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domenica 14 febbraio 2016

L'uomo a cavallo

La prima volta fu all’incrocio di Sant’Egidio. Ero fermo al semaforo, in attesa del verde. Solo nell’auto, anzi, no: alle mie spalle, sul sedile posteriore, c’era Jolly, il mio cane. Al momento di partire, non appena avevo aperto lo sportello era balzato dentro e io non avevo avuto animo di farlo scendere; da qualche tempo gli era venuta la smania del giretto in macchina, gli piaceva talmente che quando lo accettavo a bordo si sdilinquiva in squittii di gioia e nei primi minuti tentava anche di darmi i bacini di ringraziamento dietro l’orecchio, se non lo tenevo lontano con la mano. Così ogni tanto lo portavo con me. Ero lì soprappensiero, incantato a guardare le nuvolette dei fiati dei pedoni che attraversavano. Per terra c’era ghiaccio e tutti camminavano lentamente, facendo attenzione ai loro passi. D’un tratto il mio occhio fu attratto dal gesto brusco di un uomo che sul passaggio pedonale stava per cadere. Si sbilanciò su un fianco, alzò il braccio opposto, ondeggiò e poi si ricompose: tutto in due o tre secondi, poi proseguì. Era Mirco, mio fratello. Un’emozione violenta, una vampata di calore alla testa: avrei voluto poter scendere, corrergli al fianco, ma non potevo abbandonare l’auto lì in mezzo e il semaforo continuava a rimanere rosso; a Sant’Egidio il rosso è sempre lunghissimo e in quella circostanza mi parve proprio interminabile. Vidi mio fratello scomparire nel flusso dei passanti sul marciapiede, diretti verso il fiume; oltre tutto da quella parte c’era il divieto di svolta. Al verde ripartii, detti un’ultima occhiata ma Mirco non lo vidi più. Avevo una grande agitazione. Cento metri più avanti, in un parcheggio, mi infilai in un posto libero. Spensi il motore. Mio fratello qui, in città, nella mia città, a cento chilometri dalla sua, senza che mi avesse avvertito; ma com’era possibile? Mi sentivo sconvolto; le mani, posate sul volante, mi tremavano. Era come se mi si aprisse davanti agli occhi uno squarcio nero, un buio di vuoto e di mistero. Mio fratello era qui per un motivo che mi taceva, dunque una sua trama nascosta. Ci eravamo parlati la sera prima per telefono e non mi aveva detto niente, quindi proprio un segreto. E se c’era oggi, chissà quante altre volte c’era stato senza che mi informasse. Incredibile. Al telefono ci parlavamo almeno due volte alla settimana, lunghe chiacchierate per dirci tutte le notizie, anche minime, delle nostre vite. Così da anni, da quando io mi ero sposato e mi ero trasferito per il mio nuovo lavoro e lui era rimasto con la mamma e il babbo. Morti loro, dopo qualche mese di solitudine si era deciso a concludere con il matrimonio il fidanzamento quasi decennale con Ornella la quale, mi aveva poi confidato, credeva ormai che sarebbe rimasta zitella.
In quel parcheggio, con Jolly che nella sosta era passato sul sedile anteriore del passeggero e mi guardava interrogativamente perché ci eravamo fermati, rimasi almeno per mezz’ora a rimuginare sulla immagine dell’uomo che era scivolato sul ghiaccio e sui possibili motivi della sua presenza nella mia città. Che quell’uomo fosse mio fratello non avevo dubbi: lo avevo visto con chiarezza anche in viso. Sul perché lui era lì non riuscivo proprio a focalizzare alcun ragionevole movente. Motivi di lavoro? No, aveva un impiego parastatale, non aveva alcun motivo di spostarsi dall’ufficio se non per passare in qualche stanza accanto. Una relazione extraconiugale? Nemmeno: era saldamente ancorato a sua moglie sia perché le voleva bene, sia perché tradirla avrebbe comportato dispendio di energie e impegno organizzativo: era un uomo tranquillo, un po’ indolente.
La sera, all’ora solita, dopo cena, telefonai. Se non mi avesse detto niente avrei avuto la prova del suo sotterfugio. E così fu, infatti. Discorsi soliti, le banalità quotidiane, niente resoconto d’un viaggio, niente esclamazione: “Sai, oggi sono venuto lì...” Adesso l’enigma si infittiva: il suo era un segreto solo nei miei confronti o anche in quelli di Ornella? L’avevo visto a metà della giornata e, dato che per colazione non andava a casa perché mangiava in mensa, avrebbe avuto tutto il tempo per arrivare qui, fermarsi magari un paio d’ore e poi fare ritorno, senza che lei lo sapesse.
«Marco, oggi avrei giurato che ti avevo visto» mi trovai a dire senza che l’avessi prima pensato e intanto mi avvidi di essermi lanciato in un discorso spinoso: lo interrogavo, stavo insinuando, lo accusavo? Ma mi rendevo anche conto che era importante sentire e analizzare la sua reazione. Tacqui e attesi. Ci fu un momento di silenzio. Poi disse, con voce un po’ incerta: «Cosa vuoi dire, in che senso mi avevi visto?» Dovevo spiegare, non potevo lasciare una frase simile sospesa per aria. «A un semaforo dove ero fermo ho visto uno che stava per cadere mentre attraversava la strada e sembravi proprio tu». «Già, tanti si assomigliano», disse, «io comunque non stavo per cadere, ero seduto alla mia scrivania». Poi subito cambiò discorso: «Te lo ricordi il tavolino del nonno, quello con l’intarsio della dama, ha l’impiallacciatura che si scolla...»
Quella notte tardai a prendere sonno. Il pensiero era fisso su questa vicenda. Provavo la sensazione della presenza di un muro di sbarramento oltre il quale non potevo procedere: restavo di qua impossibilitato ad andare avanti e di là c’era lui, Mirco, che prima era sempre stato un tutt’uno con me e adesso diventava estraneo, forse anche rivale. Ma che cosa tramava, che cosa era lui per me e che cosa ero io per lui? I giorni che seguirono furono diversi dai precedenti, mi sentivo in un cono d’ombra; anche se il pensiero e la tensione si erano un po’ attenuati, ero immerso in un offuscamento che mi rattristava e incupiva. Telefonai a mio fratello con maggiore frequenza, sperando di poter cogliere nelle consuete conversazioni qualche segnale che potesse farmi capire qualcosa, aprirmi uno squarcio nel buio. Una sera chiacchierai con Ornella, lui era andato a una riunione di condominio. «Ho voglia di vedervi» dissi, «perché una volta tanto non fate voi una gita fin qui?». «Figurati» disse lei, «con Mirco così pantofolaio com’è non si può programmare niente. Non muove mai neanche la macchina, che sta invecchiando senza nemmeno aver fatto il rodaggio. Vieni tu, che ci fai sempre piacere». No, Ornella certamente non sapeva nulla di ciò che lui poteva aver fatto quel giorno a cento chilometri da casa. Dovevo tenere per me l’enigma, ci avrei arzigogolato intorno con tormento d’animo e scarsa probabilità di riuscire a svelarlo.
Avevo la speranza che il mio almanaccare si sarebbe a poco a poco affievolito man mano che mi allontanavo da quell’episodio, ma un paio di settimane dopo, di primo pomeriggio, mentre stavo parlando per strada, fermo con un amico che non vedevo da tempo e che avevo incontrato un momento prima, vidi la faccia di Mirco passarmi veloce a meno di un metro. Era quasi appiccicata, frontalmente, al vetro del finestrino di un tram diretto a un capolinea collinare. Istintivamente feci un gesto con la mano come per fermarlo e aprii la bocca ma non mi venne alcuna parola. L’amico mi guardò meravigliato e si girò per capire che cosa mi avesse colpito. «Volevo salutare uno» dissi e subito tagliai corto, dovevo andare alla macchina, inseguire il tram. Purtroppo avevo parcheggiato lontano. Ansante e sudato, col cuore in tumulto, mi misi al volante e puntai verso la collina seguendo un percorso più breve della linea tranviaria. Arrivai un paio di minuti prima del tram. Ne scesero in molti, ma lui no, evidentemente era smontato ad una fermata intermedia. Mi sedetti in macchina e rimasi a lungo a cuocermi nella delusione e nelle solite intricate supposizioni.

