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domenica 23 ottobre 2016

Un mestiere

La notizia era giunta al giornale solo nella tarda serata: qualche ora prima, nel pomeriggio, in un paese di montagna della provincia, una ragazza di venti anni era morta in circostanze misteriose per un colpo di arma da fuoco al cuore. Al momento della sciagura ella si trovava in compagnia del fidanzato, in un campo isolato da qualsiasi abitazione, a due chilometri dal paese. L'uomo aveva dichiarato che la ragazza, mentre sedeva al suo fianco, gli aveva improvvisamente tolto di tasca la rivoltella e si era uccisa. Simile versione non aveva convinto i carabinieri i quali avevano subito fermato l'individuo. Era una «notiziaccia» da far saltare sulla sedia anche il cronista più indolente: c'erano novantanove probabilità su cento che si trattasse di delitto e un delitto, per quel nostro giornale di provincia, era una inaspettata miniera che ci avrebbe regalato per una mezza dozzina di giorni ottima materia prima. Il direttore mi disse di partire l'indomani mattina presto e si raccomandò che facessi anche molte fotografie.
Arrivai nel paese, con l'automobile, alle otto e, prima ancora di andare a sentire la versione ufficiale della polizia, cercai di avvicinare coloro che conoscevano i personaggi del dramma onde ricostruire i fatti per conto mio.
La storia era abbastanza interessante. La vittima, Maria, faceva la bigliettaia nel baraccone della donna serpente che da una decina di giorni si trovava in paese per la Fiera imminente.
Maria era meridionale; due anni prima si era trasferita in una grande città del Nord assieme ad altre tre sorelle, in cerca di lavoro, e tutt'e quattro si erano
sistemate come donne di servizio. Lei si era fidanzata con un giovane che faceva la guardia notturna. Poi, un giorno, aveva imparato che quest'uomo era sposato e aveva due figli, perciò lo aveva lasciato. E poichè lui insisteva per non perderla, era partita dalla città con il baracccone della donna serpente. La mattina del giorno del fattaccio lui era arrivato in paese e l' aveva avvicinata. C'era chi li aveva visti e sentiti litigare, altri li avevano visti, nel pomeriggio, incamminarsi come due innamorati felici verso la campagna in cerca di solitudine. Più tardi lei era
morta per un colpo di rivoltella.
Quando ebbi riempito d'appunti parecchi foglietti del taccuino e scattato una decina di fotografie sul luogo della tragedia e a coloro che in un modo o nell'altro potevano essere tirati in ballo negli articoli che dovevo fare, andai alla caserma dei carabinieri per ave,re notizie ufficiali e, possiilmente, la fotografia dell'uomo fermato. Mentre mi accingevo a suonare il campanello, sentii alle mie spalle una sonora risata. Mi voltai e vidi Renato, un mio collega redattore di un'agenzia giornalistica. «E' inutile che tu provi», disse, «non ti lasciano nemmeno entrare».
Andai a sedermi sul parafango della sua macchina che era all'ombra della casa di fronte. «Se vuoi una buona notizia», mi disse, «te la do io». Rimasi a guardarlo interrogativamente. «Dentro ci sono le tre sorelle di Maria, che sono arrivate stanotte: le stanno interrogando».
«Caspita», dissi io alzandomi in piedi e mettendo istintivamente le mani sulla macchina fotografica che avevo a tracolla. «Puoi star calmo», disse Renato, «non si lasciano fotografare: ho provato io, prima che entrassero in caserma, ma non c'è niente da fare». Io dondolavo la testa, turbato; pensavo che sarebbe stata una fotografia interessante; se fossi tornato in redazione a dire che avevo visto le sorelle di Maria e non le avevo fotografate, il direttore sarebbe andato in furia. «Sono tre ragazze bellissime» aggiunse Renato scandendo bene le parole, «vestite di nero, con gli occhi arrossati dal pianto, ma bellissime lo stesso».
Avevo la smania nelle gambe e non riuscivo a star fermo. Avrei voluto essere solo e poter fare, in esclusiva, la fotografia delle ragazze, ma la situazione era ben diversa. Renato stava comodamente seduto sul sedile e non dimostrava alcuna intenzione di andarsene; e inoltre la fotografia si annunciava difficile, almeno secondo quanto diceva lui. Sarebbe stato meglio non considerarci concorrenti e lavorare d'accordo, forse così avremmo avuto maggior successo. Gliene parlai e lui acconsentì. Si trattava, ora, di escogitare qualcosa che ci permettesse di fotografare le sorelle di Maria. Ci mettemmo a pensare, in silenzio.
La striscia bianca di sole, nella strada, si andava sempre più allargando, si adagiava già su di un fianco della macchina e l'aria era afosa. «Ho trovato» dissi io a un tratto, «quando escono, ci offriamo di accompagnarle sul posto dove è morta Maria per deporvi dei fiori e intanto che loro posano i fiori noi scattiamo le fotografie». Renato stava dicendo: «Ma i fiori... » quando si aprì la porta della caserma: erano proprio loro, alte belle, vestite di nero, che uscivano. Balzammo dalla macchina e andammo loro incontro. «Se volete che andiamo a portare un po' di fiori dove è successo il fatto... » io dissi, indicando l'automobile di Renato e avviandomi per precederle. Avevano occhi che parevano vuoti, lontani, e i capelli arruffati. Continuavo a tenere il braccio proteso verso la macchina e loro andavano in quella direzione, automaticamente, mute.
L'automobile partì con un sobbalzo nella chiazza bianca e afosa della strada. Io stringevo nervosamente la macchina fotografica. «E i fiori? ...» chiese a un tratto con voce debole una delle ragazze. «Adesso li prendiamo» disse pronto Renato e incominciò a guardare nelle vetrine delle poche botteghe. Ma non c'erano fiorai, lo capimmo ben presto e un fruttivendolo ce ne diede conferma con un'espressione meravigliata; eppure bisognava assolutamente che li trovassimo. Una delle ragazze, al mio fianco, si mise a piangere sommessamente. «Prova a fermarti davanti a quella villa» suggerii a Renato con voce malsicura; e infatti di fianco allo stabile si vedeva, tra il verde, il rosso delle rose. La donna che venne ad aprire il cancello non ne voleva sapere di darmi dei fiori, diceva che ne aveva pochissimi e che la sua padrona li aveva contati. Allora le misi in mano un biglietto di banca e lei tacque e andò a prendere cinque rose.
L'auto partì velocemente e dopo pochi minuti si fermò all'imbocco della carrareccia che portava al luogo della tragedia. Ci avviammo a piedi, in silenzio, sotto il sole pieno. Avevo bisogno di liberarmi le mani per preparare la macchina fotografica e allora allungai i fiori a una delle ragazze che li prese con gesto lento; ma un attimo dopo incominciò a singhiozzare, dapprima piano, poi sempre piu rumorosamente. Eravamo giunti sul posto: io mi fermai e indicai un punto sotto una pianta d'olmo. La ragazza che piangeva lanciò un urlo acutissimo e guardò con occhi atterriti la terra; le sorelle le si appressarono e l'abbracciarono piangendo, poi tutte si chinarono per posare i fiori. «Maria, Maria» incominciarono a gridare all'unisono, «perché sei morta, Maria?» Renato ed io ci scostammo e incominciammo a guardare dentro i reflex delle nostre macchine. Sotto l'albero il sole filtrava tra le foglie e gettava sul gruppo delle donne nere e sulla terra violente chiazze bianche. Le ragazze, inginocchiate, si chinavano ritmicamente a baciare la terra, poi lanciavano al cielo le braccia chiamando disperatamente Maria, quindi tornavano a chinarsi. «Maria, Maria eri la più bella di tutte noi, perché sei morta?»
Inframezzata a quelle grida sentii la voce di Renato, bassa e frettolosa: «Che diaframma. tieni, tu?» mi chiedeva. Io dissi un numero poi gli precisai che poteva andar bene con una pellicola molto sensibile. «Se si spostassero al sole» disse Renato, « queste chiazze rovinano tutto ... ». «Non ti preoccupare» dissi io, «fai conto che sia ombra piena». E continuammo a scattare. Le loro lamentazioni sembrava non dovessero più finire: erano staccate dalla realtà presente, pareva uscissero da una tragedia greca. Quando ebbi ultimato il rotolo mi avvicinai alle ragazze: «Bisogna farsi animo» dissi, «non serve a nulla abbandonarsi a questa disperazione, è peggio».
Renato ed io le sospingemmo con delicatezza verso la macchina. Ci dissero che gradivano andare al parco divertimenti e là le portammo. Quelli dei baracconi vennero in massa a riceverle ed esse, piangendo, dissero che noi avevamo voluto portare dei fiori dove era morta Maria. Allora tutti ci furono intorno, premurosi, e certe vecchie tentarono di baciarci le mani. Noi salutammo in fretta le ragazze e ce ne andammo.
«Se sono venute bene sono una cannonata, queste fotografie» disse Renato, mentre mi accompagnava alla mia auto. «Devono essere belle davvero» dissi io e mi pareva già di vedere, nella pagina, il gruppo nero, scultoreo, delle tre donne inginocchiate sullo sfondo abbacinante del cielo assolato.

Uscito su Stampa Sera – Mercoledì 2 – giovedì 3 Marzo 1955

domenica 31 luglio 2016

Vengo da Marte

Il disco atterrò nel pomeriggio di una domenica afosa e malinconica, sui prati da fieno di fronte alla mia casa. Sdraiato sull'erba dell'aia, mi stavo rodendo le unghie con rabbia perché avevo appena finito di litigare con mia moglie, in cucina, a causa del bambino che le aveva tutte vinte da lei e cresceva pieno di vizi. Non sentii assolutamente alcun rumore, vidi soltanto un luccichio riflesso e alza gli occhi sul campo. Il disco era enorme, alto come una casa alta, largo quanto cinque campi affiancati, con una calotta di sotto e una di sopra e il bordo esterno alto da terra come due piani. Mi alzai in piedi, stupito. Il mio istinto fu di gridare: «Maria, Maria», ma il risentimento che avevo contro mia moglie in quel momento mi soffocò le parole. Pensai allora a mia madre: mi sarebbe piaciuto che ella potesse vedere ciò che io vedevo; ma mia madre era in città, all'ospedale, e stava male.

Il luccichio del disco era tanto forte che il mio occhio ne era abbagliato; così mi sfuggirono tutte le manovre che gli esseri del disco fecero per uscire. Me li trovai improvvisamente davanti a una decina di metri. Erano in sette o otto, simili agli uomini, ma più armoniosi, bellissimi, tutti alti esattamente alla stessa misura, vestiti d'una specie di cellofàne opaco e aderente alla pelle, solo trasparente sul viso. Ero stupito, ma tuttavia capivo d'avere ancora la mente libera di pensare, di considerare, di ordinare a me stesso la fuga, se lo avessi voluto. Improvvisamente, quando quegli uomini erano a soli tre metri da me, sentii la mente vincolata a qualcosa e dovetti andare avanti, verso di loro. Mi accompagnarono sui prati da fieno, sotto il disco, poi mi fecero entrare, sempre in silenzio. Pochi attimi dopo eravamo già in alto; vedevo, attraverso lo stesso piano su cui posavo i piedi, il nero della terra; poi vidi da una parte e dall'altra della striscia di terra il chiaro dei mari. Mi resi conto che ormai ero lontano decine, forse centinaia di chilometri. Altre terre e altri mari vedevo sulle pareti sfuggenti della sfera che mi stava sotto, smisuratamente lontana.

