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domenica 14 febbraio 2016

L'uomo a cavallo

La prima volta fu all’incrocio di Sant’Egidio. Ero fermo al semaforo, in attesa del verde. Solo nell’auto, anzi, no: alle mie spalle, sul sedile posteriore, c’era Jolly, il mio cane. Al momento di partire, non appena avevo aperto lo sportello era balzato dentro e io non avevo avuto animo di farlo scendere; da qualche tempo gli era venuta la smania del giretto in macchina, gli piaceva talmente che quando lo accettavo a bordo si sdilinquiva in squittii di gioia e nei primi minuti tentava anche di darmi i bacini di ringraziamento dietro l’orecchio, se non lo tenevo lontano con la mano. Così ogni tanto lo portavo con me. Ero lì soprappensiero, incantato a guardare le nuvolette dei fiati dei pedoni che attraversavano. Per terra c’era ghiaccio e tutti camminavano lentamente, facendo attenzione ai loro passi. D’un tratto il mio occhio fu attratto dal gesto brusco di un uomo che sul passaggio pedonale stava per cadere. Si sbilanciò su un fianco, alzò il braccio opposto, ondeggiò e poi si ricompose: tutto in due o tre secondi, poi proseguì. Era Mirco, mio fratello. Un’emozione violenta, una vampata di calore alla testa: avrei voluto poter scendere, corrergli al fianco, ma non potevo abbandonare l’auto lì in mezzo e il semaforo continuava a rimanere rosso; a Sant’Egidio il rosso è sempre lunghissimo e in quella circostanza mi parve proprio interminabile. Vidi mio fratello scomparire nel flusso dei passanti sul marciapiede, diretti verso il fiume; oltre tutto da quella parte c’era il divieto di svolta. Al verde ripartii, detti un’ultima occhiata ma Mirco non lo vidi più. Avevo una grande agitazione. Cento metri più avanti, in un parcheggio, mi infilai in un posto libero. Spensi il motore. Mio fratello qui, in città, nella mia città, a cento chilometri dalla sua, senza che mi avesse avvertito; ma com’era possibile? Mi sentivo sconvolto; le mani, posate sul volante, mi tremavano. Era come se mi si aprisse davanti agli occhi uno squarcio nero, un buio di vuoto e di mistero. Mio fratello era qui per un motivo che mi taceva, dunque una sua trama nascosta. Ci eravamo parlati la sera prima per telefono e non mi aveva detto niente, quindi proprio un segreto. E se c’era oggi, chissà quante altre volte c’era stato senza che mi informasse. Incredibile. Al telefono ci parlavamo almeno due volte alla settimana, lunghe chiacchierate per dirci tutte le notizie, anche minime, delle nostre vite. Così da anni, da quando io mi ero sposato e mi ero trasferito per il mio nuovo lavoro e lui era rimasto con la mamma e il babbo. Morti loro, dopo qualche mese di solitudine si era deciso a concludere con il matrimonio il fidanzamento quasi decennale con Ornella la quale, mi aveva poi confidato, credeva ormai che sarebbe rimasta zitella.
In quel parcheggio, con Jolly che nella sosta era passato sul sedile anteriore del passeggero e mi guardava interrogativamente perché ci eravamo fermati, rimasi almeno per mezz’ora a rimuginare sulla immagine dell’uomo che era scivolato sul ghiaccio e sui possibili motivi della sua presenza nella mia città. Che quell’uomo fosse mio fratello non avevo dubbi: lo avevo visto con chiarezza anche in viso. Sul perché lui era lì non riuscivo proprio a focalizzare alcun ragionevole movente. Motivi di lavoro? No, aveva un impiego parastatale, non aveva alcun motivo di spostarsi dall’ufficio se non per passare in qualche stanza accanto. Una relazione extraconiugale? Nemmeno: era saldamente ancorato a sua moglie sia perché le voleva bene, sia perché tradirla avrebbe comportato dispendio di energie e impegno organizzativo: era un uomo tranquillo, un po’ indolente.
La sera, all’ora solita, dopo cena, telefonai. Se non mi avesse detto niente avrei avuto la prova del suo sotterfugio. E così fu, infatti. Discorsi soliti, le banalità quotidiane, niente resoconto d’un viaggio, niente esclamazione: “Sai, oggi sono venuto lì...” Adesso l’enigma si infittiva: il suo era un segreto solo nei miei confronti o anche in quelli di Ornella? L’avevo visto a metà della giornata e, dato che per colazione non andava a casa perché mangiava in mensa, avrebbe avuto tutto il tempo per arrivare qui, fermarsi magari un paio d’ore e poi fare ritorno, senza che lei lo sapesse.
«Marco, oggi avrei giurato che ti avevo visto» mi trovai a dire senza che l’avessi prima pensato e intanto mi avvidi di essermi lanciato in un discorso spinoso: lo interrogavo, stavo insinuando, lo accusavo? Ma mi rendevo anche conto che era importante sentire e analizzare la sua reazione. Tacqui e attesi. Ci fu un momento di silenzio. Poi disse, con voce un po’ incerta: «Cosa vuoi dire, in che senso mi avevi visto?» Dovevo spiegare, non potevo lasciare una frase simile sospesa per aria. «A un semaforo dove ero fermo ho visto uno che stava per cadere mentre attraversava la strada e sembravi proprio tu». «Già, tanti si assomigliano», disse, «io comunque non stavo per cadere, ero seduto alla mia scrivania». Poi subito cambiò discorso: «Te lo ricordi il tavolino del nonno, quello con l’intarsio della dama, ha l’impiallacciatura che si scolla...»
Quella notte tardai a prendere sonno. Il pensiero era fisso su questa vicenda. Provavo la sensazione della presenza di un muro di sbarramento oltre il quale non potevo procedere: restavo di qua impossibilitato ad andare avanti e di là c’era lui, Mirco, che prima era sempre stato un tutt’uno con me e adesso diventava estraneo, forse anche rivale. Ma che cosa tramava, che cosa era lui per me e che cosa ero io per lui? I giorni che seguirono furono diversi dai precedenti, mi sentivo in un cono d’ombra; anche se il pensiero e la tensione si erano un po’ attenuati, ero immerso in un offuscamento che mi rattristava e incupiva. Telefonai a mio fratello con maggiore frequenza, sperando di poter cogliere nelle consuete conversazioni qualche segnale che potesse farmi capire qualcosa, aprirmi uno squarcio nel buio. Una sera chiacchierai con Ornella, lui era andato a una riunione di condominio. «Ho voglia di vedervi» dissi, «perché una volta tanto non fate voi una gita fin qui?». «Figurati» disse lei, «con Mirco così pantofolaio com’è non si può programmare niente. Non muove mai neanche la macchina, che sta invecchiando senza nemmeno aver fatto il rodaggio. Vieni tu, che ci fai sempre piacere». No, Ornella certamente non sapeva nulla di ciò che lui poteva aver fatto quel giorno a cento chilometri da casa. Dovevo tenere per me l’enigma, ci avrei arzigogolato intorno con tormento d’animo e scarsa probabilità di riuscire a svelarlo.
Avevo la speranza che il mio almanaccare si sarebbe a poco a poco affievolito man mano che mi allontanavo da quell’episodio, ma un paio di settimane dopo, di primo pomeriggio, mentre stavo parlando per strada, fermo con un amico che non vedevo da tempo e che avevo incontrato un momento prima, vidi la faccia di Mirco passarmi veloce a meno di un metro. Era quasi appiccicata, frontalmente, al vetro del finestrino di un tram diretto a un capolinea collinare. Istintivamente feci un gesto con la mano come per fermarlo e aprii la bocca ma non mi venne alcuna parola. L’amico mi guardò meravigliato e si girò per capire che cosa mi avesse colpito. «Volevo salutare uno» dissi e subito tagliai corto, dovevo andare alla macchina, inseguire il tram. Purtroppo avevo parcheggiato lontano. Ansante e sudato, col cuore in tumulto, mi misi al volante e puntai verso la collina seguendo un percorso più breve della linea tranviaria. Arrivai un paio di minuti prima del tram. Ne scesero in molti, ma lui no, evidentemente era smontato ad una fermata intermedia. Mi sedetti in macchina e rimasi a lungo a cuocermi nella delusione e nelle solite intricate supposizioni.

