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lunedì 1 febbraio 2016

La salsiccia del ciabattino

I calzolai col deschetto che facevano le risuolature, o anche soltanto rattoppavano la tomaia con una piccola cucitura, oggi sono praticamente introvabili. A cercare una di queste botteghe quasi sempre si gira a vuoto. Il diffondersi dell'industrializzazione ha di fatto cancellato le riparazioni, rendendo più conveniente l’oggetto nuovo; e così a poco a poco va scomparendo l’artigianato. Come i calzolai, appunto. Ce n’erano di bravissimi, che un piede, dopo averlo ben misurato, sapevano calzarlo alla perfezione. I più si limitavano alle riparazioni e anche tra questi c’erano diversi livelli di bravura: in genere i migliori erano in città, con una clientela esigente, mentre nelle campagne i ciabattini, avendo per le mani soprattutto zoccoli, sapevano più piantar chiodi che lavorare di trincetto. Di questi ne ricordo uno, negli anni trenta, nella Bassa modenese. Si chiamava Rigoni ma era conosciuto come Toppone, per le toppe che metteva nelle scarpe
In marzo, con le prime giornate tiepide, Rigoni portava fuori dalla cucina il deschetto e si metteva a lavorare in cortile. Il cortile era lungo e stretto: da una parte la fila di usci delle varie abitazioni, dall’altra un muro alto due piani, senza finestre. In fondo c’era una rete metallica e oltre la rete la campagna con i filari di olmi che reggevano le viti di Lambrusco. Sistemava il deschetto vicino alla rete, sempre nello stesso posto.
Usciva a lavorare fuori il più presto possibile, ai primi accenni di primavera, per sfuggire al baccano che gli facevano intorno i figli. Ne aveva dieci, la più grande contava quattordici anni, il più piccolo pochi mesi. E tutti stavano nella cucina che era abbastanza grande per farci da mangiare, ma molto piccola per viverci tutto il giorno in due adulti e dieci ragazzi, e soprattutto per lavorarci.
La moglie di Rigoni, alta, magra, sempre vestita di nero, con un fazzoletto nero in testa, aveva sempre un’aria trasognata. sembrava che stese chiedendosi se esisteva o no. I ragazzi le saltavano addosso mentre era seduta a rammendare o a far la calza e lei nemmeno se ne accorgeva, tutt’al più si metteva a lavorare di sbieco per scansarli. Rigoni invece si spazientiva per quel frastuono e quando il clamore si faceva proprio insopportabile gridava: «Basta, basta, vado via, vado in Africa». Si era alla vigilia della guerra in Abissinia e ogni tanto qualcuno del paese partiva volontario. L’Africa in quel tempo sembrava un miraggio che avrebbe potuto risolvere tanti problemi che gravavano sulla gente, per la disoccupazione e la miseria. «Vado in Africa, vado in Africa» ripeteva, ma si sentiva dalla sua voce che fingeva solo di essere arrabbiato e che in Africa, di sua volontà, non ci sarebbe mai andato. Quella masnada di figli, pur chiassosi e turbolenti, erano il suo mondo dal quale non avrebbe potuto separarsi. Quando proprio non ne poteva più gridava: «Tutti su, in camera». La camera era l’unica dell’abitazione, stava sopra la cucina ed era disseminata di pagliericci. Ma dopo un poco si pentiva, li faceva ridiscendere perché aveva paura che qualcuno, nella foga dei giochi, saltasse giù dalla finestra.
Il calzolaio Rigoni lavorava dodici, anche quattordici ore al giorno, incominciava con le prime luci dell’alba e smetteva quando non ci si vedeva più. Sgobbava tanto, ma guadagnava poco perché, com’era molta la sua buona volontà, così era scarsa la sua abilità. Non ne aveva colpa. Il mestiere del ciabattino l’aveva imparato da sé, aggiustando le scarpe dei suoi quindici fratelli, d’inverno, nella stalla. Sposandosi e non avendo voglia di lavorare nei campi, era uscito di famiglia e aveva messo su il deschetto. In paese, viste le sue esecuzioni, gli avevano affibbiato quel soprannome. Ma i suoi erano tutti clienti che andavano da lui solo per riparazioni grossolane: una pezza, due chiodi, una cucitura; per le scarpe nuove e le risolature andavano dagli altri tre calzolai del paese.
Conosceva i suoi limiti e non si lamentava di niente, nemmeno d’essere chiamato Toppone, e di dover lavorare tante ore per guadagnare poco più che la polenta per tutti i suoi figli. Era, anzi, sempre molto allegro. In cucina o nel cortile teneva al suo fianco una sedia, pronta per far sedere l’eventuale cliente. Chi portava un paio di zoccoli o di ciabatte doveva per forza mettersi a sedere, almeno due minuti, a scambiare qualche chiacchiera con lui. E tutti sostavano contenti perché a stare con Rigoni c’era da fare buon sangue. «Argia» gridava alla moglie, «metti a friggere un metro di salsiccia, ché il signore fa uno spuntino con noi». La moglie non alzava nemmeno la testa a quel finto ordine, ormai l’aveva udito migliaia di volte, perché Rigoni parlava molto di salsiccia. Magari insisteva, fingendosi impermalito: «Non crede che le faccia friggere un metro di salsiccia. Ma lo sa che su, in camera da letto, appesi a due stanghe che vanno da muro a muro, ce ne ho tredici metri?»
I clienti ridevano, qualcuno lo stuzzicava per farsi descrivere volume, colore, sapore della sua salsiccia e Rigoni allora si metteva a creare il suo poema per la saporita carne insaccata. Ne parlava con un trasporto e una competenza da far venire l’acquolina in bocca anche a chi s’era appena alzato da tavola. Lì, seduto al deschetto, con le mani abbandonate e immote sulla suola di uno stivale scalcagnato, Rigoni si trasformava con la fantasia in un macellaio-conditore di carne suina, di quei beccai che, nel pieno dell’inverno, vanno di cascina in cascina per le campagne della Bassa emiliana a scannar maiali e sono pagati, elogiati, riveriti dai contadini che in quella operazione da mattatoio vedono quasi un rito. Così Rigoni tritava con parole sapienti e sentite la rossa carne, le infondeva il giusto aroma, l’insaccava dentro un interminabile budello che poi suddivideva in tanti rocchi lunghi una spanna. Il cliente sorrideva divertito e Rigoni continuava a parlare con fervore: stagionava la salsiccia, la friggeva per mangiarla spellata con la polenta o la metteva in umido con l’uva secca, con le uova, con i fagioloni bianchi. In quei momenti la sua eccitazione era tanta che forse sentiva davvero, lì in cucina o nel cortile, il profumo della salsiccia. Per ascoltarlo, smettevano di correre e di gridare anche i suoi ragazzi e l’Argia si svegliava dal suo torpore, rideva quasi inebetita, come se stesse per mettersi a tavola a mangiare il piatto che suo marito aveva preparato con tanta passione. Poi l’incanto finiva e Rigoni concludeva: «Allora ha capito: quando ha bisogno di uno che sappia cucinare qualche metro di salsiccia, venga da me».
Era il grande desiderio che lo faceva parlare in quel modo. Forse di salsiccia in casa sua, da quando era sposato, non se n’era mai mangiata. Parlava per le esperienze giovanili, di quand’era contadino, figlio di famiglia, e nella cascina, in febbraio, ammazzavano il maiale. A comperarla in bottega la salsiccia costava cara, era cibo da gente che aveva soldi; e lui, con tutti quei figli, la salsiccia avrebbe davvero dovuto portarla a casa a metri. Le bocche dei suoi ragazzi erano abituate al baccalà e alle salacche. Fra tanti figli che aveva ce n’era sempre uno che credeva ai tredici metri di salsiccia, pensava che fossero nascosti in qualche angolo della camera. E diceva alla mamma: «Ma se è così buona come dice il babbo, perché non ce ne dai un poco?»


Fu d’autunno che Rigoni s’ammalò. Si era accanito a restare a lavorare in cortile, nonostante il freddo. Si prese la polmonite. Alla fine della prima settimana di malattia ebbe una crisi, i vicini dicevano: «Toppone muore stanotte». Invece si riprese, per tre giorni andò migliorando, il pericolo sembrava superato, qualcuno fra i più amici andò a fargli visita. Era già allegro, come al solito. «Adesso è ancora presto, ma appena sto meglio faccio friggere un paio di metri di salsiccia per riabituare lo stomaco. Ce n’ho tredici metri, giù, in cucina» e strizzava l’occhio contento.
Poi, d’improvviso, la quarta notte dopo la crisi, morì. Fu una notizia dolorosa, per tutto il paese, perché gli volevano bene anche quelli che non erano suoi clienti e disprezzavano le sue capacità di ciabattino. Per il funerale il cortile si riempì di folla. Arrivarono anche dei fiori, una corona mandata da tutte le classi delle scuole elementari, perché ogni classe era frequentata da almeno uno dei figli. Mentre il parroco stava per benedire il feretro, arrivò la fioraia con un grande involto. Aveva un atteggiamento incerto, l’aria confusa. Porgendolo a uno dei presenti che le era più vicino, disse: «Non sono fiori, ma io non c’entro, me l’hanno consegnato con la preghiera di portarlo». Ci fu un momento di esitazione, tutti gli occhi erano su quel misterioso pacco. Anche il prete indugiò, poi fece segno di aprirlo.
Sì, non erano fiori: era salciccia, una lunghissima catena di rocchi disposta in circolo a formare una corona e in mezzo era posato un nastro azzurro con la scritta I SUOI 13 METRI. Si sentì un coro di oh oh e poi parole di stupore e ammirazione. Però non c’era tempo da perdere, la cerimonia doveva concludersi. La bara fu posta sul carro e sulla bara la corona degli alunni. E la salciccia? Nel silenzio ci fu un cercarsi di sguardi, il prete fece un cenno in direzione della cucina, ma una voce disse: «No, portiamola in corteo». «Sì, sì» ribatte una donna e subito alcuni incominciarono a sciogliere la corona di rocchi e ad allungarla, sicché in un attimo, di mano in mano, andò ad ornare la parte posteriore e i fianchi del carro, come in un abbraccio. Ci appiccicarono anche il nastro con I SUOI 13 METRI. Un vecchio commentò: «Come sarebbe contento Toppone, se potesse vedere».
Un funerale memorabile. In paese ne parlano ancora adesso, sebbene siano passati tanti decenni. Naturalmente la salciccia fu mangiata dalla vedova e dai dieci orfani. Ne fecero conto, come fosse un filone d’oro. Servì a sfamare la famiglia per più di un mese. Proprio sul finire degli ultimi rocchi Clotilde, che era la figlia maggiore, trovò da occuparsi in città come serva e un mese dopo fece una scappata a casa a portare il primo stipendio.
Non si era mai saputo chi aveva consegnato alla fioraia il pacco da portare al funerale di Rigoni.


