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domenica 1 novembre 2015

Le certezze del domani

Giravo per la Riviera in cerca di appartamenti e ville in vendita. Lavoravo per conto di una società che acquistava immobili nelle località turistiche per rivenderli poi ai ricchi stanchi di far quattrini in città o tormentati dai reumatismi, che andavano cercando la primavera anche d'inverno. Il mio compito era quello di segnalare alla società non solo gli stabili che venivano spontaneamente offerti sul mercato, ma anche – anzi, specialmente – quelli per i quali v'erano nascoste prospettive di vendita. L'esperienza dimostrava che, proprio quando i proprietari erano ancor lontani dalla decisione di alienare i loro beni, c'erano maggiori probabilità di successo e di guadagno. Io scrivevo o telefonavo in sede i risultati delle mie indagini e subito entravano in azione altri funzionari che incominciavano i sondaggi e gli approcci per le prime offerte.
A L., il proprietario del bar dove mi ero fermato e, senza fretta, avevo attaccato discorso, mi indicò una villetta in una piccola insenatura, tra la strada e il mare. Il terreno digradava dolcemente verso gli scogli; rispetto ai pendii aspri e ripidi che erano a monte della litoranea, quell'area, verde di olivi, di timi e di lauri, sembrava godere di un premio. Era mollemente distesa nel caldo sole di marzo e su di essa il profumo degli arbusti aleggiava, si alternava al pizzico salmastro portato dall'aria assieme al ritmico battito dell'onda contro gli scogli vicini, ma pure invisibili oltre le macchie della vegetazione. Una strada bianca di polvere, delimitata col pastello verde cupo di due siepi di bosso, ornava con le sue volute quel pezzetto di terra.
La villa era rosa, d'un rosa pallido e tenero come era pallido e tenero il verde degli ulivi. Aveva un balcone d'angolo con il parapetto guarnito di fiori. A mano a mano che scendevo con l'automobile per la stradetta bianca la villa mi precisava i suoi contorni, le sue proporzioni, il colore dei suoi fiori. Non sarebbe stato certo difficile venderla, così quieta com'era, assisa davanti al mare. Ma prima doveva essere comperata.
Quando fui quasi di fronte alla costruzione vidi una donna uscire dal cancelletto ed avviarsi nella direzione opposta alla mia. Rallentai, fermai la macchina al suo fianco, salutai con la mano fuori dal finestrino. «Scusi, signora» chiesi, «mi sa dire chi abita qui?» La donna aveva una cinquantina d'anni, era magra, priva di due denti incisivi, con i capelli grigi, un vestitino nero a bolli bianchi che poteva anche essere un grembiule da lavoro. Si chinò per abbassare la testa all'altezza del finestrino, posò una mano sul bordo del vetro. «Il cavalier Timoteo Rebecchi» rispose e, dopo un attimo di sospensione, chiese: «Cosa vuole da lui?» Dissi che mi interessava sapere se la villa era in vendita. «Non adesso» s'affrettò a dire la donna. Lo disse con voce sommessa, come se avesse paura d'essere sentita. «Quando?» chiesi io. La donna sollevò la mano dal vetro, la tenne a mezz'aria in un atteggiamento interrogativo. «Non so» disse; poi: «forse fra due mesi, un mese».
Non capivo. Soprattutto non capivo quell'aria di mistero che era più nella sua voce che nelle sue parole. «E perché non adesso?» domandai. «Perché lui è malato, è molto malato. Io lo so. Sono al suo servizio da quando avevo dieci anni: lo so che non c'è più speranza». «Posso chiedergli se vende?» domandai. «No, no, non è possibile. Se andassi al suo capezzale per dirgli che c'è gente che vuole comperare la villa, immaginerebbe la gravità della situazione, intuirebbe d'essere vicino alla fine».
«Allora» dissi, «come devo fare per sapere se la villa si può comperare?» La donna distese l'avambraccio sul bordo del finestrino, si curvò maggiormente, venne con il suo viso a un palmo dal mio, tacque un momento poi parlò ancora sommessamente: «Ritorni tra due mesi». Rimasi in silenzio. Mi aveva colpito la sicurezza con la quale la donna aveva fissato quel termine. «Che cosa ha» chiesi, «male di cuore?» La donna si sollevò per fare un gesto con il braccio: «Magari fosse male di cuore! È un brutto male, un brutto male» ripeté con la desolazione che si prova davanti a una condanna inappellabile.
Nel riquadro del finestrino vedevo la donna e a fianco di lei vedevo parte della villa, con le imposte socchiuse, i fiori vivaci sul balconcino, e dietro la chiazza rosa della villa il nero della montagna che s'alzava al di là della strada litoranea e l'azzurro del cielo. Il padrone era grave, stava per morire, secondo quanto affermava la donna, ma io in quel momento non pensavo tanto a lui quanto alla villa, all'affare che la villa rappresentava, alle parole che avrei adoperato per annunciare al mio direttore il possibile acquisto.
«Tra due mesi» dissi alla donna seguendo un subitaneo pensiero «chissà chi trovo qui dentro». Lei atteggiò il viso a un misurato sorriso o a una espressione composta di tranquillità e di soddisfazione insieme. Disse: «Non si preoccupi: ci sarò io, qui. Il cavaliere non ha altri all'infuori di me, io gli ho dedicato tutta la vita e lui ha lasciato una carta a mio favore. Ci sarò io». Non mi decidevo a ripartire. Continuavo a guardare oltre le spalle della donna la macchia rosa della casa e l'azzurro del cielo, poi guardavo gli occhi di lei. «Non abbia paura» disse ancora la donna. «Vada tranquillo, non sarà venduta prima. Ripassi fra un paio di mesi, magari fra un mese e mezzo». Avviai il motore e lei mi sorrise, mi salutò con un cenno della mano che pareva quasi un'intesa.
Continuai a girare nella zona per qualche giorno, poi cambiai località, mi spinsi più a ponente, vicino alla frontiera. Ma per poco tempo, perché una sera rientrai in albergo con la febbre alta. Era un attacco di orticaria e si protrasse per una settimana. Alla fine, quando credevo di poter riprendere il lavoro, fui colpito da una colica renale che mi sfibrò. Avevo bisogno di riposo e lo dissi per telefono al mio direttore. Lui mi invitò ad andarmene a casa e a rimanerci tranquillo per una quindicina di giorni. Quando mi ripresentai in ufficio trovai una novità: ero destinato in montagna, sulle Alpi trentine.
Ripresi là il mio lavoro. A volte facevo lunghe camminate per raggiungere case o ville isolate: l'aria e il moto mi ritempravano la salute. Finivo di visitare una borgata, mi spostavo di qualche centinaio di metri e dietro una curva della strada spuntava un altro paese. Ricominciavo da capo. Così i giorni passavano e l'estate avanzava. Una sera, mentre cercavo sonno, mi sovvenne della villetta rosa in riva al mare. Ebbi la sensazione di essermi lasciata sfuggire un'occasione e mi chiesi come mai non mi ero ricordato prima di quell'affare.
Con il pensiero riandai a quella vista, cercai di localizzarla nel tempo e vi riuscii facendo riferimento al periodo in cui ero stato ammalato: erano passati due mesi e mezzo. Certo il cavalier Timoteo Rebecchi aveva finito di soffrire. Ricordavo la domestica mentre diceva: «È un brutto male, è un brutto male»; si capiva da quelle parole che la fine sarebbe stata imminente. Avrei voluto essere con un balzo in Riviera, scendere la stradetta bianca fra le siepi di bosso.
Impensatamente, dieci giorni dopo mi fecero rientrare in sede. Ne approfittai per parlare della villetta rosa al direttore. Ottenni l’incarico di partire per L. L'indomani mattina, verso mezzogiorno, ero in vista della insenatura davanti alla quale si stendeva il terreno verde di ulivi, di timi e di lauri. Imboccavo la strada bianca, scendevo verso il mare, vedevo la villa stagliata sotto il sole. Fermai la macchina, scesi, passai il cancelletto, che era aperto; suonai alla porta. Trascorse un minuto, che fu lungo; pensavo già che non ci fosse nessuno: morto il padrone, allontanata la domestica.
Improvvisamente e in silenzio la porta si aprì: mi comparve davanti un vecchio piccolo, con il pizzo bianco, la zazzera sul colletto della giacca da camera. Gli diedi il buongiorno poi rimasi impacciato. Finalmente chiesi del cavalier Timoteo Rebecchi. «Sono io» disse il vecchio e mi fece entrare. Io deglutii, lo ringraziai. Ci sedemmo in un salotto in penombra. «Sono venuto» dissi, cercando di parlare con calma e chiarezza, «a vedere se lei è disposto a vendere la sua villa». Il vecchio mi lasciò spiegare chi ero e per conto di quale società parlavo.
«Lei è venuto in un momento propizio» disse poi. «Proprio in questi giorni stavo pensando all'opportunità di trasferirmi in albergo. Io sono solo, esco adesso da una lunga malattia e per giunta sono rimasto anche senza domestica». «Come mai?» chiesi io, senza avvedermi di interromperlo. «Poveretta» disse il vecchio, «se n'è andata improvvisamente due mesi fa, una sera, mentre era seduta a fianco del mio letto a tenermi compagnia. Ha fatto una smorfia e si è accasciata in avanti: il cuore... Adesso, così solo, in questa casa troppo grande per me, non mi ci trovo più. Ho pensato di andare in albergo dove ci sia personale di servizio e movimento, gente con cui stare in compagnia. Posso prendere in esame la sua proposta».

martedì 27 ottobre 2015

Nell'anniversario della scomparsa di Remo Lugli

Verso la fine di Luglio, mi pare. Eri alla tua scrivania, seduto in carrozzina. Avevi ancora meno di tre mesi davanti a te.
Stavo per andare a un appuntamento di lavoro; prima di uscire, passai a salutarti.
Avevi in mano una strana statuina di metallo; un oggetto piccolo, insignificante, che non avevo mai visto. Mi dicesti: “Questa statuina ha una storia lunga”.
Guardai l'orologio. Ero già alle strette con il tempo, come mi capita di frequente. “Me la racconterai più tardi, adesso devo schizzare via”.
Ovviamente quando ci rivedemmo, dopo qualche ora, ce ne eravamo ambedue dimenticati.

