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mercoledì 10 febbraio 2016

Facile dimenticare

ll controllore del gas entrò nel cortile e lo abbracciò con lo sguardo da destra a sinistra. Era la prima volta che veniva in servizio in questa zona. Dette la voce: «gas» e la ripeté due, tre volte. Il cortile era grande, quadrato e percorso sui lati, ai quattro piani, dai ballatoi le cui ringhiere erano tappezzate di biancheria stesa. Le abitazioni erano vecchie e i contatori erano all'interno, nel primo vano, di solito la cucina. Solo in qualche caso, dove erano state fatte delle ristrutturazioni, l'azienda aveva imposto che fosse collocato all'esterno, sul ballatoio. Il controllore con il suo richiamo avvertiva gli inquilini perché fossero pronti ad aprirgli la porta e farlo entrare. 
In fondo al cortile c'era un gruppo di donne intente a chiacchierare. Erano per lo più anziane, grasse, sbracciate. Continuarono a parlare. Il controllore si accingeva ad entrare nella prima abitazione a pianterreno quando al terzo piano si affacciò alla ringhiera una donna. «Gasista, io tra poco dovrei uscire, se lei potesse venire subito da me» disse. Il controllore fece cenno di sì con la testa e imboccò la scala sotto l'androne.
Quando fu sul ballatoio la donna gli si fece incontro, lo invitò ad entrare. Lui fece la sua lettura, annotò il numero sul quaderno. Era magro, alto, sui cinquant'anni; il volto ben rasato e la divisa blu in ordine gli davano un aspetto rassicurante. «Che disgrazia» disse la donna. Il controllore sollevò gli occhi dal quaderno e la guardò interrogativamente, con meraviglia. Lei riprese: «Le donne, giù, stanno parlando di questo. Mezz'ora fa hanno portato all'ospedale con la croce rossa una povera donna che si è avvelenata con il gas, una del quarto piano». «Già» disse lui, «arrivando nel cortile ho avvertito un po' di puzza, la si sente anche qui». E chiese: «Si salva?» «Non si sa: hanno detto che respirava debolmente quando l'hanno trovata. Era fuori di conoscenza». «Come è stato?» chiese ancora il gasista. «Aveva voglia di farla finita, ecco come è stato, non gliene andava bene una». «Poveretta» disse l'uomo. «Pensi che appena tre giorni fa suo figlio, un giovanotto di venticinque anni pieno di forza e di salute, nella cava dove lavorava è stato travolto da un masso che gli ha spezzato la schiena: se campa forse deve restare per tutta la vita su una carrozzella».
Il controllore non disse nulla, ma atteggiò la bocca a una smorfia di doloroso stupore. Aveva rilevato i suoi numeri, aveva sentito la novità del cortile, a questo punto si sarebbe dovuto girare per uscire e proseguire le sue visite, ma rimase fermo come se aspettasse ancora qualche parola. Invece fu lui che fece eco alla donna: «Tutta la vita su un carrozzella!» e tornò a ripetere la smorfia. «Quella poveretta» disse la donna, «quando l'altra sera rientrò dall'ospedale piangeva tanto forte che la sentiva tutta la casa. Non aveva torto: se va bene rimane con un invalido da mantenere e accudire e lei ha l'asma e non può far niente, quando sale le scale impiega mezz'ora. E non sono tutte qui le sue disgrazie». Il controllore la guardò con sguardo ancora interrogativo, poi chiese: «Cos'altro le è successo?»
«Aveva anche due figlie» disse la donna, «ma la miseria era troppa nella casa e finirono male tutte e due. Una si sposò a quindici anni per la fretta di andarsene e non stette a guardare tanto per il sottile. Tra mesi dopo suo marito era già in prigione, per rapina. Da allora è più il tempo che passa dentro che quello che passa fuori e la ragazza se vuole mangiare deve andare a servizio. Sua sorella incominciò a bazzicare gli uomini, prima uno, poi un altro e poi un altro ancora. Un giorno sparì: dicono che sia in un'altra città a far la vita». «E adesso» commentò il controllore, «la madre ha tentato di avvelenarsi. È proprio una famiglia disgraziata».