martedì 21 luglio 2015

Furbo lui

Di questa vita Mario Rapuzzi non ne può più. La notte sempre in questo dormitorio, in mezzo a tanti altri disgraziati come lui; di giorno a pulire vetri ai semafori, in giro per la collina a chiedere di fare il giardiniere, e anche nei negozi a stendere la mano. Spesso, sia di giorno che di notte, a pensare al suo sogno: una portineria, da custodire: scale da pulire, alloggio e stipendio assicurati, quello sarebbe vivere. Ma come si può fare ad uscire da questo gorgo in cui è caduto? Dopo la solita giornata inconcludente, la minestrina del dormitorio, dove si deve entrare entro le nove, ora in cui chiude e anche un minuto dopo non si entra. Poi, al mattino, alzarsi alle sei e mezzo perché alle sette, dopo la distribuzione del caffelatte, tutti devono uscire.
Pensa e ripensa, gli viene un’idea: attirare su di sé l’attenzione e impietosire le autorità; possibile che non dicano: “Vuole andare portinaio in un palazzo?” L’indomani mette in pratica la sua idea. Sono le nove di sera e la branda di Rapuzzi è vuota, lui è sul ponte di corso Regina e passeggia. Farà finta di volersi annegare. Ma bisogna aspettare che cali il traffico: salterà sul parapetto quando una macchina è in arrivo e chi guida ha il tempo per fermarsi e saltar giù per impedirgli di buttarsi. In una strada senza movimento, si siede sul gradino d’una porta. È l’ora in cui di solito prende sonno e si addormenta. Alle undici lo sveglia bruscamente pestandogli un piede uno che deve entrare nel portone. Come orario va proprio bene, così può fare quello che ha in mente.
Di nuovo sul ponte, il marciapiedi è deserto, il movimento di auto è diradato. Ecco, ne sta arrivando una. Rapuzzi prende le misure, quando la macchina gli è vicina salta sul muretto, ma non succede niente, il conducente non se n’è accorto. Lui scende, aspetta. Ne arriva un’altra e Rapuzzi ripete la manovra. Stavolta funziona a meraviglia: stridore di freni, l’uomo scende, lo agguanta, lo tira giù. Rapuzzi grida che vuole morire, vuole morire.
Venti minuti dopo è in questura, ci sono intorno a lui tre funzionari, lo fanno parlare. «Da quando mi sono rotto un braccio – dice inventandosi un infortunio – riesco a fare solo lavori leggeri, che non trovo. Mi hanno sfrattato, non ho casa, sono alla fame. Se potessi fare il custode in una portineria». I tre si scambiano qualche parola, poi uno va nella stanza accanto, si sente che parla. Sta dicendo che è un caso pietoso e bisogna intervenire. Meno male, pensa Rapuzzi, qualcosa succederà. Il funzionario ritorna, dice: «Stia tranquillo, cerchiamo di fare qualcosa per lei». Di là squilla il telefono. Il funzionario corre, parla: «Ma le dico che stava per suicidarsi». Silenzio, per alcuni minuti. Rapuzzi sta pensando che forse è arrivato il gran momento: il suo sogno si avvera. Ancora due minuti poi il funzionario ritorna: «Sono riuscito, ma che fatica. A quest’ora, apposta per lei, aprono il dormitorio. Potrà dormire in un buon letto».


lunedì 25 maggio 2015

Riconoscenza tardiva

È rozzo, sgraziato nel dire e nel fare, incapace di una parola dolce, d’affetto. Lei, Carlina, è di ben altro temperamento. Quando lavorava da sarta, sola, ancora nubile, non faceva altro che sognare. Sognava un uomo gentile, pieno di premure. Cosa importa se aveva già 48 anni? Niente; si può esser poeti anche a cent’anni, e lei lo era. Poi capitò lui, Contardo, a farsi fare una giacca. Ci andò per ordinarla, ci andò per provarla e poi per ritirarla. Quest’ultima volta le disse, così a bruciapelo: «Lei, Carlina, sa che io, qui in paese, sono molto stimato, ho un negozio di ferramenta, mio, ben avviato. Sono solo, lo so che a 55 anni è un po’ tardi per sposarsi, ma io sarei disposto. Cosa ne pensa? Potremmo vivere in compagnia, si sta così male da soli».
Carlina aveva preso una settimana di tempo per pensarci, poi aveva acconsentito. Si erano sposati due mesi dopo. Adesso sono insieme da quattro anni, lei ne ha 52, lui 59. A sentire i vicini una coppia molto affiatata, lavorano tutta la settimana, lei casa e qualche volta ad aiutare il marito in negozio, lui sempre dietro il banco. La domenica mattina vanno a messa insieme e, nel pomeriggio, lui va a fare la solita partita a scopone, in osteria.
Ma lei, Carlina, non è contenta. Avrebbe voluto ben altro. Quand’era nubile e passava ore a testa china a cucire, sperava di trovare un uomo che le fosse sempre intorno a dirle qualcosa, cara qui, cara là, cara come ti voglio bene. Ma allora, se la vita coniugale è così, con un uomo che tace sempre, che apre bocca solo per dire «fatti in là altrimenti non passo», «è pronta questa cena?», oppure «quand’è che ti decidi a venirmi a dare una mano nel negozio, non sai che oggi è giorno di mercato?», allora era molto meglio stare da soli, almeno si poteva fantasticare in libertà e c’era la possibilità che un sogno bellissimo si avverasse.
«Contardo – propone lei in un tentativo di dirozzamento del marito --, cosa ne dici se quest’estate andassimo a fare un viaggetto? Non ci siamo mai mossi, non abbiamo fatto nemmeno il viaggio di nozze». «Sarai mica matta, e il negozio? Qui c’è gente che lavora anche d’estate». Carlina scuote la testa: già l’immaginava che avrebbe risposto così. «Piuttosto che pensare alle ferie – dice Contardo – metti un po’ a posto, nella retrobottega, le pompe per il verderame che sono arrivate questa mattina».
È salita sulla scaletta, ha sistemato le pompe sullo scaffale che è dietro la porta. Questa pompa è messa male, se l’uscio si apre completamente va a sbattere contro il manico che fa da leva; la pompa si ribalta e cade. Le sembra di vedere la scena: un piccolo colpo qui e questa ferraglia pesante si rovescia e precipita. Dio, cade sulla testa di suo marito. Le viene quasi da ridere, perché se l’immagina steso a terra, forse svenuto, anzi no, addirittura morto. Oddio, che disgrazia! Lei vedova, sola. Cosa farà, rimarrà qui in negozio o tornerà a fare la sarta? Comunque, in una maniera o nell’altra, potrà riprendere i suoi sogni come una volta. Certo bisognerebbe proprio cercare di metterlo meglio questo materiale, perché così è davvero pericoloso, ma adesso è tardi, lo farà domani. E poi lui la chiama, c’è gente da servire.
Scende dalla scaletta, va in negozio: ci sono tre clienti, saranno contadini, ne hanno tutto l’aspetto; è diventata esperta nel giudicare la clientela, anche se non è sempre dietro il banco. Ma che vita triste questa del negoziante di ferramenta: almeno ci fosse da vendere dei fazzoletti di seta. Usciti i clienti, Carlina pensa che è meglio vada a finire il lavoro che stava facendo. Quando è dentro guarda in alto per vedere come può fare. Anche il marito, approfittando del momento libero, decide di andare a dare un’occhiata e apre l’uscio. Lo fa con decisione e accade esattamente quello che lei ha previsto pochi minuti fa: il manico della pompa, urtato, fa cadere tutto il materiale che è stato malamente accatastato: precipita e colpisce proprio sulla testa la povera Carlina che, travolta, si accascia con un gemito ai piedi del marito sbigottito. Quello che segue è tutto dramma. In ospedale tre giorni d’inferno: prima la danno per spacciata, poi lasciano trapelare un filo di speranza, infine la conclusione letale.

