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giovedì 7 gennaio 2016

Basta non sapere

Questi contatti settimanali con alcuni ex allievi gli danno forse l'illusione di avere fermato il tempo al periodo aureo della propria vita, quando insegnava latino e greco al liceo classico Carducci. Era il riveritissimo professor Aurelio Locci, stimato dai colleghi e amato dagli alunni perché da loro sapeva ottenere il massimo senza avere l'aria di usare imposizione: con la dolcezza, la tolleranza, il buon umore. Le sue grammatiche e le sue sintassi frequentemente viravano su improvvise facezie, sicché questo suo spirito allegro alleggeriva il peso delle cose dotte da digerire. Ha lasciato l'insegnamento da quindici mesi, nonostante non abbia ancora cinquant'anni, ma il momento del pensionamento gli era parso economicamente favorevole e ha fatto questa scelta. Gli sarebbe pesata molto la perdita del contatto con i giovani ma, grazie a una circostanza fortuita, questo rapporto diretto con gli ex allievi è rimasto. Erano passate appena tre settimane dalla sua uscita dall'insegnamento quando un pomeriggio, mentre era seduto in una saletta del Caffè Centrale, il locale più alla moda della cittadina, erano entrati quattro dei suoi studenti. Calorose strette di mano, grande soddisfazione da parte di tutti per l'incontro. I ragazzi si erano seduti al tavolino, Locci aveva offerto la consumazione, avevano chiacchierato, scherzato. Alla fine il professore aveva fatto una proposta: se voi e qualche altro vostro compagno avete voglia di incontrarmi, tenete presente che io a quest'ora sono sempre qui. Era un venerdì. Da allora tutti i venerdì, tra le sei e mezza e le sette e mezza di sera, due o tre tavolini del Caffè Centrale sono occupati dal professor Locci e da un gruppo di suoi ex allievi.
Naturalmente non parlano né di latino né di greco. A Locci piace filosofeggiare, ma lo fa con la sua solita arguzia, sa trovare sempre argomenti che tengono vivo l'interesse nel suo uditorio e così non c'è mai un venerdì vuoto, a volte i ragazzi sono cinque o sei, a volte una dozzina. Aperitivo per tutti, ovviamente offerto dal professore, e piacevole scandaglio di un argomento scelto a caso nell'ambito filosofico o del costume corrente, con grande soddisfazione sua e dei giovani. Il tema che Locci sta affrontando oggi è quello della conoscenza: non tanto la conoscenza delle cose scientifiche o comunque quelle che si apprendono con lo studio dei libri (va bene il latino e il greco che loro hanno affrontato fin qui e ancora stanno affrontando), ma la conoscenza degli eventi che riguardano lo stesso individuo e che possono essere avversi e procurargli contrarietà, dolore, angoscia a seconda della loro intensità e gravità. Meglio non sapere nulla, sostiene il professore.
Passa ad un esempio prendendo spunto da una notizia comparsa su un giornale. Un uomo improvvisamente dichiara di essere figlio illegittimo di John Kennedy, l'ormai mitico presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas, e della stella del cinema, altrettanto mitica, per la sua bellezza, Marilyn Monroe. «Ora» sostiene Locci, «questa notizia non porta nessuna conseguenza di qualche peso. Perché? Ma perchè sono morti Kennedy, la Monroe e Jacqueline che del presidente era moglie all'epoca in cui sarebbe nato questo figlio illegittimo. La notizia oggi può essere curiosa, suscitare un certo interesse nel pubblico che ha il ruolo di osservatore, ma non si ripercuote drammaticamente su nessuno perché i diretti interessati non ci sono più. Se invece la notizia avesse fatto la sua irruzione nei mezzi di informazione quando Kennedy era presidente, con gli occhi di tutto il mondo puntati su di lui, la risonanza sarebbe stata enorme. Cioè voglio dire che minore è il clamore che circonda un qualsiasi evento, maggiore è il suo svilimento: se è circondato dal silenzio è come se non esistesse. Ora trasferiamo, come ipotesi, la notizia di un figlio illegittimo su una coppia di semplici cittadini. In questa normalità cosa succede?»