Volsi gli occhi intorno a me e vidi una stanza senza dimensioni; intuivo che lo spazio del locale era assai limitato, ma non potevo capire dove fossero le pareti. Gli uomini in cellofàne che mi avevano accompagnato a bordo erano ancora intorno a me e mi guardavano. C'era silenzio perfetto, eppure io «sentivo» che loro dicevano che non mi avrebbero fatto del male: mi volevano solo mostrare agli abitanti del loro pianeta. Pensavano queste cose e io le capivo captando i loro pensieri. Questa ricezione, che avveniva automaticamente e senza fatica, mi dava calma e distensione.

Ero in piedi e mi pareva di essere sdraiato, senza peso: non sentivo lo sforzo di ogni muscolo per sostenere il corpo. A un tratto le pareti si aprirono in un'apertura senza contorni e noi, in gruppo, passammo oltre, entrammo in altre stanze, enormi, silenziose come la prima, popolate di altri uomini dei quali sentii i pensieri di meraviglia alla mia vista. Oggetti strani vagavano da soli a mezz'aria e andavano a posarsi sulle mani degli uomini per ripartirne ancora, leggeri e autonomi, quando gli uomini se ne erano serviti.

Pensai a Maria. Se l'avessi chiamata seguendo il mio primo impulso, avrebbe visto che ero finito sul disco. Così, invece, non sapeva niente e certo non sarebbe stata capace di immaginare il motivo della mia scomparsa. Pensai anche a mia madre, ma il mio pensiero fu tagliato a un tratto da altri pensieri che non erano miei ma degli esseri che mi stavano intorno, lo capivo bene. Erano pensieri a me diretti e che io ricevevo: mi mostravano, come su di un vastissimo schermo da televisione, il nuovo pianeta, visto in lontananza, poi più vicino, infine nei particolari fisici; lo schermo si ampliava sempre più, mi sembrava di entrarci dentro e allora sentivo la vita degli esseri che lo abitavano, mi pareva di essere perfetto, purificato, leggero.

* * *

All'arrivo trovai quello che già i miei ospiti mi avevano annunciato con il pensiero: un pianeta esattamente sferico, un suolo liscio e duro come l'acciaio levigato, un'atmosfera tersa, immune da perturbazioni, la natura e gli uomini estremamente vicini alla perfezione.

Gli uomini che mi avevano prelevato dall'aia della mia casa mi accompagnavano ora in visita al pianeta. Era un viaggio meraviglioso perché ovunque io guardassi vedevo cose piene di armonia, di bellezza, di arte sublime. Il pensiero aveva una forza poderosa: con esso gli uomini spostavano il loro corpo e ogni altro oggetto nello spazio con una rapidità strabiliante. Il pensiero era anche creatore di innovazioni che servivano ad accorciare la già tanto breve distanza della perfezione massima. E quando il pensieri si esauriva, gli uomini si autodissolvevano; dalla loro scomparsa nasceva un nuovo piccolo essere con rinnovata energia. Non esisteva dolore perché non c'erano sentimenti legati alle cose fisiche; c'era solamente uno stato di perenne gioia e di beatitudine che veniva dalla perfezione di tutte le cose.

Il tempo passava ma io non l'avvertivo. Trascinato dal pensiero dei miei ospiti giravo per il pianeta e gli uomini mi guardavano con i loro meravigliosi occhi dai quali scaturivano sguardi di dolcezza e di serenità. Ero affascinato da tutte quelle cose straordinarie, eppure di tanto in tanto pensavo a mia moglie, al mio bambino e a mia madre. Ci pensavo sempre più frequentemente. Provavo in me una tenerezza infinita per Maria e un rimorso profondo per quelle parole aspre che le avevo detto quel giorno durante la lite per Giancarlo; poi avevo in mente mia madre che era all'ospedale e forse peggiorava. Pensavo: «Ma perché questa gente non mi riporta sulla terra?» Allora i miei ospiti mi additavano, con il pensiero, ai loro simili: «Lui e tutti gli altri della terra sono ancora schiavi della parola e del dolore, dei sentimenti e della forza fisica. Hanno un pensiero incapace di agire”. Pensavano questo di me, ma non mi disprezzavano, mi amavano, piuttosto. «Resta» mi dicevano col pensiero; «se resti supererai in un attimo milioni di anni nel cammino della perfezione, il tuo pensiero diventerà forte della forza che c'è nell'universo intero, il tuo corpo si perfezionerà, la tua mente saprà creare cose meravigliose».

Ero commosso. Mi attraeva enormemente quell'atmosfera di perfezione, ma intanto mi pareva di vedere, al posto dell'armonioso paesaggio che mi circondava, l'aia di casa mia, verso sera, e Giancarlo che giocava col cane intorno ai cumuli di paglia. Poi i miei occhi entravano in cucina a cercare Maria. Maria era brutta, aveva due denti sporgenti e non sapeva educare nostro figlio, ma era buona e io le volevo bene. E volevo bene anche a mia madre che era all'ospedale. «Se tu scenderai sulla terra» pensavano gli uomini che mi accompagnavano, «andrai ad assistere alla morte di tua madre, alle malattie di tuo figlio, e ciò ti addolorerà». Era estremamente bello, guardare il paesaggio, sentirsi senza peso e immerso nella poesia, sapere che tutti avevano solo in sé della gioia, eppure io pensavo a mia madre, a Giancarlo e a Maria e mi sentivo già disposto a piangere la morte e le malattie perché sapevo che in seguito avrei raggiunto, a poco a poco, la tranquillità e la letizia. E la mia mi sembrava dovesse essere una letizia diversa da quella che si trovava ovunque, con facilità, su quel pianeta. Mi ricordai anche del giorno in cui era morto mio padre, dei pianti disperati che avevo fatto e della bontà che avevo sentito venirmi nell'anima via via che il dolore scemava.

Allora pensai intensamente al disco che mi aveva portato sul nuovo pianeta. Gli uomini che mi circondavano dissero col pensiero che avrebbero esaudito il mio desiderio e mi condussero per meravigliose distese di luci di ogni colore. A un tratto fummo davanti al disco, poi entrammo.

* * *

Atterrammo sugli stessi prati da fieno davanti a casa mia. Era una mattina piovigginosa e fredda. Trovai Maria nella stalla, intenta a dare fieno alle bestie. Mi guardò a lungo, stupefatta; poi, prima ancora di chiedermi dov'ero stato, mi disse che Giancarlo era a letto, con la polmonite, e che mia madre era morta.

Sentii le gambe vacillare e un desiderio violento di mettermi a piangere. E quando il pianto mi sgorgò improvviso, mi parve che mi purificasse dentro, che mi facesse bene.

Era una conquista, quel pianto, io lo sentivo; e sapevo che dopo avrei trovato la serenità.

Uscito su Stampa Sera di Lunedì 1 - Martedì 2 Novembre 1954

domenica 8 maggio 2016

Ca-125

Guardavo occhieggiare le vampate rosse del fuoco, nel buio della sera, in fondo al giardino. Bruciavano le foglie secche che Luigi aveva rastrellato per fare pulizia nel prato. Ma con le foglie bruciava anche quella grande custodia azzurra gonfia di cartelle cliniche, tabulati, lastre, ricette. Era rimasta per mesi nascosta in un armadio nella camera degli ospiti. In casa non c'era, non doveva esserci. Tutto quel materiale – per lei – era rimasto in clinica o nello studio di qualche specialista: lei non doveva vederlo, perché sapevamo, mio figlio e io, che non voleva conoscere la verità. E in quella cartella azzurra la verità c'era, drammatica, inesorabile, con il nome preciso di una malattia e una sigla, Ca-125. Sigla che, ad ogni esame di laboratorio, il nostro occhio correva a cercare per sapere come procedeva l'evoluzione distruttiva della quale era l'indicatore specifico.
Per lei la malattia, come le era stato spiegato, era un malanno di poco conto, però noioso per l'incapacità del sistema immunitario di farvi fronte. Istintivamente non cercava di approfondire: lei, che grazie anche alla sua cultura scientifica aveva sempre avuto doti intuitive in campo medico, si adagiava alle spiegazioni di ripiego. Si limitava a lamentarsi per il protrarsi delle cure e per l'inarrivabile giorno della guarigione.
Per noi che sapevamo, al dolore e all'angoscia si aggiungeva un senso di colpa, a causa del segreto che dovevamo custodire e dell'impossibilità di sovvertire l'infausto corso degli eventi. Sentivamo quell'impotenza come un tradimento. Ci affannavamo consultando specialisti in città e altrove, i migliori, ma ne avevamo sempre risposte senza speranza. Disarmati, con l'animo immerso nell'angoscia, dovevamo avere l'aria non preoccupata, cercare di parlare di tutto, anche di cose insignificanti, e del futuro, con la consueta sicurezza, come quando si era ignari. Costava una fatica terribile. Sentivamo il peso schiacciante della conoscenza dell'imminente futuro. Ci si rendeva conto di quanto l'uomo sia fortunato a non sapere che cosa gli accadrà domani.