Qualche giorno fa, mettendo ordine tra le tue cose, quella statuina mi è capitata in mano. Mi avrebbe fatto piacere conoscere la sua lunga storia.

(All'appuntamento di lavoro ero riuscito ad arrivare puntuale e avevo dovuto aspettare, almeno dieci minuti).

La morte dà un senso alla vita. Dove ho letto, di recente, queste parole, che mi sono sembrate assurde? Eppure adesso mi sono chiare.

Finché ci siamo, tutto è fluido, tutto può cambiare, tutto può ancora capitare. Se fossimo immortali, forse non faremmo mai niente, perché tutto potremmo sempre fare domani.

Ma c'è quel limite, quella soglia invalicabile, che proietta nell'eternità il non fatto e il non detto. E non sappiamo quando.

Dovrebbe farci capire se è il caso, per una volta, di arrivare un po' in ritardo ad un appuntamento importante.


Daniele Lugli

venerdì 11 settembre 2015

Autunno

Ottobre. Nel livido cielo si è aperto un varco d'azzurro. Non piove più. Le foglie rosse dei tigli stillano l'ultima pioggia. Le gocce cadono su altre foglie a terra. I vialetti del parco hanno per tappeto le foglie gialle, rosso-cupo, color ruggine, larghe, strette, a triangolo, affusolate.
Gian Piero cammina sul tappeto morbido che geme, intriso d'acqua, sotto i suoi piedi. È già il secondo giro che fa intorno alla villa, lentamente, tenendo le mani in tasca, a tratti fischiettando, a tratti incantandosi a guardare i colori che gli sono intorno. Ha sedici anni, porta un maglione rosso con un arabesco giallo sul petto. È il primo giorno che l'indossa; era tanto che lo desiderava. Sua madre diceva: «Te lo farò io, quest'estate, in campagna». L'estate è ormai passata e la mamma ieri ha finito il maglione. Gian Piero lo sente caldo intorno al busto; gli rende molto piacevole il contrasto dell'aria umida e fresca sul viso.
Tra pochi giorni ritornerà in città, riprenderà le scuole, la seconda liceo. Lo studio è noioso, ma in città c'è una consolazione, Martina. Gli ha scritto una lettera ieri l'altro; la stringe nella mano sinistra, in tasca. Gian Piero conosce a memoria quelle parole, eppure ha ancora il desiderio di rileggerle. Accelera un po' il passo, raggiunge la parte posteriore della villa; nelle stanze, su questo lato, non c'è nessuno, può fermarsi liberamente, leggere con tranquillità. Scrive Martina: "Il mio amore è dolce come è dolce l'autunno, carico dei suoi colori e della sua tenerezza. Prendi in mano una foglia caduta da un albero, guarda i suoi riflessi, senti come è morbida, vellutata, tenera, è un gioiello di poesia. Io sento il mio amore come questa foglia, con la sola differenza della mia inesauribile vitalità".
Gian Piero rimette in tasca la lettera, si china, raccoglie una foglia, l'accarezza con mano leggera. Alza lo sguardo intorno: cento e mille foglie sono sugli alberi, tenere e morbide e colorate, un bosco di poesia. Ricomincia a piovere. Un tordo, dalla sommità di un faggio, saluta la pioggia con un canto melodioso.


Ottobre. Che giornata stupenda! Il caldo di settembre ha tracimato in questi primi giorni ottobrini e anche il cielo continua a mantenersi limpido, d'un azzurro che ravviva i colori della campagna. La natura sembra essere in tripudio come se volesse fare corona a questa festa che oggi c'è nel giardino. Sotto i faggi, i tigli, gl'ippocastani che delimitano il prato dietro la villa c'è una distesa di tavolini apparecchiati, quattro posti ogni tavolo, e sotto l'ombrello della secolare sofora s'allunga il tavolo delle vivande, delle bevande, con pile di piatti, file di bicchieri, vasi di fiori; e allineati davanti al tavolo ci sono sei camerieri in giacca bianca e guanti bianchi, in attesa. I tavoli sono vuoti. C'è silenzio e in questo silenzio vivono i canti e i controcanti degli uccelli.
Quando, un mese fa, l'ing. Gian Piero Bertini e la moglie Martina hanno deciso di fare il pranzo qui, nel giardino della loro villa, non osavano sperare di avere una giornata come questa, praticamente estiva: paventavano la pioggia, s'auguravano soltanto tempo mite. A decidere, comunque, non erano stati soltanto loro, ma anche Enrica e Lorenzo, entrambi appassionati di questa che loro chiamano la casa di campagna e nella quale vengono a trascorrere ogni momento libero. Enrica è la loro figlia e Lorenzo il genero. Si stanno sposando adesso, nella chiesa del paese tutta addobbata di fiori. Tra poco arriveranno, seguiti dai genitori, dai parenti e da un centinaio di invitati. Enrica ha ventiquattro anni, è laureata in medicina, mentre Lorenzo, procuratore, sta per diventare avvocato. Per questa figlia unica Gian Piero e Martina hanno sempre fatto quanto potevano e lei, da parte sua, li ha sempre ripagati con amore. Una figlia perfetta; anche il genero sembra un ragazzo molto per bene. Tutto lascia sperare che il matrimonio sia felice. La festa di oggi vuole essere l'avvio di questa felicità.
Ecco che arrivano. Ci sono clacson che strombazzano là in strada. Le prime auto varcano il cancello, parcheggiano nello spiazzo antistante l'ingresso; le altre, e sono decine, si fermano fuori, lungo la via. Ora il parco si sta animando di voci e di colori. C'è un grande movimento nel prato, molti si accingono a prendere posto ai tavoli, i camerieri entrano in casa, vanno in cucina dove i cuochi stanno preparando le portate, escono con piatti fumanti che posano sulla tavola. Oltre la distesa dei tavolini, sotto una quercia, c'è un palco e sul palco ci sono sei suonatori. Fino a qualche minuto fa non si vedevano, erano in giro per il parco, adesso si stanno sistemando davanti ai loro strumenti. Gli invitati cominciano a muoversi dai loro tavolini verso il tavolo lungo per prendere i piatti e scegliere cibi e vini. C'è ressa davanti ai sei camerieri che sono indaffarati a servire gli ospiti. Poi, a poco a poco, tutti vanno ai loro posti, l'impegno di ognuno è soprattutto rivolto al pranzo, c'è quindi un relativo silenzio del quale l'orchestra non abusa limitandosi a suonare in sordina musiche vivaci ma non chiassose.
Più tardi ci sono i brindisi, i clamori dell'allegria generale.
«Tutti gli uccelli del parco devono essere fuggiti spaventati» dice Gian Piero a Martina. Sono a un tavolo con i consuoceri. Finora con loro hanno conversato, discorsi di circostanza; adesso vorrebbero potersi distrarre, si girano a guardare l'orchestra, per non dover continuare a parlare. Sono fianco a fianco, il braccio sinistro di lui sfiora il destro di lei; si prendono per mano, una stretta silenziosa, e si guardano. Una domanda muta: cambierà la loro vita? Tra poco Enrica e Lorenzo partiranno per il viaggio di nozze e al ritorno andranno, in città, nel loro appartamento che da pochi giorni è pronto. Certo qualcosa cambierà per loro. Come vorrebbero essere soli, almeno un momento: forse si abbraccerebbero in silenzio.


Ottobre. Piove: un'acquerugiola sottile e lenta, ma per tre giorni è piovuto a dirotto. Al cancello della villa si ferma un'auto, il clacson suona. Corre ad aprire un giovanotto stempiato con una giacca a righine blu e grigie.
«Bentornato, ingegnere». L'ing. Gian Piero Bertini risponde al saluto con la mano e innesta la marcia, la macchina percorre qualche decina di metri, poi si ferma davanti al portone. È la fine della settimana e l'ingegnere è tornato per rimanere fino a lunedì. In città ha la sua azienda che dirige personalmente, qui oltre alla villa ha il podere con il contadino; nella villa si è trattenuta ancora sua moglie.
L'ingegnere scende dall'auto, si guarda intorno, ha il viso accigliato.
«Ma Bartolomeo» dice al giovanotto stempiato, «c'è bisogno che te lo dica io di pulire il parco? I piedi affondano nelle foglie fradice».
«Scusi tanto ingegnere, ma non si fa in tempo a pulire che subito si sporca di nuovo: le foglie cadono in continuità e piove sempre». L'ingegnere si sofferma sulla soglia, chiede:
«Novità?»
«Con la pioggia di questi giorni è entrata acqua nelle soffitte, ci sono delle tegole rotte, bisognerà far ripassare tutto il tetto».
«Ah» esclama con una smorfia di disappunto l'ingegnere. Poi chiede: «E in campagna?» Il domestico fa un gesto negativo:
«Tonio dice che con tutta quest'acqua l'uva non si può raccogliere e marcisce». L'ingegnere si gira con gesto brusco, innervosito, entra, sale.
Ora riprende a piovere più forte. A un angolo della villa una grondaia ha un foro, l'acqua cade sul marciapiedi, rumorosamente, alzando alti schizzi. L'ingegnere si affaccia a una finestra del primo piano. Indossa una veste da camera nocciola con bavero marrone. Si appoggia con i gomiti al davanzale e guarda gli alberi, i vialetti del parco, il cielo; le nubi sono basse, sembrano quasi toccare le vette degli alberi. Certo se la sofora fosse rimasta intatta, alta com'era, quasi trenta metri, adesso la cima si perderebbe nella nuvolaglia. Ma la sofora è dimezzata: dieci anni fa, d'agosto, durante un temporale notturno, un fulmine l'ha troncata; e ancora adesso la pianta termina con una punta smozzicata: una ferita ancora aperta, che nessuno è mai salito a curare con un taglio netto. Così la sofora, che era un'immagine di eleganza maestosa e dava al parco il tocco della imponenza, ora lo svilisce e immiserisce.
L'ingegnere resta un po' a guardare; si stringe nelle spalle, ha freddo: Chiama:
«Martina, vieni a vedere». Martina gli si affianca. «Guarda che tristezza» dice lui: «siamo già in inverno, ormai, e non ne va bene una. In azienda le vendite sono ferme per la stagione, qui il tetto fa acqua, bisogna mettersi nelle mani dei muratori, l'uva non si può vendemmiare, il parco è sepolto dalle foglie. E Gilda ha telefonato?».
«No, sono quindici giorni che non si fa sentire». Lui scuote la testa, in un gesto di avvilimento. Gilda è la nipote, ha sedici anni e vive con il padre, l'avvocato Lorenzo. La madre, Enrica, da quando si è separata dal marito, otto anni fa, si è trasferita in una città del sud dove lavora in un laboratorio di analisi. La bambina all'inizio della separazione trascorreva un po' di tempo con la madre e un po' con il padre, poi ha optato per lui. Dai nonni andava abbastanza spesso, sia in città, sia in campagna durante i fine settimana, ma negli ultimi tempi queste visite si sono rarefatte. Anche Enrica viene sempre più di rado; laggiù convive con un collega che i genitori non hanno mai conosciuto.
L'acqua che cade dalla grondaia scroscia sul marciapiedi, intorno al suo rumore c'è la punteggiatura sonora delle gocce sulle foglie degli alberi vicini. Un branco di corvi neri solca lo spazio grigio di cielo, tra il tetto e le cime dei faggi, gracchiando. L'ingegnere solleva il busto, si porta una mano alla schiena come per alleviare una sofferenza, invita la moglie a rientrare, chiude la finestra.
«Di questi giorni» dice, «sembra che non debba mai più venire il sole».