I ragazzi sono attenti, incuriositi dalla strana tesi nella quale si è avventurato Locci. Riprende: «Succede che i rapporti tra marito e moglie si sconvolgono come investiti da un tempestoso fortunale. L'uomo indicato come padre, ammettendo che lo sia davvero, vede con sgomento svelato all'improvviso il suo segreto, sente tramutare la propria immagine di rettitudine in quella di abietto traditore e la moglie si infuria, piange, si dispera, assiste al crollo del mito che aveva creato intorno alla figura leale, onesta, esemplare del suo uomo. Sono entrambi tormentati dall'angoscia, non dormono la notte, litigano quasi in continuazione, basta una delle piccole normali contrarietà quotidiane perchè lei rovesci su di lui, a ripetizione quasi continua, la grande colpa di cui si è macchiato, incoronandola con le spine dei più cattivi epiteti, delle più penetranti offese. E se l'accusa è falsa, se l'uomo non è padre di nessun illegittimo, se non ha mai avuto alcuna relazione con la donna indicata, non meno sconvolgente sarà l'ambascia del suo animo perché dovrà far fronte a questa caterva di accuse infondate e di velenose invettive senza riuscire a convincere la moglie, diventata feroce parte avversa, della calunniosa menzogna».
Una domanda. «Professore, perché dice che è meglio non sapere niente? Come è possibile?»
«Vi ho fatto l'esempio di Kennedy, della Monroe e di Jacqueline: l'annuncio di una presunta illegittima paternità dell'ex presidente non suscita più nulla perchè loro non ci sono più e non succede nient'altro, non cade il mondo, il presunto figlio rimane tale e tutto si mette a tacere. Esattamente questo succederebbe se i nostri due comunissimi cittadini, viventi, non dessero segno di avere recepito la notizia. Dovrebbero assolutamente ignorarla, "non saperla", "non averla mai appresa": in altre parole "basta non sapere" per annullare il problema. Cosa certamente non facile perché si tratta di comandare ai propri sentimenti, soffocare gli istinti, riuscire a mantenere saldi gli equilibri esistenti tra gli interessati. Di fronte a questa apparente insensibilità dei protagonisti chiamati in causa, i commenti, le reazioni esterne si smorzano, non hanno materiale da ardere, tutto finisce».
Il professore tace e tacciono anche i giovani. Sono perplessi, non sembrano molto convinti di questo asserto. Poi uno prova ad obiettare: «Soffocare dentro di sé, o meglio annullare questa conoscenza che se palesata creerebbe disagio o dolore non può causare, alla fine, un più grave trauma psicologico?»
«L'opposizione totale, il rifiuto di questo sconvolgimento comporta senza dubbio uno sforzo che richiede animo molto saldo, ma il premio è grande: si tratta di far proseguire, immutata, la situazione di pace che esisteva un attimo prima dell'avvenuto contatto con la conoscenza dell'evento perturbatore».
«E se io alla fine dell'anno scolastico sarò bocciato, dovrò allegramente far conto di essere stato promosso?»
«No: dovrai semplicemente prendere la bocciatura come una fortunata possibilità di ripercorrere il cammino dell'anno passato con un maggiore impegno».
«Questa è rassegnazione».
«No, la rassegnazione è passiva, io sto parlando di un modo attivo di affrontare l'evento negativo, come se fosse una buona occasione, da vivere felicemente».
Un ragazzo con gli occhiali e il volto macchiato dalle efelidi solleva una mano.
«Dimmi Merlotti».
«E se la mia ragazza mi pianta per andare con un altro?»
«Benissimo, ti libera dall'impegno di dover convivere con una fedifraga. Sarai così più lieto di prima per la libertà e lo scampato pericolo>>.
Gli amici ridono. «Fortunato tu», commenta uno, ma lui ribatte:
«E se io continuo ad amarla?»