L'uomo sembrava non avesse voglia di continuare il suo giro, preso dall'interesse per quella vicenda. «Quando sento raccontare di queste storie» commentò, «mi pare di avere dentro al petto qualcosa che non va né su né giù». Gli venne fatto di deglutire come se avesse davvero qualcosa di materiale da inghiottire. Aveva un viso asciutto, gli occhi tristi. «Povera gente» disse, «come vorrei poterla aiutare». Sollevò lo sguardo verso la donna che stava sempre in piedi appoggiata alla tavola. «E il marito» chiese, «quella disgraziata non ha un marito?» «Oh» disse la donna, «la storia del marito è lunga, è tutta colpa sua se sono successe tante disgrazie». «Sì?» chiese il controllore con meraviglia, «è mai possibile?» «Non aveva voglia di lavorare» continuò la donna, «faceva il meccanico, con bottega, ma invece di starci dentro a fare i lavori per i clienti, andava all'osteria o al bar. Almeno così ha sempre raccontato la moglie». «Che roba!» esclamò l'uomo e fece un gesto con la mano. «Sembrerebbe impossibile che potessero esistere dei tipi simili, eppure si vede che ci sono. È gente che bisognerebbe prendere a schiaffi». «Lo so» disse la donna, «ma quella poveretta non aveva certo la forza di prendere a schiaffi lui che era forte e prepotente».
«Non se ne accorgeva questo disgraziato» disse ancora il gasista, «che la famiglia andava in rovina, che una delle ragazze se la intendeva con gli uomini?» «Ma quando incominciarono a succedere queste cose lui non c'era, se ne era andato già da tempo. Abbandonò la casa cinque anni dopo il matrimonio, quando i tre figli erano piccoli». «E dove andò?» «Mah!» disse lei, allargando le braccia, «chi lo può sapere? Non si fece mai più vivo». «Ma è spaventoso» disse l'uomo, «si tratta proprio di un delinquente». Fece una smorfia di disgusto, poi chiese: «lei lo ha conosciuto?» «No» rispose la donna, «quella poveretta abita qui soltanto da qualche anno; prima, quando i figli erano piccoli e c'era ancora suo marito, abitava in montagna, a San Quintino».
«A San Quintino?» chiese l'uomo con stupore. «Ma è sicura?» «Altro che» rispose la donna, a sua volta meravigliata. Poi chiese: «Perché, lo mette in dubbio?» «No, non lo metto in dubbio, dicevo così, per dire. E come si chiama quella disgraziata?» «Si chiama Maddalena, Maddalena Corizzi. La conosce, forse?» «Oh, no» disse il gasista. Mise in tasca la matita che in tutto questo tempo aveva rigirato tra le dita della mano destra. Si voltò verso la porta, quasi di scatto. «Scusi le chiacchiere, le ho fatto perdere tempo». Si avviò per il ballatoio per imboccare le scale in discesa e andare ad iniziare il giro dal basso.
Nel cortile c'era ancora il gruppetto di casigliane che stavano parlando. Il gasista bussò alla prima porta e una delle donne si staccò dal crocchio. «Arrivo, arrivo» disse, mentre correva per farlo entrare. «È la prima volta che faccio questa strada» disse l'uomo, «mi deve indicare dov'è il contatore». Entrò, lesse i numeri, li trascrisse come un automa, come se nemmeno li vedesse. Pensava a Maddalena, da quanto tempo si era dimenticato di lei; gli venivano in mente anche i bambini, Gino, Tina, Evelina. Chissà delle due figlie qual era quella che faceva la vita.
