I taccuini di inviato che mio padre aveva donato al Centro Studi sul giornalismo Pestelli fanno ora ufficialmente parte della biblioteca specializzata del Centro, accanto a documenti di Gino Apostolo, Igor Man, Renzo Villare. Qui la notizia sul sito web del Centro, dove sono anche visibili alcune fotografie di pagine dei taccuini. Ringrazio il Centro per le parole di apprezzamento con cui li presenta e mi auguro che questo materiale possa risultare utile per le attività di ricerca che il Centro promuove.
Daniele Lugli
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lunedì 22 febbraio 2016
giovedì 20 agosto 2015
Un balzo e si vola
Non di rado i miei sogni sono di tipo
angoscioso. Uno che si ripete è quello dell’impossibilità di
trasmettere un articolo al giornale che lo sta aspettando. Ho fatto
l’inviato per decine d’anni e svolto alcune migliaia di servizi
fuori sede, cioè sono andato sul posto, anche con viaggi lunghi
centinaia di chilometri, ho raccolto le informazioni necessarie, ho
scritto e poi ho trasmesso al giornale il testo via telefono dettando
agli stenografi o servendomi del computer e del modem. Tutto nello
stesso giorno, con tempestività, senza perdere un minuto. Non ho mai
avuto problemi, nessun servizio è mancato e nemmeno giunto in
ritardo per mia colpa. Certo, sapevo che con il poco tempo di cui
disponevo lavoravo sul filo del rasoio: sarebbe bastata
l’interruzione di una linea telefonica o un guasto all’auto che
mi bloccava in una località isolata per farmi mancare il servizio.
Lo sapevo ma non ne avevo turbamenti: una consapevolezza che mi
lasciava indifferente; o per lo meno di questo ero convinto.
Da quando non lavoro più - ormai oltre venti anni - di tanto in tanto vivo in sogno un dramma per
l’impossibilità di trasmettere il servizio già pronto.
Solitamente c’è di mezzo il telefono: lunghe code di persone che
mi precedono davanti all’unico apparecchio, oppure la linea che non
si prende, il disco combinatore che si inceppa, la voce che va e
viene, lo stenografo che ripete "non sento, non sento" o il
computer centrale del giornale che non accetta il collegamento del
modem. A volte non posso nemmeno scrivere, bloccato da un
susseguirsi continuo di circostanze che non mi consentono di tradurre
in articolo gli appunti.
Un altro sogno che si ripete è
quello dell’automobile che non trovo più: vado in giro di
parcheggio in parcheggio con angoscia crescente perché ho molta
fretta, c’è chi mi aspetta oppure sono in ritardo con il lavoro; e
mi struggo nel cercare di ricordare dove l’ho lasciata, senza
riuscirci. Tutti ripartono con la loro automobile, solo io non
ritrovo la mia.
Ancora. Sono lontano da casa ed è da
tanto che non do mie notizie, vorrei telefonare ma non posso e sento
crescere un senso di colpa. La casa non è la mia ultima, quella
della mia famiglia nella quale ho trascorso la maggior parte della
vita, ma quella della fanciullezza e giovinezza, che lasciai per
sposarmi e per andare a vivere con mia moglie e mia suocera. E
infatti la sensazione di rimorso è nei confronti dei miei genitori,
soprattutto mia madre. Assieme all’angustia c’è un presentimento
della gioia e dell’emozione che proverò nel momento in cui potrò
mettermi in contatto con loro.
Fortunatamente qualche sogno è
piacevole. Uno che ritorna di tanto in tanto è quello del volo. Un
volo mio, del mio corpo, non con l’aereo o l’elicottero. Non so
come lo spicco, se con un balzo da terra o lanciandomi dall’alto:
mi trovo già sollevato a media altezza, poco al di sopra di chi
cammina, e le mie braccia, come grandi ali, si aprono e si richiudono
contemporaneamente in due ampi semicerchi. Il nuoto aereo mi fa
avanzare rapido e io mi sento leggero ed elegante, pervaso da una
contentezza sconfinata; sono anche sorpreso per l’evento che sento
miracoloso ma al tempo stesso come una cosa naturale.
venerdì 16 gennaio 2015
Ricordo mio padre
Le tue mani, nodose, malferme, non
riuscivano più a guidare la penna né a scegliere le lettere sulla
tastiera; potevano appena accennare una carezza. Le tue mani, che
avevano scritto tanto e anche forgiato tanti oggetti: il portacenere
d'argento che fa bella mostra di sé sul tavolo in sala. Il gallo
segnavento e l'elica di rame che, appena un po' invecchiati da una
patina verde, ancora rispondono ai capricci dell'aria. L'assemblaggio
di scarti di officina che, facendo il verso a Calder, accoglie i
visitatori all'ingresso.