Ottobre. Il vento scuote gli alberi del parco, le foglie si staccano, volano, vanno a cadere lontano, quelle che sono a terra s'alzano o si rincorrono in mulinelli. In cielo vagano grosse nubi bianche, sembrano montagne di neve. È freddo. Bartolomeo, iI domestico, varca il cancello, lo richiude, si incammina con passo svelto verso la villa. Nella mano sinistra stringe un pacchetto, con la destra cerca di tenersi serrata la giacca davanti al petto. Sulla testa quasi calva ha un berretto a visiera. Sale al primo piano.
L'ingegnere è nella camera di soggiorno, seduto in poltrona, di spalle alla porta; a lato ha una stufetta elettrica accesa, sulle ginocchia una coperta. Gli è davanti la finestra oltre la quale gli alberi scuotono le loro cime ancora frondose disperdendo le foglie che fuggono rapide. Sono foglie rosse, gialle, strette, larghe, allungate: il bianco delle nubi le fa risaltare. Il domestico entra.
«Ingegnere» dice, «il farmacista mi ha voluto aggiungere un'altra specialità, un prodotto nuovo che assicura ottimo».
«Martina» chiama il vecchio voltandosi verso l'uscio della camera accanto, «vieni un po' a vedere queste medicine».
Martina entra, ha uno scialletto sulle spalle, è pallida, con la pelle rugosa, ma è ancora alta e ritta. Si avvicina al domestico, prende il pacchetto, lo apre. Dentro ci sono due tubetti e due scatole rotonde metalliche. Prende in mano uno dei tubetti.
«Questo non era nella ricetta», osserva.
«Appunto» dice l'ingegnere, «gliel'ha dato il farmacista assicurandogli che è buonissimo». Martina legge:
«Conteril B2, contro lombaggini, artriti, reumatismi».
«Bene» dice l'ingegnere, «lo proverò, vedremo se è più efficace degli altri. Stasera, quando andiamo a letto, mi frizionerai la schiena; questo vento lo sento nelle ossa. L'importante, ad ogni modo» continua l'ingegnere, «è che il farmacista non sia mai sprovvisto di Pertramina, che è la migliore di tutte queste pomate. Dopo un buon massaggio mi sentirei di andare anche in giro per il parco, nel vento freddo e sotto la pioggia».

L'ingegnere tace un momento, guarda gli alberi che si flettono; ode, fuori, un assiolo che ripete il suo grido: chiù, chiù, chiù. Ha un momento di esitazione, poi chiama la moglie:
«Martina, sarà bene che la frizione con la nuova pomata me la faccia subito».




lunedì 29 giugno 2015

L'amico di chi è solo

Ora che la bella stagione è venuta mi piace sostare qui, nel parco, come un tempo. Non è quasi mutato da allora, da quand'ero ragazzo: vi hanno soltanto aperto un campo da tennis, sulla sinistra, cintato da una rete metallica. I prati sono rimasti tali e quali e anche gli alberi, grandi e annosi, non sono stati toccati. Sono certamente ingigantiti, hanno esteso maggiormente le loro fronde, coprendo anche la vista dei nuovi alti palazzi che sono sorti tutt'attorno a questa oasi di verde; la mia fantasia può così immaginare che di là ci siano ancora le case basse a due o tre piani che qui chiamavano "le villette".
In queste giornate di sole l'animazione nel parco sembra quella di allora: gente seduta sull'erba, bambini che giocano, innamorati che camminano abbracciati per i vialetti, e vecchi, come me, seduti sulle panchine, forse le stesse di tanti anni fa. E ci sono i cani che giocano con i loro padroni: cuccioli sventati e dai movimenti disordinati o vecchi cani lenti e mansueti. Adesso davanti a me c'è un ragazzo di una decina d'anni con un grosso cane lupo. Getta un sasso lontano e il cane corre a prenderlo e glielo riporta: il ragazzo si china ad abbracciare il lupo, gli dice qualcosa in un orecchio, poi di scatto torna a gettare il sasso e lui riparte rapidissimo, con lo stesso entusiasmo di prima. Continuano così a lungo.
Improvvisamente io mi ritrovo in quel ragazzo. Anch'io, decenne o poco più, su questi stessi prati gettavo sassi al mio Biondo. Era un cane bastardo, grosso e fulvo, che nel muso assomigliava a uno spinone. Gli parlavo come a un fratello, anzi più che a un fratello. lo di fratelli ne avevo nove, erano tutti più anziani di me, quello che mi era più vicino d'età aveva tredici anni, ma era sempre fuori casa, faceva il garzone in un caffè, lavorava sodo come tutti gli altri, compresi mia madre e mio padre. Nella grande famiglia era come se fossi solo.
Poi avevo trovato il cane, piccolo, cucciolo, buono. Mi aveva accompagnato a casa, una sera, e gli avevo dato da mangiare. I miei non lo volevano, ma io avevo insistito per tenerlo e alla fine avevo vinto. L'avevo chiamato Biondo per il suo colore. Qui venivamo nei pomeriggi di primavera e d'estate, qui giocavamo come adesso gioca il ragazzo che mi sta davanti. Raccontavo a Biondo tutte le mie fantasie e lui mi stava ad ascoltare accucciato ai miei piedi; se la mia voce era allegra dimenava la coda, se dicevo cose tristi, come spesso mi capitava, si metteva a guaire di sofferenza e poi, quando non ne poteva più, si alzava, avvicinava il muso alla mia faccia e cercava di leccarmela, per farmi tacere. Se piangevo, il guaito diventava latrato, pareva che proprio mi implorasse di farmi coraggio; si alzava in piedi, mi puntava le zampe anteriori sul petto, poi le allargava come per abbracciarmi. Era un amico, il mio solo amico. Crescevamo insieme, lui molto più rapidamente.
A un certo punto avevo smesso di andare a scuola e m'ero occupato come apprendista tipografo. La tipografia aveva il retro che dava in un grande cortile e io avevo chiesto di poter portare con me il cane, per non lasciarlo in casa, solo, tutta la giornata. Me l'avevano concesso e così, mentre lavoravo, Biondo stava nel cortile, giocava con i bambini e ogni tanto entrava dal retro e veniva a darmi un saluto. La sera tornavamo a casa, felici tutt'e due.
A ventidue anni mi fidanzai. Lavoravo ancora nello stesso posto, ero considerato, benvoluto. Gran parte del mio tempo libero lo trascorrevo con Luisa, la mia ragazza, e Biondo veniva sempre con me; a casa non ci voleva stare né io volevo lasciarlo. Praticamente di giorno in casa non c'era nessuno: alcuni miei fratelli si erano sposati, erano andati ad abitare per loro conto e gli altri, come anche mio padre e mia madre, andavano a lavorare, erano fuori dalla mattina alla sera.
Luisa guardava con aria diffidente Biondo, che era come la mia ombra, sempre con me: era chiaro che non aveva simpatia per lui, lo tollerava, forse ne aveva anche paura. «Non fa niente, è buonissimo» la rassicuravo io. «E poi è vecchio, ha da pensare agli acciacchi».
A Luisa raccontavo tutto di me, delle mie speranze, delle mie ansie. Stavamo stretti stretti su una panchina, nel parco, quasi sempre la solita. Biondo stava accucciato in disparte, con il muso appoggiato sulle zampe anteriori, come se non sentisse. Invece sentiva, non interveniva soltanto perché non voleva essere importuno.
Sposai Luisa e andammo a vivere per nostro conto. Biondo venne con noi, nonostante che mia moglie torcesse il naso. Il cane si rendeva conto della diffidenza che lei aveva per lui e viveva il più possibile appartato, nella sua cuccia, sul ballatoio.
Un giorno Luisa mi comunicò che avremmo avuto un figlio. Ben presto, quando mancavano ancora sei mesi alla nascita, cominciò a dire che dovevamo sbarazzarci di Biondo perché non sarebbe stata possibile la convivenza nella stessa casa di un cane e di un bambino. Io le rispondevo che quella povera bestia non avrebbe affatto disturbato, anzi sarebbe stata per il piccino un compagno di gioco, un motivo di gioia. Ma lei insisteva.
Avvilito, in certi momenti andavo a trovare il mio amico d'infanzia e ancora gli parlavo, mestamente, e pensavo al giorno in cui, per il quieto vivere, sarei stato costretto ad accompagnarlo in campagna e affidarlo a un contadino. Ma chi l'avrebbe preso, vecchio com'era ormai? Ero proprio molto preoccupato. Biondo sentiva questo mio stato d'animo, mi guardava con i suoi occhi lacrimosi per la vecchiaia, non si muoveva per Ieccarmi la faccia perché muoversi gli costava fatica e sofferenza fisica; capivo, però, che mi voleva sempre bene nella stessa misura. Mi risparmiò il triste passo che mia moglie mi spingeva a compiere e che io avevo sempre paventato: se ne andò da solo, una notte d'estate. Lo trovai al mattino già rigido, nella sua cuccia.
Nacque il bambino, la casa si riempì di lui, delle sue grida, dei problemi che lo concernevano. Luisa e io lo portavamo qui nel parco perché respirasse l'aria buona che sapeva odore di piante. C'erano altre madri con altre carrozzelle. I discorsi si intrecciavano. «Quanti mesi ha il suo?»; «Dio come è paffuto e bianco e rosso!»; «Il mio devo allevarlo artificialmente»; «Che cosa mangia?» Qui su quest'erba Marcello fece i primi giochi, le prime corse. C'erano anche allora cani che giocavano con i ragazzi, andavano a prendere i sassi che erano stati lanciati e li riportavano; e i ragazzi abbracciavano i cani e loro dimenavano la coda. Mi ritornava alla memoria Biondo, la sua bontà, la sua limpida fedeltà, sentivo che la sua amicizia poteva essere paragonata all'attaccamento che il nostro bambino aveva per noi genitori; ma poi altri pensieri mi distraevano. Marcello, la casa, il lavoro. Eppure, dentro, quasi inavvertita, mi rimaneva la certezza che ancora avrei goduto dell'affetto di un cane.
I problemi si susseguivano uno dopo l'altro, appena uno era risolto uno nuovo si presentava e intanto passavano gli anni, Marcello era un uomo. Andava all'università; diceva: «Voglio questo, voglio quello, si deve fare così, non si deve fare così». La sua voce a volte era alta, imperiosa. Come erano lontani i tempi in cui ci correva incontro lanciando piccole grida e si aggrappava alle nostre gambe come un cucciolo e poi ci stringeva fortissimo per farci sentire tutto il suo amore.
E' passato altro tempo. Adesso Marcello ha superato i trent'anni, è sposato e ha un bambino. Non abita più qui, ma in un'altra città dove ricopre un'importante carica. Anche Luisa mi ha lasciato, da sette mesi, per sempre. Io sono solo, ma ho di nuovo un cane. È un bastardo, un po' maturo, che sono andato a prendere cinque mesi fa al canile municipale. Il suo colore è nero, ma io lo chiamo Biondo, a ricordo dell'altro. Con lui vengo qui, nell'antico parco della mia infanzia sempre uguale, come allora. Ora siedo su una panchina e osservo il ragazzo che mi sta innanzi lanciare sassi davanti al suo cane. Anche Biondo, che è accucciato ai miei piedi, guarda incuriosito le esuberanze giovanili del lupo che corre a prendere il sasso. Biondo si è già abituato a questo suo nuovo nome, appena lo pronuncio alza le orecchie e mi guarda in faccia. Ha uno sguardo intelligente; mi guarda come se io fossi sempre stato il suo unico padrone. Gli dico: «E tu non senti più voglia di metterti a correre per i prati dietro ai sassi?» Mi si avvicina strisciando un poco a terra e sfrega il muso contro una mia gamba. Ci intendiamo già, posso parlargli, sicuro d'esser capito, quando ho qualcosa da dire e non so a chi dirlo. Gli rivolgo ancora la parola: «Vuoi che andiamo a casa? Devo preparare la cena». Biondo si alza e dimena la coda.
Ma io non mi alzo ancora. Il ragazzo del lupo mi si è accostato. Mi chiede quanti anni ha il mio cane e che cosa gli do da mangiare. Mi intrattengo a parlare di Biondo.



