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domenica 31 luglio 2016

Vengo da Marte

Il disco atterrò nel pomeriggio di una domenica afosa e malinconica, sui prati da fieno di fronte alla mia casa. Sdraiato sull'erba dell'aia, mi stavo rodendo le unghie con rabbia perché avevo appena finito di litigare con mia moglie, in cucina, a causa del bambino che le aveva tutte vinte da lei e cresceva pieno di vizi. Non sentii assolutamente alcun rumore, vidi soltanto un luccichio riflesso e alza gli occhi sul campo. Il disco era enorme, alto come una casa alta, largo quanto cinque campi affiancati, con una calotta di sotto e una di sopra e il bordo esterno alto da terra come due piani. Mi alzai in piedi, stupito. Il mio istinto fu di gridare: «Maria, Maria», ma il risentimento che avevo contro mia moglie in quel momento mi soffocò le parole. Pensai allora a mia madre: mi sarebbe piaciuto che ella potesse vedere ciò che io vedevo; ma mia madre era in città, all'ospedale, e stava male.

Il luccichio del disco era tanto forte che il mio occhio ne era abbagliato; così mi sfuggirono tutte le manovre che gli esseri del disco fecero per uscire. Me li trovai improvvisamente davanti a una decina di metri. Erano in sette o otto, simili agli uomini, ma più armoniosi, bellissimi, tutti alti esattamente alla stessa misura, vestiti d'una specie di cellofàne opaco e aderente alla pelle, solo trasparente sul viso. Ero stupito, ma tuttavia capivo d'avere ancora la mente libera di pensare, di considerare, di ordinare a me stesso la fuga, se lo avessi voluto. Improvvisamente, quando quegli uomini erano a soli tre metri da me, sentii la mente vincolata a qualcosa e dovetti andare avanti, verso di loro. Mi accompagnarono sui prati da fieno, sotto il disco, poi mi fecero entrare, sempre in silenzio. Pochi attimi dopo eravamo già in alto; vedevo, attraverso lo stesso piano su cui posavo i piedi, il nero della terra; poi vidi da una parte e dall'altra della striscia di terra il chiaro dei mari. Mi resi conto che ormai ero lontano decine, forse centinaia di chilometri. Altre terre e altri mari vedevo sulle pareti sfuggenti della sfera che mi stava sotto, smisuratamente lontana.

Volsi gli occhi intorno a me e vidi una stanza senza dimensioni; intuivo che lo spazio del locale era assai limitato, ma non potevo capire dove fossero le pareti. Gli uomini in cellofàne che mi avevano accompagnato a bordo erano ancora intorno a me e mi guardavano. C'era silenzio perfetto, eppure io «sentivo» che loro dicevano che non mi avrebbero fatto del male: mi volevano solo mostrare agli abitanti del loro pianeta. Pensavano queste cose e io le capivo captando i loro pensieri. Questa ricezione, che avveniva automaticamente e senza fatica, mi dava calma e distensione.

Ero in piedi e mi pareva di essere sdraiato, senza peso: non sentivo lo sforzo di ogni muscolo per sostenere il corpo. A un tratto le pareti si aprirono in un'apertura senza contorni e noi, in gruppo, passammo oltre, entrammo in altre stanze, enormi, silenziose come la prima, popolate di altri uomini dei quali sentii i pensieri di meraviglia alla mia vista. Oggetti strani vagavano da soli a mezz'aria e andavano a posarsi sulle mani degli uomini per ripartirne ancora, leggeri e autonomi, quando gli uomini se ne erano serviti.

Pensai a Maria. Se l'avessi chiamata seguendo il mio primo impulso, avrebbe visto che ero finito sul disco. Così, invece, non sapeva niente e certo non sarebbe stata capace di immaginare il motivo della mia scomparsa. Pensai anche a mia madre, ma il mio pensiero fu tagliato a un tratto da altri pensieri che non erano miei ma degli esseri che mi stavano intorno, lo capivo bene. Erano pensieri a me diretti e che io ricevevo: mi mostravano, come su di un vastissimo schermo da televisione, il nuovo pianeta, visto in lontananza, poi più vicino, infine nei particolari fisici; lo schermo si ampliava sempre più, mi sembrava di entrarci dentro e allora sentivo la vita degli esseri che lo abitavano, mi pareva di essere perfetto, purificato, leggero.

* * *

All'arrivo trovai quello che già i miei ospiti mi avevano annunciato con il pensiero: un pianeta esattamente sferico, un suolo liscio e duro come l'acciaio levigato, un'atmosfera tersa, immune da perturbazioni, la natura e gli uomini estremamente vicini alla perfezione.

Gli uomini che mi avevano prelevato dall'aia della mia casa mi accompagnavano ora in visita al pianeta. Era un viaggio meraviglioso perché ovunque io guardassi vedevo cose piene di armonia, di bellezza, di arte sublime. Il pensiero aveva una forza poderosa: con esso gli uomini spostavano il loro corpo e ogni altro oggetto nello spazio con una rapidità strabiliante. Il pensiero era anche creatore di innovazioni che servivano ad accorciare la già tanto breve distanza della perfezione massima. E quando il pensieri si esauriva, gli uomini si autodissolvevano; dalla loro scomparsa nasceva un nuovo piccolo essere con rinnovata energia. Non esisteva dolore perché non c'erano sentimenti legati alle cose fisiche; c'era solamente uno stato di perenne gioia e di beatitudine che veniva dalla perfezione di tutte le cose.

Il tempo passava ma io non l'avvertivo. Trascinato dal pensiero dei miei ospiti giravo per il pianeta e gli uomini mi guardavano con i loro meravigliosi occhi dai quali scaturivano sguardi di dolcezza e di serenità. Ero affascinato da tutte quelle cose straordinarie, eppure di tanto in tanto pensavo a mia moglie, al mio bambino e a mia madre. Ci pensavo sempre più frequentemente. Provavo in me una tenerezza infinita per Maria e un rimorso profondo per quelle parole aspre che le avevo detto quel giorno durante la lite per Giancarlo; poi avevo in mente mia madre che era all'ospedale e forse peggiorava. Pensavo: «Ma perché questa gente non mi riporta sulla terra?» Allora i miei ospiti mi additavano, con il pensiero, ai loro simili: «Lui e tutti gli altri della terra sono ancora schiavi della parola e del dolore, dei sentimenti e della forza fisica. Hanno un pensiero incapace di agire”. Pensavano questo di me, ma non mi disprezzavano, mi amavano, piuttosto. «Resta» mi dicevano col pensiero; «se resti supererai in un attimo milioni di anni nel cammino della perfezione, il tuo pensiero diventerà forte della forza che c'è nell'universo intero, il tuo corpo si perfezionerà, la tua mente saprà creare cose meravigliose».

Ero commosso. Mi attraeva enormemente quell'atmosfera di perfezione, ma intanto mi pareva di vedere, al posto dell'armonioso paesaggio che mi circondava, l'aia di casa mia, verso sera, e Giancarlo che giocava col cane intorno ai cumuli di paglia. Poi i miei occhi entravano in cucina a cercare Maria. Maria era brutta, aveva due denti sporgenti e non sapeva educare nostro figlio, ma era buona e io le volevo bene. E volevo bene anche a mia madre che era all'ospedale. «Se tu scenderai sulla terra» pensavano gli uomini che mi accompagnavano, «andrai ad assistere alla morte di tua madre, alle malattie di tuo figlio, e ciò ti addolorerà». Era estremamente bello, guardare il paesaggio, sentirsi senza peso e immerso nella poesia, sapere che tutti avevano solo in sé della gioia, eppure io pensavo a mia madre, a Giancarlo e a Maria e mi sentivo già disposto a piangere la morte e le malattie perché sapevo che in seguito avrei raggiunto, a poco a poco, la tranquillità e la letizia. E la mia mi sembrava dovesse essere una letizia diversa da quella che si trovava ovunque, con facilità, su quel pianeta. Mi ricordai anche del giorno in cui era morto mio padre, dei pianti disperati che avevo fatto e della bontà che avevo sentito venirmi nell'anima via via che il dolore scemava.

Allora pensai intensamente al disco che mi aveva portato sul nuovo pianeta. Gli uomini che mi circondavano dissero col pensiero che avrebbero esaudito il mio desiderio e mi condussero per meravigliose distese di luci di ogni colore. A un tratto fummo davanti al disco, poi entrammo.

* * *

Atterrammo sugli stessi prati da fieno davanti a casa mia. Era una mattina piovigginosa e fredda. Trovai Maria nella stalla, intenta a dare fieno alle bestie. Mi guardò a lungo, stupefatta; poi, prima ancora di chiedermi dov'ero stato, mi disse che Giancarlo era a letto, con la polmonite, e che mia madre era morta.

Sentii le gambe vacillare e un desiderio violento di mettermi a piangere. E quando il pianto mi sgorgò improvviso, mi parve che mi purificasse dentro, che mi facesse bene.

Era una conquista, quel pianto, io lo sentivo; e sapevo che dopo avrei trovato la serenità.

Uscito su Stampa Sera di Lunedì 1 - Martedì 2 Novembre 1954

domenica 8 maggio 2016

Ca-125

Guardavo occhieggiare le vampate rosse del fuoco, nel buio della sera, in fondo al giardino. Bruciavano le foglie secche che Luigi aveva rastrellato per fare pulizia nel prato. Ma con le foglie bruciava anche quella grande custodia azzurra gonfia di cartelle cliniche, tabulati, lastre, ricette. Era rimasta per mesi nascosta in un armadio nella camera degli ospiti. In casa non c'era, non doveva esserci. Tutto quel materiale – per lei – era rimasto in clinica o nello studio di qualche specialista: lei non doveva vederlo, perché sapevamo, mio figlio e io, che non voleva conoscere la verità. E in quella cartella azzurra la verità c'era, drammatica, inesorabile, con il nome preciso di una malattia e una sigla, Ca-125. Sigla che, ad ogni esame di laboratorio, il nostro occhio correva a cercare per sapere come procedeva l'evoluzione distruttiva della quale era l'indicatore specifico.
Per lei la malattia, come le era stato spiegato, era un malanno di poco conto, però noioso per l'incapacità del sistema immunitario di farvi fronte. Istintivamente non cercava di approfondire: lei, che grazie anche alla sua cultura scientifica aveva sempre avuto doti intuitive in campo medico, si adagiava alle spiegazioni di ripiego. Si limitava a lamentarsi per il protrarsi delle cure e per l'inarrivabile giorno della guarigione.
Per noi che sapevamo, al dolore e all'angoscia si aggiungeva un senso di colpa, a causa del segreto che dovevamo custodire e dell'impossibilità di sovvertire l'infausto corso degli eventi. Sentivamo quell'impotenza come un tradimento. Ci affannavamo consultando specialisti in città e altrove, i migliori, ma ne avevamo sempre risposte senza speranza. Disarmati, con l'animo immerso nell'angoscia, dovevamo avere l'aria non preoccupata, cercare di parlare di tutto, anche di cose insignificanti, e del futuro, con la consueta sicurezza, come quando si era ignari. Costava una fatica terribile. Sentivamo il peso schiacciante della conoscenza dell'imminente futuro. Ci si rendeva conto di quanto l'uomo sia fortunato a non sapere che cosa gli accadrà domani.