Due incontri, questi, nel giro di una ventina di giorni. L’inizio. Quante altre volte ho visto mio fratello nella mia città e quante volte, parlandogli al telefono, sono stato tentato di dirgli “Insomma, mi dici come mai vieni qui e non mi avverti, non mi vieni a trovare? Che cosa mi nascondi?” Ma mai il mio pensiero si è realizzato con delle parole. Ogni mancato intervento era per me una sconfitta, mi sentivo un incapace, un soggiogato e mi chiedevo anche perché non avevo il coraggio di prendere in pugno la situazione, di pretendere di sapere. A malincuore mi davo la risposta: inconsciamente temevo che qualsiasi motivo mi avesse prospettato avrebbe turbato il nostro annoso, quieto andamento di relazione fraterna a distanza. In certi momenti cercavo di scrutare nel mio intimo e allora la risposta m’appariva più chiara: mi sentivo in colpa per avere, tanti anni prima, lasciato la nostra casa e lui solo con la mamma e il babbo, che già erano malandati in salute, unicamente pensando al mio interesse. Nessuno di loro aveva mai fatto alcuna insinuazione a questo proposito, ma io, senza dirmelo apertamente, mi ero caricato di una dose di responsabilità. In questo periodo parlavamo al telefono delle piccole cose quotidiane fingendo normalità mentre tra noi gravava un peso enorme, almeno così io sentivo e pensavo: il peso di un mistero per me, e per lui di un segreto.
Vedevo, o meglio scorgevo, Mirco con frequenza variabile, in certi periodi una o due volte al mese, in altri anche cinque o sei, e nelle circostanze più strane; sempre, comunque, di sfuggita, non incontrandolo faccia a faccia, un’eventualità questa che in certi momenti mi auguravo e in altri temevo, pensando di trovarmi impreparato ad affrontare la situazione: dipendeva dal mio umore. Certo, mio fratello era diventato per me un pensiero fisso: aspiravo a risolverne l’enigma come si può aspirare a vincere il primo premio di una grande lotteria, con la convinzione che sia cosa impossibile. Questo chiodo mentale mi accompagnava fino a quando, la sera, posavo la testa sul cuscino. E lì le fantasiose astruserie sconfinavano dal ragionamento al sonno trasformandosi in sfilacciature, frantumi di sogni; al risveglio li ricordavo appena per qualche minuto e subito dopo si disperdevano diventando inafferrabili. Ma una notte il sogno fu così chiaro e intenso che alla fine mi svegliai con il cuore in tumulto per l’emozione. Capivo che questa volta non lo avrei dimenticato, tuttavia, per maggiore sicurezza, mi alzai, presi foglio e matita e scrissi qualche appunto sulla traccia di quello che avevo vissuto. Mi sarebbe anche servito come testimonianza se mi fossero sorti dubbi.
Ero in auto e procedevo su un controviale rasentando il marciapiedi, lentamente, perché cercavo un certo negozio. Sul sedile posteriore avevo il cane. Improvvisamente davanti a me un braccio si protende e una mano è aperta come segnale di stop. Blocco la macchina, alzo gli occhi e vedo lui, Mirco: alto, elegante. Mi guarda ed esclama il mio nome come se fosse sorpreso di vedermi lì. Il mio primo istinto è quello di dirgli che sono io che devo essere meravigliato di vedere lui nella mia città senza essere stato preavvertito. Ma sta aprendo lo sportello per salire e una valanga di sensazioni mi sommerge, la più intensa è il timore che Jolly, geloso dell’intimità della sua automobile, tenti di aggredirlo; e allora lo cerco alle mie spalle con la mano, afferro il collare, lo chiamo con voce rassicurante per tranquillizzarlo. Lo guardo, è calmo, come se conoscesse l’ospite o come se non fosse salito nessuno. Meno male, il problema cane è superato, adesso devo affrontare la piena dei miei sentimenti, dire a Mirco rabbia e amore, chiedergli perché, perché e ancora perché. Metto in fila le parole sforzandomi di essere calmo e intanto lo fisso: guarda davanti a sé, la strada, è come se fosse solo, come se non mi avesse nemmeno visto; eppure un momento fa ha pronunciato con vigore il mio nome. Lo sento freddo, distante, e allora tutto il mio dire si spegne, le parole muoiono soffocate in gola dal groppo che sale. Lo guardo in silenzio e incomincio a piangere, a dirotto. Nemmeno si volta e tace, continua a tacere. Jolly è allarmato per il mio singhiozzare, si mette a gemere e mi bacia dietro un orecchio; lo capisco, vuole farmi coraggio. Adesso Mirco pone la mano alla maniglia, apre lo sportello e scende, sempre in silenzio, senza dirmi nemmeno ciao. Io lo chiamo per fermarlo e intanto mi sveglio, in tempo per sentire la mia voce che pronuncia il suo nome.
Quel sogno non lo avrei dimenticato neanche senza gli appunti. Mi era rimasto talmente impresso che per molti giorni lo rivivevo di continuo, con la fantasia movimentavo la scena, immaginavo di essere riuscito a parlargli, gli chiedevo ragione di tutti quei perché che sognando avevo in animo di dire senza riuscire ad aprire bocca. Entravo tanto in quell’atmosfera dentro l’auto con noi due e Jolly che si struggeva per il mio pianto che a tratti mi pareva che l’evento fosse davvero accaduto. Allora prendevo in mano il foglio con gli appunti per convincermi che Mirco non era affatto salito sulla mia auto. Poi entrai in un periodo di relativa tranquillità: pensavo un po’ meno alla storia di mio fratello e quand’ero in giro per la strada il mio occhio non s’accaniva più a gettare occhiate panoramiche tutt’attorno per vedere se scoprivo la sua figura. L’ossessione si placava e me ne rendevo conto con sollievo. Ormai mi stavo assuefacendo all’idea che tra noi c’era questo qualcosa misterioso che lui faceva, o meglio tramava, e che io non dovevo conoscere. Mi rassegnavo; forse, pensavo, non merito di sapere perché non ne sono degno, probabilmente a causa del mio lontano abbandono della nostra famiglia.

