carta era troppo fragile e poi doveva essere sorretto da leggere cannucce, la coda andava costruita a catena, con tanti anelli uno dentro l'altro. I bambini erano rimasti mortificati, Roberto stava per piangere. Suo padre l'aveva accarezzato:
«Domani sera», aveva detto, «porterò a casa la carta e il filo che vanno bene e poi dopodomani, che è sabato, io stesso vi costruirò l'aquilone».
Il venerdì era stata una giornata ancora più lunga delle altre, interminabile per Roberto. Alla fine l'avvocato era tornato e non si era dimenticato della carta e delle altre cose necessarie. La carta era rossa, sottile e dura, che a toccarla con le dita faceva un rumore secco. Roberto aveva battuto le mani per la gioia; la sera era andato a dormire presto, come se, in tal modo, avesse potuto anticipare l'arrivo del mattino destinato alla costruzione dell'aquilone. E invece s'era svegliato tardi, quando il sole era già alto da tempo, e uscendo nello spiazzo dietro la casa aveva trovato il padre già avanti nel lavoro, assistito da Luciano. Stava nascendo la coda, fatta con la stessa carta, rossa e rigida: gli anelli partivano dai due angoli di fondo dell'aquilone in due segmenti di catena che si congiungevano a un mezzo metro di distanza e poi ancora continuavano con un tratto unico e centrale di pari lunghezza. Nel corpo dell'aquilone, tra i due strati di carta sovrapposti, si intravedevano i due pezzi di canna ad X che costituivano la sua ossatura. Roberto guardava incantato nascere il giocattolo, ogni tanto chiedeva:
«Sei sicuro, babbo, che volerà? E andrà molto in alto?»
«Se ci sarà un po' di vento volerà» rispondeva suo padre; «e volerà alto, perché ho un lungo gomitolo di filo».
Finalmente l'aquilone fu pronto. «Andiamo nel prato» disse l'avvocato, «là potremo correre senza inciampi». I bambini l'aiutarono a portare l'aquilone: lo reggevano con mani delicate come se fosse qualcosa di estremamente prezioso. Varcarono il piccolo cancello che dava sui campi. La distesa verde si allargava tutt'attorno, chiusa, in fondo, dal giro chiaro e verde scuro del pioppeto. Roberto lanciò alcune piccole grida di gioia e batté i piedi non potendo battere le mani impegnate.
«Adesso vola» gridò. «Che bello!»
Il padre srotolò qualche metro di filo poi, tenendo il gomitolo in mano, si mise a correre, subito seguito dai bambini. L'aquilone dapprima strisciò a terra, poi, per un urto contro una asperità, fece un balzo, s'impennò, s'alzò di un metro, andò avanti così per un poco; e intanto l'avvocato continuava a correre e i bambini lo seguivano. L'aquilone si alzava di più, i bimbi dovevano girare la testa verso l'alto per tenerlo d'occhio. Ecco, saliva, saliva e l'avvocato continuava a srotolare il gomitolo, a concedergli filo.
Ora l'avvocato aveva rallentato la corsa, andava quasi al passo e l'aquilone continuava a stare alto e ad ondeggiare lieve al soffio del vento.
«Come è bello» esclamava Roberto, «come è bello!» Luciano si fece vicino all'avvocato, alzò la mano:
«Io» disse, «lo faccio andare io». L'avvocato gli passò l'estremità della corda. Il ragazzino l'afferrò, ma solo per un attimo: subito gli sfuggì ed egli si fermò, immobile, con il braccio ancora teso in alto.
«Cos'hai fatto!?» gridò l'avvocato. Roberto non si era reso conto, sul momento, di quello che era accaduto. Restava stupito a guardare l'aquilone che sempre saliva e diventava piccolo, ancora più piccolo. Lo capì tutt'a un tratto e si mise a piangere, disperato. Suo padre lo prese in braccio, s'avviò verso il cancello che riportava alla villa.
«Te ne farò un altro».
«No, io voglio quello».
«Quello non si può avere».
«Perché, dov'è andato?»
«È andato in cielo, in paradiso». Il bambino smise di piangere, chiese ancora: «In paradiso, dove c'è il mio fratellino?»
«Sì, è andato da Ginetto, Ginetto giocherà con il tuo aquilone».