Cercavo di evitare di parlare del passato: temevo di essere travolto dalla commozione e di scoppiare in pianto. Perché in ogni momento il nostro passato mi era sempre nella mente: tutta la nostra unione, la nostra vita insieme che era stata armoniosa e felice, mi si svolgeva davanti agli occhi della memoria come un film. Parlavo delle cose più varie del momento, la casa, le nipoti, l'automobile, il cane, la spesa e intanto mi ricordavo di immagini, scene, attimi lontani cui da anni non pensavo. Mi sembrava di estrarli, senza intenzione, automaticamente, da una sacco magico che nemmeno sapevo più di avere e che sentivo ricco, pieno. Ogni rievocazione mi dava una gioia e al tempo stesso una tristezza, uno struggimento, una commozione infiniti. E di notte, solo nella mia camera, in lunghe ore di insonnia, in genere a partire dalle tre o dalle quattro, questo film del nostro passato mi girava in continuazione davanti agli occhi del ricordo. Rivedevo noi entrambi giovani, lei bellissima e di una vitalità esuberante, gli slanci, l'amore, il senso del dovere, la bravura nell'insegnamento, nella pittura, nella poesia, i riconoscimenti, i premi. Mi risuonavano all'orecchio versi: "Quando mi porti sulla bicicletta / incontro alle immagini verdi / dei campi e la tua bocca al mio orecchio / si adagia / e dici parole nel vento d'estate, / oh, allora / come sento di vivere calda / fra le tue braccia calde. / Come la morte è lontana!". E poi la famiglia, il figlio, la casa, la gioia delle nipoti. Ancora versi, questi per Elisabetta, la prima: "Ricorderai di me queste vecchie / mani che tentano una carezza? / Questo sguardo che segue lento / il tuo agile corpo nel sole? / Le mie parole sussurrate / nel brusio del motore / quando ti porto a scuola? / Le mie parole, le mie parole / ti possano rimanere. E la mia voce / che sappia risorgere nel tuo cuore, / se mai sarai sola, un giorno". E ancora: "Mi si chiude il cielo / se il tuo piccolo passo / non scende le scale / e il tuo grido di gioco / non mi rincorre. / Le ore vedo passare / come immobile vecchio / che attende una rondine / nel suo lungo inverno".
Queste rievocazioni di lei, di noi, del nostro mondo erano un misto di dolore e di gioia: lacerazioni e lenimento, ma si concludevano quasi sempre nel pianto. Poi, stremato, m'addormentavo quando ormai era l'ora d'alzarsi. Bisognava affrontare un'altra giornata, difficile come tutte, piena di timori e di cautele, senza un barlume di speranza.
Nessuno in casa citava mai i nomi di quella malattia, nelle sue varie forme. Se l'argomento si affacciava alla Tv, con una scusa si cambiava canale e nessuno, neanche lei, protestava. Altrettanto con il giornale, si era svelti a voltar pagina in vista di un titolo scabroso. Aleggiava sempre su di noi questa cappa opprimente del dolore per la nostra consapevolezza e del timore che qualcosa o qualcuno potesse infrangere l'equilbrio fragilissimo che manteneva lei nell'incoscienza del reale e su un'onda tenue della speranza. Ma non v'è dubbio che doveva vivere una continua battaglia tra conscio e inconscio, tra quello che sapeva o intuiva e quello che temeva e non voleva sapere.
Una volta sola aveva perduto il controllo di quel suo fragile equilibrio tra il sapere e il non sapere. Era d'estate, due anni prima della sua ultima estate. Eravamo in montagna, soli, distesi su una coperta in mezzo a un prato, ad abbronzarci. Di fianco a noi qualche indumento, la sua borsetta, un libro, il giornale che avevo comperato uscendo dal paese e non avevamo ancora guardato; ma io, buttandolo sui sedili posteriori dell'auto, avevo fatto in tempo a scorgere un grosso titolo in prima pagina: la morte di un signora, notissima manager di un ente privato. Non mi decidevo a prendere in mano il giornale per non dover dire che era morta quella signora, che anche lei conosceva di fama; perché avrei pur dovuto parlarne in quanto il silenzio, di fronte a una simile notizia, sarebbe risultato ancora più falso e imbarazzante.
Fu lei che a un tratto si sedette e lo aprì. Fu la prima cosa che lesse e subito urlò e si mise a piangere gridando «anch'io, anch'io, sono malata così anch'io, dovrò morire, morire, morire...» e piangeva disperata. L'abbracciai, la strinsi forte, mi sentii il petto bagnato dalle sue lacrime. Pure io avrei voluto abbandonarmi, ma dovevo assolutamente aiutarla, difenderla, dovevo ribadire la tesi detta tante volte, che la sua non era una di quelle malattie anche se certe cure potevano farlo pensare. E via di questo passo, arrampicato sui vetri del convincimento, della persuasione, sempre più lisci, improponibili.
Passavano i mesi e la guarigione non arrivava, anzi, le condizioni si aggravavano. A volte, quando sentiva avanzare il peggioramento, veniva alle prime luci dell'alba a sedersi in una poltrona a fianco del mio letto, mi guardava con occhi nei quali c'era angoscia e terrore, mi chiamava con voce implorante e mi chiedeva: «Come andrà a finire? Come andrà a finire?» Quant'era difficile dover sostenere ancora una volta le solite bugie, dover fingere che sarebbe andata a finire bene e non poterla invece abbracciare, gridare il suo nome, Else, Else, amore mio, e piangere con lei senza ritegno.
Finalmente fuori casa, in auto, solo, potevo lasciare esplodere il dolore e scoppiavo in pianto, navigavo nel traffico con gli occhi pieni di lacrime. Faticosamente, con molti rischi, arrivavo ai semafori dove potevo asciugarmi e soffiarmi il naso. Allora m'accorgevo d'avere intorno a me, al di là di altri finestrini, sguardi stupiti. Ma per me era uno sfogo indispensabile; solo così, rincasando, potevo continuare la mia difficile, penosa finzione.


Guardavo il rosso di quel fuoco, nel buio della sera. Era l'inizio d'autunno, il primo autunno senza di lei. Bruciavano le foglie secche e anche la cartella con tutto il suo percorso del male. Avevamo esitato a lungo, mio figlio ed io, su quelle lastre, quelle sigle. Non potevamo far altro che constatare che erano la testimonianza della sconfitta nostra e dei medici che se ne erano occupati. Se i grafici e i risultati che via via si allineavano sui fogli e nel tempo avessero portato ad una miracolosa vittoria, avremmo dovuto, allora sì, conservare ogni pezzetto di carta, ogni piccolo passo verso la mèta finale. Così no. E avevamo affidato la cartella all'uomo delle foglie. Mi sembrava che anche lei approvasse e fosse grata di quel fuoco.


sabato 23 aprile 2016

Qualcuno alle spalle

Finito di cenare, il bracciante Amilcare Berri si levò da tavola e salutò la moglie che stava lavando i piatti e la figlia Irma di dieci anni che si accingeva in quel momento a fare il compito di scuola. Sulla soglia, mentre s'alzava il bavero del cappotto, disse che andava a fare la solita partita a carte. Ma come fu fuori non voltò a destra verso il paese: s'incamminò sulla strada in direzione del fiume. Sapeva lui dove voleva andare. La nebbia era fittissima; non c'era ancora stata, in quell'inverno, una serata di nebbia così intensa. Appunto per questo il bracciante camminava in direzione del fiume. Nella tasca sinistra del cappotto stringeva un piccolo rotolo: erano tre pellicole fotografiche che aveva trovato fra le altre cianfrusaglie nel granaio del farmacista il giorno che ci aveva accatastata la legna. Le aveva raccolte pensando che gli sarebbero servite per fare quello che voleva fare. Adesso, mentre camminava a fatica in mezzo alla nebbia, stringeva o rigirava fra le dita il rotolo, nervosamente. Era giunto il momento di servirsi di quella celluloide.

Una automobile, proveniente dalla parte del fiume, avanzava a velocità ridotta; si sentiva il rombo del motore e ancora non si vedevano i fari, poi la luce riuscì a fare una macchia chiara nella nebbia, la macchia si divise in due punti bianchi dai quali partivano due coni allungati color argento. Il rumore crebbe, crebbe ancora, la luce argentò la nebbia della strada e quella dei campi al di là delle siepi; poi, all'improvviso, tornò buio. Amilcare Berri continuò ad andare avanti: oltrepassò il cancello della villa Verde, poi raggiunse il ponte sulla Fossa Larga. Da questo punto cominciò a contare i passi; ne contò trenta, quindi si fermò sulla parte sinistra. Aguzzando la vista vide nella siepe il foro che egli conosceva. Passò nei campi e si incamminò lungo il filare degli olmi. Ora non poteva più perdersi, anche con gli occhi bendati sarebbe arrivato alla casa di Martino.

La nebbia si posava sulla sua faccia come una polvere fredda e attaccaticcia e la terra, sotto i piedi, gli era tenera e pesante. Sulla strada passarono, in bicicletta, due giovani che cantavano a squarciagola, poi il loro canto fu sommerso dal rumore di un autocarro. Amilcare andava avanti con passo deciso, si sentiva anche abbastanza tranquillo; ma nella gola aveva un senso di secco che lo costringeva a deglutire spesso. Improvvisamente, quando ancora non se lo aspettava, si trovò davanti a una macchia ancor più scura del buio della notte: era la casa. Si fermò: sentiva il respiro farsi rapido e pensò che doveva star calmo. Aveva atteso per tanto tempo quel momento ed ora non doveva proprio agitarsi, assolutamente. Davanti a lui c'era la parte posteriore della fattoria, con il porticato pieno zeppo di paglia e di fieno che faceva corpo con la stalla e, più avanti, con l'abitazione. Cautamente, cercando di non far scricchiolare gli sterpi sotto i piedi, avanzò lungo il fianco della casa rimanendo ad una certa distanza da essa e si andò a fermare al riparo di un cumulo di legna. Sporgendo un poco la testa vide di fronte a sé, al piano terreno, la finestra della cucina. La luce che usciva dai vetri gettava un alone chiaro nel cortile. Il Berri guardò con tutta l'attenzione possibile nella finestra. Nonostante il fumo che c'era in cucina, si vedevano abbastanza chiaramente, seduti intorno alla tavola, Martino e i suoi tre figli. Evidentemente stavano giocando a carte perché ogni tanto alzavano la mano portandola poi con rapidità al centro del tavolo. Martino, che era di fronte ai vetri, era in maniche di camicia e col gilè; si vedevano bene anche i suoi baffi lunghi e spioventi.

Amilcare Berri sentì come un mulinello nello stomaco e gli venne fatto di stringere i denti. Il suo odio, per tanto tempo represso, avrebbe potuto finalmente sfogarsi perché Martino era nelle sue mani, adesso. Ripensò alle angherie subite; rivide il contadino mentre gli diceva che doveva licenziarlo; rivide se stesso chiedere, tante volte, i molto soldi che doveva avere e Martino e i suoi figli che dicevano di no, che non gli avrebbero dato niente e lui che insisteva. Sempre così, per tanto tempo. A casa, allora, l'Irma era ammalata e non si sapeva come curarla.

Erano nelle sue mani, adesso, Martino e i suoi figli. Strinse con forza il rotolo delle pellicole e con l'altra mano cercò nella tasca della giacca la scatola dei fiammiferi. Sarebbe tornato dietro la casa, avrebbe infilato la celluloide tra la paglia e poi l'avrebbe incendiata. Gli pareva già di vedere le fiamme divampare e lanciare bagliori rossastri nel buio ovattato di nebbia. Loro, in cucina, avrebbero visto e sarebbero usciti di casa urlando. Poi la lotta col fuoco, l'affannosa corsa a chiamare i pompieri, l'urlo della sirena, i muggiti disperati delle vacche. Stringeva in una mano la celluloide e nell'altra i fiammiferi: nelle sue mani c'era la possibilità di far succedere tutto questo. Poteva farlo anche subito, se voleva. Ma Amilcare preferiva aspettare. Gli piaceva pensare alla scena che sarebbe seguita e gli piaceva anche pensare che, se avesse voluto, avrebbe potuto lasciare le cose come stavano: il buio incontaminato, gli uomini intorno alla tavola che continuavano pacatamente a giocare con larghi gesti delle braccia, la notte senza urli di sirene né muggiti di buoi. Aveva in pugno il destino, poteva farne come voleva. A casa, sua moglie a quest'ora stava rammendando e l'Irma faceva il compito di scuola; stava bene, adesso, l'Irma, e le due donne non avevano più fame perché lui un posto buono l'aveva trovato, a dispetto di Martino.

E ancora rivide i lunghi baffi del vecchio che sussultavano mentre diceva che non gli avrebbe dato nemmeno un soldo. SI ritrasse dietro il cumulo di legna e stette un poco immobile, senza pensare. La nebbia era sempre pesante e scabra. Sulla strada che scendeva dall'argine e che passava davanti alla casa non si sentiva un passo. Il silenzio che si allargava nel buio aveva una sua dolcezza che sembrava fatta di fredda umidità e di odore di terra.