domenica 10 maggio 2015

Strade sbagliate

La poetessa Elena Ellena era abbastanza nota, non tanto per la sua produzione artistica, quanto per il suo daffare per mantenersi in vista. Non mancava mai ad alcuna festa mondana cittadina e faceva di tutto per attirare su di sé l’attenzione dei fotografi con la speranza di veder pubblicata una sua fotografia su giornali o riviste. Quarantenne, era da anni l’amica di un pittore di buon nome, Antonio Berculli, che viveva separato dalla moglie. Nonostante il Berculli fosse di carattere riservato e cercasse di rifuggire da qualsiasi forma di pubblicità, l’Ellena non perdeva occasione di far chiasso anche intorno a lui, sempre con il fine di diffondere il proprio nome. Il suo primo libro di poesie – venticinque liriche di appena cinque versi – risaliva a quindici anni prima ed era tutto un grido di esuberanza, di ideali molto materialistici: credeva soltanto nelle gioie che poteva dare il denaro e nel disprezzo di tutte le convenzioni sociali. In una poesia rinnegava addirittura la sua famiglia troppo mite e troppo povera e la sua terra di montagna di beni avara e inutilmente bella.
La produzione successiva, sempre molto limitata, aveva portato pochi lumi chiarificatori sulla personalità artistica e sulla figura dell’Ellena. Talvolta la sua ispirazione artistica era ancora venuta da motivi di ribellione, ma più spesso era nata da elementi di pacatezza. Si poteva notare in lei un lento approdo alla vita normale, alle regole che anni prima aveva combattuto con slancio. Continuava ancora a frequentare feste e ritrovi, ma di rado era in compagnia di Berculli. Se si manteneva in vista era per abitudine, e nel suo comportamento ormai traspariva la stanchezza che lei stessa andava scoprendo. Poi era scomparsa, aveva cambiato città. Di tanto in tanto, ma molto raramente, usciva una sua lirica su qualche giornale di provincia. Erano versi tristi, di chi aveva perduto ogni speranza e si trovava davanti a un vuoto e a una solitudine che mettevano paura. Una poesia diceva: Addio è la mia ultima parola – Perduta, l’ansia della giovinezza – e i sogni e i canti. – Silenziosa crisalide in se stessa – l’anima si richiude.

* * *

Il mondo della signorina Carmen Gerlini si è ridotto a questa corsia dell’Istituto di Riposo. Lei occupa l’ultimo letto in fondo allo stanzone, di fianco all’altare. Al mattino la sveglia è sempre molto presto, d’inverno non ci si vede nemmeno, poi c’è la messa, la colazione, il riordino del letto. Chi è in grado di camminare può scendere fino al cortile, ma la Gerlini non ce la fa: i suoi 82 anni sono troppo pesanti, le hanno quasi irrigidito le gambe, le costa già fatica mettersi a sedere e tirarsi su. Quando ha finito di sistemare il letto si siede tra il suo e quello della vicina, che è inferma, e passa così le lunghe ore della giornata.
Ha i capelli bianchi e sempre scomposti, la Gerlini, e le spalle molto curve, la bocca incavata per via dei denti che sono pochi. Parla con la vicina quando questa non si lamenta per i suoi dolori. Gli argomenti sono sempre gli stessi: che è una pena stare al ricovero, che il mangiare è proprio cattivo, che se avessero avuto famiglia adesso non sarebbero in queste condizioni. Ma del suo passato la Gerlini non dice mai niente; le sarebbe anche difficile riordinare le idee, mettere nel giusto tempo gli episodi: sono passati tanti anni. Ne aveva 23 quando lasciò la casa per accompagnarsi con Antenore, quell’industriale famoso che per lei aveva lasciato la moglie. Poteva essere suo padre ma la trattava con grande generosità.
Però erano stati anni turbolenti: viaggi, liti, rappacificazioni, altre liti, poi lui la piantò e tornò con la moglie. E la gente quasi la sbeffeggiava dopo che si era data tante arie per la protezione dell’amico. Si era dovuta mettere a lavorare, poi aveva trovato un altro amante e via, di nuovo con lui, le liti e le rappacificazioni. È più facile per la Gerlini ricordare gli ultimi tempi. Cinque anni fa, quando il padrone della soffitta l’ha cacciata fuori perché non pagava l’affitto da mesi. Una donna s’è offerta di ospitarla in casa sua per qualche tempo, ma tre giorni dopo lei si è accorta che quella le aveva rubato l’unico oggetto prezioso che aveva, una collanina d’oro ricordo di sua madre. Per un mese è stata ospite del dormitorio pubblico, in mezzo alle mendicanti, senza sapere dove andare a mangiare, poi, finalmente, è potuta entrare qui, all’Istituto di Riposo.
Il pavimento della corsia è lucido, le lenzuola sono pulite, ma i vetri sono smerigliati fino all’altezza di due metri e non si può vedere fuori. Tutto il mondo finisce qui. Le suore passano leste, non si fermano mai, se non per lasciare la scodella con il brodo o il piatto con la pietanza. A volte la Gerlini non se la sente di mangiare questa roba. Le giornate sono lunghe, poi la luce diminuisce, ci sono da dire le preghiere, si mangia e ci si rimette a letto. Sempre così. La Gerlini vaga con la mente nel passato, cerca qualcuno cui attaccarsi, ma non c’è nessuno, sono morti tutti: i suoi familiari, Antenore e anche gli altri che vennero dopo. Ci deve essere, qui in città, un figlio di Antenore, ma quello è figlio di lui, se gli parlano della Gerlini non sa neanche chi sia.

venerdì 16 gennaio 2015

Ricordo mio padre

Le tue mani, nodose, malferme, non riuscivano più a guidare la penna né a scegliere le lettere sulla tastiera; potevano appena accennare una carezza. Le tue mani, che avevano scritto tanto e anche forgiato tanti oggetti: il portacenere d'argento che fa bella mostra di sé sul tavolo in sala. Il gallo segnavento e l'elica di rame che, appena un po' invecchiati da una patina verde, ancora rispondono ai capricci dell'aria. L'assemblaggio di scarti di officina che, facendo il verso a Calder, accoglie i visitatori all'ingresso.

La tua voce, irriconoscibile, fievole, non riusciva più a trasmettere i tuoi pensieri. La tua voce, che era stata limpida, calma, profonda. Con la quale avevi fatto tante interviste, avevi convinto tante persone a raccontarsi.

Perso completamente l'udito – e nessun apparecchio poteva aiutarti – avevi imparato a leggere le labbra, e supplivi con l'intuito alle parole che non riuscivi a cogliere.

Per un certo periodo, un bastone era stato sufficiente ad aiutarti. Mi dicevi che eri diventato come tuo padre, il nonno Giovanni (l'ho visto poche volte perché vivevamo in città diverse ma lo ricordo, con il suo rustico bastone, sempre sorridente). Dal piano di sopra ti sentivo camminare: un rumore caratteristico. Sapevo che eri andato in sala, a guardare alla finestra, o in cucina per bere. Ma questo rumore ogni giorno, in maniera quasi impercettibile, si faceva più incerto, più irregolare, più infrequente.