«Ma come?» si sorprende Locci, «Non sai proprio comandare ai tuoi istinti? Grave!» Aggiunge: «Vedi, il problema è questo: bisogna sempre regolare le proprie azioni non sulla passione, ma sulla ragione, sapersi mettere al di sopra degli accidenti che può provocare la vita e, anche questo è importante, al di sopra delle opinioni della gente. In altre parole, si deve saper conservare la tranquillità dello spirito sia quando la fortuna è favorevole, sia quando è avversa».

Arriva il titolare del Caffè, si rivolge a Locci: «Professore, la cercano al telefono». Locci lo guarda meravigliato, mormora: «Ma chi può essere che mi cerca qui?»
«È un condomino del palazzo dove abita lei».
«Un condomino? È mai possibile che mi telefoni mentre sono al Caffè Centrale?» Si alza visibilmente preoccupato e si avvia alla cabina. I giovani lo seguono e lo vedono poi, oltre i vetri, mentre sta parlando. A un tratto si porta la mano libera alla testa con un gesto rapido, poi se la tiene sulla fronte. E' un segno evidente di grande preoccupazione. La telefonata continua ancora per un paio di minuti poi il professore riattacca, esce, si dirige a grandi passi al tavolo. Si lascia cadere sulla sedia. E' pallido, sembra che faccia fatica a respirare, si passa ancora la mano alla fronte, come aveva fatto in cabina.
«Dio, cosa càpita!» mormora.
I ragazzi lo guardano allibiti, si chiedono che cosa sarà successo. Il professor Locci emette un lungo sospiro, poi dice tutto d'un fiato, sforzandosi di vincere l'afflizione: «La mia domestica, che era sola in casa, è uscita lasciando aperto un rubinetto in bagno, la casa si è allagata e l'acqua scende al piano di sotto. Dio mio, adesso devo correre, come farò?» Si guarda intorno con occhio smarrito, forse cerca il cameriere per pagare. Uno dei ragazzi, lo tranquillizza:
«Professore, al cameriere pensiamo noi, corra, corra».
Si alza: «Grazie, grazie», vorrebbe stringere le mani, ma non sa da che parte incominciare, anche perché si avvede che la mano destra gli trema. Fa un cenno di saluto, per tutti. «Ciao, ciao, vado, vado». Esce un po' barcollando.


mercoledì 26 agosto 2015

Cammino sull'acqua

Nei sogni ci sono tante stranezze di luoghi e di argomenti, incongruenze e assurdità, personaggi a volte banali o strambi e a volte limpidi, come se fossero reali, tanto che l’indomani mi chiedo se li ho davvero conosciuti e fanno parte dei miei ricordi. Queste situazioni, questa gente della notte hanno un significato, vogliono dire qualcosa? Forse a saperle leggere con capacità psicoanalitica potranno dare indicazioni sul carattere e sulla personalità. Con qualche utilità? Il mondo onirico notturno è sempre rapidamente fuggevole, lo si ricorda con relativa chiarezza nell'immediato risveglio, ma pochi minuti dopo è già svanito. Se invece scrivo subito qualche appunto per fissare la trama del sogno, al mattino sono in grado di riesumare tutta la vicenda virtualmente vissuta nella notte e di ridarle vita. Così anche le emozioni si ravvivano, eccitano o mordono l'animo.