Continuò le sue letture passando da un'abitazione all'altra senza più dire una parola; anche se qualche donna cercava di attaccar discorso, lui taceva. Tentava di figurarsi le facce che potevano avere i suoi figli diventati adulti. E gli venivano anche in mente quei giorni lontani, quella sua disaffezione al lavoro, quel vagare da un'osteria a un bar, passare da una partita a briscola a una al biliardo. Infine c'era stata la sua decisione di andarsene, non sapeva neanche lui dove e perché. Aveva trascorso alcuni mesi come un barbone fino a quando aveva trovato Marina, che era riuscita a tirarlo fuori da quel gorgo nel quale era scivolato, prima usando la dolcezza poi la fermezza, l'imposizione. Gli aveva fatto ritrovare la volontà di lavorare. E con Marina, sua attuale compagna, aveva due figli tra i cinque e i dieci anni.
I controlli nella grande casa di ringhiera erano finiti. Il gasista dal cortile si avviò sotto l'androne per uscire in strada. Quando fu sul marciapiedi si fermò a guardarsi intorno. A sinistra, oltre gli alberi che erano in fondo al viale, c'era l'ospedale. Era là che avevano portato Maddalena, forse c'era anche Gino che aveva la schiena spezzata e la prospettiva della carrozzella. Si aggiustò sulla spalla la cinghia del borsello nel quale teneva il quaderno dei controlli e girò a destra.





domenica 29 novembre 2015

Paura

Si levò il vento. Folate correvano per i corridoi, sopra di me, percuotevano porte e imposte, popolavano di fantasmi tutta la casa. Tra una folata e l'altra c'era il battito della pioggia, fitta, continua e, sull'aia, un grondare fragoroso. Fuori c'era la notte, buia, distesa sui campi e sui boschi deserti, senza uomini e senza case.
Ero solo. Stavo seduto su una sedia, contro una parete dell'ingresso che era uno stanzone vasto, ingombro di tante cose sulle quali pioveva la luce fioca e rossastra di una lampadina attaccata al soffitto: una cassapanca, una distesa di patate e di mele, un barroccino con le stanghe a terra, tre sacchi allineati lungo il muro che avevo di fronte e, dalla mia parte, appesi a chiodi, dei finimenti da cavallo. In fondo c'era la scala, a sinistra c'era la porta della cucina, a destra quella della cantina. Ascoltavo il vento e la pioggia, i cigolii delle imposte e fissavo la porta della cantina, non sapevo staccare gli occhi da quella parte.
In cantina c'era il morto: stava appeso a una corda che scendeva dal trave centrale, di fianco al filo della lampadina, impiccato. La luce gli batteva proprio sulla testa, faceva una grande ombra circolare sul pavimento. Nel pomeriggio non avrei mai immaginato di trascorrere una notte simile. Eravamo partiti dalla caserma, il maresciallo e io, con la camionetta per andare a una casa che era al confine del comune, quasi alla sommità del monte. Dovevamo portare, a una delle famiglie che vi risiedevano, una citazione del tribunale. Lasciata la camionetta nella cascina Marcantoni, avremmo proseguito a piedi per la mulattiera.
Era appunto la cascina Marcantoni quella nella quale mi trovavo. Al nostro arrivo avevamo cercato il padrone, volevamo soltanto dirgli che lasciavamo l'automezzo davanti a casa sua perché proseguivamo a piedi. Lo avevamo chiamato a gran voce, inutilmente. La porta era aperta e il maresciallo era entrato spingendosi fino in cantina. Ma come aveva messo dentro la testa era rimasto allibito: Michele Marcantoni si era impiccato. Doveva essere successo pochi minuti prima perché il corpo dondolava ancora leggermente ed era caldo. Ma era morto, senza alcun dubbio: la lingua penzoloni fuori dalla bocca, gli occhi aperti, sbarrati. Un'immagine terribile. Non c'era però da meravigliarsi di quel fatto: Marcantoni era sempre stato un po' matto, quelle rare volte che scendeva in paese dava fastidio a qualcuno con le sue pretese assurde e i suoi discorsi stravaganti.