Una mattina mi chiamasti perché non riuscivi ad alzarti dal letto. Ti aiutai, riuscii a vestirti e ti misi a sedere in poltrona. Da quel momento hai sempre avuto bisogno di una persona che ti seguisse, in tutte le fasi della giornata. Che trauma dev'essere stato per te che eri stato così attivo: sempre in giro per lavoro, sempre a contatto con la gente, alla ricerca delle notizie; e poi, dopo la pensione, sempre con qualcosa da fare, da costruire, da riparare, scrivere, dipingere.

In questo, non sei stato fortunato. Non è una fortuna raggiungere un'età avanzata come la tua in cattive condizioni. Non hai avuto la fortuna di chi ci arriva bene, del vecchietto che si gode ancora la vita e poi d'improvviso, senza avvisaglie, senza soffrire, forse senza neanche accorgersene, in pochi secondi se ne va.

Solo la mente e la vista non ti hanno abbandonato fino all'ultimo. Ore passate nella tua poltrona vicino alla finestra, e quando si faceva buio accendevi la lampada premendo l'interruttore con il bastone. Sul davanzale, una pila di libri da leggere che si assottigliava con un ritmo impressionante. Le mie frequenti puntate in libreria e alle bancarelle per fare rifornimento: non bisognava lasciare che la pila si svuotasse completamente; quelle rare volte che era capitato, eri andato in crisi. La difficoltà di trovare qualcosa che tu non avessi già letto.

Mi fa male però, mi disturba ricordare questo tuo ultimo periodo, questo tuo morire poco per volta.

* * *

Quando io ero bambino, eri consapevole che la tua professione comportava il rischio di allentare i rapporti con la famiglia e facevi di tutto per evitarlo. Ricordo alcune occasioni speciali in cui qualche tua lunga inchiesta si sovrapponeva ad una vacanza scolastica e mi portavi con te, con mille raccomandazioni.

Il ristorante Garibaldino di Viareggio fu per un certo periodo il ritrovo degli inviati, di tutti i giornali, che lavoravano su un caso clamoroso degli anni sessanta. Tra una portata e l'altra vi scambiavate informazioni e discutevate le vostre teorie, le vostre impressioni. Un clima molto particolare: un misto di amicizia, cameratismo, competizione, ironia; battute, scherzi, barzellette, ma si capiva che avevate tutti le orecchie dritte, attenti alle mezze parole, pronti a cogliere il minimo accenno di novità.

Ero seduto tra te e un tuo collega, dell'Unità mi pare, che mi suggerì di metterti dell'aceto nel bicchiere. Mi lasciai facilmente plagiare: mi sembrò uno scherzo bellissimo. Tu capisti subito che non era farina del mio sacco, ed avesti un battibecco con lui. Il tuo rimprovero nei miei confronti fu modesto, ma quanto mi vergognai! A fine pasto riempii di budino una tasca della giacca del cattivo consigliere. Chi scherza dovrebbe saper stare allo scherzo, ma non apprezzò; e non volle credere che avessi agito di mia iniziativa.

* * *

Avevi avuto l'occasione di incontrarti con le nuove tecnologie fin dal loro primo apparire nella tua professione. La Stampa ti aveva dotato di un Olivetti M10, un computer portatile delle dimensioni, più o meno, di un elenco del telefono e con prestazioni che oggi farebbero sorridere; ma sufficiente per battere un articolo e trasmetterlo via modem, saltando il passaggio lungo, faticoso e facile agli errori della dettatura allo stenografo (già allora, a metà anni ottanta, la tecnologia informatica cominciava a erodere posti di lavoro). Nel modem, grosso poco meno di una scatola da scarpe, bisognava inserire la cornetta del telefono; ma, per la buona riuscita della trasmissione, era prima necessario sostituire la capsula del microfono con una speciale, più sensibile, che ti era stata data in dotazione. Questa operazione non comportava danni per il telefono ma si trattava comunque di svitare, togliere, mettere, riavvitare: un traffico, insomma, che non passava inosservato e non poteva non creare qualche preoccupazione al proprietario del telefono stesso, per cui di solito ti premuravi di avvertirlo preventivamente e di ottenerne il consenso.

Una volta però, mi raccontasti, ti toccò trasmettere da un telefono pubblico, sotto gli occhi dei passanti. Qualcuno notò il tuo armeggiare ed avvertì i Carabinieri che, intervenuti prontamente, ti portarono in caserma per accertamenti, sospetto di vandalismo. Alla fine ti credettero – faceva parte del tuo mestiere saper convincere le persone – ma temo che, quella volta, il tuo articolo sia arrivato in ritardo.

Ti eri poi tenuto aggiornato con l'evoluzione del computer e riuscivi a destreggiarti anche con le versioni recenti dei programmi di videoscrittura. Ti dilettavi di fotografia ed avevi accettato la novità della fotografia digitale (con qualche rimpianto per la vecchia Contarex, a cui eri affezionato). Una volta, dopo avermi spedito per posta elettronica delle immagini che avevi scattato, ti stupisti di averle ancora: «Ma come, non te le avevo mandate?» Io avevo sorriso a questa tua ingenuità, al confondere un file con un oggetto materiale. Eppure, a ripensarci, non era così assurda la tua idea: far sì che una manciata di bit abbia una sua identità unica, che non possa essere in due posti diversi contemporaneamente, è indispensabile in certi casi, come sa chi possiede moneta virtuale.

Infine questo blog, dove hanno trovato posto tanti ritagli, accumulati negli anni, fin quasi agli ultimi momenti. Pubblicati con incostanza: la mia incostanza, perché lasciavi a me questo incarico, e il mio lavoro spesso me ne faceva dimenticare. Sul tuo computer c'è ancora tanto materiale; proseguirò, è un modo per sentirti vicino.

* * *

Ti sento ancora vicino: anzi, in certi momenti arrivo a dimenticare che non ci sei più. Mi capita al mattino, appena sveglio, di pensare che devo venire da te, a vedere come stai. Mi capita, se vedo un libro che tu mi avevi chiesto e non ero riuscito a procurarti, di rallegrarmi perché finalmente l'ho trovato. Mi capita di chiedermi come reagirai ad un certo fatto, ad una certa notizia; persino adesso, per un attimo mi son chiesto se ti piacerà quello che sto scrivendo. Poi, subito, mi rendo conto dell'illusione.

Non sono confortato, come eri tu, dalla convinzione che un giorno ci si sarebbe tutti ritrovati. È la memoria, la memoria di grandi e piccole cose, a darmi qualche sollievo.


Daniele Lugli

martedì 9 dicembre 2014

In memoria di Remo Lugli

E così, anche Remo se n'è andato. Avrebbe compiuto 94 anni fra un paio di settimane. Una morte annunciata. Una morte desiderata.
Ci sentivamo per telefono almeno una volta al mese. Lui da San Vito a Torino, io da Castelfranco di Modena. Nell'ultima telefonata mi disse: "Sono stanco. Desidero morire".
Più che l'infezione polmonare resistente agli antibiotici (che gli ha dato il colpo di grazia), a fiaccarne la resistenza è stata la ipoacusia lentamente degenerata in sordità totale. Per uno come lui non sentire equivaleva a morire. Non poter ascoltare "storie di vita" era come venisse a mancare la materia prima della sua narrazione, della sua scrittura.
Sì, perché scrittura e vita in lui si identificavano. Aveva già oltre 80 anni quando volle dare vita a questo blog, per il quale produsse tante "storie". Tante che, quando la morte è sopraggiunta, parecchie di esse non sono ancora state messe in rete.
Ecco perché, dopo una lunga latitanza, il blog, con frequenza variabile, riprende vita. È come se Remo vivesse ancora. Lui, che solo per "Stampa Sera" aveva sfornato ben 245 racconti.
Furono questi a convincere il mitico direttore Giulio De Benedetti a chiamarlo a La Stampa a Torino e ad affidargli l'incarico di inviato speciale. Assieme a Gigi Ghirotti, costituì un tandem insuperabile nel mondo giornalistico italiano di quegli anni.
Grande narratore, ma anche grande giornalista. Anni fa, sfogliando una antologia per le scuole medie, vi trovai una sua cronaca, proposta ai ragazzi come modello di semplicità, di umanità, di acume. Doti che aveva manifestato fin dal 1952 pubblicando, nei "Gettoni" Einaudi, "Le formiche sotto la fronte", finalista al premio Viareggio, piccolo classico della letteratura italiana del '900.
Seguirono poi "Il piano di sopra" (Mondadori, 1957), "La colpa è nostra" (Ceschina, 1962), "Tarlo ci cova" (Piazza editrice, 1990).
Ma il libro-saggio che ebbe maggior risonanza in campo nazionale fu "Gustavo Rol, una vita di prodigi" (Mediterranee, 1995). Remo conosceva meglio di chiunque altro il più grande sensitivo del secolo: lui e la moglie Else per anni furono fra i pochi ammessi nel suo salotto. Nel libro non v'è traccia di enfasi, di artificio.
Grande cronista, come al solito.