Siamo su un ascensore, in molti, stretti da soffocare. Ogni tanto una fermata e molti escono, ma restiamo sempre fitti. Sono comitive che vanno in visita. Esco anch’io con il mio gruppo. Dobbiamo seguire un itinerario. Siamo a Venezia, c’è acqua. Si cammina nell’acqua che è poco profonda e limpida, si vedono in lontananza punti in cui è più alta e là ci sono pesci, uno grosso che sembra ora un cane, ora un cavallo che nuota con fatica. Stiamo andando a visitare una specie di fiera, si salgono scale anguste che passano in mezzo a tanti oggetti esposti, roba di nessun conto, mucchi di cianfrusaglie. A poco a poco il gruppo si dirada, siamo in pochi, procediamo con difficoltà sui gradini sempre più ingombri. A un tratto mi accorgo che sono solo, mi sento abbandonato, cerco di fuggire, ma non so quale direzione prendere perché ci sono tante frecce che si contrastano a vicenda. Finalmente riesco a tornare all’aperto, a camminare nell’acqua. Incontro una signora che ha al guinzaglio un cagnolino. Mi fa segno di seguirla, mi farà da guida per ritrovare gli altri, le vado dietro tranquillizzato. Per poco, perché d’improvviso non la vedo più. La chiamo gridando, signora, signora. Inutilmente. E mi ritrovo nella fiera. Ora non ci sono più le scale ingombre ma corridoi abbastanza ampi. Lo riconosco, è un percorso normale di una esposizione, con gli stand e in ogni stand c’è, visibile a mezzo busto, una persona, uomo o donna. Meno male, mi rassicuro, anche perché tutti questi standisti sono ben animati, guardano intorno, parlano. Ma con chi parlano se ognuno è isolato e non ha in mano un telefono? Guardo meglio e m’accorgo che non sono uomini e donne, ma manichini azionati da congegni misteriosi. Allora ho la terribile consapevolezza di essere proprio solo, mi sento perduto. Mi metto a correre con la speranza di ritrovare la signora con il cagnolino. La chiamo, la chiamo.

martedì 7 luglio 2015

Doppio salvataggio

Stavo seduto su una panchina in riva al fiume. L'acqua correva impetuosa, gialla e alta per le insistenti piogge dei giorni precedenti. Alle mie spalle, nel parco, la gente si fermava a guardare la piena che trascinava a valle tronchi d'albero, rami, oggetti strani, indecifrabili. Splendeva un sole disteso e caldo che faceva risaltare il verde novello e tenero della collina che mi stava di fronte, oltre la riva opposta. Era pomeriggio e non avevo nulla da fare: guardavo il fiume, i colori della collina, ascoltavo le voci di meraviglia della gente, seguivo pensieri vaghi, poi riabbassavo gli occhi a leggere il giornale. Ma era una lettura sbiadita, dopo un po' rialzavo lo sguardo al fiume, alla collina, al colore caldo che pioveva dal cielo. Era bello quell'inizio di primavera e l'acqua torbida e irruente non riusciva a turbarlo, anzi, quel vorticoso andare della corrente lo si sentiva come una liberazione, un sollievo, uno sfogo definitivo dell'inverno.
Un uomo avanzava sul marciapiedi, alla mia destra. Era vestito sciattamente: i pantaloni che facevano le bozze davanti al ginocchio, una giacchetta sporca e unta, con uno strappo a fianco di un bottone, la barba che gli scuriva il volto, i capelli scomposti. Poteva avere trentacinque anni. Procedeva con lo sguardo basso; davanti alla panchina si fermò come soprappensiero, si voltò un attimo a guardarmi, poi si sedette al mio fianco. Nell'insieme aveva un aspetto desolante e io abbassai gli occhi al giornale. «Che piena!» disse. «Uno che fosse là in mezzo avrebbe già risolto ogni suo problema».
Istintivamente mi ritrassi, appoggiai le spalle allo schienale: raggelavo all'idea di potermi trovare in mezzo al fiume. Guardai in faccia l'uomo e provai una sensazione di tristezza. «Sarebbe spaventoso» risposi. Lui si sfregava l'ovale del mento con forza, per vincere la resistenza della barba; intanto dondolava la testa e guardava fissamente l'acqua. I capelli gli ballonzolavano sulla fronte, sembravano sottolineare quel suo gesto di negazione, di sconforto. «Spaventoso? No! Sarebbe un momento solo, poi l'acqua ti è sopra, ti copre, e nemmeno sembra che ti abbia inghiottito». Emise un lungo sospiro, come fosse al colmo della sopportazione. Io mi sentii sgomento. «Ma perché parla così?» chiesi con voce tenue, timida. Era quasi una preghiera che gli rivolgevo perché non mi guastasse le belle sensazioni di primavera, la gaiezza del mio animo. «Parlerebbe così anche lei» disse l'uomo, «se fosse al posto mio. Non una, dico, non una me ne va bene. Prima la moglie mi abbandona per andare a fare la bella vita in un'altra città; poi perdo il posto per un vigliacco che mi accusa di una colpa che non ho commesso; mi danno lo sfratto e devo rifugiarmi in una baracca alla periferia; trovo da lavorare come manovale, ma adesso la ditta fallisce e per di più le guardie vogliono abbattermi la baracca».