Due incontri, questi, nel giro di una ventina di giorni. L’inizio. Quante altre volte ho visto mio fratello nella mia città e quante volte, parlandogli al telefono, sono stato tentato di dirgli “Insomma, mi dici come mai vieni qui e non mi avverti, non mi vieni a trovare? Che cosa mi nascondi?” Ma mai il mio pensiero si è realizzato con delle parole. Ogni mancato intervento era per me una sconfitta, mi sentivo un incapace, un soggiogato e mi chiedevo anche perché non avevo il coraggio di prendere in pugno la situazione, di pretendere di sapere. A malincuore mi davo la risposta: inconsciamente temevo che qualsiasi motivo mi avesse prospettato avrebbe turbato il nostro annoso, quieto andamento di relazione fraterna a distanza. In certi momenti cercavo di scrutare nel mio intimo e allora la risposta m’appariva più chiara: mi sentivo in colpa per avere, tanti anni prima, lasciato la nostra casa e lui solo con la mamma e il babbo, che già erano malandati in salute, unicamente pensando al mio interesse. Nessuno di loro aveva mai fatto alcuna insinuazione a questo proposito, ma io, senza dirmelo apertamente, mi ero caricato di una dose di responsabilità. In questo periodo parlavamo al telefono delle piccole cose quotidiane fingendo normalità mentre tra noi gravava un peso enorme, almeno così io sentivo e pensavo: il peso di un mistero per me, e per lui di un segreto.
Vedevo, o meglio scorgevo, Mirco con frequenza variabile, in certi periodi una o due volte al mese, in altri anche cinque o sei, e nelle circostanze più strane; sempre, comunque, di sfuggita, non incontrandolo faccia a faccia, un’eventualità questa che in certi momenti mi auguravo e in altri temevo, pensando di trovarmi impreparato ad affrontare la situazione: dipendeva dal mio umore. Certo, mio fratello era diventato per me un pensiero fisso: aspiravo a risolverne l’enigma come si può aspirare a vincere il primo premio di una grande lotteria, con la convinzione che sia cosa impossibile. Questo chiodo mentale mi accompagnava fino a quando, la sera, posavo la testa sul cuscino. E lì le fantasiose astruserie sconfinavano dal ragionamento al sonno trasformandosi in sfilacciature, frantumi di sogni; al risveglio li ricordavo appena per qualche minuto e subito dopo si disperdevano diventando inafferrabili. Ma una notte il sogno fu così chiaro e intenso che alla fine mi svegliai con il cuore in tumulto per l’emozione. Capivo che questa volta non lo avrei dimenticato, tuttavia, per maggiore sicurezza, mi alzai, presi foglio e matita e scrissi qualche appunto sulla traccia di quello che avevo vissuto. Mi sarebbe anche servito come testimonianza se mi fossero sorti dubbi.
Ero in auto e procedevo su un controviale rasentando il marciapiedi, lentamente, perché cercavo un certo negozio. Sul sedile posteriore avevo il cane. Improvvisamente davanti a me un braccio si protende e una mano è aperta come segnale di stop. Blocco la macchina, alzo gli occhi e vedo lui, Mirco: alto, elegante. Mi guarda ed esclama il mio nome come se fosse sorpreso di vedermi lì. Il mio primo istinto è quello di dirgli che sono io che devo essere meravigliato di vedere lui nella mia città senza essere stato preavvertito. Ma sta aprendo lo sportello per salire e una valanga di sensazioni mi sommerge, la più intensa è il timore che Jolly, geloso dell’intimità della sua automobile, tenti di aggredirlo; e allora lo cerco alle mie spalle con la mano, afferro il collare, lo chiamo con voce rassicurante per tranquillizzarlo. Lo guardo, è calmo, come se conoscesse l’ospite o come se non fosse salito nessuno. Meno male, il problema cane è superato, adesso devo affrontare la piena dei miei sentimenti, dire a Mirco rabbia e amore, chiedergli perché, perché e ancora perché. Metto in fila le parole sforzandomi di essere calmo e intanto lo fisso: guarda davanti a sé, la strada, è come se fosse solo, come se non mi avesse nemmeno visto; eppure un momento fa ha pronunciato con vigore il mio nome. Lo sento freddo, distante, e allora tutto il mio dire si spegne, le parole muoiono soffocate in gola dal groppo che sale. Lo guardo in silenzio e incomincio a piangere, a dirotto. Nemmeno si volta e tace, continua a tacere. Jolly è allarmato per il mio singhiozzare, si mette a gemere e mi bacia dietro un orecchio; lo capisco, vuole farmi coraggio. Adesso Mirco pone la mano alla maniglia, apre lo sportello e scende, sempre in silenzio, senza dirmi nemmeno ciao. Io lo chiamo per fermarlo e intanto mi sveglio, in tempo per sentire la mia voce che pronuncia il suo nome.
Quel sogno non lo avrei dimenticato neanche senza gli appunti. Mi era rimasto talmente impresso che per molti giorni lo rivivevo di continuo, con la fantasia movimentavo la scena, immaginavo di essere riuscito a parlargli, gli chiedevo ragione di tutti quei perché che sognando avevo in animo di dire senza riuscire ad aprire bocca. Entravo tanto in quell’atmosfera dentro l’auto con noi due e Jolly che si struggeva per il mio pianto che a tratti mi pareva che l’evento fosse davvero accaduto. Allora prendevo in mano il foglio con gli appunti per convincermi che Mirco non era affatto salito sulla mia auto. Poi entrai in un periodo di relativa tranquillità: pensavo un po’ meno alla storia di mio fratello e quand’ero in giro per la strada il mio occhio non s’accaniva più a gettare occhiate panoramiche tutt’attorno per vedere se scoprivo la sua figura. L’ossessione si placava e me ne rendevo conto con sollievo. Ormai mi stavo assuefacendo all’idea che tra noi c’era questo qualcosa misterioso che lui faceva, o meglio tramava, e che io non dovevo conoscere. Mi rassegnavo; forse, pensavo, non merito di sapere perché non ne sono degno, probabilmente a causa del mio lontano abbandono della nostra famiglia.