Cercavo di evitare di parlare del passato: temevo di essere travolto dalla commozione e di scoppiare in pianto. Perché in ogni momento il nostro passato mi era sempre nella mente: tutta la nostra unione, la nostra vita insieme che era stata armoniosa e felice, mi si svolgeva davanti agli occhi della memoria come un film. Parlavo delle cose più varie del momento, la casa, le nipoti, l'automobile, il cane, la spesa e intanto mi ricordavo di immagini, scene, attimi lontani cui da anni non pensavo. Mi sembrava di estrarli, senza intenzione, automaticamente, da una sacco magico che nemmeno sapevo più di avere e che sentivo ricco, pieno. Ogni rievocazione mi dava una gioia e al tempo stesso una tristezza, uno struggimento, una commozione infiniti. E di notte, solo nella mia camera, in lunghe ore di insonnia, in genere a partire dalle tre o dalle quattro, questo film del nostro passato mi girava in continuazione davanti agli occhi del ricordo. Rivedevo noi entrambi giovani, lei bellissima e di una vitalità esuberante, gli slanci, l'amore, il senso del dovere, la bravura nell'insegnamento, nella pittura, nella poesia, i riconoscimenti, i premi. Mi risuonavano all'orecchio versi: "Quando mi porti sulla bicicletta / incontro alle immagini verdi / dei campi e la tua bocca al mio orecchio / si adagia / e dici parole nel vento d'estate, / oh, allora / come sento di vivere calda / fra le tue braccia calde. / Come la morte è lontana!". E poi la famiglia, il figlio, la casa, la gioia delle nipoti. Ancora versi, questi per Elisabetta, la prima: "Ricorderai di me queste vecchie / mani che tentano una carezza? / Questo sguardo che segue lento / il tuo agile corpo nel sole? / Le mie parole sussurrate / nel brusio del motore / quando ti porto a scuola? / Le mie parole, le mie parole / ti possano rimanere. E la mia voce / che sappia risorgere nel tuo cuore, / se mai sarai sola, un giorno". E ancora: "Mi si chiude il cielo / se il tuo piccolo passo / non scende le scale / e il tuo grido di gioco / non mi rincorre. / Le ore vedo passare / come immobile vecchio / che attende una rondine / nel suo lungo inverno".
Queste rievocazioni di lei, di noi, del nostro mondo erano un misto di dolore e di gioia: lacerazioni e lenimento, ma si concludevano quasi sempre nel pianto. Poi, stremato, m'addormentavo quando ormai era l'ora d'alzarsi. Bisognava affrontare un'altra giornata, difficile come tutte, piena di timori e di cautele, senza un barlume di speranza.
Nessuno in casa citava mai i nomi di quella malattia, nelle sue varie forme. Se l'argomento si affacciava alla Tv, con una scusa si cambiava canale e nessuno, neanche lei, protestava. Altrettanto con il giornale, si era svelti a voltar pagina in vista di un titolo scabroso. Aleggiava sempre su di noi questa cappa opprimente del dolore per la nostra consapevolezza e del timore che qualcosa o qualcuno potesse infrangere l'equilbrio fragilissimo che manteneva lei nell'incoscienza del reale e su un'onda tenue della speranza. Ma non v'è dubbio che doveva vivere una continua battaglia tra conscio e inconscio, tra quello che sapeva o intuiva e quello che temeva e non voleva sapere.
Una volta sola aveva perduto il controllo di quel suo fragile equilibrio tra il sapere e il non sapere. Era d'estate, due anni prima della sua ultima estate. Eravamo in montagna, soli, distesi su una coperta in mezzo a un prato, ad abbronzarci. Di fianco a noi qualche indumento, la sua borsetta, un libro, il giornale che avevo comperato uscendo dal paese e non avevamo ancora guardato; ma io, buttandolo sui sedili posteriori dell'auto, avevo fatto in tempo a scorgere un grosso titolo in prima pagina: la morte di un signora, notissima manager di un ente privato. Non mi decidevo a prendere in mano il giornale per non dover dire che era morta quella signora, che anche lei conosceva di fama; perché avrei pur dovuto parlarne in quanto il silenzio, di fronte a una simile notizia, sarebbe risultato ancora più falso e imbarazzante.
Fu lei che a un tratto si sedette e lo aprì. Fu la prima cosa che lesse e subito urlò e si mise a piangere gridando «anch'io, anch'io, sono malata così anch'io, dovrò morire, morire, morire...» e piangeva disperata. L'abbracciai, la strinsi forte, mi sentii il petto bagnato dalle sue lacrime. Pure io avrei voluto abbandonarmi, ma dovevo assolutamente aiutarla, difenderla, dovevo ribadire la tesi detta tante volte, che la sua non era una di quelle malattie anche se certe cure potevano farlo pensare. E via di questo passo, arrampicato sui vetri del convincimento, della persuasione, sempre più lisci, improponibili.
Passavano i mesi e la guarigione non arrivava, anzi, le condizioni si aggravavano. A volte, quando sentiva avanzare il peggioramento, veniva alle prime luci dell'alba a sedersi in una poltrona a fianco del mio letto, mi guardava con occhi nei quali c'era angoscia e terrore, mi chiamava con voce implorante e mi chiedeva: «Come andrà a finire? Come andrà a finire?» Quant'era difficile dover sostenere ancora una volta le solite bugie, dover fingere che sarebbe andata a finire bene e non poterla invece abbracciare, gridare il suo nome, Else, Else, amore mio, e piangere con lei senza ritegno.
Finalmente fuori casa, in auto, solo, potevo lasciare esplodere il dolore e scoppiavo in pianto, navigavo nel traffico con gli occhi pieni di lacrime. Faticosamente, con molti rischi, arrivavo ai semafori dove potevo asciugarmi e soffiarmi il naso. Allora m'accorgevo d'avere intorno a me, al di là di altri finestrini, sguardi stupiti. Ma per me era uno sfogo indispensabile; solo così, rincasando, potevo continuare la mia difficile, penosa finzione.


Guardavo il rosso di quel fuoco, nel buio della sera. Era l'inizio d'autunno, il primo autunno senza di lei. Bruciavano le foglie secche e anche la cartella con tutto il suo percorso del male. Avevamo esitato a lungo, mio figlio ed io, su quelle lastre, quelle sigle. Non potevamo far altro che constatare che erano la testimonianza della sconfitta nostra e dei medici che se ne erano occupati. Se i grafici e i risultati che via via si allineavano sui fogli e nel tempo avessero portato ad una miracolosa vittoria, avremmo dovuto, allora sì, conservare ogni pezzetto di carta, ogni piccolo passo verso la mèta finale. Così no. E avevamo affidato la cartella all'uomo delle foglie. Mi sembrava che anche lei approvasse e fosse grata di quel fuoco.


sabato 23 aprile 2016

Qualcuno alle spalle

Finito di cenare, il bracciante Amilcare Berri si levò da tavola e salutò la moglie che stava lavando i piatti e la figlia Irma di dieci anni che si accingeva in quel momento a fare il compito di scuola. Sulla soglia, mentre s'alzava il bavero del cappotto, disse che andava a fare la solita partita a carte. Ma come fu fuori non voltò a destra verso il paese: s'incamminò sulla strada in direzione del fiume. Sapeva lui dove voleva andare. La nebbia era fittissima; non c'era ancora stata, in quell'inverno, una serata di nebbia così intensa. Appunto per questo il bracciante camminava in direzione del fiume. Nella tasca sinistra del cappotto stringeva un piccolo rotolo: erano tre pellicole fotografiche che aveva trovato fra le altre cianfrusaglie nel granaio del farmacista il giorno che ci aveva accatastata la legna. Le aveva raccolte pensando che gli sarebbero servite per fare quello che voleva fare. Adesso, mentre camminava a fatica in mezzo alla nebbia, stringeva o rigirava fra le dita il rotolo, nervosamente. Era giunto il momento di servirsi di quella celluloide.

Una automobile, proveniente dalla parte del fiume, avanzava a velocità ridotta; si sentiva il rombo del motore e ancora non si vedevano i fari, poi la luce riuscì a fare una macchia chiara nella nebbia, la macchia si divise in due punti bianchi dai quali partivano due coni allungati color argento. Il rumore crebbe, crebbe ancora, la luce argentò la nebbia della strada e quella dei campi al di là delle siepi; poi, all'improvviso, tornò buio. Amilcare Berri continuò ad andare avanti: oltrepassò il cancello della villa Verde, poi raggiunse il ponte sulla Fossa Larga. Da questo punto cominciò a contare i passi; ne contò trenta, quindi si fermò sulla parte sinistra. Aguzzando la vista vide nella siepe il foro che egli conosceva. Passò nei campi e si incamminò lungo il filare degli olmi. Ora non poteva più perdersi, anche con gli occhi bendati sarebbe arrivato alla casa di Martino.

La nebbia si posava sulla sua faccia come una polvere fredda e attaccaticcia e la terra, sotto i piedi, gli era tenera e pesante. Sulla strada passarono, in bicicletta, due giovani che cantavano a squarciagola, poi il loro canto fu sommerso dal rumore di un autocarro. Amilcare andava avanti con passo deciso, si sentiva anche abbastanza tranquillo; ma nella gola aveva un senso di secco che lo costringeva a deglutire spesso. Improvvisamente, quando ancora non se lo aspettava, si trovò davanti a una macchia ancor più scura del buio della notte: era la casa. Si fermò: sentiva il respiro farsi rapido e pensò che doveva star calmo. Aveva atteso per tanto tempo quel momento ed ora non doveva proprio agitarsi, assolutamente. Davanti a lui c'era la parte posteriore della fattoria, con il porticato pieno zeppo di paglia e di fieno che faceva corpo con la stalla e, più avanti, con l'abitazione. Cautamente, cercando di non far scricchiolare gli sterpi sotto i piedi, avanzò lungo il fianco della casa rimanendo ad una certa distanza da essa e si andò a fermare al riparo di un cumulo di legna. Sporgendo un poco la testa vide di fronte a sé, al piano terreno, la finestra della cucina. La luce che usciva dai vetri gettava un alone chiaro nel cortile. Il Berri guardò con tutta l'attenzione possibile nella finestra. Nonostante il fumo che c'era in cucina, si vedevano abbastanza chiaramente, seduti intorno alla tavola, Martino e i suoi tre figli. Evidentemente stavano giocando a carte perché ogni tanto alzavano la mano portandola poi con rapidità al centro del tavolo. Martino, che era di fronte ai vetri, era in maniche di camicia e col gilè; si vedevano bene anche i suoi baffi lunghi e spioventi.

Amilcare Berri sentì come un mulinello nello stomaco e gli venne fatto di stringere i denti. Il suo odio, per tanto tempo represso, avrebbe potuto finalmente sfogarsi perché Martino era nelle sue mani, adesso. Ripensò alle angherie subite; rivide il contadino mentre gli diceva che doveva licenziarlo; rivide se stesso chiedere, tante volte, i molto soldi che doveva avere e Martino e i suoi figli che dicevano di no, che non gli avrebbero dato niente e lui che insisteva. Sempre così, per tanto tempo. A casa, allora, l'Irma era ammalata e non si sapeva come curarla.