La tua voce, irriconoscibile,
fievole, non riusciva più a trasmettere i tuoi pensieri. La tua
voce, che era stata limpida, calma, profonda. Con la quale avevi
fatto tante interviste, avevi convinto tante persone a raccontarsi.
Perso completamente l'udito – e
nessun apparecchio poteva aiutarti – avevi imparato a leggere le
labbra, e supplivi con l'intuito alle parole che non riuscivi a
cogliere.
Per un certo periodo, un bastone
era stato sufficiente ad aiutarti. Mi dicevi che eri diventato come
tuo padre, il nonno Giovanni (l'ho visto poche volte perché vivevamo
in città diverse ma lo ricordo, con il suo rustico bastone, sempre
sorridente). Dal piano di sopra ti sentivo camminare: un rumore
caratteristico. Sapevo che eri andato in sala, a guardare alla
finestra, o in cucina per bere. Ma questo rumore ogni giorno, in
maniera quasi impercettibile, si faceva più incerto, più
irregolare, più infrequente.
Una mattina mi chiamasti perché
non riuscivi ad alzarti dal letto. Ti aiutai, riuscii a vestirti e ti
misi a sedere in poltrona. Da quel momento hai sempre avuto bisogno
di una persona che ti seguisse, in tutte le fasi della giornata. Che
trauma dev'essere stato per te che eri stato così attivo: sempre in
giro per lavoro, sempre a contatto con la gente, alla ricerca delle
notizie; e poi, dopo la pensione, sempre con qualcosa da fare, da
costruire, da riparare, scrivere, dipingere.
In questo, non sei stato
fortunato. Non è una fortuna raggiungere un'età avanzata come la
tua in cattive condizioni. Non hai avuto la fortuna di chi ci arriva
bene, del vecchietto che si gode ancora la vita e poi d'improvviso,
senza avvisaglie, senza soffrire, forse senza neanche accorgersene,
in pochi secondi se ne va.
Solo la mente e la vista non ti
hanno abbandonato fino all'ultimo. Ore passate nella tua poltrona
vicino alla finestra, e quando si faceva buio accendevi la lampada
premendo l'interruttore con il bastone. Sul davanzale, una pila di
libri da leggere che si assottigliava con un ritmo impressionante. Le
mie frequenti puntate in libreria e alle bancarelle per fare
rifornimento: non bisognava lasciare che la pila si svuotasse
completamente; quelle rare volte che era capitato, eri andato in
crisi. La difficoltà di trovare qualcosa che tu non avessi già
letto.
Mi fa male però, mi disturba
ricordare questo tuo ultimo periodo, questo tuo morire poco per
volta.
* * *
Quando io ero bambino, eri
consapevole che la tua professione comportava il rischio di allentare
i rapporti con la famiglia e facevi di tutto per evitarlo. Ricordo
alcune occasioni speciali in cui qualche tua lunga inchiesta si
sovrapponeva ad una vacanza scolastica e mi portavi con te, con mille
raccomandazioni.
Il ristorante Garibaldino di
Viareggio fu per un certo periodo il ritrovo degli inviati, di tutti
i giornali, che lavoravano su un caso clamoroso degli anni sessanta.
Tra una portata e l'altra vi scambiavate informazioni e discutevate
le vostre teorie, le vostre impressioni. Un clima molto particolare:
un misto di amicizia, cameratismo, competizione, ironia; battute,
scherzi, barzellette, ma si capiva che avevate tutti le orecchie
dritte, attenti alle mezze parole, pronti a cogliere il minimo
accenno di novità.
Ero seduto tra te e un tuo
collega, dell'Unità mi pare, che mi suggerì di metterti dell'aceto
nel bicchiere. Mi lasciai facilmente plagiare: mi sembrò uno scherzo
bellissimo. Tu capisti subito che non era farina del mio sacco, ed
avesti un battibecco con lui. Il tuo rimprovero nei miei confronti fu
modesto, ma quanto mi vergognai! A fine pasto riempii di budino una
tasca della giacca del cattivo consigliere. Chi scherza dovrebbe
saper stare allo scherzo, ma non apprezzò; e non volle credere che
avessi agito di mia iniziativa.
* * *
Avevi avuto l'occasione di
incontrarti con le nuove tecnologie fin dal loro primo apparire nella
tua professione. La Stampa ti aveva dotato di un Olivetti M10,
un computer portatile delle dimensioni, più o meno, di un elenco del
telefono e con prestazioni che oggi farebbero sorridere; ma
sufficiente per battere un articolo e trasmetterlo via modem,
saltando il passaggio lungo, faticoso e facile agli errori della
dettatura allo stenografo (già allora, a metà anni ottanta, la
tecnologia informatica cominciava a erodere posti di lavoro). Nel
modem, grosso poco meno di una scatola da scarpe, bisognava inserire
la cornetta del telefono; ma, per la buona riuscita della
trasmissione, era prima necessario sostituire la capsula del
microfono con una speciale, più sensibile, che ti era stata data in
dotazione. Questa operazione non comportava danni per il telefono ma
si trattava comunque di svitare, togliere, mettere, riavvitare: un
traffico, insomma, che non passava inosservato e non poteva non
creare qualche preoccupazione al proprietario del telefono stesso,
per cui di solito ti premuravi di avvertirlo preventivamente e di
ottenerne il consenso.