Lentamente, in punta di piedi, Amilcare Berri si portò dietro la casa. Il fieno era davanti a lui, lo toccò con esitazione e lo sentì bagnato; le mani si ritrassero in un gesto timoroso, ma subito dopo incominciarono a scavare furiosamente con le dita adunche per fare una nicchia. All'interno del cumulo il fieno era asciutto e sembrava caldo. Il bracciante provò la sensazione che qualcuno alle sue spalle stesse per piombargli addosso; sentì anche per il corpo un brivido che non era di freddo, ma riuscì a dominarsi. Srotolò la pellicola e la mise nel foro poi, con un fiammifero, la incendiò. Come vide la fiammata della celluloide si voltò e fuggì per i campi per fermarsi poi a una cinquantina di metri dalla casa, dietro a un albero.

Con gli occhi chiusi rimase a lungo ad ascoltarsi il cuore. Quando li aprì vide nel fienile una chiazza rossastra. La macchia s'allargava verso l'alto, diventava sempre più vivida, poi si alzarono da essa fiammate che disegnarono tutti i contorni del portico. Il bracciante, stretto a un tronco, ascoltava il crepitio continuo che veniva dal fienile e guardava la luce che ora forzava la campagna e ad uno ad uno strappava dal buio gli alberi spettrali avvolgendoli nella nebbia rosa. Una voce nel cortile gridò «al fuoco» e lacerò il silenzio; era la voce di Martino. Altre ne seguirono, acute, disperate; e poi muggiti. Era tutto come lui aveva previsto. Sarebbero venuti anche i pompieri con la sirena e altri contadini. La sirena, dapprima debole e lontana, avrebbe via via forzato la nebbia e sarebbe diventata un urlo stridente.

La luce avanzava sempre di più nei campi e il bracciante pensò di andarsene. Incominciò a camminare adagio, senza paura, ma poi affrettò il passo, si mise a correre e gli parve d'essere inseguito; capiva che ciò non poteva essere, eppure cercava d'andare più forte che poteva e pensava anche, correndo, che era contento di essersi vendicato. A casa le sue donne non avevano fame e Irma non era più malata e lui aveva un posto buono, mentre la casa di Martino stava bruciando.
Arrivò ansimante e accaldato. Il portone, al pianterreno, era in fessura, nella loggia c'era la luce accesa e si udivano voci; esitò un attimo poi spalancò l'uscio: c'erano uomini e donne di quella stessa casa e di altre case vicine. Come lo videro entrare tutti tacquero e lo fissarono. Ci fu un attimo di silenzio, pesante. Un uomo, infine, disse:

– È successa una disgrazia, mentre andava alla fontana a prender acqua.

– Chi? – gridò Amilcare fissando l'uomo con gli occhi sbarrati.

– L'Irma – rispose l'uomo. – È su; adesso aspettiamo l'ambulanza.

Il bracciante fece le scale di corsa. Nell'appartamento c'era altra gente. Sua moglie piangeva di fianco al letto sul quale Irma giaceva con il viso lacerato e insanguinato, le vesti stracciate e una larga ferita a una gamba. Respirava, ma non capiva niente.

– L'ambulanza, l'ambulanza, quando arriva l'ambulanza? – gridò Amilcare.

– Sono andati a chiamarla – disse una donna.

Un'altra donna si mise a imprecare contro l'automobilista che era fuggito senza fermarsi a soccorrere la bambina.

– Ma perché, perché è successo? – si mise a chiedere Amilcare con voce disperata coprendosi il volto con le mani.

– Andava a prendere acqua alla fontana – rispose sua moglie tra i singhiozzi.

Si udì a un tratto in lontananza un urlo di sirena. Sembrava facesse fatica a forzare quella nebbia, ma tuttavia aumentava, si faceva più vicino, diventava lacerante.


– Arriva l'ambulanza – disse una donna e si avviò abbasso per andarla a vedere.

(Questo racconto è uscito sulla Gazzetta dell'Emilia del 24 Dicembre 1953 e su Stampa Sera di Lunedì 10 - Martedì 11 Maggio 1954; è stato in seguito incluso nella raccolta Il piano di sopra, pubblicata da Mondadori nella collana La medusa degli Italiani nel 1957).

lunedì 1 febbraio 2016

La salsiccia del ciabattino

I calzolai col deschetto che facevano le risuolature, o anche soltanto rattoppavano la tomaia con una piccola cucitura, oggi sono praticamente introvabili. A cercare una di queste botteghe quasi sempre si gira a vuoto. Il diffondersi dell'industrializzazione ha di fatto cancellato le riparazioni, rendendo più conveniente l’oggetto nuovo; e così a poco a poco va scomparendo l’artigianato. Come i calzolai, appunto. Ce n’erano di bravissimi, che un piede, dopo averlo ben misurato, sapevano calzarlo alla perfezione. I più si limitavano alle riparazioni e anche tra questi c’erano diversi livelli di bravura: in genere i migliori erano in città, con una clientela esigente, mentre nelle campagne i ciabattini, avendo per le mani soprattutto zoccoli, sapevano più piantar chiodi che lavorare di trincetto. Di questi ne ricordo uno, negli anni trenta, nella Bassa modenese. Si chiamava Rigoni ma era conosciuto come Toppone, per le toppe che metteva nelle scarpe
In marzo, con le prime giornate tiepide, Rigoni portava fuori dalla cucina il deschetto e si metteva a lavorare in cortile. Il cortile era lungo e stretto: da una parte la fila di usci delle varie abitazioni, dall’altra un muro alto due piani, senza finestre. In fondo c’era una rete metallica e oltre la rete la campagna con i filari di olmi che reggevano le viti di Lambrusco. Sistemava il deschetto vicino alla rete, sempre nello stesso posto.
Usciva a lavorare fuori il più presto possibile, ai primi accenni di primavera, per sfuggire al baccano che gli facevano intorno i figli. Ne aveva dieci, la più grande contava quattordici anni, il più piccolo pochi mesi. E tutti stavano nella cucina che era abbastanza grande per farci da mangiare, ma molto piccola per viverci tutto il giorno in due adulti e dieci ragazzi, e soprattutto per lavorarci.
La moglie di Rigoni, alta, magra, sempre vestita di nero, con un fazzoletto nero in testa, aveva sempre un’aria trasognata. sembrava che stese chiedendosi se esisteva o no. I ragazzi le saltavano addosso mentre era seduta a rammendare o a far la calza e lei nemmeno se ne accorgeva, tutt’al più si metteva a lavorare di sbieco per scansarli. Rigoni invece si spazientiva per quel frastuono e quando il clamore si faceva proprio insopportabile gridava: «Basta, basta, vado via, vado in Africa». Si era alla vigilia della guerra in Abissinia e ogni tanto qualcuno del paese partiva volontario. L’Africa in quel tempo sembrava un miraggio che avrebbe potuto risolvere tanti problemi che gravavano sulla gente, per la disoccupazione e la miseria. «Vado in Africa, vado in Africa» ripeteva, ma si sentiva dalla sua voce che fingeva solo di essere arrabbiato e che in Africa, di sua volontà, non ci sarebbe mai andato. Quella masnada di figli, pur chiassosi e turbolenti, erano il suo mondo dal quale non avrebbe potuto separarsi. Quando proprio non ne poteva più gridava: «Tutti su, in camera». La camera era l’unica dell’abitazione, stava sopra la cucina ed era disseminata di pagliericci. Ma dopo un poco si pentiva, li faceva ridiscendere perché aveva paura che qualcuno, nella foga dei giochi, saltasse giù dalla finestra.
Il calzolaio Rigoni lavorava dodici, anche quattordici ore al giorno, incominciava con le prime luci dell’alba e smetteva quando non ci si vedeva più. Sgobbava tanto, ma guadagnava poco perché, com’era molta la sua buona volontà, così era scarsa la sua abilità. Non ne aveva colpa. Il mestiere del ciabattino l’aveva imparato da sé, aggiustando le scarpe dei suoi quindici fratelli, d’inverno, nella stalla. Sposandosi e non avendo voglia di lavorare nei campi, era uscito di famiglia e aveva messo su il deschetto. In paese, viste le sue esecuzioni, gli avevano affibbiato quel soprannome. Ma i suoi erano tutti clienti che andavano da lui solo per riparazioni grossolane: una pezza, due chiodi, una cucitura; per le scarpe nuove e le risolature andavano dagli altri tre calzolai del paese.
Conosceva i suoi limiti e non si lamentava di niente, nemmeno d’essere chiamato Toppone, e di dover lavorare tante ore per guadagnare poco più che la polenta per tutti i suoi figli. Era, anzi, sempre molto allegro. In cucina o nel cortile teneva al suo fianco una sedia, pronta per far sedere l’eventuale cliente. Chi portava un paio di zoccoli o di ciabatte doveva per forza mettersi a sedere, almeno due minuti, a scambiare qualche chiacchiera con lui. E tutti sostavano contenti perché a stare con Rigoni c’era da fare buon sangue. «Argia» gridava alla moglie, «metti a friggere un metro di salsiccia, ché il signore fa uno spuntino con noi». La moglie non alzava nemmeno la testa a quel finto ordine, ormai l’aveva udito migliaia di volte, perché Rigoni parlava molto di salsiccia. Magari insisteva, fingendosi impermalito: «Non crede che le faccia friggere un metro di salsiccia. Ma lo sa che su, in camera da letto, appesi a due stanghe che vanno da muro a muro, ce ne ho tredici metri?»
I clienti ridevano, qualcuno lo stuzzicava per farsi descrivere volume, colore, sapore della sua salsiccia e Rigoni allora si metteva a creare il suo poema per la saporita carne insaccata. Ne parlava con un trasporto e una competenza da far venire l’acquolina in bocca anche a chi s’era appena alzato da tavola. Lì, seduto al deschetto, con le mani abbandonate e immote sulla suola di uno stivale scalcagnato, Rigoni si trasformava con la fantasia in un macellaio-conditore di carne suina, di quei beccai che, nel pieno dell’inverno, vanno di cascina in cascina per le campagne della Bassa emiliana a scannar maiali e sono pagati, elogiati, riveriti dai contadini che in quella operazione da mattatoio vedono quasi un rito. Così Rigoni tritava con parole sapienti e sentite la rossa carne, le infondeva il giusto aroma, l’insaccava dentro un interminabile budello che poi suddivideva in tanti rocchi lunghi una spanna. Il cliente sorrideva divertito e Rigoni continuava a parlare con fervore: stagionava la salsiccia, la friggeva per mangiarla spellata con la polenta o la metteva in umido con l’uva secca, con le uova, con i fagioloni bianchi. In quei momenti la sua eccitazione era tanta che forse sentiva davvero, lì in cucina o nel cortile, il profumo della salsiccia. Per ascoltarlo, smettevano di correre e di gridare anche i suoi ragazzi e l’Argia si svegliava dal suo torpore, rideva quasi inebetita, come se stesse per mettersi a tavola a mangiare il piatto che suo marito aveva preparato con tanta passione. Poi l’incanto finiva e Rigoni concludeva: «Allora ha capito: quando ha bisogno di uno che sappia cucinare qualche metro di salsiccia, venga da me».
Era il grande desiderio che lo faceva parlare in quel modo. Forse di salsiccia in casa sua, da quando era sposato, non se n’era mai mangiata. Parlava per le esperienze giovanili, di quand’era contadino, figlio di famiglia, e nella cascina, in febbraio, ammazzavano il maiale. A comperarla in bottega la salsiccia costava cara, era cibo da gente che aveva soldi; e lui, con tutti quei figli, la salsiccia avrebbe davvero dovuto portarla a casa a metri. Le bocche dei suoi ragazzi erano abituate al baccalà e alle salacche. Fra tanti figli che aveva ce n’era sempre uno che credeva ai tredici metri di salsiccia, pensava che fossero nascosti in qualche angolo della camera. E diceva alla mamma: «Ma se è così buona come dice il babbo, perché non ce ne dai un poco?»