Un giorno – di pomeriggio; era autunno e io, a piedi, mi ero fermato in un viale ad ammirare le foglie che il vento faceva danzare come per gioco a mezz’aria – lo vidi. Era a cavallo. Si direbbe, incredibile. E invece no, era proprio lui, su un cavallo morello. Un gruppetto di cinque cavalieri avanzava al passo sul sentiero tra il filare degli ippocastani e la siepe che delimita un piccolo parco giochi. È un percorso ogni tanto frequentato dai soci di un club di equitazione che è ai margini della città. Non lo sapevo, me lo disse un vecchio che pure si era fermato ed evidentemente si meravigliava di vedermi fissare la scena con gli occhi sbarrati. «Di tanto in tanto càpitano, vengono dall’Ippica del Ronchetto, e a volte qualche cavallo si spaventa per le automobili che passano come fulmini» aveva commentato. Ma io non ero stupito perché lì c’erano degli uomini a cavallo, ero come imbambolato perché uno di quegli uomini era lui, mio fratello. Anch’egli in tenuta da cavallerizzo come gli altri, che erano tre uomini e un’amazzone. Mirco era il più anziano, stava ritto impettito, con lo sguardo fisso, e montava con eleganza, in modo armonioso, almeno così mi pareva. Io e il vecchio eravamo dalla parte opposta del viale e tra noi e il gruppo sfrecciavano le macchine. Immobile, solo girando lentamente la testa per seguire il passaggio dei cavalli, non mi venne fatto di gridare il nome di Mirco, non ci pensai proprio. Era come se vedessi qualcuno o qualcosa di irraggiungibile, sebbene in qualche modo mi appartenesse o mi avesse appartenuto. Ormai i cavalieri si stavano allontanando e io continuavo a guardarli. In quel momento mi affiorò un vago ricordo: io, bambino, avevo sentito dire che Mirco andava a cavallo. Lui era un ragazzo, maggiore di me di otto anni; comunque non lo avevo mai visto cavalcare; e poi aveva smesso presto perché, mi pare, spaventato dalla brutta caduta di un suo compagno. Adesso mi chiedevo se poteva mai esserci qualche relazione tra quel breve lontanissimo rapporto di Mirco con le cavalcate e la sua presenza nella mia città, dopo decine e decine d’anni, a spasso col cavallo, come se fosse a cento metri da casa sua.
L’incontro sul viale di ippocastani mi annullò di colpo quella rassegnazione che avevo conquistato negli ultimi tempi: Mirco tornò al centro dei miei pensieri, ripresi a telefonargli con frequenza, sempre con la speranza di scoprire nelle sue parole qualcosa che lo tradisse, che mettesse allo scoperto il suo doppio, il Mirco segreto che veniva nascostamente nella mia città per cavalcare o per fare chissà quali altre astruse cose. Ma era sempre ben vigile, chiacchierava con la massima naturalezza e io sentivo che non avrei mai potuto chiedergli di svelarmi quello che mi nascondeva. Tra me e lui c’era un abisso che con quelle domande avrei dovuto superare d’un balzo. Dovevo per forza adattarmi alla mia sudditanza psicologica, alla mia inferiorità, alla sola speranza, se sperare era possibile, di vedere svelato l’enigma per una qualche circostanza fortunata. Dopo quel giorno andai ancora qualche volta, appena mi fu possibile, lungo quel viale, ma non incontrai più i cavalieri. Poi venne l’inverno.