Un giorno – di pomeriggio; era autunno e io, a piedi, mi ero fermato in un viale ad ammirare le foglie che il vento faceva danzare come per gioco a mezz’aria – lo vidi. Era a cavallo. Si direbbe, incredibile. E invece no, era proprio lui, su un cavallo morello. Un gruppetto di cinque cavalieri avanzava al passo sul sentiero tra il filare degli ippocastani e la siepe che delimita un piccolo parco giochi. È un percorso ogni tanto frequentato dai soci di un club di equitazione che è ai margini della città. Non lo sapevo, me lo disse un vecchio che pure si era fermato ed evidentemente si meravigliava di vedermi fissare la scena con gli occhi sbarrati. «Di tanto in tanto càpitano, vengono dall’Ippica del Ronchetto, e a volte qualche cavallo si spaventa per le automobili che passano come fulmini» aveva commentato. Ma io non ero stupito perché lì c’erano degli uomini a cavallo, ero come imbambolato perché uno di quegli uomini era lui, mio fratello. Anch’egli in tenuta da cavallerizzo come gli altri, che erano tre uomini e un’amazzone. Mirco era il più anziano, stava ritto impettito, con lo sguardo fisso, e montava con eleganza, in modo armonioso, almeno così mi pareva. Io e il vecchio eravamo dalla parte opposta del viale e tra noi e il gruppo sfrecciavano le macchine. Immobile, solo girando lentamente la testa per seguire il passaggio dei cavalli, non mi venne fatto di gridare il nome di Mirco, non ci pensai proprio. Era come se vedessi qualcuno o qualcosa di irraggiungibile, sebbene in qualche modo mi appartenesse o mi avesse appartenuto. Ormai i cavalieri si stavano allontanando e io continuavo a guardarli. In quel momento mi affiorò un vago ricordo: io, bambino, avevo sentito dire che Mirco andava a cavallo. Lui era un ragazzo, maggiore di me di otto anni; comunque non lo avevo mai visto cavalcare; e poi aveva smesso presto perché, mi pare, spaventato dalla brutta caduta di un suo compagno. Adesso mi chiedevo se poteva mai esserci qualche relazione tra quel breve lontanissimo rapporto di Mirco con le cavalcate e la sua presenza nella mia città, dopo decine e decine d’anni, a spasso col cavallo, come se fosse a cento metri da casa sua.
L’incontro sul viale di ippocastani mi annullò di colpo quella rassegnazione che avevo conquistato negli ultimi tempi: Mirco tornò al centro dei miei pensieri, ripresi a telefonargli con frequenza, sempre con la speranza di scoprire nelle sue parole qualcosa che lo tradisse, che mettesse allo scoperto il suo doppio, il Mirco segreto che veniva nascostamente nella mia città per cavalcare o per fare chissà quali altre astruse cose. Ma era sempre ben vigile, chiacchierava con la massima naturalezza e io sentivo che non avrei mai potuto chiedergli di svelarmi quello che mi nascondeva. Tra me e lui c’era un abisso che con quelle domande avrei dovuto superare d’un balzo. Dovevo per forza adattarmi alla mia sudditanza psicologica, alla mia inferiorità, alla sola speranza, se sperare era possibile, di vedere svelato l’enigma per una qualche circostanza fortunata. Dopo quel giorno andai ancora qualche volta, appena mi fu possibile, lungo quel viale, ma non incontrai più i cavalieri. Poi venne l’inverno.