Contardo è qui che piange, in cucina, solo. «Era tutta la mia vita – mormora tra i singhiozzi – poverina. Adesso cosa farò della mia esistenza. Avevo scoperto la bellezza della compagnia, la bellezza del volersi bene. Povero me. Era una donna meravigliosa, sicuramente introvabile. Avrei dovuto tenerla nella bambagia, sempre a casa, ai suoi aghi, alle sue forbici, e accontentarla ogni tanto, magari con un viaggettino. Oh Dio, sono di nuovo solo: brutto, brutto destino».

domenica 10 maggio 2015

Strade sbagliate

La poetessa Elena Ellena era abbastanza nota, non tanto per la sua produzione artistica, quanto per il suo daffare per mantenersi in vista. Non mancava mai ad alcuna festa mondana cittadina e faceva di tutto per attirare su di sé l’attenzione dei fotografi con la speranza di veder pubblicata una sua fotografia su giornali o riviste. Quarantenne, era da anni l’amica di un pittore di buon nome, Antonio Berculli, che viveva separato dalla moglie. Nonostante il Berculli fosse di carattere riservato e cercasse di rifuggire da qualsiasi forma di pubblicità, l’Ellena non perdeva occasione di far chiasso anche intorno a lui, sempre con il fine di diffondere il proprio nome. Il suo primo libro di poesie – venticinque liriche di appena cinque versi – risaliva a quindici anni prima ed era tutto un grido di esuberanza, di ideali molto materialistici: credeva soltanto nelle gioie che poteva dare il denaro e nel disprezzo di tutte le convenzioni sociali. In una poesia rinnegava addirittura la sua famiglia troppo mite e troppo povera e la sua terra di montagna di beni avara e inutilmente bella.
La produzione successiva, sempre molto limitata, aveva portato pochi lumi chiarificatori sulla personalità artistica e sulla figura dell’Ellena. Talvolta la sua ispirazione artistica era ancora venuta da motivi di ribellione, ma più spesso era nata da elementi di pacatezza. Si poteva notare in lei un lento approdo alla vita normale, alle regole che anni prima aveva combattuto con slancio. Continuava ancora a frequentare feste e ritrovi, ma di rado era in compagnia di Berculli. Se si manteneva in vista era per abitudine, e nel suo comportamento ormai traspariva la stanchezza che lei stessa andava scoprendo. Poi era scomparsa, aveva cambiato città. Di tanto in tanto, ma molto raramente, usciva una sua lirica su qualche giornale di provincia. Erano versi tristi, di chi aveva perduto ogni speranza e si trovava davanti a un vuoto e a una solitudine che mettevano paura. Una poesia diceva: Addio è la mia ultima parola – Perduta, l’ansia della giovinezza – e i sogni e i canti. – Silenziosa crisalide in se stessa – l’anima si richiude.

* * *

Il mondo della signorina Carmen Gerlini si è ridotto a questa corsia dell’Istituto di Riposo. Lei occupa l’ultimo letto in fondo allo stanzone, di fianco all’altare. Al mattino la sveglia è sempre molto presto, d’inverno non ci si vede nemmeno, poi c’è la messa, la colazione, il riordino del letto. Chi è in grado di camminare può scendere fino al cortile, ma la Gerlini non ce la fa: i suoi 82 anni sono troppo pesanti, le hanno quasi irrigidito le gambe, le costa già fatica mettersi a sedere e tirarsi su. Quando ha finito di sistemare il letto si siede tra il suo e quello della vicina, che è inferma, e passa così le lunghe ore della giornata.
Ha i capelli bianchi e sempre scomposti, la Gerlini, e le spalle molto curve, la bocca incavata per via dei denti che sono pochi. Parla con la vicina quando questa non si lamenta per i suoi dolori. Gli argomenti sono sempre gli stessi: che è una pena stare al ricovero, che il mangiare è proprio cattivo, che se avessero avuto famiglia adesso non sarebbero in queste condizioni. Ma del suo passato la Gerlini non dice mai niente; le sarebbe anche difficile riordinare le idee, mettere nel giusto tempo gli episodi: sono passati tanti anni. Ne aveva 23 quando lasciò la casa per accompagnarsi con Antenore, quell’industriale famoso che per lei aveva lasciato la moglie. Poteva essere suo padre ma la trattava con grande generosità.
Però erano stati anni turbolenti: viaggi, liti, rappacificazioni, altre liti, poi lui la piantò e tornò con la moglie. E la gente quasi la sbeffeggiava dopo che si era data tante arie per la protezione dell’amico. Si era dovuta mettere a lavorare, poi aveva trovato un altro amante e via, di nuovo con lui, le liti e le rappacificazioni. È più facile per la Gerlini ricordare gli ultimi tempi. Cinque anni fa, quando il padrone della soffitta l’ha cacciata fuori perché non pagava l’affitto da mesi. Una donna s’è offerta di ospitarla in casa sua per qualche tempo, ma tre giorni dopo lei si è accorta che quella le aveva rubato l’unico oggetto prezioso che aveva, una collanina d’oro ricordo di sua madre. Per un mese è stata ospite del dormitorio pubblico, in mezzo alle mendicanti, senza sapere dove andare a mangiare, poi, finalmente, è potuta entrare qui, all’Istituto di Riposo.
Il pavimento della corsia è lucido, le lenzuola sono pulite, ma i vetri sono smerigliati fino all’altezza di due metri e non si può vedere fuori. Tutto il mondo finisce qui. Le suore passano leste, non si fermano mai, se non per lasciare la scodella con il brodo o il piatto con la pietanza. A volte la Gerlini non se la sente di mangiare questa roba. Le giornate sono lunghe, poi la luce diminuisce, ci sono da dire le preghiere, si mangia e ci si rimette a letto. Sempre così. La Gerlini vaga con la mente nel passato, cerca qualcuno cui attaccarsi, ma non c’è nessuno, sono morti tutti: i suoi familiari, Antenore e anche gli altri che vennero dopo. Ci deve essere, qui in città, un figlio di Antenore, ma quello è figlio di lui, se gli parlano della Gerlini non sa neanche chi sia.

domenica 19 aprile 2015

L'uomo dei cordoni

Lo ricordo alto, con indosso una giacca marrone dai bottoni tirati, un berretto a visiera di sbieco, il braccio sinistro di traverso sul petto, carico di cordoni. Cordoni da scarpe marroni, neri, di cotone, canapa, seta: un assortimento e un quantitativo degni d’un ambulante con bancarella. Passava la sua giornata sotto i portici della via Emilia, a Modena, sempre vicino alla Ghirlandina. Era il dopoguerra, tra il '46 e il '50. Lui sembrava un portiere pronto a parare un pallone: puntava il passante solitario che si avvicinava alla sua area, ne studiava l’esatta direzione correggendo la propria posizione con passetti laterali o saltelli e infine parava. Il passante era bloccato ed era costretto a sentire la sua litania che cominciava con l’affermazione dialettale «Boun i me curdoun» e poi, in italiano, l’invito all’acquisto, perché «ho la moglie malata e mi mancano dieci lire per comperare la scatola delle punture. Per carità, me li comperi i miei cordoni».

Passavano i mesi e gli anni, cresceva l’inflazione e a lui mancavano sempre le dieci, poi le venti, le trenta, le cinquanta lire. Quando me ne sono andato da Modena mi pare fosse quasi a duecento. Quella povera moglie non guariva mai. Eppure qualche scatola di iniezioni doveva essere riuscito a comperarla; io, che in quel tratto di strada passavo anche quattro volte al giorno, con i suoi cordoni avevo intrecciato una corda per il bucato lunga quanto era largo il cortile.

martedì 31 marzo 2015

Una famiglia

Anselmina chiede l’elemosina di sera, un paio d’ore. Di giorno no perché ha paura della polizia. Di solito sosta a cinquanta metri dall’ingresso di un cinema, s’appoggia al marmo, tra le due vetrine di un negozio di tessuti. È sui settant’anni. Piccola, magra, con le spalle un po’ curve, sempre vestita di nero. Ai passanti non chiede nulla, si limita a guardarli con i suoi occhi azzurri che dicono bontà e sofferenza e chiedono perdono. La mano destra sbuca timidamente da sotto lo scialle ed è una piccola macchia chiara in mezzo al nero delle vesti. Quando il passante è davanti a lei, Anselmina ha un lievissimo moto: solleva appena la testa e preme le spalle contro il marmo e la mano, per seguire il busto, si alza di un centimetro, non di più. Con quel movimento lei sembra stagliarsi nel marmo chiaro al quale si appoggia. È una figura d’altro tempo, dell’Ottocento.

Vive sola, in una soffitta di una casa decorosa. È vedova da sedici anni, di un sarto che aveva un laboratorio ben avviato. Alla sua morte è andata a lavorare a ore, per qualche anno, poi si è ammalata d’asma e ha dovuto smettere. Ogni tanto riesce a farsi ricoverare in ospedale e ci sta il più che può. Ha un figlio, Michele, che ha trenta anni e che è la sua croce. Non ha voglia di lavorare: in un posto ci sta un mese e poi si fa cacciare per le troppe assenze. Ed è nelle mani di una donnaccia, che fa la vita. Anselmina non sa nemmeno dove abitino. Una volta, dall’ospedale, era riuscita a fargli sapere che stava molto male e qualche giorno dopo era andato a trovarla un amico di lui, con due arance e tre caramelle. Se un passante rivolge la parola ad Anselmina lei risponde con voce fievole e racconta le sue sventure.

Michele vive quasi tutto il suo tempo all’osteria che è nella zona dove lavora Argia, la sua compagna, con la quale vive e con la quale ha un figlio, Rino, che ha fatto la terza, ma da due anni a scuola non ci va. Loro due si alzano nel primo pomeriggio, vanno in motoretta a mangiare all’osteria, poi lei incomincia a battere il marciapiede. Il ragazzo dalle nove del matttino va in una piazza di parcheggio dove ci sono altri ragazzi. Giocano, bisticciano, studiano gli atteggiamenti migliori per preoccupare gli automobilisti e indurli a dare buone mance.

Ma da un po’ di tempo la giornata di Rino è cambiata: è entrato nel giro della droga. Per lui, dalle dieci a mezzanotte, c’è il turno tra la farmacia del corso e il cinema. È felice, fiero di sé, perché sente che di lui c’è chi ha fiducia. Proprio contento di essere così bravo.



venerdì 28 giugno 2013

Noia della vecchiaia


C'era una volta un vecchio che continuava a invecchiare. Era contento. Aveva un gruppetto di amici, tutti vecchi ma un po' meno di lui. Chiacchieravano spesso. Non insieme a viva voce, perché ognuno era nella sua casa, magari a letto o su una sedia a rotelle: tutti avevano solo la testa che funzionava bene, per il resto non mancavano deficienze anche gravi. Si parlavano per telefono; era di solito lui, il più vecchio, che chiamava ora l'uno ora l'altro. Sfruttavano bene anche le parole telematiche, i messaggi mail per internet, perché erano tutti aggiornati alle tecniche moderne della comunicazione.