Fu d’autunno che Rigoni s’ammalò. Si era accanito a restare a lavorare in cortile, nonostante il freddo. Si prese la polmonite. Alla fine della prima settimana di malattia ebbe una crisi, i vicini dicevano: «Toppone muore stanotte». Invece si riprese, per tre giorni andò migliorando, il pericolo sembrava superato, qualcuno fra i più amici andò a fargli visita. Era già allegro, come al solito. «Adesso è ancora presto, ma appena sto meglio faccio friggere un paio di metri di salsiccia per riabituare lo stomaco. Ce n’ho tredici metri, giù, in cucina» e strizzava l’occhio contento.
Poi, d’improvviso, la quarta notte dopo la crisi, morì. Fu una notizia dolorosa, per tutto il paese, perché gli volevano bene anche quelli che non erano suoi clienti e disprezzavano le sue capacità di ciabattino. Per il funerale il cortile si riempì di folla. Arrivarono anche dei fiori, una corona mandata da tutte le classi delle scuole elementari, perché ogni classe era frequentata da almeno uno dei figli. Mentre il parroco stava per benedire il feretro, arrivò la fioraia con un grande involto. Aveva un atteggiamento incerto, l’aria confusa. Porgendolo a uno dei presenti che le era più vicino, disse: «Non sono fiori, ma io non c’entro, me l’hanno consegnato con la preghiera di portarlo». Ci fu un momento di esitazione, tutti gli occhi erano su quel misterioso pacco. Anche il prete indugiò, poi fece segno di aprirlo.
Sì, non erano fiori: era salciccia, una lunghissima catena di rocchi disposta in circolo a formare una corona e in mezzo era posato un nastro azzurro con la scritta I SUOI 13 METRI. Si sentì un coro di oh oh e poi parole di stupore e ammirazione. Però non c’era tempo da perdere, la cerimonia doveva concludersi. La bara fu posta sul carro e sulla bara la corona degli alunni. E la salciccia? Nel silenzio ci fu un cercarsi di sguardi, il prete fece un cenno in direzione della cucina, ma una voce disse: «No, portiamola in corteo». «Sì, sì» ribatte una donna e subito alcuni incominciarono a sciogliere la corona di rocchi e ad allungarla, sicché in un attimo, di mano in mano, andò ad ornare la parte posteriore e i fianchi del carro, come in un abbraccio. Ci appiccicarono anche il nastro con I SUOI 13 METRI. Un vecchio commentò: «Come sarebbe contento Toppone, se potesse vedere».
Un funerale memorabile. In paese ne parlano ancora adesso, sebbene siano passati tanti decenni. Naturalmente la salciccia fu mangiata dalla vedova e dai dieci orfani. Ne fecero conto, come fosse un filone d’oro. Servì a sfamare la famiglia per più di un mese. Proprio sul finire degli ultimi rocchi Clotilde, che era la figlia maggiore, trovò da occuparsi in città come serva e un mese dopo fece una scappata a casa a portare il primo stipendio.
Non si era mai saputo chi aveva consegnato alla fioraia il pacco da portare al funerale di Rigoni.


lunedì 25 gennaio 2016

Cercarsi allo specchio

Mi capita, da qualche tempo, di sorprendermi a guardarmi nello specchio. Mi scruto come se cercassi qualcosa che non conosco, un lineamento, un'espressione: un po' come se osservassi il volto di uno sconosciuto. Il fatto è che sento in me qualcosa che non mi appartiene interamente: io sono io ma con qualche traccia, appunto, di un altro. Una strana e anche allarmante sensazione. Che cosa mi stia accadendo non lo so; cerco di capirlo, guardandomi nel fisico e poi anche nell'intimo.
Questo strano fatto si sta verificando da circa cinque mesi, non di più; praticamente da dopo che è successa la faccenda di Angelina. Angelina se n'è andata una notte, sei mesi fa, mentre dormivo, ignaro di quanto stava tramando, ignaro di quanto aveva tramato fino allora e di tutto il suo mondo. Otto anni di matrimonio, otto anni che mi erano parsi tranquilli, sereni. Una pacata unione di quarantenni, la nostra. Non avevamo avuto figli, ma non sembrava un problema per nessuno dei due. Io le volevo bene, le ero fedele, credevo che fosse altrettanto per lei. E invece aveva una seconda vita.
Incredibile: come mai non me ne ero accorto? Mi aveva confessato tutto in una lettera, una lunga lettera, che mi aveva lasciato sul comodino da notte a un palmo dal naso. Così al mio risveglio, dopo avere scoperto sul letto, al mio fianco, la sua impronta, mi ero messo a leggere quei fogli e mi ero sentito crollare addosso quella che credevo la solida impalcatura della mia vita. Nel petto mi si era acceso un vortice terribile; mi sentivo come in mare, su un'esile barchetta, inghiottito da un uragano e sballottato da onde gigantesche ognuna delle quali mi piombava addosso come se fosse l'ultima, che mi avrebbe annientato.
Quelle onde erano le sue confessioni: la nostra relazione che era andata a poco a poco sbiadendosi, poi l'indifferenza per me, per la nostra unione sterile, la nascita di un suo nuovo amore che era via via cresciuto, era diventato passione ed ora lei se ne andava con il suo idolo, felice. Non una parola di rammarico per il dolore che mi arrecava, come se nemmeno esistessi, come se proprio non avessi mai contato nulla per lei. Che giorni di angoscia da quel mattino di stravolgimento!
E io che avevo fatto della mia fedeltà una religione! Per me era fondamentale il concetto che la famiglia doveva rappresentare il fulcro dell'unione matrimoniale, sacro e preminente su ogni altro aspetto della vita, quindi da salvaguardare prima di tutto con la correttezza di comportamento in mancanza della quale si sarebbe avviato inesorabile il disfacimento. Io così, ligio a questi sani principi, e lei che tramava alle mie spalle, certo irridendo anche la mia dabbenaggine. Ciononostante non mi pento della mia condotta: la regola morale resta valida anche se circostanze estranee avverse hanno falsato il risultato.
Questo, dunque, il mio passato. Veniamo al presente, a quello che mi accade talvolta. In genere è di notte, nelle ore che precedono l'alba: mi sveglio e resto insonne con la mente che vaga senza controllo, in abbandono, con la speranza di ritrovare un altro poco di sonno. Mi avviene di entrare in un ricordo; un ricordo che non può essere tale perché appartiene ad una realtà sicuramente non mia. Eppure è come se lo fosse, come se io davvero avessi vissuto quelle vicende. Un'assurdità. Ecco di cosa si tratta. Rivivo - o meglio, ho l'impressione di rivivere - scene di amore fisico con una donna che non è Angelina. Proprio un assurdo, perché si tratterebbe di un mio tradimento che ora, di giorno, sono ben sicuro di non avere mai compiuto. Ma di notte, in quel vagolare della mente nel buio, mi sembra reale e della realtà mi dà una diffusa piacevolezza. Abbraccio e bacio quella mia donna, giovane e bella, con trasporto e con la gioia di sapere che non è una situazione occasionale, ma che si ripeterà.
E infatti questo ricordo, diciamo pseudo ricordo, ritorna con una metodica analogia e sempre mi pervade di letizia e di stupore. A volte, pur a malincuore, lo interrompo, accendo la luce, voglio constatare di essere effettivamente sveglio. E allora mi chiedo come è possibile che accada questo, come posso io, che fui marito dell'Angelina scrupolosamente e vanamente fedele, rivivere un adulterio che in realtà non ho commesso. Cos'è, dunque, questa storia? È stato un sogno, tanto intenso da restarmi scolpito nella memoria come se si fosse trattato di un evento reale?
Infatti questa vicenda, che so irreale, posso descriverla minutamente, come se fosse davvero avvenuta. La donna è bionda, dolce, raffinata, con occhi azzurri e un sorriso che rasserena. Da tempo veniva nel mio studio per accompagnare la madre malata di diabete. La madre era poi morta, per una trombosi, e lei non si era più vista per qualche tempo. Poi era ricomparsa perché si sentiva opprimere da una ansietà inspiegabile. Tre visite per la cura e alla quarta eravamo finiti avvinghiati sul lettino. Se indugio nel ricordo - in questo falso ricordo - il numero dei particolari si accresce: vedo certi vestiti suoi, odo la cadenza delle sue parole, sento riecheggiare sue risate. L'animo mi si pervade di tenerezza e la rievocazione di uno qualsiasi dei nostri rapporti sessuali si fa così intensa, precisa, da sfiorare la realtà. E risento anche le atmosfere del "dopo": i momenti di dolce abbandono, le carezze dell'affettuosa commozione, diverse da quelle del "prima", tutte percorse dalle vibrazioni del desiderio, dall'ansia dell'arrivo alla mèta. E poi ancora, approssimandosi il congedo, prima di far entrare il prossimo cliente, qualche lieve chiacchiera nel tempo di fumare una sigaretta.
Una sigaretta? Ma io non fumo. Ho fumato dai diciotto ai trentacinque anni. Un giorno ho detto basta e non ne ho più acceso una; non solo, non ho nemmeno aspirato una boccata quando gli amici, per tentarmi, insistevano ad accostarmi alle labbra una sigaretta accesa. Ora mi accade che in queste peregrinazioni mentali notturne ci sia anche un mio ritorno al fumo. In modo irregolare, saltuario: qualche giorno niente, qualche altro due tre, magari anche cinque sigarette. Eppure, di giorno, lo so bene che nulla è cambiato da quel momento in cui dissi basta: di sigarette non ne ho proprio più fumata neanche una.
Incomincio a preoccuparmi per queste mie false consapevolezze, questo inserirsi della mia fantasia in una realtà che non mi appartiene, come se, invece, ne fossi protagonista. Mi pare di capire che sia proprio questo il problema: pur essendo in realtà estraneo a determinate situazioni, una certa parte del mio io entra in un ruolo immaginario e lo fa con tanta partecipazione e accuratezza da crearmi una ricca mole di elementi i quali poi, nei particolari momenti dell'insonnia notturna, mi affiorano alla mente come ricordi.
Me ne è comparso uno nuovo, di recente. Un ricordo ingombrante, persistente, ancora più assurdo degli altri, se è possibile. Io non frequento la zona collinare della mia città avendo sia l'abitazione che lo studio da tutt'altra parte. In particolare non sono mai andato in via Serpilli, non so che strada sia, non l'ho mai vista. O meglio, ormai l'ho un po' vista attraverso le fotografie dei giornali e le immagini della televisione per quella storia di cui si parla insistentemente quasi ogni giorno sotto il titolo di "delitto di via Serpilli". È un giallo irrisolto, ingarbugliato, per me di nessun interesse: infatti mi limito a leggere titoli e sommari; con la TV, se mi imbatto in questo argomento, cambio canale alla svelta, innervosito. Grosso modo, per quello che ho potuto capire, la ragazza che è stata uccisa in via Serpilli, soffocata con un cuscino, doveva aver fatto entrare in casa lei stessa l'assassino. Ma per scoprire il colpevole gli inquirenti han da districarsi nel groviglio dei molti amici e conoscenti che la frequentavano, non esclusi due ex fidanzati coi quali aveva trascorso due periodi di convivenza.
Credo di comprendere perché istintivamente sto lontano dalle notizie che riguardano questa tragica vicenda: mi rendo conto che, inconsciamente, tendo ad appropriarmi di ogni informazione per poi elaborarla e costruirci intorno dei ricordi. Un fatto veramente sgradevole, che mi turba profondamente. Mentre nel caso dei rapporti sessuali - ricordiamolo: presunti rapporti sessuali - con la mia cliente bionda e bella, quando ritornano, mi danno un diffuso piacere, il "ricordo" che si riferisce a via Serpilli è angoscioso, mi attanaglia come una trappola e io cerco di sfuggirgli, ma non trovo scampo e mi agito, sudo, mi sorprendo persino a gemere.
In sostanza io rivivo un delitto, lo rivivo nelle vesti abominevoli dell'assassino e la vittima è una donna. Una che conoscevo da tempo: anche lei era stata mia cliente, poi mia amante. Era un periodo in cui conviveva con un uomo più anziano del quale non le importava più nulla. Il nostro era un rapporto basato soprattutto sull'attrazione sessuale. Per gli incontri clandestini ci servivamo di un piccolo albergo, mi pare in collina. A un certo punto gli appuntamenti si erano diradati, poi lei mi aveva detto che aveva lasciato l'anziano e si era messa con un giovane della sua età. E tutto tra noi era finito, in maniera piana.
Così credevo che fosse. Invece sentivo la sua mancanza. Avrei voluto cancellare dalla sua vita l'uomo nuovo che le era diventato compagno e allora ho incominciato a cercarla, ci siamo incontrati nascostamente, alcune volte, abbiamo discusso, ma lei era irremovibile, considerava definitivamente chiusa la nostra storia. Un giorno, sapendo che lui era fuori città, mi sono presentato da lei e l'ho convinta a farmi entrare. Era dura, cattiva, diceva basta basta è finita e a me sembrava di perdere un bene prezioso. Ero stravolto. L'ho afferrata per le spalle, ho incominciato a scuoterla latrandole sulla faccia degli insulti, a denti stretti per non farmi sentire dai vicini. Mi guardava con occhi sbarrati, muta, terrorizzata. Continuavo a squassarla e gli scuotimenti le facevano rimbalzare sul petto la collana. Era una collana di piccoli grani neri maculati di bianco. Con una mano l'ho ghermita e l'ho girata e rigirata tanto da stringergliela sul collo. Lei stava già emettendo un gemito roco, strozzato, quando il filo s'è spezzato e i grani sono come esplosi a raggiera, tutt'intorno. Di nuovo l'ho presa per le spalle e l'ho gettata sul letto, ma si è messa a urlare e allora, per farla tacere, ho afferrato un cuscino e gliel'ho premuto sulla faccia. A lungo, troppo a lungo: quando l'ho tolto, era già morta.
Questo ricordo che, ripeto, non è mio, mi sta angosciando, non solo nelle ore dell'insonnia mattutina quando mi si dipana nella mente come la sceneggiatura di un film, ma anche durante il giorno. C'è una parte di me che si appropria di elementi di cronaca e li manipola in ricostruzioni di fatti mostruosi nei quali vuole coinvolgermi. In certi momenti non so proprio in quale realtà sono, se dentro o fuori quella brutta vicenda.
A confondermi ancora di più ci si mettono circostanze strane. Ieri sera levandomi i pantaloni ho sentito un leggero tintinnìo e ho visto correre sul pavimento una pallina: forse era caduta da un risvolto. L'ho osservata: era nera striata di bianco, forse di onice, con un forellino centrale. Sembrava una pallina di quella collana. Di colpo m'è parso che scottasse, ho aperto la finestra e l'ho gettata via. Ma cosa sta succedendo, la fantasia riesce a invadere la realtà? Ed è poi vero che mi sono trovato in mano una di quelle palline? Mi viene il dubbio che anche questo episodio sia frutto di una immaginazione perversa.