Tornò ad emettere un altro sospiro, lungo, pesante. Cercavo qualche parola di incoraggiamento, ma non ne trovavo. I miei pensieri non si fermavano, sembravano trascinati via dall'acqua melmosa e turbolenta che mi passava davanti e che non potevo evitare di guardare. Ora, soltanto ora, notavo anche che, così andandosene, l'acqua mugghiava: s'alzava da quella distesa giallastra una fascia sonora, si allargava, intuivo che passava sopra di me, si stendeva sul parco e, dall'altra parte, si aggrappava alle pendici della collina.
Alla nostra destra, cento metri più in là, c'era un ponte e il parapetto era punteggiato di teste: altra gente che guardava lo spettacolo del fiume. Eppure a me pareva di essere solo, solo con quell'uomo che sbuffava e si agitava e auspicava di essere sepolto dall'acqua melmosa. Avevo improvvisamente paura: collegavo i suoi gesti e le sue parole, il suo aspetto, la luce del suo sguardo e capivo che era deciso a fare quello che aveva in mente. "Adesso si butta nell'acqua", pensavo, "lo vedo scomparire nei gorghi e io non so nemmeno nuotare".
Avrei voluto alzarmi e andar via, lontano dalla vista del fiume, dalla vista di quello che sarebbe accaduto, ma non osavo muovermi dal mio posto, pensavo che all'accenno di andarmene l'uomo si sarebbe gettato in avanti. Rimanevo immobile per ritardare tutto questo. Alzavo lo sguardo alla collina con la speranza di avere conforto dal sole, dal verde, dall'atmosfera di primavera, ma ora non trovavo nulla di ciò, c'era soltanto l'onda sonora su ogni cosa, come un velo visivo, cupo.
Non potevo resistere, cercai di spezzare quell'angoscia, dissi: «Coraggio, non deve disperare, sono difficoltà che si superano». «No, no», disse l'uomo con una voce pesante, rauca, nella quale c'era tutta l'essenza di quella negazione. «Non c'è più speranza per me. Mi guardi: ma le pare che possa riprendermi?» I suoi occhi accesi, smarriti mi mettevano ancora più paura. Mi chiedevo perché mai ero venuto a cacciarmi al cospetto di quel dramma, testimone di un gesto disperato, estremo, che sentivo imminente, ma che non potevo evitare. «Si calmi» mormorai con un filo di voce.
In quell'attimo udimmo alla nostra destra, dal ponte, un grido lungo, lacerante. Ci alzammo di scatto e ci volgemmo appena in tempo per vedere un uomo precipitare nel fiume. Cadde vicino a uno dei pilastri e scomparve subito alla nostra vista; intanto il grido si udiva ancora acutissimo. Veniva da sopra il ponte: era una donna, la si vedeva agitare le braccia nere contro il cielo azzurro. Ora gridava: «Aiuto, salvatelo». C'era una grande animazione intorno a noi: sul ponte, la gente guardava nel fiume, taluni si spostavano rapidamente da un punto all'altro; dietro a noi, nel parco, c'era altra gente ansiosa. «Non si vede più»; «È là»; «No, è un tronco d'albero» gridavano le voci.
L'uomo stava in quel momento riemergendo a metà dello specchio d'acqua che ci divideva dal ponte; si vedevano la testa e un braccio, la corrente lo trascinava via a forza. «Salvatelo», gridava la donna dal ponte. La gente si agitava, vociava, ma nessuno si decideva ad affrontare il fiume. La mia ansia di prima si era sfogata in tremito. Mi pareva che le gambe non potessero più reggermi. L'uomo nell'acqua scomparve di nuovo, succhiato da un mulinello. Colui che mi stava al fianco gridò: «Eccolo, eccolo», e con uno scatto si levò la giacca, si chinò a togliersi le scarpe di forza, senza slacciarle, e si tuffò. La sua giacca sporca, unta, strappata, era ai miei piedi.