Ferruccio Veronesi

Ferruccio Veronesi, cronista, inviato, critico cinematografico, critico d'arte, scrittore, è il decano dei giornalisti modenesi. Già collega di Remo a La Gazzetta di Modena, negli anni ha mantenuto con lui un profondo rapporto di amicizia.

sabato 28 settembre 2013

Rachele, la vedova del duce


Come inviato della Stampa ho avuto diverse occasioni di incontrare la vedova di Mussolini.
L’ultima volta fu il 9 settembre 1980. La mia visita era stata preannunciata, ma quando ho suonato al cancello di villa Carpena, a sei chilometri da Forlì, dove lei era nata, si è presentato il figlio Vittorio e ha detto che le visite erano sospese per motivi di salute. L’ho pregato di andare da lei, di dirle chi ero: ero sicuro che avrebbe acconsentito perché io avevo sempre riportato fedelmente le sue parole. È andato e quasi subito è tornato e mi ha aperto. Ci siamo seduti in un angolo di un salotto. Sembrava ancora più piccola, scarna; il volto, che sette anni prima era tondo, ora era solcato da profondo rughe; pesava appena 35 chili. Mi ha detto che stava già stentando a stare ritta da sola. Era dispiaciuta ma ancora abbastanza su di morale.
Era presente anche Edda, la figlia, che io ho stentato a riconoscere facendo una grossa gaffe perché avrei dovuto avere anche per lei una adeguata attenzione. Non avevamo un argomento particolare su cui parlare così il discorso è subito finito sul passato e lei andava enumerando le grandi sventure, sue e non sue. A un certo punto ha detto del suo Benito. «Se avesse dato retta a me, certe cose non sarebbero successe». E a me è venuta pronta la domanda: «Si era pentita d’averlo sposato?» «Certo che non lo avrei sposato, non come uomo, ma per quello che aveva in animo di fare».



venerdì 28 giugno 2013

Noia della vecchiaia


C'era una volta un vecchio che continuava a invecchiare. Era contento. Aveva un gruppetto di amici, tutti vecchi ma un po' meno di lui. Chiacchieravano spesso. Non insieme a viva voce, perché ognuno era nella sua casa, magari a letto o su una sedia a rotelle: tutti avevano solo la testa che funzionava bene, per il resto non mancavano deficienze anche gravi. Si parlavano per telefono; era di solito lui, il più vecchio, che chiamava ora l'uno ora l'altro. Sfruttavano bene anche le parole telematiche, i messaggi mail per internet, perché erano tutti aggiornati alle tecniche moderne della comunicazione.

Di tanto in tanto, capitava che uno del gruppo inciampasse e cadesse, non con il corpo, ma con la sorte sua: tutto finito. Non più la sua voce, la sua parola, la sua memoria. Per lui un vuoto che si aggiungeva ad altri vuoti. Così il gruppo s'era fatto gruppetto, sempre più esiguo. Intanto lui continuava a invecchiare e continuavano a venirgli ricordi: cosa bellissima poterne parlare, ricordare insieme. La sua mano era pronta ad allungarsi al telefono per dar vita a un colloquio su quel tema che la mente gli aveva riproposto, su quelle parole, su quello che venne dopo. Ma subito la mano si ritraeva: no, quel numero non si poteva fare, l'amico, il carissimo amico che aveva condiviso quel giorno, non c'era più, quella vicenda non si poteva ravvivare, il ricordo era amputato: silenzio, immagini che svanivano, si scioglievano.

Lui continuava a invecchiare e ormai non aveva proprio più nessuno di quelli d'allora, sentiva che la sua mente era qualcosa che si raggrinziva, perdeva elasticità. Le sue giornate diventavano nebbiose, di una nebbia dentro, la nebbia della noia. Una nebbia aperta ogni tanto da squarci sgradevoli dovuti a ricordi che non trovavano lo sperato appiglio. Il suo occhio si guardava attorno smarrito, lui sentiva il peso di questo suo persistere nell'andare avanti. Vedeva avanzare i figli di quelli che erano stati i suoi amici. Ma come, già sessant'anni, possibile? Si dicevano già vecchi anche loro? Lo saranno anche stati, ma era vecchiaia diversa, lui era di un altro mondo. Il suo andare, continuare ad andare, non aveva meta, solo buio. Che noia.

venerdì 5 aprile 2013

A chi l'eredità

 
A passettini e senza fretta la signora Giustina Merli vedova Canali fa tutti i giorni una passeggiata intorno all’isolato. Curva com’è, si aiuta appoggiandosi all’ombrello che porta sempre con sé. Anche col cielo sereno, in piena estate, inconsciamente sarà per non dover ricorrere al bastone. È sola da 28 anni e ne ha 92. Nonostante l’età è abbastanza lucida, qualche volta legge il giornale. Non ha preoccupazioni di carattere finanziario, anzi, dispone di un buon reddito: la pensione del marito che era funzionario statale e gli affitti di un grande palazzo centrale avuto in eredità dal padre. Spende un’inezia rispetto a quello che incassa.
Abita in un appartamento di sei camere, pure di sua proprietà, lo stesso in cui abitò col marito e il figlio, che era farmacista e che morì in un incidente ferroviario. Le finestre sono sempre socchiuse, sicché la casa, già poco luminosa per le pareti annerite, assume un aspetto tetro. Poltrone e sedie sono tutte ricoperte da fodere bianche, che nel buio risaltano e paiono trasformarsi in fantasmi a consesso. Sono anni ormai che la vedova Canali non si mette a sedere su una poltrona o una sedia, per non rovinarle. Si siede su uno sgabello in un angolo di un salotto, con la schiena appoggiata al muro. Una domestica al mattino va a farle da mangiare e a sbrigare le faccende più grosse in cucina e nella camera in cui dorme, tutti gli altri vani restano sempre chiusi.
La vedova Canali ha paura dei ladri, quindi evita di tenere il denaro in unico posto. In casa sua ci sono soldi fra i piatti, nelle scatole delle scarpe, sotto il lavandino, fra la biancheria. Lei li nasconde poi se ne dimentica, spesso capita che debba pagare qualcosa e non si ricordi dove li ha messi. È probabile che siano dimenticanze istintive nell’illusione di non dover pagare. La Canali ha due nipoti, figli di suo fratello col quale è in disaccordo da epoca lontana. Da una decina d’anni si è posta il problema dell’eredità. La prima decisione fu di passare sopra le divergenze fraterne e di lasciare eredi i due giovani. Ma due mesi dopo ci ripensò: ritornò dal notaio e gli consegnò un altro testamento, a favore della parrocchia. Fu il primo di una lunga serie di cambiamenti. Da allora di testamenti ne ha fatti più di quindici. I favori sono rimbalzati anche sull’ospedale, su due coniugi sventurati la cui storia era stata raccontata dal giornale, ancora sui nipoti e una domestica, quest’ultima diseredata per l’assenza di un giorno.
I coinquilini sono a conoscenza di questi suoi tormenti perché lei li racconta come volesse averne dei suggerimenti. E allora accade che qualcuno abbia per lei molta attenzione e sia pronto ad offrirle servigi, ma chiaramente lei non si lascia influenzare: ad esempio, per principio non ammette in casa nessuno all’infuori della donna di servizio. A volte, chiacchierando sulle scale coi vicini, parla con tristezza della propria solitudine e della morte che sta per venire. Di solito conclude: «Mi dispiace andar via, perché si sta bene nella mia casa, c’è tanto silenzio e poi ho ancora tutte le poltrone nuove».

lunedì 4 marzo 2013

La soluzione è per loro


Dice la figlia: «Tu, povera mamma, non puoi rimanere sempre qui sola, mentre io e Paolo siamo a lavorare. Almeno potessimo venire a casa a mezzogiorno, ma andiamo via al mattino e torniamo la sera, ci vediamo appena per la colazione, fugacemente, e a cena. Così le tue giornate sono cariche di solitudine. Sarebbe meglio che tu andassi nell' ”lstituto Familiarità”. Con la tua pensione non ci sono problemi. Là ci sono tante altre signore come te e potresti passare meglio le giornate. Ti verremmo a trovare la domenica; non avresti neanche la preoccupazione di una donna per la cura della casa e per il mangiare: nella retta che paghi, sono compresi camera, vitto, riscaldamento, proprio tutto: ogni tuo problema si risolverebbe».

La madre, Caterina, ha 72 anni, era amministratrice di una piccola ma ben avviata azienda tessile. Andata in pensione, si è appassionata alla cura della casa che, prima, col lavoro, doveva trascurare affidandola a una domestica della quale non era per niente soddisfatta. Col pensionamento ha avuto l’occasione di liberarsi della donna e di fare lei, praticamente, tutto. Diceva che le piaceva. Ma da qualche mese ha parecchi acciacchi ed è evidente che il lavoro casalingo le pesa. In casa, sia la figlia sia il genero hanno proposto di riprendere una collaboratrice, ma lei tergiversa, in sostanza si dimostra contraria. Ed ecco, abbastanza logica, la proposta della figlia, che rinforza con la prospettiva della compagnia di altre signore. Due giorni di meditazione poi Caterina dice si: accetta, si faccia la domanda.

Eccola nell' “lstituto Familiarità”. È un caseggiato enorme, fatto di corridoi e stanzette, tanti corridoi con tantissime porte, tutte chiuse. E silenzio. Sembrerebbe una casa vuota e invece in ogni stanzetta c'è una vecchia signora. La finestra di Caterina dà sul cortile, vastissimo, quadrato e ogni lato è costituito da un'ala dell'edificio nel quale si aprono centinaia di finestre ognuna delle quali corrisponde a una stanzetta che ospita una vecchia signora. A mettere la faccia contro i vetri e a guardar bene alle altre finestre si intravedono tante facce di donna, tutte dietro i vetri: sembrano la stessa faccia ripetuta all'infinito per un diabolico gioco di specchi.