Nella cascina eravamo rimasti incerti, il maresciallo e io, sul da farsi. se staccare il corpo dalla corda o aspettare che lo vedesse il pretore. Una cosa era certa, bisognava andare a chiamare il pretore, il quale però sarebbe venuto su l'indomani mattina perché ormai il pomeriggio era avanzato e non c'era più tempo per un sopralluogo del genere. La decisione era stata quella che temevo. «Appuntato» mi aveva detto il maresciallo con aria dispiaciuta, «c'è poco fare: io devo tornare indietro e tu devi rimanere qui. La casa è aperta, non possiamo lasciarla incustodita con un suicida dentro. Mi spiace, ma dovrai passarci la notte».
Era venuta la sera, io avevo acceso le luci nell'ingresso e nella cantina, avevo chiuso le porte, mi ero seduto su una sedia. Sul tardi si era messo a piovere: il grondare dell'acqua nell'aia era la cosa più viva in quella solitudine. Ma poi s'era levato il vento e tutte le cose parevano essersi animate. Io stavo sempre più fermo sulla mia sedia, con le orecchie tese a tutti i rumori e ad ognuno di essi la mia fantasia dava un'immagine: un'imposta che sbatteva, una pianta che si curvava, un bastone che rotolava. E gli occhi, anche se fissavano le mele stese sul pavimento a fianco della scala che saliva al piano di sopra o i sacchi appoggiati alla parete, vedevano l'uomo impiccato con il suo sguardo sbarrato, la lingua pendente, l'ombra nera sul pavimento.
Pensavo che avrei fatto bene a andare al piano di sopra a fermare le imposte, almeno avrei eliminato quegli sbattimenti secchi che ogni volta mi si ripercuotevano dentro, ma non mi decidevo a muovermi. Nel pomeriggio, dopo che avevamo scoperto il cadavere, il maresciallo aveva perlustrato la casa, era andato anche su, io no. Non sapevo quindi come erano disposte le stanze, dove erano gli interruttori della luce. Non mi decidevo a staccarmi dalla sedia.
All'improvviso venne a mancare la corrente. Il mio cuore accelerò il battito, leggermente, per una istintiva reazione a quel fatto nuovo. Ma mi rendevo conto della normalità di quell'interruzione: il vento da qualche parte doveva aver fatto precipitare una linea elettrica. Capitava spesso, durante i temporali: la luce mancava, a volte per molte ore; altre volte, se il guasto dipendeva dalla centrale, tornava dopo pochi minuti.
Restavo immobile sulla sedia, le mani aperte sulle ginocchia. Ora, con il buio, i rumori mi parevano più intensi, più nitidi; era come se non vi fossero più porte né muri, come se l'acqua cadesse dalla grondaia al mio fianco, la pioggia battesse intorno a me, le imposte sbattessero sopra la mia testa, sospese nel vuoto. Pensai di accendere un fiammifero, ma immaginai le cose che mi stavano davanti alla pallida, tremolante fiammella, con ombre lunghe e nere, e non mossi le mani. Del resto il fiammifero si sarebbe spento dopo pochi attimi, non avrei fatto in tempo a trovare una candela; chissà dov'era una candela in quella casa, forse nelle stanze, di sopra, dove il vento correva per i corridoi.
D'un tratto udii un tonfo nella cantina. Dalla testa mi partì un'ondata di gelo che mi pervase tutto. Rimasi immobile, trattenendo a lungo il respiro. Non v'erano dubbi su quello che poteva essere successo: la corda s'era spezzata e il corpo era precipitato a terra. Mi sarei dovuto alzare, avrei dovuto accendere un fiammifero, aprire la porta, andare a vedere; ma non mi decidevo a farlo. L'ondata di gelo attraversandomi il corpo mi aveva lasciato un leggero tremito. «Avanti» dicevo a me stesso, «àlzati, sei un carabiniere, sei un appuntato». Ma continuavo a stare seduto. Pensavo che non c'era fretta, sarei potuto andare di là quando fosse tornata la luce o addirittura all'alba.