Il nuotatore vinceva la corrente con larghe e vigorose bracciate, si portava verso il centro del fiume. «Più a sinistra, più a sinistra» diceva una voce dietro di me. Il suicida infatti stava avanzando rapidamente. L'uomo che si era buttato per salvarlo deviò, un momento dopo gli fu alle spalle, appena in tempo per afferrarlo per i capelli. Continuò ad avanzare con un braccio solo, faticosamente, tenendo l'aspirante suicida lontano da sé, a fior d'acqua. «Ce la fa», diceva la gente, «lo salva».
Ora tutti si stavano spostando verso l'altra riva, per scendere nel punto dove il salvatore sarebbe approdato con l'uomo che si era buttato. Correvano quelli che erano sul posto, correvano verso il ponte quelli che erano nel parco. Io mi sentivo sfinito. Vidi l'uomo raggiungere la riva opposta, trascinare sull'erba il corpo inanimato dell'altro. Intanto arrivavano le prime persone dal ponte, incominciavano a praticare all'annegato la respirazione artificiale. Forse si sarebbe salvato, forse no. Non potevo più resistere oltre vicino al fiume. Mi avviai per il parco e mi allontanai.


martedì 23 giugno 2015

Acqua sulle speranze

Venivamo da Lèrida e andavamo verso Andorra. La strada tortuosa ci mostrava una Catalogna rossa nelle sue montagne ferrose e quieta nella sua solitudine. Un colore di amaranto scorreva con fragore nel Rio Sègre che toccava a tratti la strada per poi allontanarsene come impaurito. Era settembre e viaggiavamo per diporto, io e Osvaldo, per festeggiare un accordo che ci aveva uniti in società nell'acquisto di un ristorante. Al ritorno avremmo incominciato a gestirlo. E di quello parlavamo ogni tanto, alternando i progetti futuri alle considerazioni sul paesaggio.
La strada si infossò in una gola stretta e alta. Ora il suo fondo non era asfaltato, era rovinato da buche e solchi come se da molto tempo non avesse avuto manutenzione. Poco più avanti trovammo delle baracche, dei camion fermi, delle tettoie che coprivano cataste di sacchi di cemento e attrezzi. Alla curva successiva si presentò ai nostri occhi l'imponente spettacolo di una enorme diga che sbarrava la gola. Stava guidando Osvaldo; fermò la macchina su un lato, per guardare.
Era un cantiere in grande fermento e contrastava con il paesaggio solitario e brullo che avevamo attraversato per arrivare fino a quel punto. L'aria risuonava di rombi di motori che parevano intenti all'assalto della grande mole di cemento; uomini si muovevano piccoli come giocattoli, stagliandosi contro il cielo bianco per la gran luce, sulla sommità della diga e altri erano sulla facciata nella ragnatela delle impalcature. Scendemmo per guardare meglio. Grossi tubi neri si precipitavano giù dallo sbarramento e si perdevano dietro le nostre spalle, nel fondo del torrente al quale restituivano la sua acqua rosso-cupa. Davanti, la strada andava a incunearsi dentro una galleria che perforava la diga; in fondo ad essa si vedeva appena un punto bianco tanto era lunga nello spessore del cemento
Un giovane bruno, piccolo, che portava delle assi su di una spalla, si fermò al nostro fianco, posò il carico a terra, guardò noi e poi guardò la diga con uno sguardo che l'abbracciò tutta tant'era alta e larga. «Muy crecida, señor» molto grande, disse e poi si mise a ridere con aria soddisfatta. Gli chiesi se doveva servire per una centrale elettrica e lui rispose di sì, precisando che sarebbe entrata in funzione di lì a qualche mese. Erano dieci anni che lavoravano per costruirla, ma ormai era finita. Avrebbero chiuso la galleria della strada che vedevamo davanti a noi e avrebbero lasciato che l'acqua del torrente a poco a poco riempisse il bacino. Sarebbe diventato un lago vastissimo, lungo oltre venti chilometri. «E la strada?» chiese Osvaldo. Lui sorrise soddisfatto perché aveva la risposta a fior di labbro, lampante. «Ecco la carretera» disse, e indicò con l'indice un punto altissimo, forse più di cento metri, un po' al di sopra della sommità della diga, sull'altro versante della vallata. Una striscia chiara incideva orizzontalmente la roccia ed era il muro della strada nuova, già pronta. Quella sulla quale ci trovavamo era così rovinata perché da tempo non era stata riordinata in previsione della sua eliminazione. Il giovane si aggiustò sui fianchi i pantaloni poi si caricò sulla spalla le assi e ci disse adios.