Quello che era un modesto parco giochi lungo il viale degli ippocastani è irriconoscibile: le altalene, i tralicci a scacchiera, gli scivoli sono stati rinnovati e aumentati di numero, ma soprattutto oltre a questi è stato creato un parco vero con tante piante, aiuole, stradine. Tutto questo su una vasta area, una volta occupata da uno stabilimento per la riparazione delle carrozze ferroviarie che è stato eliminato. Ci sono anche dei laghetti e delle piazzuole di cemento sulle quali corrono i ragazzi coi pattini a rotelle. E le stradine per il passeggio sono fiancheggiate da molte panchine. Ai lati del viale, tra gli ippocastani e la siepe, c’è ancora il sentiero sul quale una volta vidi passare Mirco a cavallo insieme con altri quattro cavalieri. Qualche cavaliere passa ancora, di tanto in tanto, ma Mirco non l’ho più visto. E vengo spesso, quando la stagione lo permette; adesso che è estate sono qui quasi tutti i giorni. Vengo con l’autobus perché non ho più l’auto: mi scadeva la patente e quando sono andato alla visita medica mi hanno respinto, per la cataratta: avevo sbagliato a leggere una lettera in un cartello. Ma va bene anche l’autobus, tanto sono solo, Jolly non c’è più, era vecchio e se ne è andato. Di solito mi siedo su una panchina vicino alla siepe e di qui posso tenere d’occhio il sentiero degli ippocastani.
Ho fatto amicizia con altri vecchi e anche con dei ragazzi. Coi vecchi parliamo, ci raccontiamo delle nostre vicende, di quando eravamo giovani, in buona salute e facevamo la nostra vita. Mi è capitato di raccontare di mio fratello e dell’ultima volta che lo vidi, ormai tanto tempo fa, venire avanti in sella al cavallo. Se qualcuno vede dei cavalieri prima di me mi avverte subito perché possa controllare se c’è anche lui. Ma non c’è mai. Da molto non riesco nemmeno a parlare col telefono né con lui né con Ornella. Faccio il numero e mi dicono che non c’è nessun Mirco e nessuna Ornella. L’altro giorno una donna mi ha risposto sgarbata: «Ma la vuole smettere di fare questo numero, la vuol capire sì o no che da due anni qui c’è una lavanderia e non una abitazione?». Non so come mai mi rispondano così, quello era il numero di Mirco. Parlavamo del più e del meno, non mi diceva niente dei suoi viaggi fin qui, ma mi faceva piacere scambiare un po’ di parole con lui.
Vedo venire verso di me sui pattini un ragazzino alto, biondo, è Sandro, siamo diventati amici. Una volta era caduto proprio davanti alla mia panchina, sanguinava a un ginocchio e si era fermato a fasciarselo con il fazzoletto. Avevamo chiacchierato un bel po’ e da allora ogni tanto mi viene a salutare. Quando arriva le prime parole sono sempre per la stessa domanda: «E l’uomo a cavallo l’ha rivisto?»