Di tanto in tanto, capitava che uno del gruppo inciampasse e cadesse, non con il corpo, ma con la sorte sua: tutto finito. Non più la sua voce, la sua parola, la sua memoria. Per lui un vuoto che si aggiungeva ad altri vuoti. Così il gruppo s'era fatto gruppetto, sempre più esiguo. Intanto lui continuava a invecchiare e continuavano a venirgli ricordi: cosa bellissima poterne parlare, ricordare insieme. La sua mano era pronta ad allungarsi al telefono per dar vita a un colloquio su quel tema che la mente gli aveva riproposto, su quelle parole, su quello che venne dopo. Ma subito la mano si ritraeva: no, quel numero non si poteva fare, l'amico, il carissimo amico che aveva condiviso quel giorno, non c'era più, quella vicenda non si poteva ravvivare, il ricordo era amputato: silenzio, immagini che svanivano, si scioglievano.

Lui continuava a invecchiare e ormai non aveva proprio più nessuno di quelli d'allora, sentiva che la sua mente era qualcosa che si raggrinziva, perdeva elasticità. Le sue giornate diventavano nebbiose, di una nebbia dentro, la nebbia della noia. Una nebbia aperta ogni tanto da squarci sgradevoli dovuti a ricordi che non trovavano lo sperato appiglio. Il suo occhio si guardava attorno smarrito, lui sentiva il peso di questo suo persistere nell'andare avanti. Vedeva avanzare i figli di quelli che erano stati i suoi amici. Ma come, già sessant'anni, possibile? Si dicevano già vecchi anche loro? Lo saranno anche stati, ma era vecchiaia diversa, lui era di un altro mondo. Il suo andare, continuare ad andare, non aveva meta, solo buio. Che noia.

martedì 21 maggio 2013

Il famoso artista

La sua pittura è  affidata a una scrittura leggiadra e sottile, come il segno impresso dalla penna di un Angelo», ha scritto di lui un critico. Il pittore Camillo Randulli dipinge sempre così: su uno sfondo scuro, solitamente “fumo di Londra”, una miriade di segni dei più svariati colori che dal centro si dipartono verso tutte le direzioni e poi si intrecciano, svoltano, tornano indietro, girano di nuovo.
Una tecnica nuova, dicono i critici, e si domandano come egli la realizzi. Un problema che, del resto, si pongono di sfuggita. Quello che importa è la resa. Dicono: «L’immagine è vissuta nel suo trascorrere romantico. Una fuga lirica che ha impresso nel foglio il segno di un’alta poesia». La sua notorietà si fa strada, il suo nome guadagna sempre più spazio, da una rivista all’altra.
La tecnica di Camillo Randulli è un segreto, la conosce soltanto lui. È ritenuto un appassionato di pesca, perché va spesso in un negozio a comperare le esche per l’amo, lombrichi, larve di mosconi. Ma a pesca non ci va. I lombrichi e le larve li adopera per dipingere. Ne prende uno e lo  immerge nel colore rosso, poi, con le pinzette lo deposita al centro del foglio. Il lombrico parte, con grande fatica per lo stordimento che gli viene dal colore, va con la speranza di liberarsi di quel veleno che lo avvolge, gira, torna indietro, torna avanti. A volte muore quasi subito, a volte fa in tempo a ricominciare un nuovo percorso dal centro verso un’altra direzione.
Morto un lombrico, un altro lo sostituisce, con un nuovo colore. Sempre così. Camillo Randulli trascorre interi pomeriggi chiuso nella sua soffitta, circondato da barattoli brulicanti di vermi, e da tubetti di colore. Non si è mai posto il problema di svelare o meno la sua tecnica. Gli basta  continuare così, è un lavoro che gli piace, segue ogni percorso di lombrico con trepidazione, con trasporto, con soddisfazione. Alla fine, quando il quadro è finito, si sente meglio, come se avesse conquistato una mèta ambita, o come se si fosse  liberato da un peso.
Scrive della sua opera un altro critico: «Il gesto si distende con viva partecipizione sentimentale; 
le linee cromatiche che tagliano i fogli suggeriscono l’idea della continuità oltre il limite del quadro. Questi aerei segni sono forse i percorsi di idee astratte? Le parabole dei sogni di un poeta?»

venerdì 5 aprile 2013

A chi l'eredità

 
A passettini e senza fretta la signora Giustina Merli vedova Canali fa tutti i giorni una passeggiata intorno all’isolato. Curva com’è, si aiuta appoggiandosi all’ombrello che porta sempre con sé. Anche col cielo sereno, in piena estate, inconsciamente sarà per non dover ricorrere al bastone. È sola da 28 anni e ne ha 92. Nonostante l’età è abbastanza lucida, qualche volta legge il giornale. Non ha preoccupazioni di carattere finanziario, anzi, dispone di un buon reddito: la pensione del marito che era funzionario statale e gli affitti di un grande palazzo centrale avuto in eredità dal padre. Spende un’inezia rispetto a quello che incassa.
Abita in un appartamento di sei camere, pure di sua proprietà, lo stesso in cui abitò col marito e il figlio, che era farmacista e che morì in un incidente ferroviario. Le finestre sono sempre socchiuse, sicché la casa, già poco luminosa per le pareti annerite, assume un aspetto tetro. Poltrone e sedie sono tutte ricoperte da fodere bianche, che nel buio risaltano e paiono trasformarsi in fantasmi a consesso. Sono anni ormai che la vedova Canali non si mette a sedere su una poltrona o una sedia, per non rovinarle. Si siede su uno sgabello in un angolo di un salotto, con la schiena appoggiata al muro. Una domestica al mattino va a farle da mangiare e a sbrigare le faccende più grosse in cucina e nella camera in cui dorme, tutti gli altri vani restano sempre chiusi.
La vedova Canali ha paura dei ladri, quindi evita di tenere il denaro in unico posto. In casa sua ci sono soldi fra i piatti, nelle scatole delle scarpe, sotto il lavandino, fra la biancheria. Lei li nasconde poi se ne dimentica, spesso capita che debba pagare qualcosa e non si ricordi dove li ha messi. È probabile che siano dimenticanze istintive nell’illusione di non dover pagare. La Canali ha due nipoti, figli di suo fratello col quale è in disaccordo da epoca lontana. Da una decina d’anni si è posta il problema dell’eredità. La prima decisione fu di passare sopra le divergenze fraterne e di lasciare eredi i due giovani. Ma due mesi dopo ci ripensò: ritornò dal notaio e gli consegnò un altro testamento, a favore della parrocchia. Fu il primo di una lunga serie di cambiamenti. Da allora di testamenti ne ha fatti più di quindici. I favori sono rimbalzati anche sull’ospedale, su due coniugi sventurati la cui storia era stata raccontata dal giornale, ancora sui nipoti e una domestica, quest’ultima diseredata per l’assenza di un giorno.
I coinquilini sono a conoscenza di questi suoi tormenti perché lei li racconta come volesse averne dei suggerimenti. E allora accade che qualcuno abbia per lei molta attenzione e sia pronto ad offrirle servigi, ma chiaramente lei non si lascia influenzare: ad esempio, per principio non ammette in casa nessuno all’infuori della donna di servizio. A volte, chiacchierando sulle scale coi vicini, parla con tristezza della propria solitudine e della morte che sta per venire. Di solito conclude: «Mi dispiace andar via, perché si sta bene nella mia casa, c’è tanto silenzio e poi ho ancora tutte le poltrone nuove».

lunedì 4 marzo 2013

La soluzione è per loro


Dice la figlia: «Tu, povera mamma, non puoi rimanere sempre qui sola, mentre io e Paolo siamo a lavorare. Almeno potessimo venire a casa a mezzogiorno, ma andiamo via al mattino e torniamo la sera, ci vediamo appena per la colazione, fugacemente, e a cena. Così le tue giornate sono cariche di solitudine. Sarebbe meglio che tu andassi nell' ”lstituto Familiarità”. Con la tua pensione non ci sono problemi. Là ci sono tante altre signore come te e potresti passare meglio le giornate. Ti verremmo a trovare la domenica; non avresti neanche la preoccupazione di una donna per la cura della casa e per il mangiare: nella retta che paghi, sono compresi camera, vitto, riscaldamento, proprio tutto: ogni tuo problema si risolverebbe».

La madre, Caterina, ha 72 anni, era amministratrice di una piccola ma ben avviata azienda tessile. Andata in pensione, si è appassionata alla cura della casa che, prima, col lavoro, doveva trascurare affidandola a una domestica della quale non era per niente soddisfatta. Col pensionamento ha avuto l’occasione di liberarsi della donna e di fare lei, praticamente, tutto. Diceva che le piaceva. Ma da qualche mese ha parecchi acciacchi ed è evidente che il lavoro casalingo le pesa. In casa, sia la figlia sia il genero hanno proposto di riprendere una collaboratrice, ma lei tergiversa, in sostanza si dimostra contraria. Ed ecco, abbastanza logica, la proposta della figlia, che rinforza con la prospettiva della compagnia di altre signore. Due giorni di meditazione poi Caterina dice si: accetta, si faccia la domanda.

Eccola nell' “lstituto Familiarità”. È un caseggiato enorme, fatto di corridoi e stanzette, tanti corridoi con tantissime porte, tutte chiuse. E silenzio. Sembrerebbe una casa vuota e invece in ogni stanzetta c'è una vecchia signora. La finestra di Caterina dà sul cortile, vastissimo, quadrato e ogni lato è costituito da un'ala dell'edificio nel quale si aprono centinaia di finestre ognuna delle quali corrisponde a una stanzetta che ospita una vecchia signora. A mettere la faccia contro i vetri e a guardar bene alle altre finestre si intravedono tante facce di donna, tutte dietro i vetri: sembrano la stessa faccia ripetuta all'infinito per un diabolico gioco di specchi.