Una volta però, mi raccontasti,
ti toccò trasmettere da un telefono pubblico, sotto gli occhi dei
passanti. Qualcuno notò il tuo armeggiare ed avvertì i Carabinieri
che, intervenuti prontamente, ti portarono in caserma per
accertamenti, sospetto di vandalismo. Alla fine ti credettero –
faceva parte del tuo mestiere saper convincere le persone – ma temo
che, quella volta, il tuo articolo sia arrivato in ritardo.
Ti eri poi tenuto aggiornato con
l'evoluzione del computer e riuscivi a destreggiarti anche con le
versioni recenti dei programmi di videoscrittura. Ti dilettavi di
fotografia ed avevi accettato la novità della fotografia digitale
(con qualche rimpianto per la vecchia Contarex, a cui eri
affezionato). Una volta, dopo avermi spedito per posta elettronica
delle immagini che avevi scattato, ti stupisti di averle ancora: «Ma
come, non te le avevo mandate?» Io avevo sorriso a questa tua
ingenuità, al confondere un file con un oggetto materiale.
Eppure, a ripensarci, non era così assurda la tua idea: far sì che
una manciata di bit abbia una
sua identità unica, che non possa essere in due posti diversi
contemporaneamente, è indispensabile in certi casi, come sa chi
possiede moneta virtuale.
Infine questo blog, dove hanno
trovato posto tanti ritagli, accumulati negli anni, fin quasi agli
ultimi momenti. Pubblicati con incostanza: la mia incostanza, perché
lasciavi a me questo incarico, e il mio lavoro spesso me ne faceva
dimenticare. Sul tuo computer c'è ancora tanto materiale;
proseguirò, è un modo per sentirti vicino.
* * *
Ti sento ancora vicino: anzi, in
certi momenti arrivo a dimenticare che non ci sei più. Mi capita al
mattino, appena sveglio, di pensare che devo venire da te, a vedere
come stai. Mi capita, se vedo un libro che tu mi avevi chiesto e non
ero riuscito a procurarti, di rallegrarmi perché finalmente l'ho
trovato. Mi capita di chiedermi come reagirai ad un certo fatto, ad
una certa notizia; persino adesso, per un attimo mi son chiesto se ti
piacerà quello che sto scrivendo. Poi, subito, mi rendo conto
dell'illusione.
Non sono confortato, come eri tu, dalla convinzione che un giorno ci si sarebbe tutti ritrovati. È la memoria, la memoria di grandi e piccole cose, a darmi qualche sollievo.
Daniele Lugli
Non sono confortato, come eri tu, dalla convinzione che un giorno ci si sarebbe tutti ritrovati. È la memoria, la memoria di grandi e piccole cose, a darmi qualche sollievo.
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domenica 15 dicembre 2013
Sulla portaerei
Maggio
1976. Sono in volo su un turboelica Grumman della marina
statunitense, per una visita alla portaerei Saratoga che naviga nel
Tirreno, a nord della Sicilia. L’aereo ha i sedili rivolti verso la
coda. I passeggeri sono una dozzina, giornalisti e ufficiali danesi
della Nato che vanno sulla Saratoga per servizio. Tutti con giubbotto
salvagente, casco in testa, cuffie alle orecchie perché
l’insonorizzazione è inesistente e il rombo fortissimo, spalle
bloccate da cinghie strettissime. Un soldato spiega come si fa a
sganciare i portelli di sicurezza se l’aereo finisce in mare e
quale leva c’è da tirare se cade con la carlinga rovesciata. Il
giubbotto è gonfiabile tirando un certo cordoncino e se non si
gonfia c’è il tubetto da infilare in bocca per soffiare. Nel caso
si finisca in mare, una pila a contatto dell’acqua salata
alimenterà una lampada che di notte segnalerà la presenza dei
naufraghi, per di più una polvere colorerà la zona per renderla più visibile ai
soccorritori, quindi… un viaggio di tutta tranquillità. Un
soldato agiterà un braccio quando l’aereo starà per toccare
il ponte, perché i passeggeri possano essere preparati alla brusca
frenata dell’apparecchio bloccato da uno degli elastici. Ora il
braccio segna e io, che sono vicino a uno dei pochi oblò, vedo
l’acqua, poi il ponte della portaerei, ma appena per un secondo, e
di nuovo l’acqua. Non è successo niente, siamo ancora in aria. O
meglio, è successo che il pilota ha mancato l’appontaggio, non è
riuscito a farsi agganciare da uno dei quattro elastici. Un giro
largo nel cielo e la Saratoga appare lontana in un disco di mare. Poi
un nuovo tentativo e, di colpo, mi sento schiacciare contro lo
schienale. L’aereo va al parcheggio e ripiega le ali. Scendiamo.