venerdì 11 settembre 2015

Autunno

Ottobre. Nel livido cielo si è aperto un varco d'azzurro. Non piove più. Le foglie rosse dei tigli stillano l'ultima pioggia. Le gocce cadono su altre foglie a terra. I vialetti del parco hanno per tappeto le foglie gialle, rosso-cupo, color ruggine, larghe, strette, a triangolo, affusolate.
Gian Piero cammina sul tappeto morbido che geme, intriso d'acqua, sotto i suoi piedi. È già il secondo giro che fa intorno alla villa, lentamente, tenendo le mani in tasca, a tratti fischiettando, a tratti incantandosi a guardare i colori che gli sono intorno. Ha sedici anni, porta un maglione rosso con un arabesco giallo sul petto. È il primo giorno che l'indossa; era tanto che lo desiderava. Sua madre diceva: «Te lo farò io, quest'estate, in campagna». L'estate è ormai passata e la mamma ieri ha finito il maglione. Gian Piero lo sente caldo intorno al busto; gli rende molto piacevole il contrasto dell'aria umida e fresca sul viso.
Tra pochi giorni ritornerà in città, riprenderà le scuole, la seconda liceo. Lo studio è noioso, ma in città c'è una consolazione, Martina. Gli ha scritto una lettera ieri l'altro; la stringe nella mano sinistra, in tasca. Gian Piero conosce a memoria quelle parole, eppure ha ancora il desiderio di rileggerle. Accelera un po' il passo, raggiunge la parte posteriore della villa; nelle stanze, su questo lato, non c'è nessuno, può fermarsi liberamente, leggere con tranquillità. Scrive Martina: "Il mio amore è dolce come è dolce l'autunno, carico dei suoi colori e della sua tenerezza. Prendi in mano una foglia caduta da un albero, guarda i suoi riflessi, senti come è morbida, vellutata, tenera, è un gioiello di poesia. Io sento il mio amore come questa foglia, con la sola differenza della mia inesauribile vitalità".
Gian Piero rimette in tasca la lettera, si china, raccoglie una foglia, l'accarezza con mano leggera. Alza lo sguardo intorno: cento e mille foglie sono sugli alberi, tenere e morbide e colorate, un bosco di poesia. Ricomincia a piovere. Un tordo, dalla sommità di un faggio, saluta la pioggia con un canto melodioso.


Ottobre. Che giornata stupenda! Il caldo di settembre ha tracimato in questi primi giorni ottobrini e anche il cielo continua a mantenersi limpido, d'un azzurro che ravviva i colori della campagna. La natura sembra essere in tripudio come se volesse fare corona a questa festa che oggi c'è nel giardino. Sotto i faggi, i tigli, gl'ippocastani che delimitano il prato dietro la villa c'è una distesa di tavolini apparecchiati, quattro posti ogni tavolo, e sotto l'ombrello della secolare sofora s'allunga il tavolo delle vivande, delle bevande, con pile di piatti, file di bicchieri, vasi di fiori; e allineati davanti al tavolo ci sono sei camerieri in giacca bianca e guanti bianchi, in attesa. I tavoli sono vuoti. C'è silenzio e in questo silenzio vivono i canti e i controcanti degli uccelli.
Quando, un mese fa, l'ing. Gian Piero Bertini e la moglie Martina hanno deciso di fare il pranzo qui, nel giardino della loro villa, non osavano sperare di avere una giornata come questa, praticamente estiva: paventavano la pioggia, s'auguravano soltanto tempo mite. A decidere, comunque, non erano stati soltanto loro, ma anche Enrica e Lorenzo, entrambi appassionati di questa che loro chiamano la casa di campagna e nella quale vengono a trascorrere ogni momento libero. Enrica è la loro figlia e Lorenzo il genero. Si stanno sposando adesso, nella chiesa del paese tutta addobbata di fiori. Tra poco arriveranno, seguiti dai genitori, dai parenti e da un centinaio di invitati. Enrica ha ventiquattro anni, è laureata in medicina, mentre Lorenzo, procuratore, sta per diventare avvocato. Per questa figlia unica Gian Piero e Martina hanno sempre fatto quanto potevano e lei, da parte sua, li ha sempre ripagati con amore. Una figlia perfetta; anche il genero sembra un ragazzo molto per bene. Tutto lascia sperare che il matrimonio sia felice. La festa di oggi vuole essere l'avvio di questa felicità.
Ecco che arrivano. Ci sono clacson che strombazzano là in strada. Le prime auto varcano il cancello, parcheggiano nello spiazzo antistante l'ingresso; le altre, e sono decine, si fermano fuori, lungo la via. Ora il parco si sta animando di voci e di colori. C'è un grande movimento nel prato, molti si accingono a prendere posto ai tavoli, i camerieri entrano in casa, vanno in cucina dove i cuochi stanno preparando le portate, escono con piatti fumanti che posano sulla tavola. Oltre la distesa dei tavolini, sotto una quercia, c'è un palco e sul palco ci sono sei suonatori. Fino a qualche minuto fa non si vedevano, erano in giro per il parco, adesso si stanno sistemando davanti ai loro strumenti. Gli invitati cominciano a muoversi dai loro tavolini verso il tavolo lungo per prendere i piatti e scegliere cibi e vini. C'è ressa davanti ai sei camerieri che sono indaffarati a servire gli ospiti. Poi, a poco a poco, tutti vanno ai loro posti, l'impegno di ognuno è soprattutto rivolto al pranzo, c'è quindi un relativo silenzio del quale l'orchestra non abusa limitandosi a suonare in sordina musiche vivaci ma non chiassose.
Più tardi ci sono i brindisi, i clamori dell'allegria generale.
«Tutti gli uccelli del parco devono essere fuggiti spaventati» dice Gian Piero a Martina. Sono a un tavolo con i consuoceri. Finora con loro hanno conversato, discorsi di circostanza; adesso vorrebbero potersi distrarre, si girano a guardare l'orchestra, per non dover continuare a parlare. Sono fianco a fianco, il braccio sinistro di lui sfiora il destro di lei; si prendono per mano, una stretta silenziosa, e si guardano. Una domanda muta: cambierà la loro vita? Tra poco Enrica e Lorenzo partiranno per il viaggio di nozze e al ritorno andranno, in città, nel loro appartamento che da pochi giorni è pronto. Certo qualcosa cambierà per loro. Come vorrebbero essere soli, almeno un momento: forse si abbraccerebbero in silenzio.