A mezzogiorno tutto lo stabile viene percorso da un trillo di campanello; ce ne sono decine e decine, tutti collegati insieme, che suonano contemporaneamente. E dopo la lunga suonata, ogni porta si apre, dalle stanze sciamano fuori, a passi lievi o strisciati, le vecchie signore; s’incamminano per i corridoi, raggiungono i refettori dove mangiano in silenzio, come è prescritto da diciture che campeggiano in grandi cartelli ai muri. Anche se potessero parlare non avrebbero nulla da dirsi, non si conoscono nemmeno perché i posti non sono fissi, solo il refettorio è sempre lo stesso e la compagna di sedia può cambiare ogni giorno. Finita la consumazione del pasto ogni ospite lascia il refettorio per rientrare nella sua stanza. E qui si accosta alla finestra per guardare le altre finestre che via via si vanno animando. Soste, che il più delle volte sono brevi, perché molte signore preferiscono fare il riposino, sul letto: sarà anche un aiuto ad abbreviare il pomeriggio. Oggi Caterina pensa: «Chissà se verranno a trovarmi domenica; può darsi, perché domenica scorsa sono andati a sciare, e se non hanno la partita...».

mercoledì 23 gennaio 2013

Errore iniziale


Sergio Bocci ha la patente da sei mesi. L’ha presa pochi giorni dopo aver compiuto i 18 anni. Va a scuola in macchina, va dagli amici in macchina, va al club in macchina. Suo padre, che è architetto, aveva una onesta Panda di un paio d’anni. Il figlio gliel’ha disprezzata fino a fargliela vendere e gli ha fatto comperare un’auto sportiva: motore ruggente e carrozzeria filante, dentro la quale un eventuale terzo passeggero sta con le ginocchia in bocca. Qualche volta l’architetto Bocci riesce ancora a salire sull’automobile, ma prende il posto del terzo passeggero. Sua moglie sta davanti, a destra, il figlio alla guida. L’auto va per qualsiasi strada, in città o fuori, come se il conducente fosse inseguito dalla polizia con i mitra spianati: le ruote stridono lamentosamente sull’asfalto, il motore urla tutta la sua potenza compressa. Talvolta i genitori hanno l’impressione che il figlio esageri e timidamente glielo fanno presente. «Ma state zitti – dice lui, – che se fosse per voi andreste sempre come tartarughe. Bisogna essere dinamici».

Sergio Bocci frequenta la quinta liceo. È bravo, perché l’intelligenza non gli fa difetto, anzi, gli basta studiare pochissimo per ottenere voti che ad altri costano molta più fatica. Così può dedicare parecchio tempo agli svaghi: il club, il tennis, gli amici. Tutti ambienti molto distinti dove anche tra i giovani non sono rare le buone mance date con aria di grandezza. L’architetto Bocci ha una buona posizione, ma non proprio brillantissima. È un uomo che gode poca salute: ha mal di cuore, non si sa bene se il cuore è effettivamente deficiente o se i disturbi sono causati da distonie dovute al sistema nervoso. Fatto sta che basta una preoccupazione per dargli l’affanno, fiaccarlo fisicamente. E così il Bocci si lascia scappare i lavori più redditizi. La moglie, che di solito provvede alle finanze del figlio, cerca talvolta di far comprendere a Sergio che le possibilità della famiglia sono limitate, che lui non può permettersi i lussi e le larghezze che sono normalissimi per altri suoi compagni, figli di ricchi o di professionisti dalla grande fortuna. Sergio scuote le spalle sgarbatamente: «Non vorrete che faccia la figura del pezzente».

Sua madre, nonostante tutto, continua a adorarlo e a trattarlo come se fosse il figlio più buono e giudizioso. «Ma cosa vuoi sapere, tu, mamma – dice in certi casi Sergio –: hai una mentalità arretrata di cento anni. Dovresti farti più furba». La mamma sorride, lo prende come un complimento. L’architetto si rende conto che il comportamento del figlio è sbagliato, capisce che occorrerebbero metodi drastici, ma non se la sente di prendere posizione, lascia correre e si adatta ad andare in tram per cedere la macchina e qualche volta vi sale sopra mettendosi le ginocchia in bocca. Sa che tutto questo è così perché lui non s’è imposto fin da quando il figlio era piccolo, con buone dosi di sculaccioni o anche soltanto con la voce carica di autorità e la volontà di ottenere ubbidienza.

Certe sere Sergio riempie la casa di amici: ballano, bevono liquori, invadono le stanze, si sdraiano anche sui letti. In quei casi papà e mamma escono su invito del figlio: «Stasera dovete andar fuori – dice Sergio, anche all’ultimo momento – ho da portar gente in casa. Mi raccomando, non rientrate prima dell’una». Padre e madre vanno da amici, dopo una frettolosa telefonata di annuncio. Si trattengono il più possibile, poi si mettono a passeggiare in centro dove c’è ancora un certo movimento, sempre guardando l’orologio, sperando che arrivi presto questa benedetta una. E quando rientrano può capitare che i ragazzi li ricevano con fischi e urla per il ritorno, a loro avviso prematuro. E loro rapidamente vanno a chiudersi in camera e magari la baldoria continua nelle altre stanze.


lunedì 31 dicembre 2012

Piccole grandi cose


Era titolare di due aziende, entrambe del settore alimentare, che aveva creato lui. Dopo la prima, la seconda, a distanza di un solo anno, e aveva dato ad ognuna una sua precisa fisionomia. La prima era specializzata nei precotti, la seconda nei cibi raffinati. Questo a partire da cinquanta anni fa, per trent'anni. Era un imprenditore di grande nome, Liponi, Eugenio Liponi, stimato e ammirato per la sua abilità e le sue trovate innovative che davano sempre nuove energie alle sue aziende; e a lui, naturalmente, grandi soddisfazioni.
 Poi, vent'anni fa, il crollo; non delle aziende, ma suo, fisico: la salute annientata da una paralisi che gli ha lasciato soltanto la lucidità mentale. Non aveva alle spalle una famiglia in grado di sostituirlo nella sua attività, né aveva preparato dei dipendenti idonei a reggere quegli impegni. La sola via d'uscita è stata la cessione a una azienda concorrente che è subentrata mantenendo il nome, Liponi. Ma adesso, superati gli ottanta, Liponi è qui, infermo, nella sua camera, in poltrona, con la coperta sulle ginocchia, assistito da tre infermieri che si alternano nelle 24 ore. Sua moglie, che ha dieci anni di meno, dorme in un'altra stanza, ma di giorno passa molto tempo vicino a lui. È una compagna preziosa, non solo per la parte affettiva, ma anche perché provvede lei al disbrigo di tutte le incombenze che concernono l'amministrazione dei beni e lo svolgimento della vita familiare. Appena può la signora Liponi è lì, vicino a lui, a fargli sentire la sua voce.
 Questo è  il mondo di Liponi, con  giornate  apparentemente tutte uguali. Ma  lui  sa, e lo sta scoprendo sempre più, che in questo grigiore di vita c'è un fermento di pensieri, di sentimenti, di umori che possono volgere al bene o al male. Un tempo, quando aveva le aziende in mano ed era operatore di azioni a grande portata, aveva occasione di intense soddisfazioni o anche, malauguratamente, di sgradite amarezze. Adesso trova che uguali piaceri o disappunti possono venirgli da piccoli motivi. I suoi rapporti con gli assistenti, ad esempio,  sono una base di lavoro della sua fantasia e l'intimità di vita con loro gli consente di conoscerli sempre meglio e di apprezzarli nelle diverse misure. Quindi, già il quotidiano contatto con gli operatori dell'assistenza può essere motivo di più o meno piacere. E i pochi rapporti che ancora ha con i vecchi amici possono dargli soddisfazioni profonde. Poi le sue speranze sorgono nel ristretto campo del suo vivere quotidiano e il loro esaudimento diventa già un'occasione di piccola o grande gioia. Piccole cose che vengono a dare gli stessi risultati che un tempo avevano dato le grandi cose. Piccole, ma importantissime, per  dare respiro alle grevi giornate del povero Liponi.