Nel mezzo di un sibilo del vento mi parve di udire, proveniente sempre dalla cantina, una voce, come un lamento. Mi sentii di nuovo e bruscamente pervadere dal ghiaccio. Il vento tacque e io distintamente udii venire dalla cantina una parola di invocazione: «pietà». Mi sentii scuotere dal tremito. Chiusi gli occhi, in abbandono, cercavo di dirmi che dovevo aver capito male, che non poteva essere stata una voce, ma nello stesso tempo avevo la certezza di non essermi sbagliato. Le forze mi lasciavano, ero soltanto in preda al tremito.
«Pietà» tornò a dire la voce di là dalla porta, «pietà, appuntato». Le mani mi stringevano le ginocchia come fossero una morsa, non riuscivo a controllare quella mia forza insensata. Cosa stava dunque accadendo nella cantina? Il contadino era caduto a terra e adesso implorava aiuto, rivolgendosi direttamente a me, sapeva anche che c'ero io nell'ingresso. Eppure lui era morto, non c'era nessun dubbio che fosse morto, il maresciallo ne era certo, tanto che non aveva esitato a lasciarlo impiccato com'era, in attesa del sopralluogo del pretore.
«Appuntato» tornò a dire la voce. Io scattai in piedi trovando la forza della disperazione, cercai di dire una parola, non so quale, ma le mie labbra non seppero emettere altro che un gemito. Frugai in un taschino, ne tolsi la scatola dei fiammiferi, ne accesi uno, ma la capocchia schizzò via; ne accesi un altro.
«Oh, Dio» sentii gemere dall'altra parte. Spalancai la porta con gesto risoluto, non sapevo immaginare che cosa avrei trovato; forse senza rendermene conto pensavo di trovare il contadino a terra, ancora in vita, gemente.
Come la porta si aprì mi apparve davanti per un attimo, nella luce del fiammifero che subito si spense, un uomo alto e magro, con occhi sbarrati, la bocca semiaperta. Lanciai un grido, indietreggiai, mi girai. Ora non mi controllavo più. Al buio mi precipitai verso la porta che dava all'esterno, ne cercai affannosamente il catenaccio, lo tirai, aprii, balzai fuori, mi misi a correre. Correvo per il viottolo che andava alla strada. Sentivo dietro di me l'uomo gridare. A un tratto intesi che diceva:
«Appuntato, sono Gelsomino». Riuscii a dominarmi, rallentai. Gelsomino era uno del paese, un ladro, lo conoscevo bene. Ripensai alla sua faccia illuminata dalla luce del fiammifero: poteva essere davvero quella di Gelsomino. Mi fermai, mi appoggiai a un castagno.
L'uomo mi fu subito vicino, si aggrappò a un mio braccio. Era proprio Gelsomino. Piangeva e tremava.
«Appuntato» disse, «credevo di morire dallo spavento. Una cosa così non mi era mai capitata». Fece una pausa per prendere fiato, poi continuò: «Sono andato in casa di Michele per rubare, ma poi lui è rientrato dai campi e io mi son dovuto rifugiare in cantina, dietro una botte. E proprio in cantina è venuto a impiccarsi: sentivo il suo tramestìo, credevo che lavorasse, poi non ho più udito niente, ho tirato fuori la testa e l'ho visto appeso, morto. Mentre stavo per fuggire ho sentito arrivare la camionetta e poi voi entrare, allora sono tornato a nascondermi dietro la botte. Sapendo che lei era lì nella loggia dell'ingresso mi ero rassegnato a passare la notte così, con la speranza di riuscire a scappare domattina. Poi, quando la corda s'è rotta e il morto è caduto, non sono più stato capace di resistere, Dio che spavento!»
Gelsomino continuava a tenermi stretto il braccio sinistro. Io stavo appoggiato all'albero con gli occhi fissi verso la casa che non si vedeva. C'era solo un gran buio intorno a noi. Sopra le nostre teste il vento frugava fra i ricci del castagno, la pioggia ci sferzava il viso. Com'era ancora lontana l'alba!