Ottobre. Piove: un'acquerugiola sottile e lenta, ma per tre giorni è piovuto a dirotto. Al cancello della villa si ferma un'auto, il clacson suona. Corre ad aprire un giovanotto stempiato con una giacca a righine blu e grigie.
«Bentornato, ingegnere». L'ing. Gian Piero Bertini risponde al saluto con la mano e innesta la marcia, la macchina percorre qualche decina di metri, poi si ferma davanti al portone. È la fine della settimana e l'ingegnere è tornato per rimanere fino a lunedì. In città ha la sua azienda che dirige personalmente, qui oltre alla villa ha il podere con il contadino; nella villa si è trattenuta ancora sua moglie.
L'ingegnere scende dall'auto, si guarda intorno, ha il viso accigliato.
«Ma Bartolomeo» dice al giovanotto stempiato, «c'è bisogno che te lo dica io di pulire il parco? I piedi affondano nelle foglie fradice».
«Scusi tanto ingegnere, ma non si fa in tempo a pulire che subito si sporca di nuovo: le foglie cadono in continuità e piove sempre». L'ingegnere si sofferma sulla soglia, chiede:
«Novità?»
«Con la pioggia di questi giorni è entrata acqua nelle soffitte, ci sono delle tegole rotte, bisognerà far ripassare tutto il tetto».
«Ah» esclama con una smorfia di disappunto l'ingegnere. Poi chiede: «E in campagna?» Il domestico fa un gesto negativo:
«Tonio dice che con tutta quest'acqua l'uva non si può raccogliere e marcisce». L'ingegnere si gira con gesto brusco, innervosito, entra, sale.
Ora riprende a piovere più forte. A un angolo della villa una grondaia ha un foro, l'acqua cade sul marciapiedi, rumorosamente, alzando alti schizzi. L'ingegnere si affaccia a una finestra del primo piano. Indossa una veste da camera nocciola con bavero marrone. Si appoggia con i gomiti al davanzale e guarda gli alberi, i vialetti del parco, il cielo; le nubi sono basse, sembrano quasi toccare le vette degli alberi. Certo se la sofora fosse rimasta intatta, alta com'era, quasi trenta metri, adesso la cima si perderebbe nella nuvolaglia. Ma la sofora è dimezzata: dieci anni fa, d'agosto, durante un temporale notturno, un fulmine l'ha troncata; e ancora adesso la pianta termina con una punta smozzicata: una ferita ancora aperta, che nessuno è mai salito a curare con un taglio netto. Così la sofora, che era un'immagine di eleganza maestosa e dava al parco il tocco della imponenza, ora lo svilisce e immiserisce.
L'ingegnere resta un po' a guardare; si stringe nelle spalle, ha freddo: Chiama:
«Martina, vieni a vedere». Martina gli si affianca. «Guarda che tristezza» dice lui: «siamo già in inverno, ormai, e non ne va bene una. In azienda le vendite sono ferme per la stagione, qui il tetto fa acqua, bisogna mettersi nelle mani dei muratori, l'uva non si può vendemmiare, il parco è sepolto dalle foglie. E Gilda ha telefonato?».
«No, sono quindici giorni che non si fa sentire». Lui scuote la testa, in un gesto di avvilimento. Gilda è la nipote, ha sedici anni e vive con il padre, l'avvocato Lorenzo. La madre, Enrica, da quando si è separata dal marito, otto anni fa, si è trasferita in una città del sud dove lavora in un laboratorio di analisi. La bambina all'inizio della separazione trascorreva un po' di tempo con la madre e un po' con il padre, poi ha optato per lui. Dai nonni andava abbastanza spesso, sia in città, sia in campagna durante i fine settimana, ma negli ultimi tempi queste visite si sono rarefatte. Anche Enrica viene sempre più di rado; laggiù convive con un collega che i genitori non hanno mai conosciuto.
L'acqua che cade dalla grondaia scroscia sul marciapiedi, intorno al suo rumore c'è la punteggiatura sonora delle gocce sulle foglie degli alberi vicini. Un branco di corvi neri solca lo spazio grigio di cielo, tra il tetto e le cime dei faggi, gracchiando. L'ingegnere solleva il busto, si porta una mano alla schiena come per alleviare una sofferenza, invita la moglie a rientrare, chiude la finestra.
«Di questi giorni» dice, «sembra che non debba mai più venire il sole».


Ottobre. Il vento scuote gli alberi del parco, le foglie si staccano, volano, vanno a cadere lontano, quelle che sono a terra s'alzano o si rincorrono in mulinelli. In cielo vagano grosse nubi bianche, sembrano montagne di neve. È freddo. Bartolomeo, iI domestico, varca il cancello, lo richiude, si incammina con passo svelto verso la villa. Nella mano sinistra stringe un pacchetto, con la destra cerca di tenersi serrata la giacca davanti al petto. Sulla testa quasi calva ha un berretto a visiera. Sale al primo piano.
L'ingegnere è nella camera di soggiorno, seduto in poltrona, di spalle alla porta; a lato ha una stufetta elettrica accesa, sulle ginocchia una coperta. Gli è davanti la finestra oltre la quale gli alberi scuotono le loro cime ancora frondose disperdendo le foglie che fuggono rapide. Sono foglie rosse, gialle, strette, larghe, allungate: il bianco delle nubi le fa risaltare. Il domestico entra.
«Ingegnere» dice, «il farmacista mi ha voluto aggiungere un'altra specialità, un prodotto nuovo che assicura ottimo».
«Martina» chiama il vecchio voltandosi verso l'uscio della camera accanto, «vieni un po' a vedere queste medicine».
Martina entra, ha uno scialletto sulle spalle, è pallida, con la pelle rugosa, ma è ancora alta e ritta. Si avvicina al domestico, prende il pacchetto, lo apre. Dentro ci sono due tubetti e due scatole rotonde metalliche. Prende in mano uno dei tubetti.
«Questo non era nella ricetta», osserva.
«Appunto» dice l'ingegnere, «gliel'ha dato il farmacista assicurandogli che è buonissimo». Martina legge:
«Conteril B2, contro lombaggini, artriti, reumatismi».
«Bene» dice l'ingegnere, «lo proverò, vedremo se è più efficace degli altri. Stasera, quando andiamo a letto, mi frizionerai la schiena; questo vento lo sento nelle ossa. L'importante, ad ogni modo» continua l'ingegnere, «è che il farmacista non sia mai sprovvisto di Pertramina, che è la migliore di tutte queste pomate. Dopo un buon massaggio mi sentirei di andare anche in giro per il parco, nel vento freddo e sotto la pioggia».