Erano nelle sue mani, adesso, Martino e i suoi figli. Strinse con forza il rotolo delle pellicole e con l'altra mano cercò nella tasca della giacca la scatola dei fiammiferi. Sarebbe tornato dietro la casa, avrebbe infilato la celluloide tra la paglia e poi l'avrebbe incendiata. Gli pareva già di vedere le fiamme divampare e lanciare bagliori rossastri nel buio ovattato di nebbia. Loro, in cucina, avrebbero visto e sarebbero usciti di casa urlando. Poi la lotta col fuoco, l'affannosa corsa a chiamare i pompieri, l'urlo della sirena, i muggiti disperati delle vacche. Stringeva in una mano la celluloide e nell'altra i fiammiferi: nelle sue mani c'era la possibilità di far succedere tutto questo. Poteva farlo anche subito, se voleva. Ma Amilcare preferiva aspettare. Gli piaceva pensare alla scena che sarebbe seguita e gli piaceva anche pensare che, se avesse voluto, avrebbe potuto lasciare le cose come stavano: il buio incontaminato, gli uomini intorno alla tavola che continuavano pacatamente a giocare con larghi gesti delle braccia, la notte senza urli di sirene né muggiti di buoi. Aveva in pugno il destino, poteva farne come voleva. A casa, sua moglie a quest'ora stava rammendando e l'Irma faceva il compito di scuola; stava bene, adesso, l'Irma, e le due donne non avevano più fame perché lui un posto buono l'aveva trovato, a dispetto di Martino.

E ancora rivide i lunghi baffi del vecchio che sussultavano mentre diceva che non gli avrebbe dato nemmeno un soldo. SI ritrasse dietro il cumulo di legna e stette un poco immobile, senza pensare. La nebbia era sempre pesante e scabra. Sulla strada che scendeva dall'argine e che passava davanti alla casa non si sentiva un passo. Il silenzio che si allargava nel buio aveva una sua dolcezza che sembrava fatta di fredda umidità e di odore di terra.

Lentamente, in punta di piedi, Amilcare Berri si portò dietro la casa. Il fieno era davanti a lui, lo toccò con esitazione e lo sentì bagnato; le mani si ritrassero in un gesto timoroso, ma subito dopo incominciarono a scavare furiosamente con le dita adunche per fare una nicchia. All'interno del cumulo il fieno era asciutto e sembrava caldo. Il bracciante provò la sensazione che qualcuno alle sue spalle stesse per piombargli addosso; sentì anche per il corpo un brivido che non era di freddo, ma riuscì a dominarsi. Srotolò la pellicola e la mise nel foro poi, con un fiammifero, la incendiò. Come vide la fiammata della celluloide si voltò e fuggì per i campi per fermarsi poi a una cinquantina di metri dalla casa, dietro a un albero.

Con gli occhi chiusi rimase a lungo ad ascoltarsi il cuore. Quando li aprì vide nel fienile una chiazza rossastra. La macchia s'allargava verso l'alto, diventava sempre più vivida, poi si alzarono da essa fiammate che disegnarono tutti i contorni del portico. Il bracciante, stretto a un tronco, ascoltava il crepitio continuo che veniva dal fienile e guardava la luce che ora forzava la campagna e ad uno ad uno strappava dal buio gli alberi spettrali avvolgendoli nella nebbia rosa. Una voce nel cortile gridò «al fuoco» e lacerò il silenzio; era la voce di Martino. Altre ne seguirono, acute, disperate; e poi muggiti. Era tutto come lui aveva previsto. Sarebbero venuti anche i pompieri con la sirena e altri contadini. La sirena, dapprima debole e lontana, avrebbe via via forzato la nebbia e sarebbe diventata un urlo stridente.

La luce avanzava sempre di più nei campi e il bracciante pensò di andarsene. Incominciò a camminare adagio, senza paura, ma poi affrettò il passo, si mise a correre e gli parve d'essere inseguito; capiva che ciò non poteva essere, eppure cercava d'andare più forte che poteva e pensava anche, correndo, che era contento di essersi vendicato. A casa le sue donne non avevano fame e Irma non era più malata e lui aveva un posto buono, mentre la casa di Martino stava bruciando.
Arrivò ansimante e accaldato. Il portone, al pianterreno, era in fessura, nella loggia c'era la luce accesa e si udivano voci; esitò un attimo poi spalancò l'uscio: c'erano uomini e donne di quella stessa casa e di altre case vicine. Come lo videro entrare tutti tacquero e lo fissarono. Ci fu un attimo di silenzio, pesante. Un uomo, infine, disse:

– È successa una disgrazia, mentre andava alla fontana a prender acqua.

– Chi? – gridò Amilcare fissando l'uomo con gli occhi sbarrati.

– L'Irma – rispose l'uomo. – È su; adesso aspettiamo l'ambulanza.

Il bracciante fece le scale di corsa. Nell'appartamento c'era altra gente. Sua moglie piangeva di fianco al letto sul quale Irma giaceva con il viso lacerato e insanguinato, le vesti stracciate e una larga ferita a una gamba. Respirava, ma non capiva niente.

– L'ambulanza, l'ambulanza, quando arriva l'ambulanza? – gridò Amilcare.

– Sono andati a chiamarla – disse una donna.

Un'altra donna si mise a imprecare contro l'automobilista che era fuggito senza fermarsi a soccorrere la bambina.

– Ma perché, perché è successo? – si mise a chiedere Amilcare con voce disperata coprendosi il volto con le mani.

– Andava a prendere acqua alla fontana – rispose sua moglie tra i singhiozzi.

Si udì a un tratto in lontananza un urlo di sirena. Sembrava facesse fatica a forzare quella nebbia, ma tuttavia aumentava, si faceva più vicino, diventava lacerante.


– Arriva l'ambulanza – disse una donna e si avviò abbasso per andarla a vedere.

(Questo racconto è uscito sulla Gazzetta dell'Emilia del 24 Dicembre 1953 e su Stampa Sera di Lunedì 10 - Martedì 11 Maggio 1954; è stato in seguito incluso nella raccolta Il piano di sopra, pubblicata da Mondadori nella collana La medusa degli Italiani nel 1957).

domenica 14 febbraio 2016

L'uomo a cavallo

La prima volta fu all’incrocio di Sant’Egidio. Ero fermo al semaforo, in attesa del verde. Solo nell’auto, anzi, no: alle mie spalle, sul sedile posteriore, c’era Jolly, il mio cane. Al momento di partire, non appena avevo aperto lo sportello era balzato dentro e io non avevo avuto animo di farlo scendere; da qualche tempo gli era venuta la smania del giretto in macchina, gli piaceva talmente che quando lo accettavo a bordo si sdilinquiva in squittii di gioia e nei primi minuti tentava anche di darmi i bacini di ringraziamento dietro l’orecchio, se non lo tenevo lontano con la mano. Così ogni tanto lo portavo con me. Ero lì soprappensiero, incantato a guardare le nuvolette dei fiati dei pedoni che attraversavano. Per terra c’era ghiaccio e tutti camminavano lentamente, facendo attenzione ai loro passi. D’un tratto il mio occhio fu attratto dal gesto brusco di un uomo che sul passaggio pedonale stava per cadere. Si sbilanciò su un fianco, alzò il braccio opposto, ondeggiò e poi si ricompose: tutto in due o tre secondi, poi proseguì. Era Mirco, mio fratello. Un’emozione violenta, una vampata di calore alla testa: avrei voluto poter scendere, corrergli al fianco, ma non potevo abbandonare l’auto lì in mezzo e il semaforo continuava a rimanere rosso; a Sant’Egidio il rosso è sempre lunghissimo e in quella circostanza mi parve proprio interminabile. Vidi mio fratello scomparire nel flusso dei passanti sul marciapiede, diretti verso il fiume; oltre tutto da quella parte c’era il divieto di svolta. Al verde ripartii, detti un’ultima occhiata ma Mirco non lo vidi più. Avevo una grande agitazione. Cento metri più avanti, in un parcheggio, mi infilai in un posto libero. Spensi il motore. Mio fratello qui, in città, nella mia città, a cento chilometri dalla sua, senza che mi avesse avvertito; ma com’era possibile? Mi sentivo sconvolto; le mani, posate sul volante, mi tremavano. Era come se mi si aprisse davanti agli occhi uno squarcio nero, un buio di vuoto e di mistero. Mio fratello era qui per un motivo che mi taceva, dunque una sua trama nascosta. Ci eravamo parlati la sera prima per telefono e non mi aveva detto niente, quindi proprio un segreto. E se c’era oggi, chissà quante altre volte c’era stato senza che mi informasse. Incredibile. Al telefono ci parlavamo almeno due volte alla settimana, lunghe chiacchierate per dirci tutte le notizie, anche minime, delle nostre vite. Così da anni, da quando io mi ero sposato e mi ero trasferito per il mio nuovo lavoro e lui era rimasto con la mamma e il babbo. Morti loro, dopo qualche mese di solitudine si era deciso a concludere con il matrimonio il fidanzamento quasi decennale con Ornella la quale, mi aveva poi confidato, credeva ormai che sarebbe rimasta zitella.
In quel parcheggio, con Jolly che nella sosta era passato sul sedile anteriore del passeggero e mi guardava interrogativamente perché ci eravamo fermati, rimasi almeno per mezz’ora a rimuginare sulla immagine dell’uomo che era scivolato sul ghiaccio e sui possibili motivi della sua presenza nella mia città. Che quell’uomo fosse mio fratello non avevo dubbi: lo avevo visto con chiarezza anche in viso. Sul perché lui era lì non riuscivo proprio a focalizzare alcun ragionevole movente. Motivi di lavoro? No, aveva un impiego parastatale, non aveva alcun motivo di spostarsi dall’ufficio se non per passare in qualche stanza accanto. Una relazione extraconiugale? Nemmeno: era saldamente ancorato a sua moglie sia perché le voleva bene, sia perché tradirla avrebbe comportato dispendio di energie e impegno organizzativo: era un uomo tranquillo, un po’ indolente.
La sera, all’ora solita, dopo cena, telefonai. Se non mi avesse detto niente avrei avuto la prova del suo sotterfugio. E così fu, infatti. Discorsi soliti, le banalità quotidiane, niente resoconto d’un viaggio, niente esclamazione: “Sai, oggi sono venuto lì...” Adesso l’enigma si infittiva: il suo era un segreto solo nei miei confronti o anche in quelli di Ornella? L’avevo visto a metà della giornata e, dato che per colazione non andava a casa perché mangiava in mensa, avrebbe avuto tutto il tempo per arrivare qui, fermarsi magari un paio d’ore e poi fare ritorno, senza che lei lo sapesse.
«Marco, oggi avrei giurato che ti avevo visto» mi trovai a dire senza che l’avessi prima pensato e intanto mi avvidi di essermi lanciato in un discorso spinoso: lo interrogavo, stavo insinuando, lo accusavo? Ma mi rendevo anche conto che era importante sentire e analizzare la sua reazione. Tacqui e attesi. Ci fu un momento di silenzio. Poi disse, con voce un po’ incerta: «Cosa vuoi dire, in che senso mi avevi visto?» Dovevo spiegare, non potevo lasciare una frase simile sospesa per aria. «A un semaforo dove ero fermo ho visto uno che stava per cadere mentre attraversava la strada e sembravi proprio tu». «Già, tanti si assomigliano», disse, «io comunque non stavo per cadere, ero seduto alla mia scrivania». Poi subito cambiò discorso: «Te lo ricordi il tavolino del nonno, quello con l’intarsio della dama, ha l’impiallacciatura che si scolla...»
Quella notte tardai a prendere sonno. Il pensiero era fisso su questa vicenda. Provavo la sensazione della presenza di un muro di sbarramento oltre il quale non potevo procedere: restavo di qua impossibilitato ad andare avanti e di là c’era lui, Mirco, che prima era sempre stato un tutt’uno con me e adesso diventava estraneo, forse anche rivale. Ma che cosa tramava, che cosa era lui per me e che cosa ero io per lui? I giorni che seguirono furono diversi dai precedenti, mi sentivo in un cono d’ombra; anche se il pensiero e la tensione si erano un po’ attenuati, ero immerso in un offuscamento che mi rattristava e incupiva. Telefonai a mio fratello con maggiore frequenza, sperando di poter cogliere nelle consuete conversazioni qualche segnale che potesse farmi capire qualcosa, aprirmi uno squarcio nel buio. Una sera chiacchierai con Ornella, lui era andato a una riunione di condominio. «Ho voglia di vedervi» dissi, «perché una volta tanto non fate voi una gita fin qui?». «Figurati» disse lei, «con Mirco così pantofolaio com’è non si può programmare niente. Non muove mai neanche la macchina, che sta invecchiando senza nemmeno aver fatto il rodaggio. Vieni tu, che ci fai sempre piacere». No, Ornella certamente non sapeva nulla di ciò che lui poteva aver fatto quel giorno a cento chilometri da casa. Dovevo tenere per me l’enigma, ci avrei arzigogolato intorno con tormento d’animo e scarsa probabilità di riuscire a svelarlo.
Avevo la speranza che il mio almanaccare si sarebbe a poco a poco affievolito man mano che mi allontanavo da quell’episodio, ma un paio di settimane dopo, di primo pomeriggio, mentre stavo parlando per strada, fermo con un amico che non vedevo da tempo e che avevo incontrato un momento prima, vidi la faccia di Mirco passarmi veloce a meno di un metro. Era quasi appiccicata, frontalmente, al vetro del finestrino di un tram diretto a un capolinea collinare. Istintivamente feci un gesto con la mano come per fermarlo e aprii la bocca ma non mi venne alcuna parola. L’amico mi guardò meravigliato e si girò per capire che cosa mi avesse colpito. «Volevo salutare uno» dissi e subito tagliai corto, dovevo andare alla macchina, inseguire il tram. Purtroppo avevo parcheggiato lontano. Ansante e sudato, col cuore in tumulto, mi misi al volante e puntai verso la collina seguendo un percorso più breve della linea tranviaria. Arrivai un paio di minuti prima del tram. Ne scesero in molti, ma lui no, evidentemente era smontato ad una fermata intermedia. Mi sedetti in macchina e rimasi a lungo a cuocermi nella delusione e nelle solite intricate supposizioni.