A mezzogiorno tutto lo stabile viene percorso da un trillo di campanello; ce ne sono decine e decine, tutti collegati insieme, che suonano contemporaneamente. E dopo la lunga suonata, ogni porta si apre, dalle stanze sciamano fuori, a passi lievi o strisciati, le vecchie signore; s’incamminano per i corridoi, raggiungono i refettori dove mangiano in silenzio, come è prescritto da diciture che campeggiano in grandi cartelli ai muri. Anche se potessero parlare non avrebbero nulla da dirsi, non si conoscono nemmeno perché i posti non sono fissi, solo il refettorio è sempre lo stesso e la compagna di sedia può cambiare ogni giorno. Finita la consumazione del pasto ogni ospite lascia il refettorio per rientrare nella sua stanza. E qui si accosta alla finestra per guardare le altre finestre che via via si vanno animando. Soste, che il più delle volte sono brevi, perché molte signore preferiscono fare il riposino, sul letto: sarà anche un aiuto ad abbreviare il pomeriggio. Oggi Caterina pensa: «Chissà se verranno a trovarmi domenica; può darsi, perché domenica scorsa sono andati a sciare, e se non hanno la partita...».

lunedì 31 dicembre 2012

Piccole grandi cose


Era titolare di due aziende, entrambe del settore alimentare, che aveva creato lui. Dopo la prima, la seconda, a distanza di un solo anno, e aveva dato ad ognuna una sua precisa fisionomia. La prima era specializzata nei precotti, la seconda nei cibi raffinati. Questo a partire da cinquanta anni fa, per trent'anni. Era un imprenditore di grande nome, Liponi, Eugenio Liponi, stimato e ammirato per la sua abilità e le sue trovate innovative che davano sempre nuove energie alle sue aziende; e a lui, naturalmente, grandi soddisfazioni.
 Poi, vent'anni fa, il crollo; non delle aziende, ma suo, fisico: la salute annientata da una paralisi che gli ha lasciato soltanto la lucidità mentale. Non aveva alle spalle una famiglia in grado di sostituirlo nella sua attività, né aveva preparato dei dipendenti idonei a reggere quegli impegni. La sola via d'uscita è stata la cessione a una azienda concorrente che è subentrata mantenendo il nome, Liponi. Ma adesso, superati gli ottanta, Liponi è qui, infermo, nella sua camera, in poltrona, con la coperta sulle ginocchia, assistito da tre infermieri che si alternano nelle 24 ore. Sua moglie, che ha dieci anni di meno, dorme in un'altra stanza, ma di giorno passa molto tempo vicino a lui. È una compagna preziosa, non solo per la parte affettiva, ma anche perché provvede lei al disbrigo di tutte le incombenze che concernono l'amministrazione dei beni e lo svolgimento della vita familiare. Appena può la signora Liponi è lì, vicino a lui, a fargli sentire la sua voce.
 Questo è  il mondo di Liponi, con  giornate  apparentemente tutte uguali. Ma  lui  sa, e lo sta scoprendo sempre più, che in questo grigiore di vita c'è un fermento di pensieri, di sentimenti, di umori che possono volgere al bene o al male. Un tempo, quando aveva le aziende in mano ed era operatore di azioni a grande portata, aveva occasione di intense soddisfazioni o anche, malauguratamente, di sgradite amarezze. Adesso trova che uguali piaceri o disappunti possono venirgli da piccoli motivi. I suoi rapporti con gli assistenti, ad esempio,  sono una base di lavoro della sua fantasia e l'intimità di vita con loro gli consente di conoscerli sempre meglio e di apprezzarli nelle diverse misure. Quindi, già il quotidiano contatto con gli operatori dell'assistenza può essere motivo di più o meno piacere. E i pochi rapporti che ancora ha con i vecchi amici possono dargli soddisfazioni profonde. Poi le sue speranze sorgono nel ristretto campo del suo vivere quotidiano e il loro esaudimento diventa già un'occasione di piccola o grande gioia. Piccole cose che vengono a dare gli stessi risultati che un tempo avevano dato le grandi cose. Piccole, ma importantissime, per  dare respiro alle grevi giornate del povero Liponi.

sabato 1 dicembre 2012

Grettezza

 
Madre e figlia Verzuaro hanno vent’anni di differenza ma paiono sorelle, entrambe sulla settantina; presumibilmente la prima ha ottant’anni e la seconda sessanta. Non si capisce mai quale sia la madre e quale la figlia. Vivono da una quarantina d’anni in un grande alloggio al primo piano, di loro proprietà. Hanno altri beni: cinque appartamenti nello stesso elegante palazzo in zona centrale e un podere in un paese della stessa provincia. Fanno vita ritirata. Con le loro rendite potrebbero trascorrere lunghi periodi in riviera o viaggiare. Ma non si muovono mai di casa. Vanno di rado anche al podere, perché è scomodo prendere la corriera, e poi si dovrebbe mangiar fuori e il viaggio sarebbe anche costoso. Fanno venire il contadino affittuario e lo trattengono a lungo per farsi raccontare dettagliatamente che lavori fa, cosa coltiva: vogliono accertarsi bene che la loro proprietà non abbia a deperire.
Se alle Verzuaro capita qualche volta di parlare con un coinquilino lungo le scale, portano il discorso sul costo della vita, che è sempre in aumento. Recentemente hanno sentito dire che alla prossima assemblea condominiale c’è chi vuole proporre l’imbiancatura delle scale. Per carità: si andrebbe incontro a una spesa enorme e le scale non ne hanno affatto bisogno. Quando sentono suonare il campanello, una va ad aprire e l’altra sta ritirata in una stanza. Può essere un inquilino che porta l’affitto e può darsi che chieda il rimborso di una riparazione di un rubinetto o un contributo per qualche altra spesa, e in questo caso bisogna che quella che riceve l’ospite possa riservarsi di parlarne alla congiunta. È la prima mossa per non sborsare denaro. La prossima volta andrà ad aprire l’altra e dirà che è sola in casa e che la congiunta si è dimenticata di accennarle alla pendenza.
La giornata delle Verzuaro incomincia presto, non appena c’è un filo di luce. Fanno le pulizie, con cura, camera per camera, tappeto per tappeto, con tanti piccoli colpetti di mano, leggeri, per non rovinare il tessuti: i tappeti sono delicati. A mezzogiorno si preparano da mangiare, un po’ di minestrina con due dadi, un angolo di gorgonzola, due foglie d’insalata e un crostino di pane. Quando finiscono il gorgonzola danno un colpo di telefono al salumiere, che è all’angolo, e se lo fanno portar su dal garzone. Un colpo solo davvero: si sono accordate che, fatto il numero, lasciano che il telefono del negozio dia un solo squillo, e chiudono. Questo, hanno spiegato al salumiere, per non fargli perdere tempo a parlare; ma in realtà è per risparmiare una telefonata, dato che il loro contratto è a contatore.
Il pomeriggio, dopo aver finito di pulire tutte le stanze, lo trascorrono in cucina a rileggere vecchie collezioni di riviste, tra cui anche la Domenica del Corriere, rilegate più di quarant’anni prima dal loro marito-padre. A sera mangiano un boccone in cucina, poi si trasferiscono in sala e si siedono vicino alla finestra a godersi la luce dell’insegna rossa del negozio di elettrodomestici che è sotto di loro. La luce entra con grande dovizia, accende coi suoi riflessi rossi tutte le cose, anche le loro facce, una piacevolezza; sembra che dia allegria e persino che porti dentro calore. Hanno il televisore, ma non l’accendono. Dicono: «Da fare? Le notizie sono solo brutte: di rincari, inquinamenti, politica corrotta, e il varietà, tutte cretinate. Così si risparmia anche corrente».
Il negozio spegne l’illuminazione alle undici. Allora le Verzuaro incominciano a svestirsi; anche oggi hanno goduto di tanta luce - d’inverno sino a tre ore per sera - senza spendere un soldo. E s’infilano nel letto, felici per il risparmio fatto. Se poi, in giornata, hanno anche evitato di pagare un rubinetto e si sono fatte portare il gorgonzola gratis, sono maggiormente contente. D’altra parte, se non facessero così, guai, con le spese che ci sono al giorno d’oggi.

sabato 3 novembre 2012

Modi d'esser vecchi


Novantadue anni! A giudicare dalla carta d’identità si direbbe che il cav. Raimondo Gallotta è vecchio, ma a vederlo questo termine lo si dimentica. È un uomo alto un metro e ottanta, diritto e magro, la pelle solcata da rughe finissime che non guastano l’armonia del volto, il capo coperto da una lanugine bianca. Basta che parli e che si muova perché chi gli sta vicino non pensi più all’età. Ha una voce vibrante, sicura, il gesto nervoso; l’unico movimento impacciato è quello che fa alzandosi dalla poltrona: deve spingersi su con le mani sui braccioli e lo fa con evidente fatica, poi, una volta in piedi, si sposta con passo franco e svelto.
Dirige la fabbrica di saponi e affini da lui fondata cinquanta anni fa. All’età di 82 anni decise di lasciare ogni attività, di andare in pensione. Convocò il figlio, Martino, che allora aveva 40 anni e i direttori dei reparti produzione e commerciale. La fabbrica allora dava lavoro a 38 dipendenti. Disse all’incirca: «Io mi ritiro, affido tutto a mio figlio. Mi riservo solo un piccolo ufficio per venirmi a sedere qui quando non ho voglia di andare in giro». Fu festeggiato, ebbe ogni possibile onore. Andò a fare un viaggetto all’estero. Al ritorno convocò il figlio e i direttori. Disse: «Sono stato a vedere altre fabbriche, in Francia e in Germania. Noi siamo piuttosto indietro, bisogna che ci svegliamo se vogliamo far fronte alla concorrenza».
Quello stesso giorno dette disposizioni importantissime: ordinò a una fabbrica tedesca due macchinari di alta automazione e il progetto di un nuovo capannone. Per qualche giorno ancora si recò nel suo ufficio ad ora avanzata, poi, nel giro di una settimana, riprese il suo solito orario, le otto meno un quarto, cioè prima che entrassero tutti i lavoratori. Da allora il titolare dell’azienda Gallotta è ufficialmente Martino, il figlio, ma in pratica chi comanda è lui, solo lui, il vecchio cavaliere Raimondo: c’è la sola differenza che il padre occupa un uffiicio che è poco più di uno sgabuzzino, mentre il figlio sta pomposamente seduto alla scrivania della sala più bella. Chi decide è sempre il vecchio, di testa sua, senza chiedere nulla a nessuno.