martedì 21 luglio 2015

Furbo lui

Di questa vita Mario Rapuzzi non ne può più. La notte sempre in questo dormitorio, in mezzo a tanti altri disgraziati come lui; di giorno a pulire vetri ai semafori, in giro per la collina a chiedere di fare il giardiniere, e anche nei negozi a stendere la mano. Spesso, sia di giorno che di notte, a pensare al suo sogno: una portineria, da custodire: scale da pulire, alloggio e stipendio assicurati, quello sarebbe vivere. Ma come si può fare ad uscire da questo gorgo in cui è caduto? Dopo la solita giornata inconcludente, la minestrina del dormitorio, dove si deve entrare entro le nove, ora in cui chiude e anche un minuto dopo non si entra. Poi, al mattino, alzarsi alle sei e mezzo perché alle sette, dopo la distribuzione del caffelatte, tutti devono uscire.
Pensa e ripensa, gli viene un’idea: attirare su di sé l’attenzione e impietosire le autorità; possibile che non dicano: “Vuole andare portinaio in un palazzo?” L’indomani mette in pratica la sua idea. Sono le nove di sera e la branda di Rapuzzi è vuota, lui è sul ponte di corso Regina e passeggia. Farà finta di volersi annegare. Ma bisogna aspettare che cali il traffico: salterà sul parapetto quando una macchina è in arrivo e chi guida ha il tempo per fermarsi e saltar giù per impedirgli di buttarsi. In una strada senza movimento, si siede sul gradino d’una porta. È l’ora in cui di solito prende sonno e si addormenta. Alle undici lo sveglia bruscamente pestandogli un piede uno che deve entrare nel portone. Come orario va proprio bene, così può fare quello che ha in mente.
Di nuovo sul ponte, il marciapiedi è deserto, il movimento di auto è diradato. Ecco, ne sta arrivando una. Rapuzzi prende le misure, quando la macchina gli è vicina salta sul muretto, ma non succede niente, il conducente non se n’è accorto. Lui scende, aspetta. Ne arriva un’altra e Rapuzzi ripete la manovra. Stavolta funziona a meraviglia: stridore di freni, l’uomo scende, lo agguanta, lo tira giù. Rapuzzi grida che vuole morire, vuole morire.
Venti minuti dopo è in questura, ci sono intorno a lui tre funzionari, lo fanno parlare. «Da quando mi sono rotto un braccio – dice inventandosi un infortunio – riesco a fare solo lavori leggeri, che non trovo. Mi hanno sfrattato, non ho casa, sono alla fame. Se potessi fare il custode in una portineria». I tre si scambiano qualche parola, poi uno va nella stanza accanto, si sente che parla. Sta dicendo che è un caso pietoso e bisogna intervenire. Meno male, pensa Rapuzzi, qualcosa succederà. Il funzionario ritorna, dice: «Stia tranquillo, cerchiamo di fare qualcosa per lei». Di là squilla il telefono. Il funzionario corre, parla: «Ma le dico che stava per suicidarsi». Silenzio, per alcuni minuti. Rapuzzi sta pensando che forse è arrivato il gran momento: il suo sogno si avvera. Ancora due minuti poi il funzionario ritorna: «Sono riuscito, ma che fatica. A quest’ora, apposta per lei, aprono il dormitorio. Potrà dormire in un buon letto».