Due incontri, questi, nel giro di una ventina di giorni. L’inizio. Quante altre volte ho visto mio fratello nella mia città e quante volte, parlandogli al telefono, sono stato tentato di dirgli “Insomma, mi dici come mai vieni qui e non mi avverti, non mi vieni a trovare? Che cosa mi nascondi?” Ma mai il mio pensiero si è realizzato con delle parole. Ogni mancato intervento era per me una sconfitta, mi sentivo un incapace, un soggiogato e mi chiedevo anche perché non avevo il coraggio di prendere in pugno la situazione, di pretendere di sapere. A malincuore mi davo la risposta: inconsciamente temevo che qualsiasi motivo mi avesse prospettato avrebbe turbato il nostro annoso, quieto andamento di relazione fraterna a distanza. In certi momenti cercavo di scrutare nel mio intimo e allora la risposta m’appariva più chiara: mi sentivo in colpa per avere, tanti anni prima, lasciato la nostra casa e lui solo con la mamma e il babbo, che già erano malandati in salute, unicamente pensando al mio interesse. Nessuno di loro aveva mai fatto alcuna insinuazione a questo proposito, ma io, senza dirmelo apertamente, mi ero caricato di una dose di responsabilità. In questo periodo parlavamo al telefono delle piccole cose quotidiane fingendo normalità mentre tra noi gravava un peso enorme, almeno così io sentivo e pensavo: il peso di un mistero per me, e per lui di un segreto.
Vedevo, o meglio scorgevo, Mirco con frequenza variabile, in certi periodi una o due volte al mese, in altri anche cinque o sei, e nelle circostanze più strane; sempre, comunque, di sfuggita, non incontrandolo faccia a faccia, un’eventualità questa che in certi momenti mi auguravo e in altri temevo, pensando di trovarmi impreparato ad affrontare la situazione: dipendeva dal mio umore. Certo, mio fratello era diventato per me un pensiero fisso: aspiravo a risolverne l’enigma come si può aspirare a vincere il primo premio di una grande lotteria, con la convinzione che sia cosa impossibile. Questo chiodo mentale mi accompagnava fino a quando, la sera, posavo la testa sul cuscino. E lì le fantasiose astruserie sconfinavano dal ragionamento al sonno trasformandosi in sfilacciature, frantumi di sogni; al risveglio li ricordavo appena per qualche minuto e subito dopo si disperdevano diventando inafferrabili. Ma una notte il sogno fu così chiaro e intenso che alla fine mi svegliai con il cuore in tumulto per l’emozione. Capivo che questa volta non lo avrei dimenticato, tuttavia, per maggiore sicurezza, mi alzai, presi foglio e matita e scrissi qualche appunto sulla traccia di quello che avevo vissuto. Mi sarebbe anche servito come testimonianza se mi fossero sorti dubbi.
Ero in auto e procedevo su un controviale rasentando il marciapiedi, lentamente, perché cercavo un certo negozio. Sul sedile posteriore avevo il cane. Improvvisamente davanti a me un braccio si protende e una mano è aperta come segnale di stop. Blocco la macchina, alzo gli occhi e vedo lui, Mirco: alto, elegante. Mi guarda ed esclama il mio nome come se fosse sorpreso di vedermi lì. Il mio primo istinto è quello di dirgli che sono io che devo essere meravigliato di vedere lui nella mia città senza essere stato preavvertito. Ma sta aprendo lo sportello per salire e una valanga di sensazioni mi sommerge, la più intensa è il timore che Jolly, geloso dell’intimità della sua automobile, tenti di aggredirlo; e allora lo cerco alle mie spalle con la mano, afferro il collare, lo chiamo con voce rassicurante per tranquillizzarlo. Lo guardo, è calmo, come se conoscesse l’ospite o come se non fosse salito nessuno. Meno male, il problema cane è superato, adesso devo affrontare la piena dei miei sentimenti, dire a Mirco rabbia e amore, chiedergli perché, perché e ancora perché. Metto in fila le parole sforzandomi di essere calmo e intanto lo fisso: guarda davanti a sé, la strada, è come se fosse solo, come se non mi avesse nemmeno visto; eppure un momento fa ha pronunciato con vigore il mio nome. Lo sento freddo, distante, e allora tutto il mio dire si spegne, le parole muoiono soffocate in gola dal groppo che sale. Lo guardo in silenzio e incomincio a piangere, a dirotto. Nemmeno si volta e tace, continua a tacere. Jolly è allarmato per il mio singhiozzare, si mette a gemere e mi bacia dietro un orecchio; lo capisco, vuole farmi coraggio. Adesso Mirco pone la mano alla maniglia, apre lo sportello e scende, sempre in silenzio, senza dirmi nemmeno ciao. Io lo chiamo per fermarlo e intanto mi sveglio, in tempo per sentire la mia voce che pronuncia il suo nome.
Quel sogno non lo avrei dimenticato neanche senza gli appunti. Mi era rimasto talmente impresso che per molti giorni lo rivivevo di continuo, con la fantasia movimentavo la scena, immaginavo di essere riuscito a parlargli, gli chiedevo ragione di tutti quei perché che sognando avevo in animo di dire senza riuscire ad aprire bocca. Entravo tanto in quell’atmosfera dentro l’auto con noi due e Jolly che si struggeva per il mio pianto che a tratti mi pareva che l’evento fosse davvero accaduto. Allora prendevo in mano il foglio con gli appunti per convincermi che Mirco non era affatto salito sulla mia auto. Poi entrai in un periodo di relativa tranquillità: pensavo un po’ meno alla storia di mio fratello e quand’ero in giro per la strada il mio occhio non s’accaniva più a gettare occhiate panoramiche tutt’attorno per vedere se scoprivo la sua figura. L’ossessione si placava e me ne rendevo conto con sollievo. Ormai mi stavo assuefacendo all’idea che tra noi c’era questo qualcosa misterioso che lui faceva, o meglio tramava, e che io non dovevo conoscere. Mi rassegnavo; forse, pensavo, non merito di sapere perché non ne sono degno, probabilmente a causa del mio lontano abbandono della nostra famiglia.

Un giorno – di pomeriggio; era autunno e io, a piedi, mi ero fermato in un viale ad ammirare le foglie che il vento faceva danzare come per gioco a mezz’aria – lo vidi. Era a cavallo. Si direbbe, incredibile. E invece no, era proprio lui, su un cavallo morello. Un gruppetto di cinque cavalieri avanzava al passo sul sentiero tra il filare degli ippocastani e la siepe che delimita un piccolo parco giochi. È un percorso ogni tanto frequentato dai soci di un club di equitazione che è ai margini della città. Non lo sapevo, me lo disse un vecchio che pure si era fermato ed evidentemente si meravigliava di vedermi fissare la scena con gli occhi sbarrati. «Di tanto in tanto càpitano, vengono dall’Ippica del Ronchetto, e a volte qualche cavallo si spaventa per le automobili che passano come fulmini» aveva commentato. Ma io non ero stupito perché lì c’erano degli uomini a cavallo, ero come imbambolato perché uno di quegli uomini era lui, mio fratello. Anch’egli in tenuta da cavallerizzo come gli altri, che erano tre uomini e un’amazzone. Mirco era il più anziano, stava ritto impettito, con lo sguardo fisso, e montava con eleganza, in modo armonioso, almeno così mi pareva. Io e il vecchio eravamo dalla parte opposta del viale e tra noi e il gruppo sfrecciavano le macchine. Immobile, solo girando lentamente la testa per seguire il passaggio dei cavalli, non mi venne fatto di gridare il nome di Mirco, non ci pensai proprio. Era come se vedessi qualcuno o qualcosa di irraggiungibile, sebbene in qualche modo mi appartenesse o mi avesse appartenuto. Ormai i cavalieri si stavano allontanando e io continuavo a guardarli. In quel momento mi affiorò un vago ricordo: io, bambino, avevo sentito dire che Mirco andava a cavallo. Lui era un ragazzo, maggiore di me di otto anni; comunque non lo avevo mai visto cavalcare; e poi aveva smesso presto perché, mi pare, spaventato dalla brutta caduta di un suo compagno. Adesso mi chiedevo se poteva mai esserci qualche relazione tra quel breve lontanissimo rapporto di Mirco con le cavalcate e la sua presenza nella mia città, dopo decine e decine d’anni, a spasso col cavallo, come se fosse a cento metri da casa sua.
L’incontro sul viale di ippocastani mi annullò di colpo quella rassegnazione che avevo conquistato negli ultimi tempi: Mirco tornò al centro dei miei pensieri, ripresi a telefonargli con frequenza, sempre con la speranza di scoprire nelle sue parole qualcosa che lo tradisse, che mettesse allo scoperto il suo doppio, il Mirco segreto che veniva nascostamente nella mia città per cavalcare o per fare chissà quali altre astruse cose. Ma era sempre ben vigile, chiacchierava con la massima naturalezza e io sentivo che non avrei mai potuto chiedergli di svelarmi quello che mi nascondeva. Tra me e lui c’era un abisso che con quelle domande avrei dovuto superare d’un balzo. Dovevo per forza adattarmi alla mia sudditanza psicologica, alla mia inferiorità, alla sola speranza, se sperare era possibile, di vedere svelato l’enigma per una qualche circostanza fortunata. Dopo quel giorno andai ancora qualche volta, appena mi fu possibile, lungo quel viale, ma non incontrai più i cavalieri. Poi venne l’inverno.