Quello che era un modesto parco giochi lungo il viale degli ippocastani è irriconoscibile: le altalene, i tralicci a scacchiera, gli scivoli sono stati rinnovati e aumentati di numero, ma soprattutto oltre a questi è stato creato un parco vero con tante piante, aiuole, stradine. Tutto questo su una vasta area, una volta occupata da uno stabilimento per la riparazione delle carrozze ferroviarie che è stato eliminato. Ci sono anche dei laghetti e delle piazzuole di cemento sulle quali corrono i ragazzi coi pattini a rotelle. E le stradine per il passeggio sono fiancheggiate da molte panchine. Ai lati del viale, tra gli ippocastani e la siepe, c’è ancora il sentiero sul quale una volta vidi passare Mirco a cavallo insieme con altri quattro cavalieri. Qualche cavaliere passa ancora, di tanto in tanto, ma Mirco non l’ho più visto. E vengo spesso, quando la stagione lo permette; adesso che è estate sono qui quasi tutti i giorni. Vengo con l’autobus perché non ho più l’auto: mi scadeva la patente e quando sono andato alla visita medica mi hanno respinto, per la cataratta: avevo sbagliato a leggere una lettera in un cartello. Ma va bene anche l’autobus, tanto sono solo, Jolly non c’è più, era vecchio e se ne è andato. Di solito mi siedo su una panchina vicino alla siepe e di qui posso tenere d’occhio il sentiero degli ippocastani.
Ho fatto amicizia con altri vecchi e anche con dei ragazzi. Coi vecchi parliamo, ci raccontiamo delle nostre vicende, di quando eravamo giovani, in buona salute e facevamo la nostra vita. Mi è capitato di raccontare di mio fratello e dell’ultima volta che lo vidi, ormai tanto tempo fa, venire avanti in sella al cavallo. Se qualcuno vede dei cavalieri prima di me mi avverte subito perché possa controllare se c’è anche lui. Ma non c’è mai. Da molto non riesco nemmeno a parlare col telefono né con lui né con Ornella. Faccio il numero e mi dicono che non c’è nessun Mirco e nessuna Ornella. L’altro giorno una donna mi ha risposto sgarbata: «Ma la vuole smettere di fare questo numero, la vuol capire sì o no che da due anni qui c’è una lavanderia e non una abitazione?». Non so come mai mi rispondano così, quello era il numero di Mirco. Parlavamo del più e del meno, non mi diceva niente dei suoi viaggi fin qui, ma mi faceva piacere scambiare un po’ di parole con lui.
Vedo venire verso di me sui pattini un ragazzino alto, biondo, è Sandro, siamo diventati amici. Una volta era caduto proprio davanti alla mia panchina, sanguinava a un ginocchio e si era fermato a fasciarselo con il fazzoletto. Avevamo chiacchierato un bel po’ e da allora ogni tanto mi viene a salutare. Quando arriva le prime parole sono sempre per la stessa domanda: «E l’uomo a cavallo l’ha rivisto?»


giovedì 20 agosto 2015

Un balzo e si vola

Non di rado i miei sogni sono di tipo angoscioso. Uno che si ripete è quello dell’impossibilità di trasmettere un articolo al giornale che lo sta aspettando. Ho fatto l’inviato per decine d’anni e svolto alcune migliaia di servizi fuori sede, cioè sono andato sul posto, anche con viaggi lunghi centinaia di chilometri, ho raccolto le informazioni necessarie, ho scritto e poi ho trasmesso al giornale il testo via telefono dettando agli stenografi o servendomi del computer e del modem. Tutto nello stesso giorno, con tempestività, senza perdere un minuto. Non ho mai avuto problemi, nessun servizio è mancato e nemmeno giunto in ritardo per mia colpa. Certo, sapevo che con il poco tempo di cui disponevo lavoravo sul filo del rasoio: sarebbe bastata l’interruzione di una linea telefonica o un guasto all’auto che mi bloccava in una località isolata per farmi mancare il servizio. Lo sapevo ma non ne avevo turbamenti: una consapevolezza che mi lasciava indifferente; o per lo meno di questo ero convinto.
Da quando non lavoro più - ormai oltre venti anni - di tanto in tanto vivo in sogno un dramma per l’impossibilità di trasmettere il servizio già pronto. Solitamente c’è di mezzo il telefono: lunghe code di persone che mi precedono davanti all’unico apparecchio, oppure la linea che non si prende, il disco combinatore che si inceppa, la voce che va e viene, lo stenografo che ripete "non sento, non sento" o il computer centrale del giornale che non accetta il collegamento del modem. A volte non posso nemmeno scrivere, bloccato da un susseguirsi continuo di circostanze che non mi consentono di tradurre in articolo gli appunti.
Un altro sogno che si ripete è quello dell’automobile che non trovo più: vado in giro di parcheggio in parcheggio con angoscia crescente perché ho molta fretta, c’è chi mi aspetta oppure sono in ritardo con il lavoro; e mi struggo nel cercare di ricordare dove l’ho lasciata, senza riuscirci. Tutti ripartono con la loro automobile, solo io non ritrovo la mia.
Ancora. Sono lontano da casa ed è da tanto che non do mie notizie, vorrei telefonare ma non posso e sento crescere un senso di colpa. La casa non è la mia ultima, quella della mia famiglia nella quale ho trascorso la maggior parte della vita, ma quella della fanciullezza e giovinezza, che lasciai per sposarmi e per andare a vivere con mia moglie e mia suocera. E infatti la sensazione di rimorso è nei confronti dei miei genitori, soprattutto mia madre. Assieme all’angustia c’è un presentimento della gioia e dell’emozione che proverò nel momento in cui potrò mettermi in contatto con loro.

Fortunatamente qualche sogno è piacevole. Uno che ritorna di tanto in tanto è quello del volo. Un volo mio, del mio corpo, non con l’aereo o l’elicottero. Non so come lo spicco, se con un balzo da terra o lanciandomi dall’alto: mi trovo già sollevato a media altezza, poco al di sopra di chi cammina, e le mie braccia, come grandi ali, si aprono e si richiudono contemporaneamente in due ampi semicerchi. Il nuoto aereo mi fa avanzare rapido e io mi sento leggero ed elegante, pervaso da una contentezza sconfinata; sono anche sorpreso per l’evento che sento miracoloso ma al tempo stesso come una cosa naturale.