L'ingegnere tace un momento, guarda gli alberi che si flettono; ode, fuori, un assiolo che ripete il suo grido: chiù, chiù, chiù. Ha un momento di esitazione, poi chiama la moglie:
«Martina, sarà bene che la frizione con la nuova pomata me la faccia subito».




lunedì 29 giugno 2015

L'amico di chi è solo

Ora che la bella stagione è venuta mi piace sostare qui, nel parco, come un tempo. Non è quasi mutato da allora, da quand'ero ragazzo: vi hanno soltanto aperto un campo da tennis, sulla sinistra, cintato da una rete metallica. I prati sono rimasti tali e quali e anche gli alberi, grandi e annosi, non sono stati toccati. Sono certamente ingigantiti, hanno esteso maggiormente le loro fronde, coprendo anche la vista dei nuovi alti palazzi che sono sorti tutt'attorno a questa oasi di verde; la mia fantasia può così immaginare che di là ci siano ancora le case basse a due o tre piani che qui chiamavano "le villette".
In queste giornate di sole l'animazione nel parco sembra quella di allora: gente seduta sull'erba, bambini che giocano, innamorati che camminano abbracciati per i vialetti, e vecchi, come me, seduti sulle panchine, forse le stesse di tanti anni fa. E ci sono i cani che giocano con i loro padroni: cuccioli sventati e dai movimenti disordinati o vecchi cani lenti e mansueti. Adesso davanti a me c'è un ragazzo di una decina d'anni con un grosso cane lupo. Getta un sasso lontano e il cane corre a prenderlo e glielo riporta: il ragazzo si china ad abbracciare il lupo, gli dice qualcosa in un orecchio, poi di scatto torna a gettare il sasso e lui riparte rapidissimo, con lo stesso entusiasmo di prima. Continuano così a lungo.
Improvvisamente io mi ritrovo in quel ragazzo. Anch'io, decenne o poco più, su questi stessi prati gettavo sassi al mio Biondo. Era un cane bastardo, grosso e fulvo, che nel muso assomigliava a uno spinone. Gli parlavo come a un fratello, anzi più che a un fratello. lo di fratelli ne avevo nove, erano tutti più anziani di me, quello che mi era più vicino d'età aveva tredici anni, ma era sempre fuori casa, faceva il garzone in un caffè, lavorava sodo come tutti gli altri, compresi mia madre e mio padre. Nella grande famiglia era come se fossi solo.
Poi avevo trovato il cane, piccolo, cucciolo, buono. Mi aveva accompagnato a casa, una sera, e gli avevo dato da mangiare. I miei non lo volevano, ma io avevo insistito per tenerlo e alla fine avevo vinto. L'avevo chiamato Biondo per il suo colore. Qui venivamo nei pomeriggi di primavera e d'estate, qui giocavamo come adesso gioca il ragazzo che mi sta davanti. Raccontavo a Biondo tutte le mie fantasie e lui mi stava ad ascoltare accucciato ai miei piedi; se la mia voce era allegra dimenava la coda, se dicevo cose tristi, come spesso mi capitava, si metteva a guaire di sofferenza e poi, quando non ne poteva più, si alzava, avvicinava il muso alla mia faccia e cercava di leccarmela, per farmi tacere. Se piangevo, il guaito diventava latrato, pareva che proprio mi implorasse di farmi coraggio; si alzava in piedi, mi puntava le zampe anteriori sul petto, poi le allargava come per abbracciarmi. Era un amico, il mio solo amico. Crescevamo insieme, lui molto più rapidamente.
A un certo punto avevo smesso di andare a scuola e m'ero occupato come apprendista tipografo. La tipografia aveva il retro che dava in un grande cortile e io avevo chiesto di poter portare con me il cane, per non lasciarlo in casa, solo, tutta la giornata. Me l'avevano concesso e così, mentre lavoravo, Biondo stava nel cortile, giocava con i bambini e ogni tanto entrava dal retro e veniva a darmi un saluto. La sera tornavamo a casa, felici tutt'e due.
A ventidue anni mi fidanzai. Lavoravo ancora nello stesso posto, ero considerato, benvoluto. Gran parte del mio tempo libero lo trascorrevo con Luisa, la mia ragazza, e Biondo veniva sempre con me; a casa non ci voleva stare né io volevo lasciarlo. Praticamente di giorno in casa non c'era nessuno: alcuni miei fratelli si erano sposati, erano andati ad abitare per loro conto e gli altri, come anche mio padre e mia madre, andavano a lavorare, erano fuori dalla mattina alla sera.
Luisa guardava con aria diffidente Biondo, che era come la mia ombra, sempre con me: era chiaro che non aveva simpatia per lui, lo tollerava, forse ne aveva anche paura. «Non fa niente, è buonissimo» la rassicuravo io. «E poi è vecchio, ha da pensare agli acciacchi».
A Luisa raccontavo tutto di me, delle mie speranze, delle mie ansie. Stavamo stretti stretti su una panchina, nel parco, quasi sempre la solita. Biondo stava accucciato in disparte, con il muso appoggiato sulle zampe anteriori, come se non sentisse. Invece sentiva, non interveniva soltanto perché non voleva essere importuno.