Quello che era un modesto parco giochi lungo il viale degli ippocastani è irriconoscibile: le altalene, i tralicci a scacchiera, gli scivoli sono stati rinnovati e aumentati di numero, ma soprattutto oltre a questi è stato creato un parco vero con tante piante, aiuole, stradine. Tutto questo su una vasta area, una volta occupata da uno stabilimento per la riparazione delle carrozze ferroviarie che è stato eliminato. Ci sono anche dei laghetti e delle piazzuole di cemento sulle quali corrono i ragazzi coi pattini a rotelle. E le stradine per il passeggio sono fiancheggiate da molte panchine. Ai lati del viale, tra gli ippocastani e la siepe, c’è ancora il sentiero sul quale una volta vidi passare Mirco a cavallo insieme con altri quattro cavalieri. Qualche cavaliere passa ancora, di tanto in tanto, ma Mirco non l’ho più visto. E vengo spesso, quando la stagione lo permette; adesso che è estate sono qui quasi tutti i giorni. Vengo con l’autobus perché non ho più l’auto: mi scadeva la patente e quando sono andato alla visita medica mi hanno respinto, per la cataratta: avevo sbagliato a leggere una lettera in un cartello. Ma va bene anche l’autobus, tanto sono solo, Jolly non c’è più, era vecchio e se ne è andato. Di solito mi siedo su una panchina vicino alla siepe e di qui posso tenere d’occhio il sentiero degli ippocastani.
Ho fatto amicizia con altri vecchi e anche con dei ragazzi. Coi vecchi parliamo, ci raccontiamo delle nostre vicende, di quando eravamo giovani, in buona salute e facevamo la nostra vita. Mi è capitato di raccontare di mio fratello e dell’ultima volta che lo vidi, ormai tanto tempo fa, venire avanti in sella al cavallo. Se qualcuno vede dei cavalieri prima di me mi avverte subito perché possa controllare se c’è anche lui. Ma non c’è mai. Da molto non riesco nemmeno a parlare col telefono né con lui né con Ornella. Faccio il numero e mi dicono che non c’è nessun Mirco e nessuna Ornella. L’altro giorno una donna mi ha risposto sgarbata: «Ma la vuole smettere di fare questo numero, la vuol capire sì o no che da due anni qui c’è una lavanderia e non una abitazione?». Non so come mai mi rispondano così, quello era il numero di Mirco. Parlavamo del più e del meno, non mi diceva niente dei suoi viaggi fin qui, ma mi faceva piacere scambiare un po’ di parole con lui.
Vedo venire verso di me sui pattini un ragazzino alto, biondo, è Sandro, siamo diventati amici. Una volta era caduto proprio davanti alla mia panchina, sanguinava a un ginocchio e si era fermato a fasciarselo con il fazzoletto. Avevamo chiacchierato un bel po’ e da allora ogni tanto mi viene a salutare. Quando arriva le prime parole sono sempre per la stessa domanda: «E l’uomo a cavallo l’ha rivisto?»


mercoledì 10 febbraio 2016

Facile dimenticare

ll controllore del gas entrò nel cortile e lo abbracciò con lo sguardo da destra a sinistra. Era la prima volta che veniva in servizio in questa zona. Dette la voce: «gas» e la ripeté due, tre volte. Il cortile era grande, quadrato e percorso sui lati, ai quattro piani, dai ballatoi le cui ringhiere erano tappezzate di biancheria stesa. Le abitazioni erano vecchie e i contatori erano all'interno, nel primo vano, di solito la cucina. Solo in qualche caso, dove erano state fatte delle ristrutturazioni, l'azienda aveva imposto che fosse collocato all'esterno, sul ballatoio. Il controllore con il suo richiamo avvertiva gli inquilini perché fossero pronti ad aprirgli la porta e farlo entrare. 
In fondo al cortile c'era un gruppo di donne intente a chiacchierare. Erano per lo più anziane, grasse, sbracciate. Continuarono a parlare. Il controllore si accingeva ad entrare nella prima abitazione a pianterreno quando al terzo piano si affacciò alla ringhiera una donna. «Gasista, io tra poco dovrei uscire, se lei potesse venire subito da me» disse. Il controllore fece cenno di sì con la testa e imboccò la scala sotto l'androne.
Quando fu sul ballatoio la donna gli si fece incontro, lo invitò ad entrare. Lui fece la sua lettura, annotò il numero sul quaderno. Era magro, alto, sui cinquant'anni; il volto ben rasato e la divisa blu in ordine gli davano un aspetto rassicurante. «Che disgrazia» disse la donna. Il controllore sollevò gli occhi dal quaderno e la guardò interrogativamente, con meraviglia. Lei riprese: «Le donne, giù, stanno parlando di questo. Mezz'ora fa hanno portato all'ospedale con la croce rossa una povera donna che si è avvelenata con il gas, una del quarto piano». «Già» disse lui, «arrivando nel cortile ho avvertito un po' di puzza, la si sente anche qui». E chiese: «Si salva?» «Non si sa: hanno detto che respirava debolmente quando l'hanno trovata. Era fuori di conoscenza». «Come è stato?» chiese ancora il gasista. «Aveva voglia di farla finita, ecco come è stato, non gliene andava bene una». «Poveretta» disse l'uomo. «Pensi che appena tre giorni fa suo figlio, un giovanotto di venticinque anni pieno di forza e di salute, nella cava dove lavorava è stato travolto da un masso che gli ha spezzato la schiena: se campa forse deve restare per tutta la vita su una carrozzella».
Il controllore non disse nulla, ma atteggiò la bocca a una smorfia di doloroso stupore. Aveva rilevato i suoi numeri, aveva sentito la novità del cortile, a questo punto si sarebbe dovuto girare per uscire e proseguire le sue visite, ma rimase fermo come se aspettasse ancora qualche parola. Invece fu lui che fece eco alla donna: «Tutta la vita su un carrozzella!» e tornò a ripetere la smorfia. «Quella poveretta» disse la donna, «quando l'altra sera rientrò dall'ospedale piangeva tanto forte che la sentiva tutta la casa. Non aveva torto: se va bene rimane con un invalido da mantenere e accudire e lei ha l'asma e non può far niente, quando sale le scale impiega mezz'ora. E non sono tutte qui le sue disgrazie». Il controllore la guardò con sguardo ancora interrogativo, poi chiese: «Cos'altro le è successo?»
«Aveva anche due figlie» disse la donna, «ma la miseria era troppa nella casa e finirono male tutte e due. Una si sposò a quindici anni per la fretta di andarsene e non stette a guardare tanto per il sottile. Tra mesi dopo suo marito era già in prigione, per rapina. Da allora è più il tempo che passa dentro che quello che passa fuori e la ragazza se vuole mangiare deve andare a servizio. Sua sorella incominciò a bazzicare gli uomini, prima uno, poi un altro e poi un altro ancora. Un giorno sparì: dicono che sia in un'altra città a far la vita». «E adesso» commentò il controllore, «la madre ha tentato di avvelenarsi. È proprio una famiglia disgraziata».
L'uomo sembrava non avesse voglia di continuare il suo giro, preso dall'interesse per quella vicenda. «Quando sento raccontare di queste storie» commentò, «mi pare di avere dentro al petto qualcosa che non va né su né giù». Gli venne fatto di deglutire come se avesse davvero qualcosa di materiale da inghiottire. Aveva un viso asciutto, gli occhi tristi. «Povera gente» disse, «come vorrei poterla aiutare». Sollevò lo sguardo verso la donna che stava sempre in piedi appoggiata alla tavola. «E il marito» chiese, «quella disgraziata non ha un marito?» «Oh» disse la donna, «la storia del marito è lunga, è tutta colpa sua se sono successe tante disgrazie». «Sì?» chiese il controllore con meraviglia, «è mai possibile?» «Non aveva voglia di lavorare» continuò la donna, «faceva il meccanico, con bottega, ma invece di starci dentro a fare i lavori per i clienti, andava all'osteria o al bar. Almeno così ha sempre raccontato la moglie». «Che roba!» esclamò l'uomo e fece un gesto con la mano. «Sembrerebbe impossibile che potessero esistere dei tipi simili, eppure si vede che ci sono. È gente che bisognerebbe prendere a schiaffi». «Lo so» disse la donna, «ma quella poveretta non aveva certo la forza di prendere a schiaffi lui che era forte e prepotente».
«Non se ne accorgeva questo disgraziato» disse ancora il gasista, «che la famiglia andava in rovina, che una delle ragazze se la intendeva con gli uomini?» «Ma quando incominciarono a succedere queste cose lui non c'era, se ne era andato già da tempo. Abbandonò la casa cinque anni dopo il matrimonio, quando i tre figli erano piccoli». «E dove andò?» «Mah!» disse lei, allargando le braccia, «chi lo può sapere? Non si fece mai più vivo». «Ma è spaventoso» disse l'uomo, «si tratta proprio di un delinquente». Fece una smorfia di disgusto, poi chiese: «lei lo ha conosciuto?» «No» rispose la donna, «quella poveretta abita qui soltanto da qualche anno; prima, quando i figli erano piccoli e c'era ancora suo marito, abitava in montagna, a San Quintino».
«A San Quintino?» chiese l'uomo con stupore. «Ma è sicura?» «Altro che» rispose la donna, a sua volta meravigliata. Poi chiese: «Perché, lo mette in dubbio?» «No, non lo metto in dubbio, dicevo così, per dire. E come si chiama quella disgraziata?» «Si chiama Maddalena, Maddalena Corizzi. La conosce, forse?» «Oh, no» disse il gasista. Mise in tasca la matita che in tutto questo tempo aveva rigirato tra le dita della mano destra. Si voltò verso la porta, quasi di scatto. «Scusi le chiacchiere, le ho fatto perdere tempo». Si avviò per il ballatoio per imboccare le scale in discesa e andare ad iniziare il giro dal basso.
Nel cortile c'era ancora il gruppetto di casigliane che stavano parlando. Il gasista bussò alla prima porta e una delle donne si staccò dal crocchio. «Arrivo, arrivo» disse, mentre correva per farlo entrare. «È la prima volta che faccio questa strada» disse l'uomo, «mi deve indicare dov'è il contatore». Entrò, lesse i numeri, li trascrisse come un automa, come se nemmeno li vedesse. Pensava a Maddalena, da quanto tempo si era dimenticato di lei; gli venivano in mente anche i bambini, Gino, Tina, Evelina. Chissà delle due figlie qual era quella che faceva la vita.
Continuò le sue letture passando da un'abitazione all'altra senza più dire una parola; anche se qualche donna cercava di attaccar discorso, lui taceva. Tentava di figurarsi le facce che potevano avere i suoi figli diventati adulti. E gli venivano anche in mente quei giorni lontani, quella sua disaffezione al lavoro, quel vagare da un'osteria a un bar, passare da una partita a briscola a una al biliardo. Infine c'era stata la sua decisione di andarsene, non sapeva neanche lui dove e perché. Aveva trascorso alcuni mesi come un barbone fino a quando aveva trovato Marina, che era riuscita a tirarlo fuori da quel gorgo nel quale era scivolato, prima usando la dolcezza poi la fermezza, l'imposizione. Gli aveva fatto ritrovare la volontà di lavorare. E con Marina, sua attuale compagna, aveva due figli tra i cinque e i dieci anni.
I controlli nella grande casa di ringhiera erano finiti. Il gasista dal cortile si avviò sotto l'androne per uscire in strada. Quando fu sul marciapiedi si fermò a guardarsi intorno. A sinistra, oltre gli alberi che erano in fondo al viale, c'era l'ospedale. Era là che avevano portato Maddalena, forse c'era anche Gino che aveva la schiena spezzata e la prospettiva della carrozzella. Si aggiustò sulla spalla la cinghia del borsello nel quale teneva il quaderno dei controlli e girò a destra.