mercoledì 5 agosto 2015

L'anguria

Una giornata molto piena, su e giù per paesi dell'Emilia a visitare sportelli bancari, a discutere con i direttori dei problemi che la banca deve affrontare in tempo di crisi. Ma il suo incarico ispettivo è di soddisfazione; e altro piacere gli viene dal poter viaggiare su questa automobile veramente confortevole. Era da tempo che ne desiderava una con il condizionatore. Adesso ce l'ha e può constatare che il caldo, mentre guida, non è più un problema. Siamo nel pieno d'agosto: se avesse viaggiato con la vettura che aveva prima, oggi avrebbe bagnato le classiche sette camicie e invece è fresco e riposato, per nulla preoccupato di dover affrontare, adesso che è sera, tanti altri chilometri per attraversare l'Appennino. L'ha da appena un mese questa auto: è di seconda mano, con un anno di vita e cinquantamila chilometri. Sembrano tanti, ma per una vettura di questo tipo, tedesca e di gran marca, non sono nulla. Con questi motori, dice chi se ne intende, si possono fare anche trecentomila chilometri prima di revisionarli.
È venerdì, inizio del fine settimana. Il viaggio che il dott. Sisto Verzuoli sta per affrontare come appendice al lavoro della giornata è motivo di ulteriore soddisfazione perché lo porterà sulla spiaggia della Versilia dove sono in vacanza sua moglie e i due bambini. Godrà di due giorni di intensa, lieta partecipazione alla vita familiare, per poi riprendere servizio in attesa delle ferie che gli toccheranno in settembre. Il percorso che sta affrontando è per lui di particolare interesse. Sul primo tratto appenninico, da Maranello all'Abetone, lo aveva portato in gita molti anni fa, quando era ancora ragazzo, suo padre, desideroso di rivedere i luoghi dove aveva combattuto la guerra partigiana. Con l'inoltrarsi della sera il buio non gli consentirà di ammirare il paesaggio, ma gli fa piacere ugualmente sapere che su questo territorio il suo caro papà - che purtroppo non c'è più, morto da un anno - aveva vissuto un periodo tra i più incisivi della sua vita, per i pericoli, le paure e le speranze.
Ora, con la pianura ormai alle spalle, la strada incomincia a salire e la collina presenta le sue quinte successive che sfumano nella bruma. Qua e là si vedono le chiazze bianche dei calanchi, avvallamenti classici di questa zona di terra argillosa che, corrosa dalla pioggia e dal vento, si denuda di ogni vegetazione offrendo alla vista dirupi scoscesi e rugosi. Verzuoli è attento alla strada ma riesce anche a dare rapide occhiate al paesaggio; può rallegrarsi constatando che il buio della notte non avanza, contrastato dalla luminosità della luna che è alta e piena. Benissimo: proprio un viaggio di grande piacevolezza. Tra l'altro c'è un traffico scarso, lui può ammirare la suggestiva scenografia che lo circonda e anche ripensare ai racconti che gli aveva fatto suo padre durante quella lontana gita. Una notte, mentre in pattuglia attraversavano la statale per passare da una vallata a un'altra, erano stati sorpresi dai fari di un camion sbucato da una curva. Era carico di soldati tedeschi, che avevano incominciato a sparare prima ancora che l'automezzo si arrestasse. I partigiani si erano sparsi alla ricerca di ripari da dove avevano risposto al fuoco; lo scontro era durato una ventina di minuti, poi i tedeschi erano ripartiti e da entrambe le parti non c'erano state perdite.
L'auto fila via liscia, silenziosa, il motore è dolce, sensibilissimo al lieve tocco sull'acceleratore. Ma poi, d'improvviso, che cosa succede? Un colpo secco, sotto il cofano, qualche secondo di sferragliamento e infine più nulla. Il motore s'è arrestato e anche la vettura, per la salita, si ferma in fretta. Accidenti, dice fra sé, esterrefatto, Verzuoli. Ripensa ai rumori uditi e gli sovviene che possa essersi rotta una catena. La catena della distribuzione? Se esiste: non lo sa, non se ne intende. Quello che sa è che è rimasto in panne. Infatti prova un po’ di volte a far girare il motorino d'avviamento ma il motore si rifiuta di ripartire. La tanto decantata vettura, eccezionale per la marca e la nazionalità, capace dei trecentomila chilometri, l'ha piantato in mezzo alla montagna, una terra che fino a qualche minuto fa gli era simpatica e cara e che adesso già vede come un odioso luogo di angustie. Che fare? Intanto bisogna sfruttare la strada in pendenza e lasciare andare un po' indietro l'auto per metterla al sicuro sullo spiazzo che poco prima aveva notato a lato della strada. Poi dovrà telefonare all'ACI, sempre che l'ACI a quest'ora faccia servizio, per chiedere l'intervento di un carro attrezzi. Ma dove trovare un telefono? Perché è senza cellulare: ha una carta ricaricabile, proprio oggi ha scoperto che malauguratamente gli è finito il credito e non ha avuto il tempo per provvedere.
Dunque, eccolo qui Sisto Verzuoli, all'inizio della notte, su una strada dell’Appennino, praticamente come nel deserto, di fianco a un'auto che non va più e con tanti chilometri ancora da fare. E il brutto è che non passa quasi nessuno; sembra impossibile, d'agosto, in epoca di vacanze. Arriva un motociclista, inutile fargli cenno; poi un'auto che lo illumina e lui alza una mano con gesto timido, con risultato nullo. In dieci minuti transitano sei vetture e un camion, tre in salita e quattro in discesa, ma dei conducenti non uno che risponda alla sua richiesta. È preoccupato. Bisogna decidersi: farà altri tentativi per cinque minuti, poi s'incamminerà in discesa per arrivare fino a Maranello che dista, forse, sei o sette chilometri.
E così, dopo altre vane richieste ad automobilisti frettolosi e insensibili, chiude l'auto e incomincia a scendere. Dopo pochi passi sente le prime gocce. Un lampo, poi il tuono. C’è la luna, bella, limpida, ma in giro si vedono anche nuvole nere, certamente è in arrivo un temporale, così dovrà anche bagnarsi: una sera proprio scalognata. Due minuti e poi vede arrivare un camioncino carico di rottami di ferro; si volta e prontamente alza il braccio, l’automezzo si ferma.