sabato 1 dicembre 2012

Grettezza

 
Madre e figlia Verzuaro hanno vent’anni di differenza ma paiono sorelle, entrambe sulla settantina; presumibilmente la prima ha ottant’anni e la seconda sessanta. Non si capisce mai quale sia la madre e quale la figlia. Vivono da una quarantina d’anni in un grande alloggio al primo piano, di loro proprietà. Hanno altri beni: cinque appartamenti nello stesso elegante palazzo in zona centrale e un podere in un paese della stessa provincia. Fanno vita ritirata. Con le loro rendite potrebbero trascorrere lunghi periodi in riviera o viaggiare. Ma non si muovono mai di casa. Vanno di rado anche al podere, perché è scomodo prendere la corriera, e poi si dovrebbe mangiar fuori e il viaggio sarebbe anche costoso. Fanno venire il contadino affittuario e lo trattengono a lungo per farsi raccontare dettagliatamente che lavori fa, cosa coltiva: vogliono accertarsi bene che la loro proprietà non abbia a deperire.
Se alle Verzuaro capita qualche volta di parlare con un coinquilino lungo le scale, portano il discorso sul costo della vita, che è sempre in aumento. Recentemente hanno sentito dire che alla prossima assemblea condominiale c’è chi vuole proporre l’imbiancatura delle scale. Per carità: si andrebbe incontro a una spesa enorme e le scale non ne hanno affatto bisogno. Quando sentono suonare il campanello, una va ad aprire e l’altra sta ritirata in una stanza. Può essere un inquilino che porta l’affitto e può darsi che chieda il rimborso di una riparazione di un rubinetto o un contributo per qualche altra spesa, e in questo caso bisogna che quella che riceve l’ospite possa riservarsi di parlarne alla congiunta. È la prima mossa per non sborsare denaro. La prossima volta andrà ad aprire l’altra e dirà che è sola in casa e che la congiunta si è dimenticata di accennarle alla pendenza.
La giornata delle Verzuaro incomincia presto, non appena c’è un filo di luce. Fanno le pulizie, con cura, camera per camera, tappeto per tappeto, con tanti piccoli colpetti di mano, leggeri, per non rovinare il tessuti: i tappeti sono delicati. A mezzogiorno si preparano da mangiare, un po’ di minestrina con due dadi, un angolo di gorgonzola, due foglie d’insalata e un crostino di pane. Quando finiscono il gorgonzola danno un colpo di telefono al salumiere, che è all’angolo, e se lo fanno portar su dal garzone. Un colpo solo davvero: si sono accordate che, fatto il numero, lasciano che il telefono del negozio dia un solo squillo, e chiudono. Questo, hanno spiegato al salumiere, per non fargli perdere tempo a parlare; ma in realtà è per risparmiare una telefonata, dato che il loro contratto è a contatore.
Il pomeriggio, dopo aver finito di pulire tutte le stanze, lo trascorrono in cucina a rileggere vecchie collezioni di riviste, tra cui anche la Domenica del Corriere, rilegate più di quarant’anni prima dal loro marito-padre. A sera mangiano un boccone in cucina, poi si trasferiscono in sala e si siedono vicino alla finestra a godersi la luce dell’insegna rossa del negozio di elettrodomestici che è sotto di loro. La luce entra con grande dovizia, accende coi suoi riflessi rossi tutte le cose, anche le loro facce, una piacevolezza; sembra che dia allegria e persino che porti dentro calore. Hanno il televisore, ma non l’accendono. Dicono: «Da fare? Le notizie sono solo brutte: di rincari, inquinamenti, politica corrotta, e il varietà, tutte cretinate. Così si risparmia anche corrente».
Il negozio spegne l’illuminazione alle undici. Allora le Verzuaro incominciano a svestirsi; anche oggi hanno goduto di tanta luce - d’inverno sino a tre ore per sera - senza spendere un soldo. E s’infilano nel letto, felici per il risparmio fatto. Se poi, in giornata, hanno anche evitato di pagare un rubinetto e si sono fatte portare il gorgonzola gratis, sono maggiormente contente. D’altra parte, se non facessero così, guai, con le spese che ci sono al giorno d’oggi.

sabato 3 novembre 2012

Modi d'esser vecchi


Novantadue anni! A giudicare dalla carta d’identità si direbbe che il cav. Raimondo Gallotta è vecchio, ma a vederlo questo termine lo si dimentica. È un uomo alto un metro e ottanta, diritto e magro, la pelle solcata da rughe finissime che non guastano l’armonia del volto, il capo coperto da una lanugine bianca. Basta che parli e che si muova perché chi gli sta vicino non pensi più all’età. Ha una voce vibrante, sicura, il gesto nervoso; l’unico movimento impacciato è quello che fa alzandosi dalla poltrona: deve spingersi su con le mani sui braccioli e lo fa con evidente fatica, poi, una volta in piedi, si sposta con passo franco e svelto.
Dirige la fabbrica di saponi e affini da lui fondata cinquanta anni fa. All’età di 82 anni decise di lasciare ogni attività, di andare in pensione. Convocò il figlio, Martino, che allora aveva 40 anni e i direttori dei reparti produzione e commerciale. La fabbrica allora dava lavoro a 38 dipendenti. Disse all’incirca: «Io mi ritiro, affido tutto a mio figlio. Mi riservo solo un piccolo ufficio per venirmi a sedere qui quando non ho voglia di andare in giro». Fu festeggiato, ebbe ogni possibile onore. Andò a fare un viaggetto all’estero. Al ritorno convocò il figlio e i direttori. Disse: «Sono stato a vedere altre fabbriche, in Francia e in Germania. Noi siamo piuttosto indietro, bisogna che ci svegliamo se vogliamo far fronte alla concorrenza».
Quello stesso giorno dette disposizioni importantissime: ordinò a una fabbrica tedesca due macchinari di alta automazione e il progetto di un nuovo capannone. Per qualche giorno ancora si recò nel suo ufficio ad ora avanzata, poi, nel giro di una settimana, riprese il suo solito orario, le otto meno un quarto, cioè prima che entrassero tutti i lavoratori. Da allora il titolare dell’azienda Gallotta è ufficialmente Martino, il figlio, ma in pratica chi comanda è lui, solo lui, il vecchio cavaliere Raimondo: c’è la sola differenza che il padre occupa un uffiicio che è poco più di uno sgabuzzino, mentre il figlio sta pomposamente seduto alla scrivania della sala più bella. Chi decide è sempre il vecchio, di testa sua, senza chiedere nulla a nessuno.

* * *

L’insegna, fuori, è ancora quella che fece fare suo nonno: di lamiera con la scritta «Mercerie», in grigio su fondo marrone. La vernice qua e là è saltata via e la ruggine ha preso il suo posto, la seconda “r” è quasi tutta scomparsa. Dentro, gli scaffali sono di legno nero, come il banco che offre, sul piano, la vista di molti forellini da tarlo e parecchi graffi. Le scatole di cartone, sugli scaffali, sono consunte; ognuna porta una targhetta scritta con calligrafia manuale in corsivo: «elastici», «bottoni», «filo di Scozia».
Dietro il banco c’è lui, Ottavio. Basso, un po’ pingue, gli occhi grandi, acquosi, i baffi che tendono al bianco. Ha 49 anni. «Ci deve essere un errore all’anagrafe – gli dice qualche volta Argia, sua moglie, con aria tra il serio e lo scherzoso – io direi che di anni ne hai di più». Sua moglie ne ha appena 38 e fa la sarta, in casa. È brava, anche per la tavola: quando lui rientra, la sera, gli fa trovare pronti manicaretti gustosi, sempre variati. Ma Ottavio è difficile, talvolta addirittura non tocca cibo; non sono rare le obiezioni come: «lo spezzatino mi può dare fitte al fegato», «no, stasera non mi vanno gli asparagi, la maionese ho paura che mi faccia male all’intestino», «che bello quell’arrosto di maiale, ma e se poi mi fa venire l’infarto?».
Spesso alla sera la moglie gli propone di andar fuori, al cinema o in visita ad amici. «Stiamo sempre qui isolati come se non conoscessimo nessuno e invece no, io ne ho tanti che vorrei frequentare» dice lei. Lui ne ha sempre una per non accontentarla: «Proprio stasera avevo già pensato d’andar a letto presto, andiamo poi un’altra volta». E l’indomani c’è un nuovo rinvio: per un acciacco improvviso o perché durante il giorno si è venduto poco. Questa degli affari è un’altra lamentela frequente: «tempi magri» oppure: «speriamo che le vendite vadano meglio».
Ormai la moglie non gli pone quasi più domande, ha capito che le cose proprio non cambiano. Anche a un figlio, vecchia aspirazione, non spera più. Tra l’alro, la sera, quello dell’andata a letto è un momento in cui l’atmosfera, fra le quattro pareti della stanza, è carica di un miscuglio di speranze e angosce, timori e rabbie. Ma possibile, pensa lei, che Ottavio non si ricordi mai che esiste anche il sesso? A rammentarglielo è facile sentirsi dire «stasera non ne ho voglia». Se si potesse sapere dove si può trovare questa voglia, Argia gliene raccoglierebbe tanta e gliela porterebbe su un piatto d’argento, anche a costo di comperarlo lei questo piatto, con un suo gruzzolo, risparmio di brava sarta.

lunedì 1 ottobre 2012

Domestiche


Lorenza, 22 anni, pugliese. È con la famiglia Lotti da otto giorni. Marito, moglie e i due figli di 20 e 18 anni ne sono entusiasti, non hanno mai avuto una cameriera così brava.  E Lorenza è al suo primo servizio. Prima, al paese lavorava in una fabbrica di conserva. Il suo fidanzato è venuto al nord e lei l’ha seguito. A volte ai Lotti sembra quasi impossibile che questa giovane non abbia mai servito in una famiglia: è impeccabile, persino come cuoca, e svelta, precisa e gentile. La signora Lotti non si stanca di elogiarla e di parlarne con le amiche. Ha chiesto di uscire alla sera, per stare un po’ col fidanzato. «Sa, dobbiamo sposarci presto, ma non si preoccupi, io continuerò a  lavorare qui, se non fissa, a ore».
Dodicesimo giorno. Il marito è fuori, i figli sono fuori e la signora deve uscire. «Mi raccomando, Lorenza, non aprire a nessuno e prendi nota se qualcuno telefona». «Signora, stia tranquilla, farò tutto per bene». La signora rientra  due ore dopo, va in camera sua  a riporre il denaro, apre una scatola dove aveva lasciato 72 euro e ne trova solo 22, è sparito il biglietto da cinquanta. Il cuore le batte in fretta. Perbacco, non c’è dubbio, la somma era quella e allora non può essere che stata lei a fare il prelievo. L’affronta, ma la ragazza nega, si proclama onestissima. La signora è un po’ titubante, poi la perquisisce e il biglietto da cinquanta è nel reggipetto. «Perdoni, perdoni – si mette a dire Lorenza – il diavolo mi ha tentata. Mi schiaffeggi, signora. È la prima volta, glielo giuro, non succederà più».
Adesso che la ragazza non c’è la signora ha saputo che prima di andare da lei era stata in una dozzina di posti, l’ultimo da un maresciallo dei carabinieri e aveva derubato anche lui. Le aveva affidato la busta dello stipendio perché la consegnasse a sua moglie e Lorenza prontamente aveva sfilato un biglietto da cento.  Erano seguiti i pianti e le invocazioni di perdono perché era «la prima volta» ed era stato il diavolo.