L'avvocato si era seduto su una panchina, a fianco di una aiuola di viole. Il bimbo stava in abbandono fra le sue braccia, con la testa appoggiata alla sua spalla. Taceva. Ricordava il fratellino, l'agitazione che c'era in casa nei giorni della sua malattia, il medico, un uomo alto e sottile con una borsa sempre in mano, che veniva anche due o tre volte nella stessa giornata, i pianti della madre. Poi, una sera. Ginetto, avvolto in una coperta, era stato portato via con un'ambulanza. Ma il giorno dopo la mamma, tornata dall'ospedale, lo aveva abbracciato a lungo, stretto stretto, e poi si era messa a piangere. Tra i singhiozzi diceva: «È morto, Ginetto è morto».
«Come farà, Ginetto, a giocare con l'aquilone?» chiese il bambino girandosi a guardare il padre. Lui volse gli occhi in alto:
«Ginetto è leggero, bello, candido» disse lentamente, scandendo le parole: «nel cielo volerà fra le nuvole e gli angeli, tenendo con la manina il filo e l'aquilone lo seguirà ovunque egli vorrà». Roberto era lontano, ora, dal pianto. Disse:
«Se è vero che l'aquilone è andato in paradiso da Ginetto, sono contento». Quella sera il bambino si addormentò pensando alla morte, era una cosa bella, lieve, luminosa; e continuò a sognare aquiloni che volavano fra angeli e nubi candide, trasparenti. Nel profondo sonno il bambino non sentiva il temporale che si stava abbattendo con scrosci d'acqua e fulmini sulla campagna.


Due giorni dopo, nel pomeriggio, in giardino, Luciano lo chiamò in disparte, dietro una quercia, come se dovesse ordire un complotto. E infatti doveva proporgli qualcosa di illecito. Disse:
«Mio padre ha raccontato che il pioppeto è allagato: la pioggia dell'altra notte s'è fermata a terra, ha coperto l'erba, le piante sembra che nascano dal mare». Esitò un momento poi propose, con decisione: «Andiamo a vedere». Roberto sporse la testa oltre il tronco per guardare verso la villa. Luciano fu pronto a trattenerlo: «Non ci pensare, a tua madre, facciamo una corsa e poi torniamo». Il bambino si sentì battere il cuore con violenza, per l'emozione: il pioppeto era un sogno mai raggiunto; ed ora le piante nascevano dall'acqua, uno spettacolo ancora più attraente. Disse:
«Sì, vengo». Partirono di corsa, superarono il cancelletto, furono nei prati. I loro piedi quasi affondavano nel terreno molle, l'erba era fradicia e qua e là c'erano invisibili pozzanghere d'acqua che schizzava in alto, sui loro corpi, sotto la pressione dei piedi in corsa. Ma ormai avevano deciso e sarebbero andati fin alla mèta.
La barriera dei pioppi si avvicinava, il grigio dei tronchi diventava più chiaro, anche il verde delle fronde era meno scuro. I pioppi erano alti, Roberto non immaginava che fossero tanto alti; più si avvicinava, più li vedeva diventare alti. Ormai distavano poche decine di metri. Ecco, già si vedeva il luccicare dell'acqua. I due bambini si fermarono, ansanti, ad ammirare la scena, poi ripresero a camminare, adagio. I piedi affondavano sempre più nel fango che sotto le scarpe gemeva in suoni spenti. Il lago incominciava un po' oltre i primi pioppi. I bambini avanzarono ancora, cauti. A un tratto Luciano gridò:
«Guarda» e puntò il dito da una parte.
A terra, proprio sul limitare dell'allagamento, in parte intriso di fango e in parte coperto dall'acqua, stava l'aquilone. Era ancora rosso, ma strappato, accartocciato, sporco: un brandello di catena della coda galleggiava sull'acqua. Roberto era rimasto immobile, non sapeva staccare gli occhi da quei miseri resti. A Luciano, che lo guardava stupito, disse:
«Ma allora non è andato in paradiso?» Volse gli occhi intorno, gli sembrava che dovesse esserci, di fianco a qualche pioppo, nel fango, anche il corpo di suo fratello. Si mise a piangere, a dirotto.