lunedì 1 febbraio 2016

La salsiccia del ciabattino

I calzolai col deschetto che facevano le risuolature, o anche soltanto rattoppavano la tomaia con una piccola cucitura, oggi sono praticamente introvabili. A cercare una di queste botteghe quasi sempre si gira a vuoto. Il diffondersi dell'industrializzazione ha di fatto cancellato le riparazioni, rendendo più conveniente l’oggetto nuovo; e così a poco a poco va scomparendo l’artigianato. Come i calzolai, appunto. Ce n’erano di bravissimi, che un piede, dopo averlo ben misurato, sapevano calzarlo alla perfezione. I più si limitavano alle riparazioni e anche tra questi c’erano diversi livelli di bravura: in genere i migliori erano in città, con una clientela esigente, mentre nelle campagne i ciabattini, avendo per le mani soprattutto zoccoli, sapevano più piantar chiodi che lavorare di trincetto. Di questi ne ricordo uno, negli anni trenta, nella Bassa modenese. Si chiamava Rigoni ma era conosciuto come Toppone, per le toppe che metteva nelle scarpe
In marzo, con le prime giornate tiepide, Rigoni portava fuori dalla cucina il deschetto e si metteva a lavorare in cortile. Il cortile era lungo e stretto: da una parte la fila di usci delle varie abitazioni, dall’altra un muro alto due piani, senza finestre. In fondo c’era una rete metallica e oltre la rete la campagna con i filari di olmi che reggevano le viti di Lambrusco. Sistemava il deschetto vicino alla rete, sempre nello stesso posto.
Usciva a lavorare fuori il più presto possibile, ai primi accenni di primavera, per sfuggire al baccano che gli facevano intorno i figli. Ne aveva dieci, la più grande contava quattordici anni, il più piccolo pochi mesi. E tutti stavano nella cucina che era abbastanza grande per farci da mangiare, ma molto piccola per viverci tutto il giorno in due adulti e dieci ragazzi, e soprattutto per lavorarci.
La moglie di Rigoni, alta, magra, sempre vestita di nero, con un fazzoletto nero in testa, aveva sempre un’aria trasognata. sembrava che stese chiedendosi se esisteva o no. I ragazzi le saltavano addosso mentre era seduta a rammendare o a far la calza e lei nemmeno se ne accorgeva, tutt’al più si metteva a lavorare di sbieco per scansarli. Rigoni invece si spazientiva per quel frastuono e quando il clamore si faceva proprio insopportabile gridava: «Basta, basta, vado via, vado in Africa». Si era alla vigilia della guerra in Abissinia e ogni tanto qualcuno del paese partiva volontario. L’Africa in quel tempo sembrava un miraggio che avrebbe potuto risolvere tanti problemi che gravavano sulla gente, per la disoccupazione e la miseria. «Vado in Africa, vado in Africa» ripeteva, ma si sentiva dalla sua voce che fingeva solo di essere arrabbiato e che in Africa, di sua volontà, non ci sarebbe mai andato. Quella masnada di figli, pur chiassosi e turbolenti, erano il suo mondo dal quale non avrebbe potuto separarsi. Quando proprio non ne poteva più gridava: «Tutti su, in camera». La camera era l’unica dell’abitazione, stava sopra la cucina ed era disseminata di pagliericci. Ma dopo un poco si pentiva, li faceva ridiscendere perché aveva paura che qualcuno, nella foga dei giochi, saltasse giù dalla finestra.
Il calzolaio Rigoni lavorava dodici, anche quattordici ore al giorno, incominciava con le prime luci dell’alba e smetteva quando non ci si vedeva più. Sgobbava tanto, ma guadagnava poco perché, com’era molta la sua buona volontà, così era scarsa la sua abilità. Non ne aveva colpa. Il mestiere del ciabattino l’aveva imparato da sé, aggiustando le scarpe dei suoi quindici fratelli, d’inverno, nella stalla. Sposandosi e non avendo voglia di lavorare nei campi, era uscito di famiglia e aveva messo su il deschetto. In paese, viste le sue esecuzioni, gli avevano affibbiato quel soprannome. Ma i suoi erano tutti clienti che andavano da lui solo per riparazioni grossolane: una pezza, due chiodi, una cucitura; per le scarpe nuove e le risolature andavano dagli altri tre calzolai del paese.
Conosceva i suoi limiti e non si lamentava di niente, nemmeno d’essere chiamato Toppone, e di dover lavorare tante ore per guadagnare poco più che la polenta per tutti i suoi figli. Era, anzi, sempre molto allegro. In cucina o nel cortile teneva al suo fianco una sedia, pronta per far sedere l’eventuale cliente. Chi portava un paio di zoccoli o di ciabatte doveva per forza mettersi a sedere, almeno due minuti, a scambiare qualche chiacchiera con lui. E tutti sostavano contenti perché a stare con Rigoni c’era da fare buon sangue. «Argia» gridava alla moglie, «metti a friggere un metro di salsiccia, ché il signore fa uno spuntino con noi». La moglie non alzava nemmeno la testa a quel finto ordine, ormai l’aveva udito migliaia di volte, perché Rigoni parlava molto di salsiccia. Magari insisteva, fingendosi impermalito: «Non crede che le faccia friggere un metro di salsiccia. Ma lo sa che su, in camera da letto, appesi a due stanghe che vanno da muro a muro, ce ne ho tredici metri?»
I clienti ridevano, qualcuno lo stuzzicava per farsi descrivere volume, colore, sapore della sua salsiccia e Rigoni allora si metteva a creare il suo poema per la saporita carne insaccata. Ne parlava con un trasporto e una competenza da far venire l’acquolina in bocca anche a chi s’era appena alzato da tavola. Lì, seduto al deschetto, con le mani abbandonate e immote sulla suola di uno stivale scalcagnato, Rigoni si trasformava con la fantasia in un macellaio-conditore di carne suina, di quei beccai che, nel pieno dell’inverno, vanno di cascina in cascina per le campagne della Bassa emiliana a scannar maiali e sono pagati, elogiati, riveriti dai contadini che in quella operazione da mattatoio vedono quasi un rito. Così Rigoni tritava con parole sapienti e sentite la rossa carne, le infondeva il giusto aroma, l’insaccava dentro un interminabile budello che poi suddivideva in tanti rocchi lunghi una spanna. Il cliente sorrideva divertito e Rigoni continuava a parlare con fervore: stagionava la salsiccia, la friggeva per mangiarla spellata con la polenta o la metteva in umido con l’uva secca, con le uova, con i fagioloni bianchi. In quei momenti la sua eccitazione era tanta che forse sentiva davvero, lì in cucina o nel cortile, il profumo della salsiccia. Per ascoltarlo, smettevano di correre e di gridare anche i suoi ragazzi e l’Argia si svegliava dal suo torpore, rideva quasi inebetita, come se stesse per mettersi a tavola a mangiare il piatto che suo marito aveva preparato con tanta passione. Poi l’incanto finiva e Rigoni concludeva: «Allora ha capito: quando ha bisogno di uno che sappia cucinare qualche metro di salsiccia, venga da me».
Era il grande desiderio che lo faceva parlare in quel modo. Forse di salsiccia in casa sua, da quando era sposato, non se n’era mai mangiata. Parlava per le esperienze giovanili, di quand’era contadino, figlio di famiglia, e nella cascina, in febbraio, ammazzavano il maiale. A comperarla in bottega la salsiccia costava cara, era cibo da gente che aveva soldi; e lui, con tutti quei figli, la salsiccia avrebbe davvero dovuto portarla a casa a metri. Le bocche dei suoi ragazzi erano abituate al baccalà e alle salacche. Fra tanti figli che aveva ce n’era sempre uno che credeva ai tredici metri di salsiccia, pensava che fossero nascosti in qualche angolo della camera. E diceva alla mamma: «Ma se è così buona come dice il babbo, perché non ce ne dai un poco?»


Fu d’autunno che Rigoni s’ammalò. Si era accanito a restare a lavorare in cortile, nonostante il freddo. Si prese la polmonite. Alla fine della prima settimana di malattia ebbe una crisi, i vicini dicevano: «Toppone muore stanotte». Invece si riprese, per tre giorni andò migliorando, il pericolo sembrava superato, qualcuno fra i più amici andò a fargli visita. Era già allegro, come al solito. «Adesso è ancora presto, ma appena sto meglio faccio friggere un paio di metri di salsiccia per riabituare lo stomaco. Ce n’ho tredici metri, giù, in cucina» e strizzava l’occhio contento.
Poi, d’improvviso, la quarta notte dopo la crisi, morì. Fu una notizia dolorosa, per tutto il paese, perché gli volevano bene anche quelli che non erano suoi clienti e disprezzavano le sue capacità di ciabattino. Per il funerale il cortile si riempì di folla. Arrivarono anche dei fiori, una corona mandata da tutte le classi delle scuole elementari, perché ogni classe era frequentata da almeno uno dei figli. Mentre il parroco stava per benedire il feretro, arrivò la fioraia con un grande involto. Aveva un atteggiamento incerto, l’aria confusa. Porgendolo a uno dei presenti che le era più vicino, disse: «Non sono fiori, ma io non c’entro, me l’hanno consegnato con la preghiera di portarlo». Ci fu un momento di esitazione, tutti gli occhi erano su quel misterioso pacco. Anche il prete indugiò, poi fece segno di aprirlo.
Sì, non erano fiori: era salciccia, una lunghissima catena di rocchi disposta in circolo a formare una corona e in mezzo era posato un nastro azzurro con la scritta I SUOI 13 METRI. Si sentì un coro di oh oh e poi parole di stupore e ammirazione. Però non c’era tempo da perdere, la cerimonia doveva concludersi. La bara fu posta sul carro e sulla bara la corona degli alunni. E la salciccia? Nel silenzio ci fu un cercarsi di sguardi, il prete fece un cenno in direzione della cucina, ma una voce disse: «No, portiamola in corteo». «Sì, sì» ribatte una donna e subito alcuni incominciarono a sciogliere la corona di rocchi e ad allungarla, sicché in un attimo, di mano in mano, andò ad ornare la parte posteriore e i fianchi del carro, come in un abbraccio. Ci appiccicarono anche il nastro con I SUOI 13 METRI. Un vecchio commentò: «Come sarebbe contento Toppone, se potesse vedere».
Un funerale memorabile. In paese ne parlano ancora adesso, sebbene siano passati tanti decenni. Naturalmente la salciccia fu mangiata dalla vedova e dai dieci orfani. Ne fecero conto, come fosse un filone d’oro. Servì a sfamare la famiglia per più di un mese. Proprio sul finire degli ultimi rocchi Clotilde, che era la figlia maggiore, trovò da occuparsi in città come serva e un mese dopo fece una scappata a casa a portare il primo stipendio.
Non si era mai saputo chi aveva consegnato alla fioraia il pacco da portare al funerale di Rigoni.