martedì 7 luglio 2015

Doppio salvataggio

Stavo seduto su una panchina in riva al fiume. L'acqua correva impetuosa, gialla e alta per le insistenti piogge dei giorni precedenti. Alle mie spalle, nel parco, la gente si fermava a guardare la piena che trascinava a valle tronchi d'albero, rami, oggetti strani, indecifrabili. Splendeva un sole disteso e caldo che faceva risaltare il verde novello e tenero della collina che mi stava di fronte, oltre la riva opposta. Era pomeriggio e non avevo nulla da fare: guardavo il fiume, i colori della collina, ascoltavo le voci di meraviglia della gente, seguivo pensieri vaghi, poi riabbassavo gli occhi a leggere il giornale. Ma era una lettura sbiadita, dopo un po' rialzavo lo sguardo al fiume, alla collina, al colore caldo che pioveva dal cielo. Era bello quell'inizio di primavera e l'acqua torbida e irruente non riusciva a turbarlo, anzi, quel vorticoso andare della corrente lo si sentiva come una liberazione, un sollievo, uno sfogo definitivo dell'inverno.
Un uomo avanzava sul marciapiedi, alla mia destra. Era vestito sciattamente: i pantaloni che facevano le bozze davanti al ginocchio, una giacchetta sporca e unta, con uno strappo a fianco di un bottone, la barba che gli scuriva il volto, i capelli scomposti. Poteva avere trentacinque anni. Procedeva con lo sguardo basso; davanti alla panchina si fermò come soprappensiero, si voltò un attimo a guardarmi, poi si sedette al mio fianco. Nell'insieme aveva un aspetto desolante e io abbassai gli occhi al giornale. «Che piena!» disse. «Uno che fosse là in mezzo avrebbe già risolto ogni suo problema».
Istintivamente mi ritrassi, appoggiai le spalle allo schienale: raggelavo all'idea di potermi trovare in mezzo al fiume. Guardai in faccia l'uomo e provai una sensazione di tristezza. «Sarebbe spaventoso» risposi. Lui si sfregava l'ovale del mento con forza, per vincere la resistenza della barba; intanto dondolava la testa e guardava fissamente l'acqua. I capelli gli ballonzolavano sulla fronte, sembravano sottolineare quel suo gesto di negazione, di sconforto. «Spaventoso? No! Sarebbe un momento solo, poi l'acqua ti è sopra, ti copre, e nemmeno sembra che ti abbia inghiottito». Emise un lungo sospiro, come fosse al colmo della sopportazione. Io mi sentii sgomento. «Ma perché parla così?» chiesi con voce tenue, timida. Era quasi una preghiera che gli rivolgevo perché non mi guastasse le belle sensazioni di primavera, la gaiezza del mio animo. «Parlerebbe così anche lei» disse l'uomo, «se fosse al posto mio. Non una, dico, non una me ne va bene. Prima la moglie mi abbandona per andare a fare la bella vita in un'altra città; poi perdo il posto per un vigliacco che mi accusa di una colpa che non ho commesso; mi danno lo sfratto e devo rifugiarmi in una baracca alla periferia; trovo da lavorare come manovale, ma adesso la ditta fallisce e per di più le guardie vogliono abbattermi la baracca».
Tornò ad emettere un altro sospiro, lungo, pesante. Cercavo qualche parola di incoraggiamento, ma non ne trovavo. I miei pensieri non si fermavano, sembravano trascinati via dall'acqua melmosa e turbolenta che mi passava davanti e che non potevo evitare di guardare. Ora, soltanto ora, notavo anche che, così andandosene, l'acqua mugghiava: s'alzava da quella distesa giallastra una fascia sonora, si allargava, intuivo che passava sopra di me, si stendeva sul parco e, dall'altra parte, si aggrappava alle pendici della collina.
Alla nostra destra, cento metri più in là, c'era un ponte e il parapetto era punteggiato di teste: altra gente che guardava lo spettacolo del fiume. Eppure a me pareva di essere solo, solo con quell'uomo che sbuffava e si agitava e auspicava di essere sepolto dall'acqua melmosa. Avevo improvvisamente paura: collegavo i suoi gesti e le sue parole, il suo aspetto, la luce del suo sguardo e capivo che era deciso a fare quello che aveva in mente. "Adesso si butta nell'acqua", pensavo, "lo vedo scomparire nei gorghi e io non so nemmeno nuotare".