«Per favore» dice Verzuoli rivolgendosi al conducente, «potrebbe aiutarmi? Il mio cellulare non funziona e devo chiedere l'intervento di un carro attrezzi». Alla guida c'è un uomo magro, dalla faccia scavata, i capelli bianchi, ma forse ancora abbastanza giovane. Ascolta e tace, è come soprappensiero. Infine risponde: «Io non ho un cellulare. Stavo scendendo ma, visto che si sta mettendo a piovere, tutto sommato è meglio se cambio programma: torno a casa, e lei telefona dal mio fisso». Gli apre lo sportello di destra e lo fa salire. «Stavo andando a Maranello, nel giardino di un mio amico, un calzolaio, per mangiare con lui l’anguria che è lì tra i suoi piedi; invece la mangerò con mia moglie mentre lei telefona».
«È molto gentile, mi scuso per il disturbo».
«No, va bene così, non si preoccupi» dice l'uomo. E aggiunge: «Questo camioncino ha più anni lui dei rottami caricati nel cassone». Verzuoli cerca di sistemarsi sul sedile ma ha difficoltà a trovare il posto per i piedi. «Adesso giriamo e attacchiamo con calma la salita. Lei si metta l’anguria tra le gambe così la tiene ferma. Attento che c’è anche il coltello. Ah, si è già sistemato? Bene, allora andiamo».
Avvia il motore, partono in salita. Dice il ferravecchi: «È brutto rimanere a piedi in mezzo a una strada, lo so bene: questo mio vecchio trabiccolo mi ci ha lasciato più di una volta». Verzuoli ringrazia ancora, poi aggiunge: «Non è serata buona neanche per lei; sarebbe stato piacevole mangiare l'anguria nel fresco della sera con un amico».
La strada continua a salire, poi c'è un bel tratto pianeggiante e il motore dimostra di rallegrarsene schiarendo un po' il suo rombo roco. Ai lati della statale ogni tanto si incontra un gruppetto di case o una villa isolata.
«Tra poco arriviamo. Vede sulla destra quella chiazza chiara del calanco? La mia casa è là sotto. C'è una valletta con un bello spiazzo che io ho occupato con il deposito dei rottami di ferro. Una volta al mese viene un camion con la gru e il camionista si fa il carico da solo. L'unico problema è che la stradina è stretta. Per il resto va tutto bene: bisogna accontentarsi, anche tenendo conto che la casa è abusiva. Se l'era fatta un muratore, anni fa, lavorando il sabato e la domenica; alla fine ha cambiato idea e me l'ha ceduta per poco. Ho avuto un po' di grane, il tetto è basso e manca la grondaia; però è sicura perché le finestre sono protette da inferriate».
Sono arrivati. ll ferravecchi scende e va, nel pieno della luce dei fanali, ad aprire la porta. Verzuoli lo guarda: è allampanato, indossa jeans sporchi e stracciati e una canottiera gialla, pure vistosamente macchiata. Mentre spinge l'uscio si volta verso il camioncino e dice qualcosa a proposito dell'anguria, che è da portar dentro, e altre parole che Verzuoli non capisce perché è distratto e impressionato dalla vista del suo sguardo alla luce dei fari: gli occhi sono neri, penetranti e duri, con un'espressione assolutamente incongruente con il carattere che egli si era figurato ascoltando i bonari accenni all'anguria e all'amicizia con il calzolaio. Una spiacevole sorpresa per Verzuoli che istintivamente si guarda intorno come se cercasse un conforto, ma dalla vista di quel paesaggio brullo, spettrale sotto il poco di luce lunare che è rimasta, ottiene solo un ulteriore senso di disagio.
L'uomo si avvicina a Verzuoli che è sceso e sta di fianco allo sportello ancora aperto. Si china all'interno della cabina e si risolleva tenendo fra gli avambracci la grossa anguria. Dice: «Per favore, lei prenda il coltello. Attento però, lo afferri per il manico perché la lama è tagliente. Poi entriamo».
E così fa Verzuoli. Si raddrizza con il coltello in mano e si gira per seguire l'uomo che sta entrando. Il contatto con l'oggetto gli dà una sensazione spiacevole perché sente il manico umido, appiccicaticcio. Entrano. È una cucina con al centro il tavolo, sulla destra una credenza, sulla sinistra i fornelli con la bombola, l'acquaio senza rubinetto con un secchio appeso a un gancio. Di fronte alla porta di ingresso c'è un altro uscio.
«Posi il coltello sulla tavola» dice il ferravecchi mentre depone l'anguria nel lavello. «Il telefono è nella camera sul comodino; c'è anche la guida. Prego, s'accomodi» e gli fa cenno di avviarsi mentre lui apre la credenza per tirar fuori i piatti. Verzuoli esita, l'occhio gli è caduto sulla lama del coltello che è stretta e lunga e sembra macchiata, come se l'anguria fosse già stata tagliata; poi apre l’uscio della camera, è illuminata con la fioca luce di una lampadina che penzola al centro del soffitto: si vede, di fronte alla porta, una parte del letto.
«Prego, prego» insiste l'uomo, e allunga il braccio nella direzione della stanza per far entrare l'ospite; poi improvvisamente retrocede d'un passo e chiude la porta. Verzuoli non se ne accorge perché sta cercando con uno sguardo panoramico il comodino. Non lo vede e intanto sente alle sue spalle scattare una serratura. Si gira allarmato e afferra la maniglia deciso ad uscire perché di quella casa e di quell'uomo ne ha abbastanza. Ma la porta è bloccata.
«Apra, apra» grida. «Che cosa fa, è impazzito?» Batte i pugni sull'uscio, ma l'uomo non risponde. Verzuoli si porta le mani al capo. C'è la finestra, aperta sulla notte, ma con l'inferriata. E il telefono, c'è o non c'è? Non si vede. Va verso l'altro lato del letto per cercare meglio ma, come arriva al fondo, una visione lo blocca: vede spuntare, distesi sul pavimento, due piedi scalzi. Si lascia sfuggire «Dio, Dio!» Esita un momento ma poi si fa coraggio, perché vuole sapere fino a che punto è orribile questa verità nella quale è precipitato. I piedi sono di una donna, evidentemente la moglie del ferravecchi, con la gola squarciata; una pozza di sangue si è allargata sulle mattonelle. Grida «Apri, apri, vigliacco, assassino, apri, apri!» Si avventa contro la porta, la percuote con pugni e calci. Va alla finestra, urla, impreca. Ma fuori c'è solo silenzio. E là di fronte una parete di montagna che gli pare mostruosa.