domenica 17 gennaio 2016

La camera di fondo

Le finestre dell'alloggio si affacciavano sulla piazza verde di alberi e chiassosa delle grida dei bimbi. La prima camera, d'angolo, aveva anche un balcone sulla via che sfociava nella piazza. Dall'altra estremità, invece, la camera di fondo dava in un cortile interno. In casa la chiamavano la camera del nonno. Andreino se lo ricordava bene suo nonno: alto e magro, con i baffi spioventi, la testa calva e lucida. Stava tutto il giorno seduto nella poltrona d'angolo, vicino alla finestra dalla quale pioveva una luce opaca che non riusciva a togliere dalla penombra le sagome scure degli armadi e del letto. Con la coperta sulle ginocchia per tener calde le gambe che non lo reggevano più, stava col busto tutto spostato verso la finestra per non lasciarsi sfuggire nemmeno un raggio della poca luce. I vetri erano quasi sempre chiusi perché suo nonno temeva il freddo, anche d'estate. Erano aperti, qualche ora del giorno, in luglio e in agosto. Allora scendevano dalla stretta tromba formata dai quattro muri del cortile le voci delle donne che parlavano da finestra a finestra e gli odori: uno strano, nauseabondo miscuglio di odore di cucina e di gabinetto.
Andreino, da ragazzo, andava a trovarlo, a volte, suo nonno, ma si stancava subito: la poca luce era opprimente, gli faceva venir voglia di piangere e, se la finestra era aperta, si sentiva un nodo allo stomaco per i miasmi;. Suo nonno lo accarezzava sulla testa, gli chiedeva notizie del resto della casa: cosa faceva suo padre, di là, in sartoria; se c'erano dei clienti; cosa succedeva nel giardino. Ma lui, Andreino, non resisteva a lungo; dava qualche risposta e poi scappava. Tornando nelle altre stanze gli sembrava di rinascere; c'era luce, c'era aria buona. Suo padre era sempre in piedi vicino al tavolo intento a disegnare modelli sulle stoffe o a tagliarle; intorno e nella camera accanto c'erano, sedute e chine sugli abiti in lavorazione, quattro o cinque donne, tra sarte e apprendiste.
Adesso era lui, Andreino, che tagliava, ma intorno aveva meno aiutanti perché i tempi erano cambiati e il pubblico preferiva comperare gli abiti fatti. C'era Linda, sua moglie, che era stata una lavorante di suo padre, e c'erano due ragazzine; nella camera del nonno c'era suo padre. Suo padre era malato di arteriosclerosi; apparentemente stava bene ma talvolta, all'improvviso, usciva con discorsi strani o addirittura con delle minacce a chi gli stava vicino. Per diversi mesi aveva trascorso le sue giornate seduto nel salotto, ma erano accaduti spiacevoli incidenti: più di una volta aveva attaccato discorso con i clienti venuti per la prova e poi, senza motivo, li aveva ingiuriati. Due di questi clienti non erano più tornati, evidentemente offesi. Andreino si era visto costretto a relegare suo padre nella camera di fondo.
Per la casa girava il bambino, Pippo, figlio suo e di Linda. Aveva cinque anni ed era indemoniato. Percorreva le stanze ululando, in sella a una piccola bicicletta con ruotine laterali. Qua e là faceva bruschi arresti, si impossessava di un oggetto e ripartiva. Andreino lo doveva inseguire per togliergli di mano le forbici o la manica di una giacca. Pippo a volte andava a trovare il nonno, in camera sua, ma spesso ne tornava piangendo perché il vecchio improvvisamente lo trattava male o lo impauriva; preferiva andare dall'altro capo della casa, nella camera che aveva il balcone sulla via. Nella buona stagione, su questo balcone, si intratteneva a lungo a parlare con Dirce, una bambina maggiore di un anno che abitava nella stessa casa e giocava sul balcone attiguo. Sotto, per la strada, c'era il via vai del traffico, il tram, le automobili, i pedoni.
La bimba chiacchierava molto: spesso indicava un passante, quasi sempre una donna, e improvvisava su questa persona una storia, inventata naturalmente, ma raccontata con tanta verosimiglianza da far rimanere Pippo incantato e alla fine sembrava che anche lei la credesse vera. Poi l'attenzione del bimbo cadeva, quasi sempre per il passaggio di qualche automobile o motocicletta più rumorose del solito: lui si accodava al volo a quel rombo per continuarlo con un'imitazione prodotta dalle labbra, che riusciva a fare vibrare con violenza mentre il viso gli diventava paonazzo. Il suono via via saliva di intensità fin che lei, stanca e infastidita, non gridava a sua volta per farlo tacere. Guidati sempre da Dirce i due bambini si avventuravano anche in altri discorsi: progetti fantastici per quando sarebbero stati grandi. Erano, quei loro incontri attraverso i rispettivi balconi, i soli che potevano avere perché entrambi raramente scendevano nel giardino della piazza: i genitori di Pippo non avevano mai tempo, presi com'erano dal lavoro, e Dirce aveva soltanto la madre che si guadagnava la vita confezionando abitini per bambole.
Andreino si alzava presto al mattino per portare avanti il lavoro. Era difficile far quadrare il bilancio: le commissioni non affluivano con regolarità. A volte gli sarebbero servite altre due lavoranti, in altri periodi gli erano di troppo anche le due che aveva. E il guadagno non compensava a sufficienza la fatica e i sacrifici. Pensava che sarebbe potuto entrare in uno stabilimento per la confezione in serie degli abiti: essendo sarto provetto probabilmente gli avrebbero affidato mansioni direttive in qualche reparto. Avrebbe potuto guadagnare bene. Ne parlava anche con la moglie e insieme fantasticavano su questo progetto, ma mai si decideva a interessarsi davvero della cosa, trattenuto forse istintivamente dal timore di un insuccesso. Quando, raramente, andava nella camera di suo padre e si sentiva avvolgere da quella penombra cupa e triste o investire dall'ondata nauseante degli odori, si riproponeva con fermezza di tentare di cambiar vita per andare in un'altra casa, per togliere suo padre da quella camera di fondo dov'era costretto a restare relegato. Ma poi, appena era uscito, la fermezza del proposito svaniva, allontanata dalle occupazioni del momento e dall'attenzione che il lavoro richiedeva, così il progetto si faceva vago.
Il bambino continuava a scorrazzare avanti e indietro per l'appartamento, gridava, faceva con le labbra l'imitazione di un motore. «Stai buono» gli diceva ogni tanto il padre, ma senza convinzione. Andreino pensava a questo suo figlio con grandi speranze. Chissà cosa avrebbe fatto nella vita, forse cose importanti, non per nulla parlava sempre di automobili e di moto, come se avesse già la tecnica nell'animo. Pensava che sarebbe forse diventato direttore di qualche fabbrica, avrebbe avuto una villa, una vita facile. Avrebbero cambiato casa, allora, fra venti, venticinque anni. Andreino pensava a se stesso: ora aveva trentotto anni, avrebbe potuto trascorrere una buona vecchiaia, con le comodità e le soddisfazioni che prima la vita gli aveva sempre negato. Pippo veniva, andava con la piccola bicicletta, scansando con abilità gli spigoli dei mobili. Ora tornava dalla camera che dava sulla strada; si fermò davanti al tavolo sul quale suo padre stava tagliando e si rivolse a lui: «Sai, babbo, che cosa faremo io e Dirce quando saremo grandi?» «Che cosa farete?» «Fabbricheremo tanti vestiti per le bambole, qui, in questa casa, perché quella di Dirce è troppo piccola». «E io e la mamma?» chiese con tono apprensivo suo padre. «Voi andrete nella camera di fondo, dove c'è il nonno».
Il bambino stava già nuovamente correndo. Andreino si sentì invadere da un senso di angoscia, capiva che c'era sopra di sé qualcosa di ineluttabile, sentiva che i suoi progetti erano tutti assurdi: il lavoro in una fabbrica di confezioni, il figlio personaggio importante dell'industria, la villa, la vita facile. Gli sembrò di sentire l'odore stomachevole che veniva dal cortile sul quale si affacciavano le finestre della cucina, quelle dei gabinetti e anche la finestra della camera di fondo del suo alloggio. Gli parve di essere di nuovo fanciullo, vicino a suo nonno che stava tutto proteso verso la finestra per godere la poca luce del cortile. Il ricordo delle immagini si mischiava al ricordo degli odori e su tutto pesava un senso di fatalità. Andreino si sforzava di distrarsi, ma non ci riusciva.