sabato 26 settembre 2015

L'ineluttabile

Simone aveva bottega da fabbro ferraio alla periferia della città, sulla strada della collina. Era uno stanzone nero con una gran porta e nessuna finestra in una catapecchia bassa e lunga che era la sua casa; attigue alla bottega c'erano tre stanze nelle quali abitavano lui, la moglie e la figlia, Lidia. La casa era proprio brutta, cadente; costituita dal solo piano terreno, aveva il tetto molto spiovente, che arrivava a meno di tre metri da terra; facendo un salto col braccio teso in alto si poteva toccare la grondaia che era qua e là slabbrata, arrugginita, bucata: quando pioveva sembrava un colabrodo. Dietro la casa si stendeva un lenzuolo d'orto, lungo e largo una ventina di passi, dove Lidia e sua madre coltivavano l'insalata, i ravanelli, le patate e altro del genere. Su quest'orto si affacciavano le uniche finestre della casa, tre, una per ogni stanza dell'abitazione.
Io lavoravo con Simone già da sei anni: ero entrato nella sua bottega a quattordici anni, nel 1940, come garzone, per imparare l'arte della mascalcia perché in quei tempi di cavalli da ferrare ce n'erano ancora e io sentivo una vocazione per quel mestiere. Casa e orto erano circondati solo da prati, le villette della prima periferia distavano quasi un chilometro. Venivano da noi i barocciai e i contadini che portavano la verdura e la frutta al mercato ogni mattina all'alba con i carretti e poi, sulla strada del ritorno, una volta ogni due o tre mesi, si fermavano a far ferrare il cavallo. Nella fetta d'aia che separava la casa dalla strada c'erano sempre barocci e cavalli in attesa. Io tiravo il mantice per far diventare roventi i ferri da adattare e inchiodare agli zoccoli e tenevo strette le zampe dei cavalli mentre Simone ferrava. Il fumo e l'odore acre che s'alzava dall'unghia intaccata dal fuoco mi stordivano, ma mi piacevano anche.
Lidia era una ragazzina magra e pallida, con i capelli biondi, alta più di me sebbene avesse un anno di meno. Non poteva sopportare l'odore degli zoccoli strinati e io, per farla arrabbiare, se la vedevo in giro intorno alla casa in quei momenti, la chiamavo come se suo padre avesse bisogno; lei, quando s'accorgeva dello scherzo, mi dava uno scappellotto approfittando del fatto che le mie mani erano occupate a trattenere la zampa del cavallo, ma io ridevo contento. Sua madre era una donna nera di vestiti e di espressione, triste e chiusa in sé, altissima e un po' curva. Cercava sempre che sua figlia restasse lontana dalla bottega, nella parte della abitazione. Se la vedeva scherzare con me la chiamava con una voce secca e brusca. Io ci restavo male.
Col passare del tempo il lavoro era calato: certi barocciai avevano venduto il cavallo e comperato il camion; i contadini portavano le verdure dalla campagna con i motofurgoni o i camioncini. La guerra era finita e c'era un grande fervore di lavoro. I palazzi e le ville delle periferia avanzavano verso di noi a vista d'occhio. Quasi ogni settimana s'apriva nella zona un cantiere nuovo. I campi ormai si facevano radi. Passavamo giornate intere senza ferrare un cavallo e stavamo seduti, Simone ed io, davanti alla porta della bottega a guardare i palazzi in costruzione che sembravano dapprima grandi scheletri e che via via si andavano mettendo addosso carne e pelle. «Ma guarda che roba» diceva Simone, «sono proprio diventati tutti matti con questa mania di costruire». E se vedeva scavare le fondamenta di un fabbricato nuovo, per tutta la giornata rimaneva immusonito e mormorava, di tanto in tanto, che così non si andava più avanti. La Lidia era un po' meno magra, più colorita, sempre bionda; si era fatta ancora più bella. Se cercavo di farla venire vicino alla bottega era per dirle qualcosa che le potesse fare piacere, non per farle annusare l'odore delle unghie bruciate.
Sua madre una sera era morta d'improvviso. Per tutto il giorno successivo io ero rimasto in casa di Simone per aiutarlo nei preparativi del funerale e per vegliare la defunta. Avevo anche confortato Lidia e lei si era stretta a me per piangere contro il mio petto. Eravamo soli, ai piedi della bara. I sussulti dei suoi singhiozzi mi si ripercuotevano dentro come se fossi io a piangere convulsamente; e l'odore buono, caldo, che veniva su da lei mi inondava di tenerezza. Le passai le braccia intorno alla schiena e la strinsi forte. Anche lei mi strinse: piangeva più rumorosamente, ma sentivo che le faceva piacere essere con me. Mi sfregò la guancia rorida di pianto contro la mia e mi chiamò per nome con un tono che non le avevo mai sentito: era come se fosse la prima volta che pronunciava il mio nome.
Adesso eravamo sui vent'anni, Lidia e io. Le ville e i palazzi nuovi avevano già raggiunto la casa e non c'erano più cavalli da ferrare. Passavamo lunghe giornate in ozio, Simone e io, oppure forgiavamo dei cancelli per le palazzine in costruzione: un lavoro insulso, senza vita, nemmeno da paragonare con la mascalcia, con il cavallo - lo si capiva bene - che partecipava all'operazione; e con l'odore inebriante dell'unghia bruciata. Ma del resto di quelle commissioni ne avevamo poche. Sarei andato a lavorare da un'altra parte, se fossi stato capace di staccarmi da Lidia. Ci trovavamo di nascosto dietro la casa, ogni giorno verso sera, quando suo padre andava per una mezz'ora a bere un quartino in un negozio di vini aperto lì vicino in una casa nuova. Di nascosto, perché non voleva che lei venisse in bottega quando c'ero io e non voleva che parlasse di fitto con me. Mi faceva capire che Lidia era sua figlia e come padre intendeva farne quello che voleva. Doveva sposare un uomo importante; uno, almeno, che avesse dei soldi. Diceva tutte queste cose come se non fossero rivolte a me e invece lo si capiva lontano un miglio che erano dette per le mie orecchie. E mi diceva anche che io non ero niente, uno senza istruzione, con un mestiere che non rendeva più il becco di un quattrino. Ciononostante Lidia e io ci incontravamo tutte le sere sull'imbrunire e ci abbracciavamo nascostamente nell'orto o in cucina. Ci volevamo un bene che ci sembrava fosse come una pasta tenera che si plasmasse sui nostri corpi.
Anche dietro la casa, al confine con l'orto, c'era un cantiere per la costruzione di un palazzo. Gli operai non finivano mai di fare le fondamenta perché ogni giorno gli scavi si estendevano sempre più: avevano ormai circondato la casa su tre lati affacciandosi alla strada. La catapecchia di Simone sembrava presa in trappola, senza possibilità di scampo, e certo sarebbe sembrata ancora più piccola quando i muri del palazzo si fossero innalzati tutt'intorno. Simone era invelenito. «È roba mia e loro sono matti a costruire tutti questi palazzi. Vorrebbero anche questa terra, dicono che mi offrono quello che voglio, ma è mia e non gliela do neanche per tutto l'oro del mondo».
Ora non ci potevamo più incontrare, io e Lidia, perché c'erano sempre operai a pochi metri di distanza con occhi indiscreti e su di noi campeggiava un'enorme gru che passava minacciosamente sulle nostre teste con grossi carichi di mattoni che penzolavano dalle grandi fauci. Ci rifugiavamo in cucina, appena Simone si assentava per qualche minuto. Pure di fronte alla bottega, sull'altro lato della strada, stavano costruendo e anche più in là, verso la collina. Tutta la zona che circondava la casa era ormai un solo cantiere, fragoroso, sempre animato da rombi di motori, da autocarri che andavano e venivano, da gru altissime che giravano intorno le loro lunghe braccia tese. Di cavalli non c'era più traccia e trascorrevamo giorni senza che dovessimo dare un colpo di mantice. Nemmeno cancelli dovevamo più fabbricare, perché gli impresari li facevano venire già fatti dalle officine che li costruivano in serie, di varie misure. Gli uomini del grande palazzo non lasciavano quasi passare mese senza tornare a chiedere di comperare la terra dell'orto e della casa. «No, no» diceva Simone, «via non ci vado, non so cosa farmene dei vostri soldi: per mangiare mi basta quel poco che ho messo da parte ferrando cavalli. Voglio restare nella mia casa. Sono io il padrone e faccio come mi pare». E quando quelli se ne erano andati picchiava grosse martellate sull'incudine, per sfogare la rabbia. Poi andava a bere e io abbandonavo la bottega per correre in cucina da Lidia.
Fu qui che ci sorprese un pomeriggio. Appena entrato nel negozio di vini era subito uscito e trovando vuota la bottega era venuto in cucina. Lei e io eravamo abbracciati in un angolo, tra il camino e la parete di fondo. Ci stavamo baciando e sul momento non ci accorgemmo di lui che era entrato adagio, senza far rumore. Rimase un momento a guardarci poi lanciò un urlo: «Disgraziati» gridò, «ma cosa fate?» Era nel mezzo della cucina con una mano in alto, minacciosa, stagliata contro la luce della porta che era rimasta aperta dietro le sue spalle. Io mi affiancai a Lidia e le passai un braccio intorno a una spalla. «Noi ci vogliamo bene» dissi. Lui abbassò il pugno e lo picchiò sulla tavola: «No, no, non voglio» gridò. Io rimasi fermo, attaccato a lei che come me stava immobile con gli occhi arditamente fissi al padre. Dal cantiere giungevano rombi di motori e voci sguaiate di uomini; la gru passava sul tetto della casa con un ronzio incombente.
Aspettavamo che accadesse qualcos'altro, che lui dicesse ancora una parola per poter reagire e dirgli che proprio eravamo fermamente decisi a stare uniti. Improvvisamente alle spalle di Simone, nel vano della porta aperta, si presentò un uomo. «Si può?» chiese, e intanto venne dentro. Simone si voltò a guardarlo con occhio acceso e interrogativo. «Scusi» disse l'uomo, «vengo per un avviso». Tolse da una borsa di pelle un foglio e lo presentò a Simone. «Che roba è?» chiese lui. «Un invito: è la giunta comunale che in considerazione dell'impulso assunto dalla città in questa zona la invita ad abbattere questa casa o a ristrutturarla, per esigenze di carattere pubblico». Simone abbassò gli occhi al foglio, poi si guardò intorno a cercare una sedia. Si sedette con lentezza. «E se io non faccio niente?» chiese. «In questo caso si inizierebbe l'azione per l'esproprio» rispose l'uomo.