*       *      *

 Elda, 41, piemontese. È magra, i capelli radi, i denti incisivi sporgenti, il collo grosso per una disfunzione tiroidea. È a  servizio nella stessa casa da tre anni, ogni anno da ottobre a giugno. I mesi di luglio, agosto e settembre va a casa, nell’alta valle Maira ad aiutare la madre a tagliare l’ultimo fieno, a mietere il frumento, a vangare il pezzetto di terra che ha avuto in eredità dal padre. Tutte le volte che torna a prendere servizio in casa della famiglia Salvietti passa la serata a fare esclamazioni di meraviglia sulla bellezza dell’alloggio e della comodità di avere in casa l’acqua corrente e poi la lucidatrice. Occorrono sempre alcuni giorni perché torni a familiarizzare con i suoi strumenti. Quando le spiegano qualcosa di nuovo da cucinare lei ascolta con occhi sbarrati e sguardo fisso per cercare di capire meglio. Non sempre capisce, fa errori grosssolani: ha fritto frittelle con la cera liquida da pavimenti e  ha lucidato il marmo dell’ingresso con olio d’oliva.  Tutti gli anni la signora Salvietti arriva all fine di giugno sbuffando:  dice che non ne può più di tenere in casa una mummia così e si promette di non riprenderla. Fa qualche telefonata alle agenzie  ma non si decide mai a dire sì a una proposta. Pensa che Elda è di una onestà cristallina e  sta sempre facendo qualcosa, non è mai a grattarsi le mani e scrive una cartolina: «Elda vieni, come al solito, ti aspetto».
    
*     *      *

Poldina, 25 anni, veneta.  Arriva in casa del dott. Episcopo per prendere servizio come cameriera fissa, vestita in pantaloni e maglietta attilatissimi. Alla signora Episcopo non garba dal primo momento, ma alla suocera fa buona impressione. Il fatto è che Poldina, non appena si trova davanti alla madre del dottore, le fa molti complimenti: «Che bella signora, che sguardo dolce, e poi deve essere tanto buona…»  Quasi ogni sera Poldina esce per andare da suo cugino,  immigrato anche lui, oppure con gli amici di suo cugino. La signora Episcopo non sarebbe dell’avviso di concederle tanti permessi, ma la suocera dice di sì: «Poverina, è lontana dai suoi, lasciamo che tenga questi contatti». Da quando va lei a fare la spesa il conto mensile è aumentato. La signora Episcopo cerca di capire perché, e la suocera spiega: «È aumentato il costo della vita, lo dice anche il giornale».
Al pomeriggio Poldina entra in salotto dove  la madre del dottore lavora a maglia e chiede il permesso di sederle di fianco: «Mi sembra di essere vicino a mia madre». La signora sorride: «Vieni figliola». La ragazza incomincia a parlare del suo paese, di vicende belle e meno belle; ma poi gira il discorso, passa all’adulazione: «Dio che bei capelli, signora. E come è buona. Sua nuora  è brusca, invece…» La chiacchierata continua, perché  si mette a parlare anche l’anziana. Se entra la nuora tacciono. Per quattro mesi le cose vanno avanti così; o meglio: si infittiscono i colloqui tra le due, crescono le adulazioni della cameriera e cresce anche il totale della spesa mensile. 
Un giorno la moglie del dottore avvicina la suocera sola e le mostra un foglio: «Ho ricevuto informazioni dal paese di Poldina: dicono che è una poco di buono, è stata persino fermata dalla buoncostume».  «La storia della buoncostume la so – dice la suocera – non è stata lei, ma sua cognata. Poldina, poverina, è vittima di malelingue». La sera stessa il dottore, che si era  sempre tenuto al di fuori di ogni discussione, licenzia la ragazza sui due piedi, senza badare ai suoi pianti e al disaccordo della madre.
Qualche giorno dopo, quando nella casa e nel vicinato si diffonde le notizia del licenziamento, arrivano le prime notizie. Poldina tutte le sere aveva un fidanzato diverso, adescava fattorini e garzoni di negozio, comperava la merce più scadente e metteva in conto i prezzi della migliore. L’anziana signora Episcopo ascolta a occhi bassi e a un certo punto con le lacrime agli occhi dice: «Mi sembra impossibile, era una ragazza così buona, così affettuosa». Dovrebbe aggiungere che le aveva fatto un paio di prestiti, per un importo pari a uno stipendio; ma tace: le era simpatica e poi le voleva anche un po’ di bene.

domenica 16 settembre 2012

I supplenti



I giorni scorrono con lenta monotonia nella casa dei coniugi Lamberti. Sono entrambi sulla cinquantina, sposati da diciotto anni. Goffredo fa l'autista di piazza, Claudia la camiciaia. Non hanno figli e vivono soli in un alloggio di due camere e cucina che dà su una piazza con giardino. Un bel posto. Dovrebbe essere una coppia felice e così è ritenuta dai vicini, perché mai si sono sentiti litigare.

Abitano negli stessi settanta metri quadrati, eppure paiono distanti chilometri l'una dall'altro. Si sposarono dopo un fidanzamento di tre mesi. Erano entrambi soli e pensarono che insieme sarebbero stati bene. Fu un calcolo soprattutto economico: il mio guadagno più il tuo guadagno fanno il benessere e la tranquillità. In effetti economicamente stanno bene, mangiano bene, hanno un appartamento bene arredato, ma niente più. Nei primi tempi si dicevano parole affettuose, si raccontavano qualcosa di loro, delle loro impressioni su vari argomenti, poi, a poco a poco, i discorsi sono diminuiti, le parole si sono rarefatte, sono diventati come semplici conoscenti. Adesso parlano soltanto di cose pratiche, comunicazioni necessarie, riscaldamento, affitto, spesa.

Un giorno Claudia è tornata a casa con una piccola scimmia, una Uistitì argentata che sta quasi nel palmo della mano. Il marito l'ha accolta con indifferenza. La scimmietta si chiama Bigia e sta tutto il giorno addosso alla padrona, in grembo quando lavora, magari coperta dalla stoffa di una camicia, e su una spalla quando fa da mangiare. Di notte sta al fondo del letto sui piedi di lei. Sei mesi dopo l'arrivo di Bigia, Goffredo s'è portato a casa un barboncino, Moretto. Quando è libero dal servizio non fa che accarezzarlo, parlargli, giocare con lui. Tra una corsa e l’altra col taxi, quand'è l'ora, rincasa per portare Moretto a fare pipì. Il cane, a volte, non va d'accordo con Bigia perché lei vorrebbe salirgli sulla schiena e lui non vuole.

Moretto abbaia e ringhia. Per evitare questi scontri Goffredo, in sua assenza, lo tiene chiuso in camera da letto. Marito e moglie non dormono più assieme. Claudia ha messo un’ottomana nella camera da pranzo e dorme là. Per due motivi: perché soffre di insonnia e quando il marito torna dal servizio di notte la disturba, e per la reciproca tranquillità delle due bestiole. Si sdraia nel suo lettino e incomincia parlare a Bigia: le dice parole di tenerezza, una tenerezza che è già nella voce, nel tono, e lei risponde con piccoli versi, con squittii che sono altrettanto dolci. Dopo un po’ Bigia salta sul cuscino, solleva le lenzuola e s’infila sotto. Un gesto questo che per Bigia deve significare grande affetto.

Dopo un po’ il caldo consiglia alla scimmietta di tornar fuori: si va ad accoccolare in fondo ai piedi, chiusa nel giro della lunga coda. Nella camera accanto anche Goffredo parla al suo Moretto, che si stende sulle coperte, aderente al corpo del padrone. Con la zampa raspa fin che lui non gli ha allungato una mano da lambire. Il cane finisce per addormentarsi con la lingua sul palmo del padrone. Sempre così. I vicini dicono: «Proprio brava gente, quei coniugi Lamberti: vanno perfettamente d'accordo, mai che abbiano qualcosa da dire».

martedì 21 agosto 2012

Isolato

Roberto Canta ha 43 anni e fa il tornitore. Lavora una settimana dalle 6 alle 13, la settimana dopo dalle 13 alle 20. Ha un carattere brusco, specialmente quando fa il turno della mattina, perché si deve alzare presto; rincasa di umore cattivo, trova la minestra scondita, salata o troppo cotta. Maria, sua moglie, non dice niente; guarda di sottecchi il figlio, Angelo, che ha sedici anni, e lui le risponde con un’altra occhiata significativa. Sono anni ormai che le cose vanno così. Col passar del tempo tra il marito e la moglie è sorta come una barriera che li tiene distanti. Non si dicono mai una parola tenera, non le ricordano più, né lui né lei.
Eppure non è che Roberto abbia un’altra donna, no, si comporta così unicamente perché questo è il suo animo. Si arrabbia per stupidaggini. Forse tutto dipende dal fatto che ha poca voglia di lavorare e il lavoro quotidiano, fisso, metodico, gli pesa e lo esaspera; senza tuttavia che egli abbia la forza e il coraggio di ribellarsi a questa costrizione e di abbandonare la famiglia per non doverla mantenere e andare a fare magari il barbone. Probabilmente, se vincesse una grossa lotteria e non dovesse più alzarsi presto al mattino per andare davanti al tornio o tornare la sera tardi, sarebbe un uomo cordiale e simpatico.
Tratta male anche il figlio, che invece è pieno di buona volontà e studia giorno e notte. Anzi, studia troppo e l’affaticamento lo esaurisce, il medico gli ha consigliato di prendersi po’ di riposo. «Non posso – dice – devo concludere gli studi». Sente la necessità di rendersi indipendente per sfuggire all’atmosfera paterna. A volte, quando suo padre lo sgrida per motivi stupidi, Angelo si alza di scatto e va in camera sua e si mette a piangere. Questa facilità al pianto è uno dei sintomi dell’esaurimento che lo debilita. La madre, appena può, va a consolarlo. Si abbracciano, stretti, e anche lei piange; Angelo è decisamente di qua dalla barriera che divide i genitori: è con la madre. A volte, in casa, quando loro due sono soli, parlano a lungo, come amici o forse più che amici, come complici. Parlano del futuro, di quando lui sarà medico. La madre si commuove. «Roberto – dice – sei la mia consolazione, guai se non avessi te». In questi discorsi non nominano l’assente e anche nei progetti futuri il Padre-marito è come se non esistesse. Poi lui torna, con il passo pesante, le mani sporche, la voce dura. Madre e figlio si guardano furtivamente. Sono al di qua di una barriera, oltre c’è un altro mondo, c’è l’asperità, la difficoltà, la contrarietà, la vita no.