giovedì 7 gennaio 2016

Basta non sapere

Questi contatti settimanali con alcuni ex allievi gli danno forse l'illusione di avere fermato il tempo al periodo aureo della propria vita, quando insegnava latino e greco al liceo classico Carducci. Era il riveritissimo professor Aurelio Locci, stimato dai colleghi e amato dagli alunni perché da loro sapeva ottenere il massimo senza avere l'aria di usare imposizione: con la dolcezza, la tolleranza, il buon umore. Le sue grammatiche e le sue sintassi frequentemente viravano su improvvise facezie, sicché questo suo spirito allegro alleggeriva il peso delle cose dotte da digerire. Ha lasciato l'insegnamento da quindici mesi, nonostante non abbia ancora cinquant'anni, ma il momento del pensionamento gli era parso economicamente favorevole e ha fatto questa scelta. Gli sarebbe pesata molto la perdita del contatto con i giovani ma, grazie a una circostanza fortuita, questo rapporto diretto con gli ex allievi è rimasto. Erano passate appena tre settimane dalla sua uscita dall'insegnamento quando un pomeriggio, mentre era seduto in una saletta del Caffè Centrale, il locale più alla moda della cittadina, erano entrati quattro dei suoi studenti. Calorose strette di mano, grande soddisfazione da parte di tutti per l'incontro. I ragazzi si erano seduti al tavolino, Locci aveva offerto la consumazione, avevano chiacchierato, scherzato. Alla fine il professore aveva fatto una proposta: se voi e qualche altro vostro compagno avete voglia di incontrarmi, tenete presente che io a quest'ora sono sempre qui. Era un venerdì. Da allora tutti i venerdì, tra le sei e mezza e le sette e mezza di sera, due o tre tavolini del Caffè Centrale sono occupati dal professor Locci e da un gruppo di suoi ex allievi.
Naturalmente non parlano né di latino né di greco. A Locci piace filosofeggiare, ma lo fa con la sua solita arguzia, sa trovare sempre argomenti che tengono vivo l'interesse nel suo uditorio e così non c'è mai un venerdì vuoto, a volte i ragazzi sono cinque o sei, a volte una dozzina. Aperitivo per tutti, ovviamente offerto dal professore, e piacevole scandaglio di un argomento scelto a caso nell'ambito filosofico o del costume corrente, con grande soddisfazione sua e dei giovani. Il tema che Locci sta affrontando oggi è quello della conoscenza: non tanto la conoscenza delle cose scientifiche o comunque quelle che si apprendono con lo studio dei libri (va bene il latino e il greco che loro hanno affrontato fin qui e ancora stanno affrontando), ma la conoscenza degli eventi che riguardano lo stesso individuo e che possono essere avversi e procurargli contrarietà, dolore, angoscia a seconda della loro intensità e gravità. Meglio non sapere nulla, sostiene il professore.
Passa ad un esempio prendendo spunto da una notizia comparsa su un giornale. Un uomo improvvisamente dichiara di essere figlio illegittimo di John Kennedy, l'ormai mitico presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas, e della stella del cinema, altrettanto mitica, per la sua bellezza, Marilyn Monroe. «Ora» sostiene Locci, «questa notizia non porta nessuna conseguenza di qualche peso. Perché? Ma perchè sono morti Kennedy, la Monroe e Jacqueline che del presidente era moglie all'epoca in cui sarebbe nato questo figlio illegittimo. La notizia oggi può essere curiosa, suscitare un certo interesse nel pubblico che ha il ruolo di osservatore, ma non si ripercuote drammaticamente su nessuno perché i diretti interessati non ci sono più. Se invece la notizia avesse fatto la sua irruzione nei mezzi di informazione quando Kennedy era presidente, con gli occhi di tutto il mondo puntati su di lui, la risonanza sarebbe stata enorme. Cioè voglio dire che minore è il clamore che circonda un qualsiasi evento, maggiore è il suo svilimento: se è circondato dal silenzio è come se non esistesse. Ora trasferiamo, come ipotesi, la notizia di un figlio illegittimo su una coppia di semplici cittadini. In questa normalità cosa succede?»
I ragazzi sono attenti, incuriositi dalla strana tesi nella quale si è avventurato Locci. Riprende: «Succede che i rapporti tra marito e moglie si sconvolgono come investiti da un tempestoso fortunale. L'uomo indicato come padre, ammettendo che lo sia davvero, vede con sgomento svelato all'improvviso il suo segreto, sente tramutare la propria immagine di rettitudine in quella di abietto traditore e la moglie si infuria, piange, si dispera, assiste al crollo del mito che aveva creato intorno alla figura leale, onesta, esemplare del suo uomo. Sono entrambi tormentati dall'angoscia, non dormono la notte, litigano quasi in continuazione, basta una delle piccole normali contrarietà quotidiane perchè lei rovesci su di lui, a ripetizione quasi continua, la grande colpa di cui si è macchiato, incoronandola con le spine dei più cattivi epiteti, delle più penetranti offese. E se l'accusa è falsa, se l'uomo non è padre di nessun illegittimo, se non ha mai avuto alcuna relazione con la donna indicata, non meno sconvolgente sarà l'ambascia del suo animo perché dovrà far fronte a questa caterva di accuse infondate e di velenose invettive senza riuscire a convincere la moglie, diventata feroce parte avversa, della calunniosa menzogna».
Una domanda. «Professore, perché dice che è meglio non sapere niente? Come è possibile?»
«Vi ho fatto l'esempio di Kennedy, della Monroe e di Jacqueline: l'annuncio di una presunta illegittima paternità dell'ex presidente non suscita più nulla perchè loro non ci sono più e non succede nient'altro, non cade il mondo, il presunto figlio rimane tale e tutto si mette a tacere. Esattamente questo succederebbe se i nostri due comunissimi cittadini, viventi, non dessero segno di avere recepito la notizia. Dovrebbero assolutamente ignorarla, "non saperla", "non averla mai appresa": in altre parole "basta non sapere" per annullare il problema. Cosa certamente non facile perché si tratta di comandare ai propri sentimenti, soffocare gli istinti, riuscire a mantenere saldi gli equilibri esistenti tra gli interessati. Di fronte a questa apparente insensibilità dei protagonisti chiamati in causa, i commenti, le reazioni esterne si smorzano, non hanno materiale da ardere, tutto finisce».
Il professore tace e tacciono anche i giovani. Sono perplessi, non sembrano molto convinti di questo asserto. Poi uno prova ad obiettare: «Soffocare dentro di sé, o meglio annullare questa conoscenza che se palesata creerebbe disagio o dolore non può causare, alla fine, un più grave trauma psicologico?»
«L'opposizione totale, il rifiuto di questo sconvolgimento comporta senza dubbio uno sforzo che richiede animo molto saldo, ma il premio è grande: si tratta di far proseguire, immutata, la situazione di pace che esisteva un attimo prima dell'avvenuto contatto con la conoscenza dell'evento perturbatore».
«E se io alla fine dell'anno scolastico sarò bocciato, dovrò allegramente far conto di essere stato promosso?»
«No: dovrai semplicemente prendere la bocciatura come una fortunata possibilità di ripercorrere il cammino dell'anno passato con un maggiore impegno».
«Questa è rassegnazione».
«No, la rassegnazione è passiva, io sto parlando di un modo attivo di affrontare l'evento negativo, come se fosse una buona occasione, da vivere felicemente».
Un ragazzo con gli occhiali e il volto macchiato dalle efelidi solleva una mano.
«Dimmi Merlotti».
«E se la mia ragazza mi pianta per andare con un altro?»
«Benissimo, ti libera dall'impegno di dover convivere con una fedifraga. Sarai così più lieto di prima per la libertà e lo scampato pericolo>>.
Gli amici ridono. «Fortunato tu», commenta uno, ma lui ribatte:
«E se io continuo ad amarla?»
«Ma come?» si sorprende Locci, «Non sai proprio comandare ai tuoi istinti? Grave!» Aggiunge: «Vedi, il problema è questo: bisogna sempre regolare le proprie azioni non sulla passione, ma sulla ragione, sapersi mettere al di sopra degli accidenti che può provocare la vita e, anche questo è importante, al di sopra delle opinioni della gente. In altre parole, si deve saper conservare la tranquillità dello spirito sia quando la fortuna è favorevole, sia quando è avversa».