Simone non si mosse; taceva e guardava il foglio, ma senza leggere, perché i suoi occhi erano immobili su un punto qualsiasi. Poi si voltò a guardare noi che stavamo ancora stretti e abbracciati, quindi guardò il messo. Riabbassò la testa. Aveva un braccio abbandonato sul tavolo con la mano aperta, sembravano il braccio e la mano di un morto tanto erano immobili. «Va bene» disse poi con voce debole, senza alzare gli occhi, «farò come volete». L'uomo salutò e uscì. Rimanemmo a lungo in silenzio. Infine Simone sollevò lo sguardo a noi: «Bisognerà che andiate a cercare quelli del palazzo che mi chiedevano la terra e la casa» disse, con appena un filo di voce.

venerdì 18 settembre 2015

Il padre

Via della Vigna 45: una casa bassa color piombo, due botteghe sormontate da un'unica insegna di lamiera gialla con un nome in alto, Amerigo Martinelli, sottile e lungo, che si stendeva sulla scritta grossa: salumeria-osteria. Forse in tutta la città era l'unico negozio che riunisse due esercizi di natura diversa, un modo che era abbastanza diffuso agli inizi del novecento. Il quartiere, molto popolare, aveva tuttavia parecchi altri negozi antiquati, con le insegne di stile ottocentesco e l'arredamento di legno nero, malandato. Ma si aprivano anche, qua e là, botteghe modernissime, splendenti di luci colorate, di insegne che strizzavano l'occhio con giochi luminosi, che emanavano allegria. E nel confronto le botteghe vecchie precipitavano ancora di più nello squallore.
Lui, dunque, era qui, in questa salumeria-osteria. Nella tasca destra della giacca stringevo la lettera. Mi pareva di saperla tutta a memoria. A un certo punto diceva: "È una casa bassa e scura con due negozi. Sono suoi: lui fa il salumiere e l'oste". E più avanti: "Ti dico tutto questo per scrupolo. Tu farai quello che crederai meglio. Se vorrai potrai anche non conoscerlo mai: la città è tanto grande, si può passare tutta la vita senza aver bisogno di andare in via della Vigna". Indugiai un poco davanti alla casa, feci finta di guardare la vetrina di un orologiaio di fronte, uno dei negozi belli e pieni di luci, poi mi decisi, attraversai la strada e entrai nell'osteria.
Era un camerone stretto e lungo, quasi deserto in quell'ora di pieno pomeriggio. Due vecchi in maniche di camicia stavano seduti a un tavolo sulla destra, vicino alla porta, e giocavano a briscola davanti a due bicchieri di vino; altri tre uomini, di media età, intorno al primo tavolo, vicino al banco, chiacchieravano e bevevano. Tutti gli altri tavoli, una dozzina, erano vuoti, anche al banco non c'era nessuno. Mi sedetti. Uno dei tre si voltò a guardarmi e poi chiamò l'oste: «Martinelli» gridò verso il retrobottega. Martinelli entrò un minuto dopo pulendosi le mani nel grembiule che una volta doveva essere stato bianco e che ora era unto e macchiato di chiazze rossastre di carne. Certo veniva dalla attigua salumeria. «Eccomi qua» disse con una voce secca, puntuta. Mi guardò con aria curiosa e senza smettere di pulirsi le mani si accostò al mio tavolo per chiedermi che cosa volevo ordinare. Non avevo la forza di guardarlo in viso a così breve distanza: mi sentivo emozionato, pensavo di essere pallido o rosso, non capivo bene; il cuore mi andava a sbalzi e avevo paura che mi tremasse la voce. Guardando il tavolo chiesi un quartino. «Rosso o bianco?» domandò lui. «Rosso» dissi io.
Adesso che l'oste era dietro al banco intento a versare il vino lo guardai. Notai per prima cosa il suo naso leggermente aquilino. Anch'io l'ho di quella forma e mi venne fatto di toccarmelo, ma subito ritrassi la mano per posarla sul tavolo. L'oste era stempiato, tuttavia non doveva avere più di quarant'anni; teneva la bocca socchiusa come per un lieve sorriso. Venne al tavolo a posare il quartino e il bicchiere. «Eccolo servito» disse con quella voce stridula, poi se ne tornò dietro al banco e vi si appoggiò con gli avambracci, tutto curvo in avanti, rivolto verso il gruppo dei tre uomini per prendere parte ai loro discorsi.
Bevvi un sorso e continuai a guardarlo. Il cuore mi si era calmato, ora; anzi mi meravigliavo d'essermi agitato. Rividi mia madre nel letto che mi cercava la mano e me la stringeva. «Mario» mi sussurrava, «quando avrò finito di penare mi metterai il vestito nero con il collo di pizzo. È nel cassetto di fondo del mio comò. Voglio che sia tu a prenderlo fuori. Ricordati bene: prendilo fuori tu». Quell'insistenza s'era ripetuta ancora e mi aveva insospettito. Una sera, mentre mia madre si era assopita, avevo tirato il cassetto di fondo del comò e in mezzo al vestito nero avevo trovato la lettera: "per Mario, da aprire quando sarò morta". L'avevo letta in bagno, dieci giorni dopo, mentre mia zia e l'infermiera mettevano a mia madre il vestito nero con il collo di pizzo. "Credo d'avere il dovere di dirti la verità che ti abbiamo sempre nascosto: Rino non è tuo padre. È un cuore d'oro, buono come il pane buono, e tu lo sai bene. Mi ha conosciuta quando io avevo già te, da un anno, e sposandomi ti ha dato il suo cognome. Tuo padre vero è Amerigo Martinelli e abita in via della Vigna 45...".
Bevevo a piccole sorsate e non toglievo gli occhi dall'oste che stava ridacchiando con i tre avventori. Parlavano di un tale che, tornato a casa ubriaco, aveva dovuto trascorrere il resto della notte sul pianerottolo perché la moglie non gli aveva aperto. Una storia banalissima, da concludere in cinque parole. Loro invece ne stavano parlando diffusamente e continuavano a riderci sopra come se fosse una vicenda davvero comica e interessante. Cercavo di non sentire le loro voci, socchiudevo gli occhi e pensavo con intensità alle parole della lettera e all'espressione di mia madre quando m'invitava con aria densa di significati a togliere dal cassetto il vestito nero. "È mio padre, questo" mi dicevo e poi riaprivo gli occhi a guardare fissamente il profilo dell'oste. Ma questo pensiero non mi suscitava dentro alcun sentimento. Non sapevo nemmeno trovare una differenza fra l'oste e gli altri tre seduti al tavolo coi quali parlava: erano tutti uomini sulla stessa età, vestiti piuttosto neglettamente. "Ma è mio padre" insistevo a pensare. Niente: lo trovavo diverso solo perché stava dietro al banco e gli altri erano seduti al tavolo; diverso perché se si fosse drizzato avrebbe mostrato un grembiule biancastro, sporco, trattenuto da una fettuccia che gli girava intorno al collo. "È mio padre" mi ripetevo.
Il pensiero mi ricordò invece Rino, Rino Lovatti, quello che mi aveva dato il suo cognome, quello che per venti anni avevo creduto mio padre vero. Adesso, certo, stava in piedi davanti al tornio e fra un'ora avrebbe finito il lavoro, sarebbe tornato a casa. Dopo cena si sarebbe seduto in poltrona davanti alla televisione, con un gomito appoggiato al bracciolo e il palmo della mano alla guancia, non tanto per guardare quanto per pensare. Stava lì immobile come se seguisse la trasmissione, invece teneva gli occhi bassi, al tavolino di supporto dell'apparecchio. Per lui era come se lo schermo fosse spento, non vibrassero suoni e voci. Questo accadeva da quando era morta mia madre. Serate angosciose, per lui e per me che gli stavo accanto. Ogni tanto apriva bocca per dire: «Ma». Nient'altro. E in quelle desolate esclamazioni c'era tutto il rimpianto di ciò che noi avevamo perduto, c'era l'amore e il dolore per lei, mia madre, che non c'era più.
Mi ricordai di lui com'era tre anni prima, a Natale. La sera della vigilia, rincasando in motorino, era stato travolto da una automobile e l'avevano portato all'ospedale svenuto e sanguinante. Per tutto il giorno dopo era rimasto in preda allo choc e ci guardava senza dimostrare di conoscerci. Aveva un braccio spezzato e la testa fasciata per una larga ferita alla fronte. Piano piano nei giorni che seguirono incominciò a riprendersi. Due settimane dopo era già a casa, con il braccio ingessato, ma allegro. Trascorrevamo lunghe ore, di sera, tutti e tre seduti intorno alla tavola a chiacchierare. La ritrovata possibilità di restare così riuniti, dopo il pericolo e il timore di perderlo, ci sembravano un dono nuovo del quale prima non avevamo mai saputo apprezzare il valore. Non ci importava dei programmi della televisione, preferivamo discorrere tranquilli, senza distrazione, per sentirci vicini, uniti.
Dal retrobottega venne una donna piccola, grassa, coi capelli grigi, le maniche rimboccate e un grembiule bigio. Si infilò tra il banco e batté il dorso della mano su di un braccio dell'oste: «Dammi della moneta» disse. Era certo la moglie che veniva dall'altra bottega. L'oste non le dette retta e continuò a parlare coi tre clienti. «Spòstati, perdiana» gridò la donna e passò a forza per andare ad aprire il cassetto. L'oste ora stava ritto contro lo scaffale, sullo sfondo delle bottiglie, in attesa che la moglie tornasse ad uscire. Rideva con un riso stridente che pareva saltellare per lo stanzone semivuoto. «Starete a vedere quante gare vincerà, quest'anno» diceva. Parlava di qualche campione della bicicletta. «Starete a vedere» ripeteva e ancora rideva. Non potei continuare a guardarlo. Sentii improvviso il desiderio di andare davanti all'oste, di prenderlo per le spalle e scuoterlo perché smettesse di ridere, ma non mi mossi. Gli ripiantai gli occhi addosso e glieli tenni fissi, ma lui non se ne accorgeva.
Il discorso delle corse ciclistiche mi riportò alla mente una domenica estiva di sei o sette anni prima. Ero a letto con la febbre alta, nella strada la gente gridava perché passavano i corridori e nella stanza semibuia, al fondo del letto, mia madre e mio padre in silenzio mi ascoltavano battere i denti. Restai malato per un mese. Mio padre in quel tempo non aveva lavoro e girava per le officine a cercare un posto; tornando a casa veniva a sedersi in fondo al letto e si lamentava della mutua perché non passava le medicine. Era stata un'estate brutta, quella, indimenticabile. Ma l'oste tutte queste cose non le poteva sapere e continuava a ridacchiare; per lui le gare in bicicletta erano soltanto legate a nomi di corridori, quelli che avevano vinto e quelli che avrebbero potuto vincere. Continuavo a guardarlo: stava vuotando da bere ai tre uomini. Era grassottello, forse la sua pelle era anche unta perché appariva lucida. Certo con la salumeria sotto mano doveva sempre aver mangiato bene, senza economie.
E Rino, che cosa avrebbe mangiato stasera? Si sarebbe messo a sedere come al solito davanti alla tivù e sarebbe rimasto lì senza guardarla a farsi sorprendere dal buio, non avrebbe mangiato niente se non fossi andato io a preparargli qualcosa e a insistere perché mangiasse. Pensai al salume: avrei potuto comperare dell'affettato per risolvere con facilità il problema della cena per entrambi. Il pensiero mi era corso alla bottega accanto, ma immaginai che l'oste passasse di là per servirmi. No, sarei andato a comperarlo altrove, lontano di lì, vicino a casa mia. Un affettato incartato da altre mani, che non mi ricordasse niente.

A momenti mio padre sarebbe uscito dall'officina. Era tardi, volevo essere a casa per il suo ritorno. «Babbo» gli avrei detto, «stasera preparo io la cena, prova a indovinare cos'ho comperato». Non gli avrei permesso di rimanere davanti alla televisione a covare pensieri grevi, gli avrei parlato, l'avrei fatto parlare. «Oste» chiamai forte, «quant'è?» L'oste disse il prezzo e venne a prendere la moneta. E io uscii in fretta, dimenticandomi di dare la buonasera.