Il ferravecchi è dentro al camioncino col cellulare in mano. Dice concitatamente: «Maresciallo, che tragedia, me l'hanno ammazzata, la mia povera moglie, me l'hanno sgozzata. Quando sono arrivato l'assassino aveva ancora il coltello in mano e sono riuscito a disarmarlo e a chiuderlo nella camera. È là che grida, corra subito a prenderlo, prima che abbatta la porta e scappi. Che tragedia, maresciallo. Corra, corra».

mercoledì 8 aprile 2015

Capodanno coi botti

Un fine anno, nel 1950 o ’60. Mia moglie e io decidemmo di prenderci una vacanza e di fare un viaggio a Napoli. Saremmo andati a trovare due coniugi amici che da tanto ci invitavano e così avremmo visto lo spettacolo dei botti. A Napoli alla mezzanotte di San Silvestro si sparano in cielo cariche esplosive e si getta dalla finestra quello che non serve più. Così volano giù non solo cosine piccole e leggere ma anche mobili, tavoli, armadi. Uno spettacolo che non ha uguali nel mondo, proprio da vedere. Bello ma pericoloso per chi deve mettersi per strada in tempi vicini a quello critico, come avremmo dovuto fare noi. Una avventura, comunque decidemmo di affrontarla.

Avevamo preso alloggio in un albergo di Capodichino che era lontano dalla casa degli amici. Da loro andammo nel pomeriggio, cenammo piacevolmente e a mezzanotte assistemmo allo straordinario spettacolo dei botti. Proprio una cosa eccezionale. Per il ritorno aspettammo che passassero almeno due ore per ridurre il pericolo di ricevere un tavolo in testa. Circolare era problematico, con le strade ingombre com’erano. A una svolta ci imbattemmo in una coppia di giovani, lei stesa in mezzo alla strada, lui al fianco che sventolava un fazzoletto e gridava «per carità, bisogna portarla all’ospedale, è gravissima». La sua voce sembrava proprio angosciata.

Sono rimasto un momento perplesso e lui insisteva, urlava: «Dài, dài, sennò mi muore qui». Sono sceso e il giovane mi ha afferrato un braccio e tirato vicino alla ragazza. L’abbiamo caricata sul sedile posteriore, seduta e lui rapidamente le si messo al fianco. Ha incominciato a dare ordini: «dritto, sinistra, destra, sinistra». La ragazza gemeva lievemente, un paio di volte ho sentito un «mah» incredulo di mia moglie. Poi, improvvisamente, il giovane, come se parlasse normalmente, ha detto: «Ecco, siamo arrivati» e ha indicato un portoncino poco più avanti. «Siete dei bei filibustieri» ho gridato. Stavano scendendo. Ha risposto «buon anno». Non un misero grazie. 

martedì 24 marzo 2015

La prima auto


Avevo sette anni. La pianura emiliana era bianca di neve ghiacciata, il sole batteva sulle distese lucide e faceva riverbero. Sulla lunga e dritta strada verso Modena l’automobile filava scoppiettando. Era il giorno dopo l’Epifania, dopo le vacanze davo addio all’Ampergola per la scuola: il babbo portava me e la mamma nella casa di città dove ci avrebbero poi raggiunti gli altri in età scolare. La macchina era aperta, il mantice abbassato dietro di noi; anche se l’avessimo alzato non ci saremmo riparati dal freddo perché non c’erano finestrini. Mio padre al volante, alto, le spalle quadrate, il bavero del mantello alzato; mia madre e io dietro, la schiena appoggiata all’alta spalliera del sedile, affondati dentro i pesanti paltò, la testa coperta dal passamontagna che lasciava liberi soltanto gli occhi, le mani infilate su per le maniche. Ma l’aria riusciva a passare dappertutto, ci sembrava di essere pezzi di ghiaccio.

L’automobile – parafanghi alti, radiatore di ottone lucente – correva e superava carretti e biciclette, tanti ciclisti: operai che andavano al lavoro e contadini che si recavano al mercato. Ognuno di loro lasciava la sua scia bianca di fiato che si stagliava sul nero delle mantelline. Il gelo era terribile, mi dava tremiti convulsi, mia madre non diceva nemmeno una parola, tesa com’era a resistere al freddo. Ma avevamo la soddisfazione di essere sull’automobile, nostra, una delle poche che correvano su quella strada durante l’anno, certo la sola che circolava in quell’ora così mattutina.

Al passaggio a livello, tre chilometri prima della città, ci fermammo davanti alle sbarre abbassate. I ciclisti, tutt’attorno, ci guardavano con ammirazione e invidia. Il treno, dopo una lunga attesa, passò; mio padre scese a girare la manovella di avviamento. La macchina si scuoteva tutta, ma il motore non partiva. Mio padre insisteva a girare sbuffando e noi sul sedile continuavamo a sobbalzare. Niente. Prese fiato, imprecò contro il guasto e alzò il cofano, tolse alcuni attrezzi dalla cassetta che era sul predellino di destra, si curvò sul motore. Armeggiò a lungo.

I riflessi del sole variavano d’angolo e d’intensità con il passare del tempo. Intanto torme di ciclisti neri e fumanti di fiato ci superavano. «Ormai hai perso la scuola» disse a un tratto la mamma. Io non ero capace di pronunciare una parola, i denti mi battevano in continuità, i piedi non li sentivo più. Infine il babbo si rizzò e riabbassò il cofano. Riprovò ancora una volta a girare la manovella, lo fece con più forza e con rabbia. La macchina sobbalzò come un animale bagnato che si scrollasse. Inutilmente.

«Scendete» disse, «dobbiamo spingerla». Così facemmo. La lamiera sembrava infuocata tanto bruciava per il freddo. Mia madre e io spingevamo dietro, lui di fianco, una mano al volante e una al piantone del parabrezza. I ciclisti continuavano a a passare in gran numero Molti, superandoci, ci dicevano una frase scherzosa, una presa in giro. La nostra casa, fortunatamente, si trovava tra le prime, subito dopo la garitta del dazio, confine tra dentro e fuori. Quando arrivammo, verso le dieci, non avevamo più freddo, escluse le mani. Ma nella casa ce n’era in abbondanza.

mercoledì 23 gennaio 2013

Errore iniziale


Sergio Bocci ha la patente da sei mesi. L’ha presa pochi giorni dopo aver compiuto i 18 anni. Va a scuola in macchina, va dagli amici in macchina, va al club in macchina. Suo padre, che è architetto, aveva una onesta Panda di un paio d’anni. Il figlio gliel’ha disprezzata fino a fargliela vendere e gli ha fatto comperare un’auto sportiva: motore ruggente e carrozzeria filante, dentro la quale un eventuale terzo passeggero sta con le ginocchia in bocca. Qualche volta l’architetto Bocci riesce ancora a salire sull’automobile, ma prende il posto del terzo passeggero. Sua moglie sta davanti, a destra, il figlio alla guida. L’auto va per qualsiasi strada, in città o fuori, come se il conducente fosse inseguito dalla polizia con i mitra spianati: le ruote stridono lamentosamente sull’asfalto, il motore urla tutta la sua potenza compressa. Talvolta i genitori hanno l’impressione che il figlio esageri e timidamente glielo fanno presente. «Ma state zitti – dice lui, – che se fosse per voi andreste sempre come tartarughe. Bisogna essere dinamici».