Eccola
la Saratoga: 80 mila tonnellate che corrono sull’acqua a 60
chilometri all’ora, lunghezza 320 metri, larghezza 81, e il radar
che è all’estremità dell’albero è alto come un palazzo di 23
piani. Sul ponte una grande quantità di aeroplani, rombi e sibili
si incrociano, taluni velivoli si spostano autonomamente, altri
sono trainati ; e intorno un andare e venire di uomini in tute e
scafandri, vampate di calore e di odori acri spazzano il ponte,
s’alternano alle brezze purificatrici. Il gruppo viene
accompagnato giù in un hangar sotto il ponte per un’occhiata a
vedere decine di aerei allineati gomito a gomito (sono 90 di
quattro tipi, compresi i Phantom capaci di una velocità due volte e
mezza quella del suono), e poi davanti a un televisore per vedere la
registrazione dell’appontaggio del Grumman.
Uno
spuntino perché è mezzogiorno, quindi sulla torre ad ammirare la
fantasmagoria delle partenze e degli arrivi. A prua si vedono le
catapulte per il decollo, da poppa e fin oltre la metà della nave e
protesa verso la parte estera sinistra c’è la pista di
atterraggio. Ogni 90 secondi si può avere un decollo e mentre un
aereo parte un altro può arrivare. La catapulta consiste in un
gancio che traina il velivolo per una sessantina di metri con una
irruenza tale che quando lo lascia gli ha impresso la velocità di
200 chilometri sicché può proseguire con i suoi motori. Ricordo la
Saratoga come un mostro di grande bellezza e fascino. E ricordo
anche la partenza, di nuovo sul Grumman: uno strappo che mi aveva
mozzato il respiro.
mercoledì 4 dicembre 2013
Terremotati
Balvano, Irpinia, notte tra il 23 e il 24 novembre 1980, da dodici ore il terremoto ha distrutto decine di paesi. Facendo strage di vite, abbattendo tutti gli edifici per chilometri. Una voce fa un lamento continuo che continuerà fino al giorno dopo senza che nessuno abbia potuto raggiungere il povero corpo per potergli dare la salvezza. Giorni di desolazione, di orrori: la macchina dei soccorsi e degli aiuti stenta ad avviarsi e a mano a mano che si rimuovono le macerie il numero dei morti aumenta. I superstiti, senza più un tetto, iniziano la vita grama delle tendopoli destinata a durare anche anni: e intanto fa freddo e piove, ci si muove nel fango. Ancora adesso se ripenso al mio compleanno dei sessanta che scadeva in quei giorni, mi torna in mente quella voce lamentosa come un filo incandescente, e un viso di ragazzo che si affaccia sotto la pioggia nella fessura di un tenda.
sabato 28 settembre 2013
Rachele, la vedova del duce
Come inviato della Stampa ho avuto diverse occasioni di incontrare la vedova di Mussolini.
L’ultima volta fu il 9 settembre 1980. La mia
visita era stata preannunciata, ma quando ho suonato al cancello di
villa Carpena, a sei chilometri da Forlì, dove lei era nata, si è
presentato il figlio Vittorio e ha detto che le visite erano sospese
per motivi di salute. L’ho pregato di andare da lei, di dirle chi
ero: ero sicuro che avrebbe acconsentito perché io avevo sempre
riportato fedelmente le sue parole. È andato e quasi subito è
tornato e mi ha aperto. Ci siamo seduti in un angolo di un salotto.
Sembrava ancora più piccola, scarna; il volto, che sette anni prima
era tondo, ora era solcato da profondo rughe; pesava appena 35
chili. Mi ha detto che stava già stentando a stare ritta da sola.
Era dispiaciuta ma ancora abbastanza su di morale.
Era
presente anche Edda, la figlia, che io ho stentato a riconoscere
facendo una grossa gaffe perché avrei dovuto avere anche per lei una
adeguata attenzione. Non avevamo un argomento particolare su cui
parlare così il discorso è subito finito sul passato e lei andava
enumerando le grandi sventure, sue e non sue. A un certo punto ha
detto del suo Benito. «Se avesse dato retta a me, certe cose
non sarebbero successe». E a me è venuta pronta la domanda: «Si era pentita d’averlo sposato?» «Certo che non lo
avrei sposato, non come uomo, ma per quello che aveva in animo di
fare».
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