Risalimmo in macchina e ci rimettemmo in viaggio. Tre minuti dopo, percorsa la galleria, eravamo al di là dello sbarramento, nel fondo del futuro bacino e io non potei fare a meno di immaginare d'avere sulla testa tutta l'acqua che poteva accumularsi tra le due montagne fin sotto il livello della nuova strada. Lo dissi al mio amico e lui rispose che rabbrividiva a questo pensiero. Andammo avanti piano, cercando di scansare le buche più profonde, e intanto pensavamo sempre all'acqua. «Meno male che non ci sono case» diceva Osvaldo, «altrimenti la gente dovrebbe abbandonare tutto». Case non ce n'erano proprio. Si andava avanti per chilometri e chilometri e non si vedeva anima viva.
Era quasi mezz'ora che andavamo nel bacino, lentamente a causa delle buche, e forse la diga distava già una quindicina di chilometri alle nostre spalle. La strada nuova continuava a mantenersi alta sulla montagna, almeno una trentina di metri sopra di noi. Ad una curva ci imbattemmo in una casa. Era una casa piccola a un piano solo, sulla sinistra lo spiovente del tetto si protendeva fin quasi a terra per fare da portico. «Sarà già vuota» dissi; ma mentre stavamo per superarla uscì dalla porta un vecchio. Osvaldo posò il piede sul freno, interessava anche a lui sentire cosa diceva quell'uomo che era costretto a lasciare la casa.
Quando accennammo alla faccenda del lago dette una scrollata di spalle e si mise a ridere. «Tutte storie» disse. «Sono dieci anni che vanno raccontando che qui ci deve venire l'acqua ma ancora non è venuta; hanno detto anche che io devo andarmene, ma non ci credo. È roba mia, questa». Si girò verso la casa, guardando al di sopra d'essa, verso i campi che erano sul pendio della montagna, e li indicò. Erano di parecchi metri sotto la strada nuova, lo notammo bene Osvaldo ed io. «C'erano solo dei sassi e degli sterpi in quei campi» disse il vecchio, «e io ci ho fatto crescere l'erba e il grano. Adesso sto mettendo a posto un altro quadro di terreno, un campo esplendido» e spostò di un palmo l'indice che era ancor teso alla sua terra. «Quando avrò finito potrò allargare la stalla e prendere un'altra mucca». Osvaldo ed io ci guardammo a lungo. «Ma lei ha visto la diga che stanno costruendo?» chiesi a bassa voce, quasi con timidezza. Il vecchio tornò ad alzare le spalle. «Io non ho visto niente» disse, «sono qui e non voglio vedere niente fuori di qui, non m'importa cosa fanno, so solo che non possono coprirmi d'acqua come dicono, sono tutte storie».