Sergio Bocci frequenta la quinta liceo. È bravo, perché l’intelligenza non gli fa difetto, anzi, gli basta studiare pochissimo per ottenere voti che ad altri costano molta più fatica. Così può dedicare parecchio tempo agli svaghi: il club, il tennis, gli amici. Tutti ambienti molto distinti dove anche tra i giovani non sono rare le buone mance date con aria di grandezza. L’architetto Bocci ha una buona posizione, ma non proprio brillantissima. È un uomo che gode poca salute: ha mal di cuore, non si sa bene se il cuore è effettivamente deficiente o se i disturbi sono causati da distonie dovute al sistema nervoso. Fatto sta che basta una preoccupazione per dargli l’affanno, fiaccarlo fisicamente. E così il Bocci si lascia scappare i lavori più redditizi. La moglie, che di solito provvede alle finanze del figlio, cerca talvolta di far comprendere a Sergio che le possibilità della famiglia sono limitate, che lui non può permettersi i lussi e le larghezze che sono normalissimi per altri suoi compagni, figli di ricchi o di professionisti dalla grande fortuna. Sergio scuote le spalle sgarbatamente: «Non vorrete che faccia la figura del pezzente».

Sua madre, nonostante tutto, continua a adorarlo e a trattarlo come se fosse il figlio più buono e giudizioso. «Ma cosa vuoi sapere, tu, mamma – dice in certi casi Sergio –: hai una mentalità arretrata di cento anni. Dovresti farti più furba». La mamma sorride, lo prende come un complimento. L’architetto si rende conto che il comportamento del figlio è sbagliato, capisce che occorrerebbero metodi drastici, ma non se la sente di prendere posizione, lascia correre e si adatta ad andare in tram per cedere la macchina e qualche volta vi sale sopra mettendosi le ginocchia in bocca. Sa che tutto questo è così perché lui non s’è imposto fin da quando il figlio era piccolo, con buone dosi di sculaccioni o anche soltanto con la voce carica di autorità e la volontà di ottenere ubbidienza.

Certe sere Sergio riempie la casa di amici: ballano, bevono liquori, invadono le stanze, si sdraiano anche sui letti. In quei casi papà e mamma escono su invito del figlio: «Stasera dovete andar fuori – dice Sergio, anche all’ultimo momento – ho da portar gente in casa. Mi raccomando, non rientrate prima dell’una». Padre e madre vanno da amici, dopo una frettolosa telefonata di annuncio. Si trattengono il più possibile, poi si mettono a passeggiare in centro dove c’è ancora un certo movimento, sempre guardando l’orologio, sperando che arrivi presto questa benedetta una. E quando rientrano può capitare che i ragazzi li ricevano con fischi e urla per il ritorno, a loro avviso prematuro. E loro rapidamente vanno a chiudersi in camera e magari la baldoria continua nelle altre stanze.


sabato 24 settembre 2011

LA GIOIA D’ESSER MAMMA


Vanno, con la loro macchinina, nel dolce mattino di inizio d’estate. Lei, felice, che guida canticchiando, e Betty, il suo tesoro, alle spalle, ben sistemata nel seggiolino. Betty sembra volerla imitare, con vocalizzi e gorgheggi che ricava da quel poco di conoscenza del linguaggio, appreso nei suoi diciotto mesi di vita. È felice, Berta, perché sta vivendo una realtà che aveva sognato per anni e anni, quella di essere madre e non ci riusciva, proprio non ci riusciva. Quante visite, dai clinici più noti. E poi, finalmente, all’estero, la via eterologa. Che gioia, la gravidanza, sapere di stare facendo una creatura, un’altra vita che diventa sua figlia. «Betty, siamo arrivati, adesso io scendo un momento, tu stai lì buona, mi aspetti, e puoi continuare a cantare».

Sono arrivate nella piazza grande, dove ci sono tante altre macchine parcheggiate; là in fondo c’è il duomo e di fianco la torre con l’orologio che batte le ore con rintocchi fortissimi, sta battendo anche ora, gli ultimi delle undici. Proprio dietro il duomo, nella prima casa della via Degli Angeli, che è stretta ma di nobiltà, abita Corinna, la sua cara amica che è appena tornata da un viaggio negli Sati Uniti: due mesi in giro con l’auto, lei e suo marito, una cosa che avevano preparato con grande cura, in modo da poter sempre trovare ogni sera, all’arrivo in una nuova città, l’ospitalità migliore.

Abbracci e baci e poi via alle parole, tante, che corrono veloci, con le domande, brevi, e le risposte, lunghe. No, non è andato tutto bene, come speravano alla partenza: c’erano stati dei contrattempi, uno soprattutto, li aveva tenuti in ansia parecchie ore. «Ma pensa – dice Corinna -, una notte, alle tre, in un albergo di quasi cento camere, un cliente, pazzo, si era messo a gridare dicendo che voleva fare un macello, uccidere tutti, perché tutti lo perseguitavano. E precisava che lui poteva farlo con l’esplosivo che aveva con sé. Era suonato l’allarme, ci avevano fatti alzare e uscire. L’albergo aveva un giardino e lì siamo rimasti per quasi due ore, fin che la polizia, dopo avere bloccato l’uomo, non ha ispezionato ogni più piccolo spazio della sua camera. Un’avventura davvero spiacevole. Ma adesso, Berta, parlami di te, racconta di Betty». E Betty diventa, nelle parole di sua madre, la protagonista: ogni suo gesto, il suo linguaggio in formazione, un suo risveglio un certo mattino, diventano fatti da essere esposti con particolari.

Una pausa e in questa pausa arrivano i rintocchi dell’orologio della piazza. Berta guarda il suo con gesto brusco del braccio. «Oddio –grida – è mezzogiorno e ho Betty nell’auto». È già in piedi, girata verso l’uscita. L’amica la guarda stupita ed esclama: «L’hai lasciata là sola!». Ma lo stupore di Corinna, Berta non lo coglie più, sta già correndo oltre il duomo. Arriva, apre lo sportello, e una vampata di calore l’investe. L’auto è un forno e Betty piange. Berta la prende in braccio: «Poverina, poverina, non piangere, non piangere, c’è qui la tua mammina che ti vuole tanto bene, tesoro tesoro».