* * *

L’insegna, fuori, è ancora quella che fece fare suo nonno: di lamiera con la scritta «Mercerie», in grigio su fondo marrone. La vernice qua e là è saltata via e la ruggine ha preso il suo posto, la seconda “r” è quasi tutta scomparsa. Dentro, gli scaffali sono di legno nero, come il banco che offre, sul piano, la vista di molti forellini da tarlo e parecchi graffi. Le scatole di cartone, sugli scaffali, sono consunte; ognuna porta una targhetta scritta con calligrafia manuale in corsivo: «elastici», «bottoni», «filo di Scozia».
Dietro il banco c’è lui, Ottavio. Basso, un po’ pingue, gli occhi grandi, acquosi, i baffi che tendono al bianco. Ha 49 anni. «Ci deve essere un errore all’anagrafe – gli dice qualche volta Argia, sua moglie, con aria tra il serio e lo scherzoso – io direi che di anni ne hai di più». Sua moglie ne ha appena 38 e fa la sarta, in casa. È brava, anche per la tavola: quando lui rientra, la sera, gli fa trovare pronti manicaretti gustosi, sempre variati. Ma Ottavio è difficile, talvolta addirittura non tocca cibo; non sono rare le obiezioni come: «lo spezzatino mi può dare fitte al fegato», «no, stasera non mi vanno gli asparagi, la maionese ho paura che mi faccia male all’intestino», «che bello quell’arrosto di maiale, ma e se poi mi fa venire l’infarto?».
Spesso alla sera la moglie gli propone di andar fuori, al cinema o in visita ad amici. «Stiamo sempre qui isolati come se non conoscessimo nessuno e invece no, io ne ho tanti che vorrei frequentare» dice lei. Lui ne ha sempre una per non accontentarla: «Proprio stasera avevo già pensato d’andar a letto presto, andiamo poi un’altra volta». E l’indomani c’è un nuovo rinvio: per un acciacco improvviso o perché durante il giorno si è venduto poco. Questa degli affari è un’altra lamentela frequente: «tempi magri» oppure: «speriamo che le vendite vadano meglio».
Ormai la moglie non gli pone quasi più domande, ha capito che le cose proprio non cambiano. Anche a un figlio, vecchia aspirazione, non spera più. Tra l’alro, la sera, quello dell’andata a letto è un momento in cui l’atmosfera, fra le quattro pareti della stanza, è carica di un miscuglio di speranze e angosce, timori e rabbie. Ma possibile, pensa lei, che Ottavio non si ricordi mai che esiste anche il sesso? A rammentarglielo è facile sentirsi dire «stasera non ne ho voglia». Se si potesse sapere dove si può trovare questa voglia, Argia gliene raccoglierebbe tanta e gliela porterebbe su un piatto d’argento, anche a costo di comperarlo lei questo piatto, con un suo gruzzolo, risparmio di brava sarta.

venerdì 1 giugno 2012

Tramonto di un re

Lorenzo Borla, agricoltore, ha 74 anni. È sempre stato un uomo di una tempra eccezionale. Da ragazzo faceva il garzone presso un contadino. Ha imparato a coltivare la terra facendosi venire grossi calli nelle mani, alzandosi prima dell’alba, tornando dai campi quando già era buio. A diciotto anni, quando s’è trovato un gruzzoletto di risparmi in tasca, è andato al mercato delle bestie bovine e ha comperato un vitello, che ha rivenduto la settimana successiva guadagnandoci qualcosa. Da allora ha fatto il mercante di buoi. Aveva occhio: uno sguardo e di quella bestia aveva già capito se prometteva bene o no. A un certo punto s’è trovato con tre grossi poderi; e ancora si alzava presto alla mattina per andare sui mercati. Non ha mai accettato di indulgere alle comodità che gli offriva il denaro. La tavola è sempre stata parca per tutti, e i figli, due maschi, avevano tutto, ma solo l’indispensabile per la loro posizione di studenti, non una briciola di qualcosa che lui considerava superfluo.
È rimasto vedovo. I due figli, uno medico l’altro ingegnere, sono andati per la loro strada e Borla si è ritirato su uno dei tre poderi per condurlo direttamente con l’aiuto di braccianti. A settant’anni ha trovato una vedova di quaranta e se ne è innamorato. «La sposo», ha detto ai figli e loro l’hanno implorato di non farlo. Ma Borla, alto, di spalle larghe, imponente, con il grosso bastone da vaccaro, ha risposto che aveva già deciso e che in vita sua non è mai tornato su una decisione già presa. In effetti in casa era sempre stato un re, e non solo in casa: anche nell’ambiente dei mercati e nel settore economico in generale era visto con grande rispetto e considerazione. «Ti farai mettere i piedi in testa», hanno insistito i figli e lui li ha cacciati di casa. Il giorno dopo è andato da un notaio, ha intestato a ognuno dei due un podere e, dopo aver firmato l’atto, ha detto ai due di non farsi più vedere da lui.
Si è sposato. Il giorno delle nozze ha fatto un grande banchetto al quale hanno partecipato mercanti di bestiame di cinque paesi dei dintorni. Era sempre il Borla di un tempo, tenuto nella più grande considerazione, uno solo da ammirare. A tavola tutti ascoltavano quello che raccontava del suo mondo, e c’era tanto da imparare. La moglie, piccola e tonda, ascoltava incuriosita ma era evidente che di quegli argomenti capiva poco, sorrideva, contenta. Lui era ancora il re; alle sue spalle, posato al muro, era pronto il suo bastone da impugnare come uno scettro.
Sono passati quattro anni. La casa del terzo podere si sta trasformando. Gli operai rifanno i pavimenti delle stanze con legni e marmi pregiati; hanno rifatto l’unico bagno che c’era e ne hanno fatti altri due. La moglie di Borla va e viene, dà ordini, esamina alcuni tipi di tendaggi per scegliere quello della grande sala che si è creata abbattendo due muri. Si dà un gran daffare anche una ragazzina, Ginetta, figlia della sposa. Dice: «Di questa casa vogliamo fare una villa come da questa parti non ce ne sono. Non posso mica dare delle feste in una casa da villanacci come era questa». Borla sta seduto in cucina, guarda e tace: su queste cose non sa cosa dire, non se ne intende. È solo un po’ preoccupato: ha sentito parlare di una cosa che dovrà essere abbattuta. Pensa: abbattuta vuol dire tirata giù? Ma che cosa? Non sarà mica la stalla. Dio mio, ma cosa succede?
Si alza, prende il bastone, fa qualche passo. È sempre dritto di schiena, ma s’è ingrassato, di un grasso un po’ flaccido. Il suo sguardo sembra smorzato dalla tristezza. Un muratore viene a chiedergli: «Le mattonelle azzurre vanno con il bordo in alto?». Borla lo guarda stupito, come se quel linguaggio fosse di un altro mondo. Fa un gesto con la mano per dire che non sa niente. Esce dalla cucina, nel corridoio c’è un via vai di garzoni che portano scatole di mattonelle. Passa anche sua moglie. «E togliti di mezzo – gli dice – non vedi che intralci il passaggio?». Borla va fuori, si va a sedere su una panca di fianco alla stalla. Si sente stanco, non s’è mai sentito così stanco.

martedì 31 gennaio 2012

La venere delle follie


Al quinto piano una soffitta divisa da una tramezza di legno e cartone che separa la cucina dalla camera da letto. Quando piove fuori piove anche qui: una goccia sul tavolo, una goccia sul cuscino, una goccia sul fornello a gas. Teresa colloca pentolini nei vari punti per raccogliere l’acqua.
Ha già reclamato col proprietario di casa, ma lui le ha risposto che prima di reclamare deve pagare l’affitto regolarmente. In effetti è in debito di tre mesi. È facile dire «pagare», ma se i soldi non ci sono come si fa?
Teresa si guadagna da vivere dipingendo. Compone dei quadri ad olio – marine e paesaggi montani – che fornisce ad un negozio il quale li smercia a poco prezzo, una ventina di euro, con un filo di cornice. È evidente che a lei tocca una cifra misera. E d’altra parte la sua pittura, sempre i soliti tre o quattro soggetti, fa accapponare la pelle a chi se ne intende.
Anni fa, quando ci vedeva bene, Teresa riusciva a fare anche un quadro al giorno; adesso è quasi cieca, l’hanno operata due volte, senza successo. Vede poco e confuso, ciononostante prova lo stesso a dipingere, ma con risultati a volte disastrosi, il negoziante glieli respinge e li deve rifare.
Quando li accetta lo fa quasi sempre per misericordia. Sì e no riesce a piazzarne tre o quattro al mese. E non può fare altro perché si regge in piedi a fatica, a causa delle vene varicose. Ha passato gli ottanta da un po’. Piange spesso, e a lungo, nella sua solitudine.
Appeso al muro, tra le due finestrelle della soffitta, c’è un quadretto con due fotografie: una donna vestita da gran sera, con abito di pizzo fino ai piedi, e in un succinto costume da ballerina, con lunghe piume sul capo, a corona. Sopra, il titolo: «I trionfi di Resi». Resi era il suo diminutivo, il nome d’arte. Teresa è stata più di sessanta anni fa un’artista del varietà di grande nome. La chiamavano «La Venere delle follie», non perché ci fosse arte nelle sue esibizioni, ma perché sapeva far impazzire le platee per la sensualità che metteva nella voce delle sue canzoni e nelle mosse delle sue danze. Altra clamorosa variante del suo nome d’arte era «l’odalisca azzurra», per una interpretazione fatta con un vaporoso abito di quel colore. Gli impresari teatrali italiani e parigini se la contendevano a cifre sempre maggiori, i corteggiatori facevano pazzie per avere le sue grazie. Una sera, a Parigi, alla fine dello spettacolo, ricevette tre corbeilles di fiori ognuna delle quali era stata inviata da un principe.
Convisse per alcuni anni con un attore, poi altro tempo con un impresario, ma quest’ultimo stava con lei soprattutto per sfruttare la sua ricchezza, che a poco a poco andò estinguendosi, di pari passo con l’avanzare dei problemi nel lavoro e nella salute. La malattia agli occhi fu grave e decisiva per il tracollo. Già il primo intervento chirurgico non portò beneficio. Lei tornò sul palcoscenico, ma già era un’ombra della Venere autentica. I riflettori l'abbagliavano, ad ogni passo rischiava di cadere. Doveva proprio lasciare il teatro, che le aveva dato tanto. Anche l’impresario la lasciò: era venuto il tempo in cui avrebbe dovuto aiutarla e invece si dimostrò uomo malvagio.
Resi tornò Teresa. Si ricordò che prima di fare la ballerina era andata a scuola di pittura e riprese in mano i pennelli. Bene. Era abbastanza brava e incominciò a fare e a vendere, con discreto risultato. Ma la malattia degli occhi era di nuovo minacciosa, i medici ritentarono un nuovo intervento, con nessun risultato. Anzi, la malattia continuava ad avanzare come sempre. Povera Teresa. Si sente vicina alla fine, ma se trova la persona giusta che possa ascoltarla e capirla, si lascia ancora andare ai ricordi, le emozioni delle grandi serate, il fragore degli applausi, la commozione davanti alle grandi corbeilles. Ma non deve perdersi in questi ricordi: tra poco pioverà e bisogna preparare i tegamini per raccogliere le gocce che cadranno dal tetto.