Sposai Luisa e andammo a vivere per nostro conto. Biondo venne con noi, nonostante che mia moglie torcesse il naso. Il cane si rendeva conto della diffidenza che lei aveva per lui e viveva il più possibile appartato, nella sua cuccia, sul ballatoio.
Un giorno Luisa mi comunicò che avremmo avuto un figlio. Ben presto, quando mancavano ancora sei mesi alla nascita, cominciò a dire che dovevamo sbarazzarci di Biondo perché non sarebbe stata possibile la convivenza nella stessa casa di un cane e di un bambino. Io le rispondevo che quella povera bestia non avrebbe affatto disturbato, anzi sarebbe stata per il piccino un compagno di gioco, un motivo di gioia. Ma lei insisteva.
Avvilito, in certi momenti andavo a trovare il mio amico d'infanzia e ancora gli parlavo, mestamente, e pensavo al giorno in cui, per il quieto vivere, sarei stato costretto ad accompagnarlo in campagna e affidarlo a un contadino. Ma chi l'avrebbe preso, vecchio com'era ormai? Ero proprio molto preoccupato. Biondo sentiva questo mio stato d'animo, mi guardava con i suoi occhi lacrimosi per la vecchiaia, non si muoveva per Ieccarmi la faccia perché muoversi gli costava fatica e sofferenza fisica; capivo, però, che mi voleva sempre bene nella stessa misura. Mi risparmiò il triste passo che mia moglie mi spingeva a compiere e che io avevo sempre paventato: se ne andò da solo, una notte d'estate. Lo trovai al mattino già rigido, nella sua cuccia.
Nacque il bambino, la casa si riempì di lui, delle sue grida, dei problemi che lo concernevano. Luisa e io lo portavamo qui nel parco perché respirasse l'aria buona che sapeva odore di piante. C'erano altre madri con altre carrozzelle. I discorsi si intrecciavano. «Quanti mesi ha il suo?»; «Dio come è paffuto e bianco e rosso!»; «Il mio devo allevarlo artificialmente»; «Che cosa mangia?» Qui su quest'erba Marcello fece i primi giochi, le prime corse. C'erano anche allora cani che giocavano con i ragazzi, andavano a prendere i sassi che erano stati lanciati e li riportavano; e i ragazzi abbracciavano i cani e loro dimenavano la coda. Mi ritornava alla memoria Biondo, la sua bontà, la sua limpida fedeltà, sentivo che la sua amicizia poteva essere paragonata all'attaccamento che il nostro bambino aveva per noi genitori; ma poi altri pensieri mi distraevano. Marcello, la casa, il lavoro. Eppure, dentro, quasi inavvertita, mi rimaneva la certezza che ancora avrei goduto dell'affetto di un cane.
I problemi si susseguivano uno dopo l'altro, appena uno era risolto uno nuovo si presentava e intanto passavano gli anni, Marcello era un uomo. Andava all'università; diceva: «Voglio questo, voglio quello, si deve fare così, non si deve fare così». La sua voce a volte era alta, imperiosa. Come erano lontani i tempi in cui ci correva incontro lanciando piccole grida e si aggrappava alle nostre gambe come un cucciolo e poi ci stringeva fortissimo per farci sentire tutto il suo amore.
E' passato altro tempo. Adesso Marcello ha superato i trent'anni, è sposato e ha un bambino. Non abita più qui, ma in un'altra città dove ricopre un'importante carica. Anche Luisa mi ha lasciato, da sette mesi, per sempre. Io sono solo, ma ho di nuovo un cane. È un bastardo, un po' maturo, che sono andato a prendere cinque mesi fa al canile municipale. Il suo colore è nero, ma io lo chiamo Biondo, a ricordo dell'altro. Con lui vengo qui, nell'antico parco della mia infanzia sempre uguale, come allora. Ora siedo su una panchina e osservo il ragazzo che mi sta innanzi lanciare sassi davanti al suo cane. Anche Biondo, che è accucciato ai miei piedi, guarda incuriosito le esuberanze giovanili del lupo che corre a prendere il sasso. Biondo si è già abituato a questo suo nuovo nome, appena lo pronuncio alza le orecchie e mi guarda in faccia. Ha uno sguardo intelligente; mi guarda come se io fossi sempre stato il suo unico padrone. Gli dico: «E tu non senti più voglia di metterti a correre per i prati dietro ai sassi?» Mi si avvicina strisciando un poco a terra e sfrega il muso contro una mia gamba. Ci intendiamo già, posso parlargli, sicuro d'esser capito, quando ho qualcosa da dire e non so a chi dirlo. Gli rivolgo ancora la parola: «Vuoi che andiamo a casa? Devo preparare la cena». Biondo si alza e dimena la coda.
Ma io non mi alzo ancora. Il ragazzo del lupo mi si è accostato. Mi chiede quanti anni ha il mio cane e che cosa gli do da mangiare. Mi intrattengo a parlare di Biondo.