Arriva il titolare del Caffè, si rivolge a Locci: «Professore, la cercano al telefono». Locci lo guarda meravigliato, mormora: «Ma chi può essere che mi cerca qui?»
«È un condomino del palazzo dove abita lei».
«Un condomino? È mai possibile che mi telefoni mentre sono al Caffè Centrale?» Si alza visibilmente preoccupato e si avvia alla cabina. I giovani lo seguono e lo vedono poi, oltre i vetri, mentre sta parlando. A un tratto si porta la mano libera alla testa con un gesto rapido, poi se la tiene sulla fronte. E' un segno evidente di grande preoccupazione. La telefonata continua ancora per un paio di minuti poi il professore riattacca, esce, si dirige a grandi passi al tavolo. Si lascia cadere sulla sedia. E' pallido, sembra che faccia fatica a respirare, si passa ancora la mano alla fronte, come aveva fatto in cabina.
«Dio, cosa càpita!» mormora.
I ragazzi lo guardano allibiti, si chiedono che cosa sarà successo. Il professor Locci emette un lungo sospiro, poi dice tutto d'un fiato, sforzandosi di vincere l'afflizione: «La mia domestica, che era sola in casa, è uscita lasciando aperto un rubinetto in bagno, la casa si è allagata e l'acqua scende al piano di sotto. Dio mio, adesso devo correre, come farò?» Si guarda intorno con occhio smarrito, forse cerca il cameriere per pagare. Uno dei ragazzi, lo tranquillizza:
«Professore, al cameriere pensiamo noi, corra, corra».
Si alza: «Grazie, grazie», vorrebbe stringere le mani, ma non sa da che parte incominciare, anche perché si avvede che la mano destra gli trema. Fa un cenno di saluto, per tutti. «Ciao, ciao, vado, vado». Esce un po' barcollando.


martedì 29 dicembre 2015

Belgàsem ben Alì

In quei tempi ero soldato e mi trovavo a El A., in Cirenaica, a causa della guerra. Ero sempre solo. Vivevo su un furgone rimorchio sul quale era installata una stazione radiotrasmittente che era mio compito mantenere in funzione. Ero accampato a circa un chilometro dal comando. In quei paraggi c’erano alcune zeribe arabe e molti ragazzi; per far passare il tempo incominciai a parlare qualche volta con gli arabetti. Tra loro c’era anche Belgàsem ben Alì; era il più intelligente di tutti e anche il più simpatico, nonostante la sua bruttezza veramente eccezionale e le sue continue richieste di sigarette.
Un giorno gli proposi di rimanere con me a lavorare. Mi avrebbe tenuto in ordine il furgone, mi sarebbe andato a prendere da mangiare alle cucine del comando e io gli avrei dato cinque sigarette al giorno e parte della mia razione di rancio. Belgàsem accettò: volle immediatamente un anticipo di dieci sigarette e si mise ad abballinare la mia cuccetta. Poi mi andò a prendere il rancio, si trovò un barattolo per metterci la sua parte e mangiò con me.
Passarono così i giorni. Belgàsem veniva al carro di buon mattino e se ne andava solamente quando era buio. Faceva ogni cosa con cura senza che io dovessi ricordargliela. Quando non aveva niente da fare, ci mettevamo a chiacchierare. Parlavamo molto io e Belgàsem, lui specialmente era molto loquace. A volte, nel suo italiano un po’ stentato, mi parlava della sua famiglia. Diceva che suo padre aveva due mogli nella zeriba, una, vecchia, che era sua madre, e l’altra giovane, arrivata da poco.
Oppure mi parlava dei funerali musulmani, dei pianti che la gente andava a fare dietro compenso nella casa del morto, e delle tombe dei santoni, che chiamava marabùt. Quando Belgàsem toccava l’argomento dei marabùt diventava triste e si commuoveva fin quasi al pianto; ciononostante ne parlava spesso. Mi spiegava che le tombe dei santoni si distinguevano dalle altre per una piccola bandiera piantata sul cumulo di sabbia, fatta con uno straccio bianco e uno stecco, e mi raccontava dell’usanza di portarvi dei cibi in determinate ricorrenze. Io ne ridevo: gli dicevo che era una cosa stupida portare da mangiare nei cimiteri, perché i cibi sarebbero stati mangiati dai cani e non dal marabùt.. Ma Belgàsem replicava che nei cani potevano esserci le anime dei santoni.
Spesso voleva che gli parlassi delle città italiane. Teneva sempre tra le mani una vecchia cartolina che gli avevo regalata e che raffigurava un veduta notturna di una piazza di Roma illuminata a giorno. «Parlami delle luci – diceva – parlami delle luci». «Guarda la cartolina – gli rispondevo – lì c’è tutto». Ma lui non si accontentava. Voleva che gli raccontassi tante altre cose sulle luci delle strade e mi stava ad ascoltare abbandonando a se stesso il grosso labbro inferiore, che gli ricadeva penzoloni.
Dopo circa due mesi che Belgàsem era con me, ricevetti l’ordine di partire per l’interno, nell’oasi di G. Quando Belgàsem lo seppe, si accoccolò a terra e si mise a piangere. Poi si alzò risoluto e disse che sarebbe venuto con me. Gli feci osservare che era una cosa impossibile perché lui doveva rimanere nella zeriba assieme ai suoi genitori; ma non volle sentire ragioni. Mi indicò il pavimento del carro e disse che avrebbe dormito lì; poi corse a casa ad avvertire i suoi e tornò poco dopo ansimante e felice con il permesso di partire.
Il carro sobbalzò per quasi tre giorni sulla pista del deserto e finalmente arrivammo a G. Era una piccola oasi con un migliaio di palme, alcune sorgenti d’acqua e un fortino. Il mio carro venne trainato a circa quattro chilometri dal presidio, in pieno deserto. Lì mi accampai, stesi il cavo di collegamento con il fortino, alzai l’antenna e incominciai il servizio.
I giorni passavano monotoni, esasperanti. Faceva un caldo enorme in quel furgone e, a volte, quando s’alzava il ghibli, pareva quasi di non poter respirare. Ogni settimana veniva l’autobotte a rifornirci d’acqua e due volte al giorno Belgàsem andava al fortino a prendere il rancio. Era sempre del solito umore, Belgàsem. Quella vita, più che annoiarlo, lo divertiva. Quando parlava della sua zeriba non dimostrava affatto di sentirne nostalgia. Io gli chiedevo se non gli sembrasse strano stare là in mezzo, ma lui rispondeva sempre di no. Mi ripeteva: «Parlami delle luci» e mentre mi ascoltava teneva in mano la vecchia cartolina. Quando veniva la sera ci mettevamo a fumare seduti contro una ruota del carro e guardavamo in direzione dell’oasi, ma non si vedeva niente perché c’erano davanti alte dune. A notte, prima di addormentarci, continuavamo a parlare fino a tardi. Erano quasi sempre i soliti discorsi che facevamo: Belgàsem, appena poteva, parlava delle bandierine, delle tombe del marabùt e del cibo che veniva portato ai morti. Una sera mi disse che gli sarebbe piaciuto diventare un santone per avere da mangiare anche dopo morto.
Un giorno – erano quasi tre mesi che eravamo a G. – mi telefonarono dal fortino avvertendomi di prepararmi per la partenza perché una grossa colonna inglese stava puntando sul presidio e bisognava ritirarsi. Aggiunsero che quanto prima sarebbero venuti con un autocarro per agganciare il rimorchio e portarlo via. Allora ritirai il cavo telefonico, smontai l’antenna ed aspettai. Venne la notte, poi tornò il giorno senza che nessuno fosse venuto a rimorchiarmi.
Verso mezzogiorno, come al solito, mandai Belgàsem a prendere il rancio. Ritornò molto tardi; aveva i gamellini pieni di una strana e insolita pappa bianca e, nella bisaccia, delle gallette di un formato più piccolo del consueto. Come se fosse la cosa più naturale del mondo, Belgàsem disse: «Nel fortino ci sono gli inglesi; ho detto che avevo fame e mi hanno dato da mangiare».
Mi misi a sedere di peso e pensai che ormai era finita. Belgàsem mangiando disse che la roba era buona e che sarebbe tornato a prenderne anche il giorno dopo. Io non parlavo; lo guardavo, era sereno e calmo come sempre. Pensavo che mi avrebbero fatto prigioniero, che non l’avrei più visto, che non gli avrei mai più parlato delle luci. Avevo una gran voglia di piangere. L’indomani Balgàsem ritornò al fortino e ancora riportò il rancio. Questo si ripeté per una settimana; io tiravo avanti così, senza decidermi a costituirmi. Poi, un mattino, quando mi alzai, trovai il ragazzo sveglio: al suo fianco, nel carro, c’erano una cassetta di scatolette di carne e una stagna d’acqua. Senza guardarmi in viso, Belgàsem disse: «Questa notte sono andato a rubare questa roba per il viaggio perché ho voglia di ritornare a casa a vedere le bandierine sulle tombe dei marabùt; adesso possiamo andar via».
Io non seppi dir nulla; mi legai alle spalle la stagna e la cassetta e partimmo in direzione nord. Avevamo davanti a noi quasi trecento chilometri di deserto. Camminammo per giorni e giorni. I piedi affondavano nella sabbia e l’acqua diventava bollente sulle spalle. Di notte ci gettavamo sfiniti a terra, mangiavamo un po’ di carne e dormivamo qualche ora; poi, ancor prima che s’alzasse il sole, riprendevamo il cammino. Belgàsem non diceva mai d’essere stanco. Ogni tanto rompeva i lunghi silenzi pregandomi di parlare delle città e delle luci che le illuminavano di notte. Io parlavo, parlavo e guardavo davanti a me, verso il nord. Ormai dovevano restare ancora poche ore di cammino, poi avremmo raggiunto la strada litoranea e saremmo stati salvi.
Ma all’improvviso Belgàsem disse che si sentiva male e si fermò. Io lo guardai in faccia e mi accorsi che sulla pelle aveva delle piccole eruzioni rosse. Gli posai una mano sulla fronte e sentii che scottava. Allora, per la prima volta da quand’ero in guerra, mi prese la paura; una paura violenta che mi faceva tremare le gambe. Cercai di dire a me stesso e a lui che non era niente, ma non riuscivo a staccare gli occhi da quei punti rossi che Belgàsem aveva sulla faccia. Pensavo: adesso mi muore qui in mezzo e io non posso far niente per salvarlo, non posso far niente. Belgàsem si passò una mano davanti agli occhi e cadde di schianto sulla sabbia. Aveva perduto conoscenza. A tratti era percorso da brividi e batteva i denti. Io gli passavo un fazzoletto bagnato sulle labbra e gli facevo ombra con il mio corpo. Quando fu notte, col fresco, riprese i sensi. Aveva sempre la febbre altissima. Provai ad alzarlo, ma non si reggeva in piedi. Allora abbandonai l’acqua e le scatolette e lo caricai sulle mie spalle.
Continuai il cammino così. Ogni tanto mi fermavo per assestare il suo corpo rilassato e cascante, poi riprendevo a camminare. Sentivo che le mie forze a poco a poco se ne andavano, ma volevo assolutamente arrivare sulla strada.
Ci arrivammo all’alba; ero sfinito. Belgàsem vaneggiava, parlava in arabo e io non capivo che cosa dicesse. Passò un camion dei nostri che andava verso El A. Vi caricai il ragazzo e un’ora dopo eravamo alla sua zeriba. Andai al comando, trovai un medico e lo accompagnai da Belgàsem. Ma non c’era più niente da fare: si trattava di tifo esantematico. Il medico mi costrinse a venir via per evitare il contagio. Belgàsem morì nel pomeriggio.
Quando fu sera mi avvicinai, non visto, alla zeriba. Si udivano i pianti della gente che era andata a piangere dietro compenso. Mi sedetti sotto una palma e pensai alle luci delle nostre città; non ero capace di pensare ad altro.
Il giorno dopo fecero i funerali. Quando la gente lasciò il cimitero andai sulla tomba di Belgàsem e piantai nella sabbia una piccola bandiera fatta con uno stecco e uno straccio bianco. E per tutto il tempo che rimasi presso il comando di El A. portai, di notte, parte del mio rancio sulla sua tomba.
C’erano sempre dei cani nel cimitero e il rancio lo mangiavano loro. Ma nei cani poteva esserci l’anima di Belgàsem ben Alì.