Ripensai al cantiere e lo rividi in un gran fervore d'opera, con uomini da ogni parte e motori che rombavano; il giovane bruno con le assi sulla spalla aveva detto «sono gli ultimi giorni, poi la strada la chiudiamo e l'acqua invade tutto». Intanto il vecchio continuava a parlare della terra che stava ripulendo dai sassi e io mi figuravo l'acqua salire dalla valle e coprire la strada dove adesso eravamo fermi con l'automobile e poi varcare la soglia della casa, colmare a poco a poco la cucina e la stalla, sommergere il tetto, salire verso i campi, verso il livello massimo, appena al di sotto della strada nuova che incideva il monte. Le avevano annunciate, tutte queste cose, al vecchio, ma lui non ci credeva, credeva nella sua terra come era al presente, sua, da ripulire e da rendere più fertile. Non pensava che gli operai o i soldati lo avrebbero strappato a viva forza dalla casa. E sui campi che adesso erano così ben coltivati e su quelli che promettevano buone messi si sarebbe distesa l'acqua.
Il vecchio diceva: «Due giorni ancora di fatica contro i sassi poi ho finito e incomincio a seminare nel campo nuovo; ho tenuto apposta la semente più bella, se volete ve la faccio vedere» e allargando il braccio ci indicò la porta. «No, grazie» dissi io, «lo immagino che sarà la più bella» e avevo già un tono di pena nella voce, una compassione che mi rattristava. «Andiamo via» mormorai a Osvaldo e tesi la mano al vecchio che me la strinse nella sua, grossa e cordiale. Mentre stavamo salendo in macchina, disse ancora: «Se ripassate di qui fermatevi a guardare il mio campo nuovo». Promettemmo di sì con la testa e con il sorriso.
«Poveretto» dissi io. «Già» rispose Osvaldo, «ha la realtà sotto gli occhi e non la vede, sa che lo possono cacciar via da un momento all'altro e non ci pensa nemmeno: è proprio un povero disgraziato a illudersi così». Andavamo avanti ancora sulla strada sconnessa. Ma adesso la salita era più ripida e l'altezza che ci divideva dalla strada nuova che correva sopra di noi via via si assottigliava. Si attraversava un paesaggio chiazzato qua e là di verde da castagni e querce. Il mio occhio spaziava più in alto per cercare la strada nuova che continuava a mantenersi sopra di noi. E intanto pensavo all'acqua che avrebbe coperto la terra sulla quale ancora eravamo e tutta quella alle nostre spalle, per chilometri e chilometri, annullando in un colpo solo la casa del vecchio, le sue speranze, le sue ultime fatiche per fertilizzare il campo esplendido e le sementi affondate nei solchi. Fissavo la strada di sopra con il desiderio di raggiungerla in fretta. Avrei voluto che Osvaldo pigiasse di più sull'acceleratore, incurante delle buche che ci facevano sobbalzare, ma lui continuava a procedere adagio.
Finalmente ci ricongiungemmo alla strada nuova, che era molto larga, ben protetta verso valle da un muretto, e aveva l'asfalto perfetto. Si poteva correre veloci e infatti l'auto incominciò a filare alla nostra consueta andatura. Il lungo rallentamento era terminato, un ostacolo superato. Osvaldo si riallacciò a un discorso che avevamo interrotto molti chilometri prima, quando eravamo stati distratti dalla vista della diga: «Appena avremo comperato il ristorante potremo fare un'ipoteca con la banca per avere un mutuo. Allora si potrà rinnovare il locale all'interno e all'esterno, trasformare il cortile in un elegante giardino e nelle sere d'estate farci suonare l'orchestra». Io ascoltavo le sue parole ma non sapevo trovare la forza per dire di sì: mi sembrava che fossero speranze assurde; mi sembrava che ci potesse essere qualcuno che, ascoltandole, avesse compassione di noi. Qualche chilometro prima, quando eravamo nell'area destinata a lago, sentivo dentro di me una oppressione come se avessi paura di rimanere immerso nell'acqua e non vedevo l'ora di salire per raggiungere la strada nuova, sicuro di liberarmi da questo peso interiore. Ora sulla strada nuova c'ero ma quella sensazione non se ne andava, sentivo le parole di Osvaldo ma stentavo ad afferrarle come se mi scivolassero sopra e svanissero nel nulla. E al mormorio di quelle parole si associava nella mia mente l'immagine del vecchio che magnificava il suo campo nuovo; mi sembrava che fosse lui che stava parlando del mutuo, del ristorante, del giardino e dell'orchestra.