Avrei voluto alzarmi e andar via, lontano dalla vista del fiume, dalla vista di quello che sarebbe accaduto, ma non osavo muovermi dal mio posto, pensavo che all'accenno di andarmene l'uomo si sarebbe gettato in avanti. Rimanevo immobile per ritardare tutto questo. Alzavo lo sguardo alla collina con la speranza di avere conforto dal sole, dal verde, dall'atmosfera di primavera, ma ora non trovavo nulla di ciò, c'era soltanto l'onda sonora su ogni cosa, come un velo visivo, cupo.
Non potevo resistere, cercai di spezzare quell'angoscia, dissi: «Coraggio, non deve disperare, sono difficoltà che si superano». «No, no», disse l'uomo con una voce pesante, rauca, nella quale c'era tutta l'essenza di quella negazione. «Non c'è più speranza per me. Mi guardi: ma le pare che possa riprendermi?» I suoi occhi accesi, smarriti mi mettevano ancora più paura. Mi chiedevo perché mai ero venuto a cacciarmi al cospetto di quel dramma, testimone di un gesto disperato, estremo, che sentivo imminente, ma che non potevo evitare. «Si calmi» mormorai con un filo di voce.
In quell'attimo udimmo alla nostra destra, dal ponte, un grido lungo, lacerante. Ci alzammo di scatto e ci volgemmo appena in tempo per vedere un uomo precipitare nel fiume. Cadde vicino a uno dei pilastri e scomparve subito alla nostra vista; intanto il grido si udiva ancora acutissimo. Veniva da sopra il ponte: era una donna, la si vedeva agitare le braccia nere contro il cielo azzurro. Ora gridava: «Aiuto, salvatelo». C'era una grande animazione intorno a noi: sul ponte, la gente guardava nel fiume, taluni si spostavano rapidamente da un punto all'altro; dietro a noi, nel parco, c'era altra gente ansiosa. «Non si vede più»; «È là»; «No, è un tronco d'albero» gridavano le voci.
L'uomo stava in quel momento riemergendo a metà dello specchio d'acqua che ci divideva dal ponte; si vedevano la testa e un braccio, la corrente lo trascinava via a forza. «Salvatelo», gridava la donna dal ponte. La gente si agitava, vociava, ma nessuno si decideva ad affrontare il fiume. La mia ansia di prima si era sfogata in tremito. Mi pareva che le gambe non potessero più reggermi. L'uomo nell'acqua scomparve di nuovo, succhiato da un mulinello. Colui che mi stava al fianco gridò: «Eccolo, eccolo», e con uno scatto si levò la giacca, si chinò a togliersi le scarpe di forza, senza slacciarle, e si tuffò. La sua giacca sporca, unta, strappata, era ai miei piedi.
Il nuotatore vinceva la corrente con larghe e vigorose bracciate, si portava verso il centro del fiume. «Più a sinistra, più a sinistra» diceva una voce dietro di me. Il suicida infatti stava avanzando rapidamente. L'uomo che si era buttato per salvarlo deviò, un momento dopo gli fu alle spalle, appena in tempo per afferrarlo per i capelli. Continuò ad avanzare con un braccio solo, faticosamente, tenendo l'aspirante suicida lontano da sé, a fior d'acqua. «Ce la fa», diceva la gente, «lo salva».
Ora tutti si stavano spostando verso l'altra riva, per scendere nel punto dove il salvatore sarebbe approdato con l'uomo che si era buttato. Correvano quelli che erano sul posto, correvano verso il ponte quelli che erano nel parco. Io mi sentivo sfinito. Vidi l'uomo raggiungere la riva opposta, trascinare sull'erba il corpo inanimato dell'altro. Intanto arrivavano le prime persone dal ponte, incominciavano a praticare all'annegato la respirazione artificiale. Forse si sarebbe salvato, forse no. Non potevo più resistere oltre vicino al fiume. Mi avviai per il parco e mi allontanai.