venerdì 27 luglio 2012

La tavolozza del bagnante


L’«artista» lo si riconosce anche quando sta annaspando nell’acqua tra gli altri venti bagnanti che dividono la prima striscia di mare dove non si tocca. Ha i baffi a spazzola, i capelli grigi, folti e lunghi, i cui ultimi riccioli gli si appoggiano sulle spalle. Sta poco sulla sdraio: è sempre in giro sotto uno dei tanti ombrelloni, a chiacchierare. «Non faccio per dire, ma ho al mio attivo 24 anni di tavolozza e il mio mestiere lo conosco bene». Trancia giudizi su tutti i pittori, dai primitivi in avanti, soffermandosi naturalmente sui contemporanei. «Una cosa abominevole» dice degli informali. «La pittura deve rispecchiare la verità, seppure rivista dall’animo del pittore che l’interpreta. Io, ad esempio…»
Ha portato qui in villeggiatura trenta tele e sul terrazzo della pensione che lo ospita ha improvvisato una specie di personale. «Non l’ho mica fatto per vendere – dice al suo interlocutore, e ormai, nei dieci giorni di permanenza al mare, l’ha già detto a 70 dei 150 bagnanti della sua spiaggia – ma semplicemente per far vedere come dipingo io». Affronta anche, e con molta disinvoltura, l’argomento prezzi: «Sa, io ho già una quotazione internazionale: diciotto punti», Poi fa dei calcoli strani da cui risulta che un suo quadro di medie proporzioni costa circa duecento euro. Si china per avvicinarsi all’orecchio di chi lo sta ad ascoltare: «Qui, però, nessun organismo internazionale mi può costringere a vendere a prezzo pieno. Se un amico, come potrebbe essere lei, ha piacere di avere un mio quadro, glielo cedo per molto meno, che so, la metà, quasi un regalo. Via, in fin dei conti siamo in vacanza,  tra amici, un favore lo si può ben fare». Si gira verso la collina che  è alle sue spalle: «Vede, io sto nella pensione che è in quella casa color nocciola: sul terrazzo ci sono i miei quadri. Se andrà a vederli mi farà un vero piacere. Ci terrei molto sentire il  suo giudizio sulla mia opera».
L’interlocutore promette vagamente, si alza per fare il bagno. Il pittore ne approfitta per andare sotto un altro ombrellone. «Guardate qua che spettacolo la natura, che tavolozza di colori! A proposito di colori, due settimane fa ho dipinto un quadro…»

lunedì 9 luglio 2012

Simpatia verbale


Tra le bagnanti, al primo colpo d’occhio, fa spicco la «rossa»:  alta almeno uno e ottantadue, bruna, pelle olivastra, un tipo. La chiamano «rossa» perché è sempre vestita di questo colore: costume  rosso, casacca di spugna rossa,  cappello di paglia rosso, sandali rossi. Ha quarant’anni e una figlia di dieci: il marito non c’è, viene il sabato sera e riparte il lunedì mattina. La «rossa» sta sempre parlando con qualcuno, non importa se uomo o donna: chiacchiera di tutto, con un linguaggio sempre appropriato, dimostrando buona cultura; ma soprattutto chiacchiera allegramente, senza alcuna ombra di alterigia, di snobismo, di sofisticazione. Certe mogli, sulle prime, si allarmano, vanno a incollarsi ai mariti per essere pronte alla difesa e all’aggressione, ma poi anche loro vengono conquistate dalla simpatia della  «rossa», si rendono conto che non ha alcuna intenzione minacciosa  come conquistatrice nei confronti degli uomini. È facile che ci sia intorno a lei un grappolo di persone, non un solo colloquiante e chi non è interessato a sentirla, se vede ressa, non si avvicina nemmeno perché sa già chi c’è lì.
È una donna che si attacca alla vita con l’esuberanza della parola. Si intuisce che vuole sfruttare pienamente la fioritura di questa  ultima sua floridezza per mettersi in mostra. Talvolta accenna ai suoi vent’anni facendo balenare immagini di splendore. Ma non c’è mai sfoggio, né rimpianto, nei suoi ricordi; c’è sempre una positiva pienezza di vita. Al pomeriggio la  «rossa» invita i suoi interlocutori ad avvicinarsi all’acqua, si siede sul materassino di gomma e allunga le gambe sulla sabbia, in modo che il moto dell’onda gliele lambisca. «Come si sta  bene,  così, al fresco» dice, poi continua a parlare di uno dei tanti argomenti. Le mani, con noncuranza, raccolgono l’acqua e la versano sulle cosce dove l’onda non arriva. Continua così per ore, fino a quando c’è qualcuno che la sta ad ascoltare, fino a quando sua figlia non si decide a reclamare per tornare a casa. «Non mi toglierei  mai da questo fresco» dice.
La  «rossa» in questa spiaggia rappresenta un caso singolare: non offre nessun appiglio alle altre donne per una critica.  Sembra impeccabile in tutto, nel linguaggio, nella scelta degli argomenti, nel comportamento. Anche l’aspetto non dà appiglio: la sua bellezza  non è di grande rilievo e i lineamenti sono regolari, così pure le donne istintivamente più severe, più propense alla gelosia e al sospetto, si sentono disarmate. Questa perfezione,  questa simpatia che circondano «la rossa» finiscono  per far nascere intorno a lei un’ombra  che attenua il suo favore. Ecco un piccolo rilievo, il primo: «Secondo me questi suoi  prolungati bagni alle gambe hanno il preciso scopo di combattere la cellulite».

venerdì 22 giugno 2012

L'intrufolone

Girolamo ha sessantacinque anni. È piccolo, segaligno, fortemente miope. Vive solo in un alloggetto di camera e cucina al terzo piano di una casa senza ascensore che ha cinque piani e quattro apppartamenti per piano. Gente modesta, in genere operai ma anche alcuni impiegati. Si mantiene con una piccola pensione che gli viene corrisposta per la sua passata attività in una fabbrica di dolci. Vedovo da dieci anni, ha sempre cercato di ravvivare la solitudine guardandosi attorno, praticamente partecipando alla vita della casa. Era andato ad abitare lì quando si era sposato, come prima tappa per passare poi in un alloggio più grande appena fosse nato un bimbo. Ma il figlio non è venuto e lui si trova ad essere uno dei più vecchi inquilini. Conosce quindi tutti molto bene e di tanti sa anche cose riservate. Ma è talmente addentro alla vita della comunità da desiderare di accrescere sempre più le sue conoscenze dei vari nuclei. In genere ci riesce perché a questo fine ha plasmato il suo comportamento di inquilino. Non appena sente qualcuno che fa le scale è pronto ad uscire con un pretesto per vedere chi è. Nella sua porta ha un pomello d’ottone che lui ha già lucidato migliaia di volte, appunto per avere vista libera.
Ai proprietari di alloggi che abitano altrove Girolamo offre i propri servigi: per andare alla posta a pagare bollette, riscuotere affitti, fare un acquisto in un negozio. Sono tutte occasioni per tenere i contatti con gli inquilini, e mantenersi aggiornato sulle novità. A taluni offre altri favori: per esempio scende a prendere le posta o il giornale nel casellario e glieli porta su. Tra una commissione e l’altra si ferma a parlare, chiede notizie dell’uno e dell’altro, riferisce ciò che ha sentito dire, aggiunge qualcosa di suo per godersi lo spettacolo delle facce meravigliate. Càpita così che qualche inquilino, causa sua, possa venire in discussione con qualche altro, ma lui è subito pronto ad intervenire per fare correzioni e ristabilire la pace. Quando il condominio deve prendere delle decisioni comuni di una certa importanza Girolamo va a dire le sua di alloggio in alloggio, fa propaganda e comizi come se si dovessero tenere elezioni. In queste fasi di grande attività si sente importante. Guarda chi sale e chi scende con occhietti che si vedono piccolissimi dietro le lenti spesse, ma che si intuiscono gioiosi.
Se qualcuno si oppone alla sua invadenza rifiutando i suoi servizi, lui non se ne offende, aggira l’ostacolo, torna alla carica sotto un’altra forma. Per coloro che si dimostrano decisamente ostili Girolamo usa diversa tattica: aspetta al varco i loro bambini e offre caramelle. I piccoli, ammaestrati dai genitori, le rifiutano, ma lui insiste, gliele scarta, gliele mette in bocca. Fra i casigliani si diffonde la voce che le caramelle di Girolamo sono stregate: c’è chi fa le scale di corsa per non incontrarlo; altri si affidano ciecamente a lui per non averlo come avversario. E Girolamo entra nelle loro case, parla, ascolta, esce, va in un altro alloggio a riferire quello che ha appena sentito, aggiunge qualcosa di suo, pensa che domani qualcuno litigherà e lui dovrà intervenire. Si sente un personaggio importante, ha la casa in pugno ed è felice.