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domenica 14 febbraio 2016

L'uomo a cavallo

La prima volta fu all’incrocio di Sant’Egidio. Ero fermo al semaforo, in attesa del verde. Solo nell’auto, anzi, no: alle mie spalle, sul sedile posteriore, c’era Jolly, il mio cane. Al momento di partire, non appena avevo aperto lo sportello era balzato dentro e io non avevo avuto animo di farlo scendere; da qualche tempo gli era venuta la smania del giretto in macchina, gli piaceva talmente che quando lo accettavo a bordo si sdilinquiva in squittii di gioia e nei primi minuti tentava anche di darmi i bacini di ringraziamento dietro l’orecchio, se non lo tenevo lontano con la mano. Così ogni tanto lo portavo con me. Ero lì soprappensiero, incantato a guardare le nuvolette dei fiati dei pedoni che attraversavano. Per terra c’era ghiaccio e tutti camminavano lentamente, facendo attenzione ai loro passi. D’un tratto il mio occhio fu attratto dal gesto brusco di un uomo che sul passaggio pedonale stava per cadere. Si sbilanciò su un fianco, alzò il braccio opposto, ondeggiò e poi si ricompose: tutto in due o tre secondi, poi proseguì. Era Mirco, mio fratello. Un’emozione violenta, una vampata di calore alla testa: avrei voluto poter scendere, corrergli al fianco, ma non potevo abbandonare l’auto lì in mezzo e il semaforo continuava a rimanere rosso; a Sant’Egidio il rosso è sempre lunghissimo e in quella circostanza mi parve proprio interminabile. Vidi mio fratello scomparire nel flusso dei passanti sul marciapiede, diretti verso il fiume; oltre tutto da quella parte c’era il divieto di svolta. Al verde ripartii, detti un’ultima occhiata ma Mirco non lo vidi più. Avevo una grande agitazione. Cento metri più avanti, in un parcheggio, mi infilai in un posto libero. Spensi il motore. Mio fratello qui, in città, nella mia città, a cento chilometri dalla sua, senza che mi avesse avvertito; ma com’era possibile? Mi sentivo sconvolto; le mani, posate sul volante, mi tremavano. Era come se mi si aprisse davanti agli occhi uno squarcio nero, un buio di vuoto e di mistero. Mio fratello era qui per un motivo che mi taceva, dunque una sua trama nascosta. Ci eravamo parlati la sera prima per telefono e non mi aveva detto niente, quindi proprio un segreto. E se c’era oggi, chissà quante altre volte c’era stato senza che mi informasse. Incredibile. Al telefono ci parlavamo almeno due volte alla settimana, lunghe chiacchierate per dirci tutte le notizie, anche minime, delle nostre vite. Così da anni, da quando io mi ero sposato e mi ero trasferito per il mio nuovo lavoro e lui era rimasto con la mamma e il babbo. Morti loro, dopo qualche mese di solitudine si era deciso a concludere con il matrimonio il fidanzamento quasi decennale con Ornella la quale, mi aveva poi confidato, credeva ormai che sarebbe rimasta zitella.
In quel parcheggio, con Jolly che nella sosta era passato sul sedile anteriore del passeggero e mi guardava interrogativamente perché ci eravamo fermati, rimasi almeno per mezz’ora a rimuginare sulla immagine dell’uomo che era scivolato sul ghiaccio e sui possibili motivi della sua presenza nella mia città. Che quell’uomo fosse mio fratello non avevo dubbi: lo avevo visto con chiarezza anche in viso. Sul perché lui era lì non riuscivo proprio a focalizzare alcun ragionevole movente. Motivi di lavoro? No, aveva un impiego parastatale, non aveva alcun motivo di spostarsi dall’ufficio se non per passare in qualche stanza accanto. Una relazione extraconiugale? Nemmeno: era saldamente ancorato a sua moglie sia perché le voleva bene, sia perché tradirla avrebbe comportato dispendio di energie e impegno organizzativo: era un uomo tranquillo, un po’ indolente.
La sera, all’ora solita, dopo cena, telefonai. Se non mi avesse detto niente avrei avuto la prova del suo sotterfugio. E così fu, infatti. Discorsi soliti, le banalità quotidiane, niente resoconto d’un viaggio, niente esclamazione: “Sai, oggi sono venuto lì...” Adesso l’enigma si infittiva: il suo era un segreto solo nei miei confronti o anche in quelli di Ornella? L’avevo visto a metà della giornata e, dato che per colazione non andava a casa perché mangiava in mensa, avrebbe avuto tutto il tempo per arrivare qui, fermarsi magari un paio d’ore e poi fare ritorno, senza che lei lo sapesse.
«Marco, oggi avrei giurato che ti avevo visto» mi trovai a dire senza che l’avessi prima pensato e intanto mi avvidi di essermi lanciato in un discorso spinoso: lo interrogavo, stavo insinuando, lo accusavo? Ma mi rendevo anche conto che era importante sentire e analizzare la sua reazione. Tacqui e attesi. Ci fu un momento di silenzio. Poi disse, con voce un po’ incerta: «Cosa vuoi dire, in che senso mi avevi visto?» Dovevo spiegare, non potevo lasciare una frase simile sospesa per aria. «A un semaforo dove ero fermo ho visto uno che stava per cadere mentre attraversava la strada e sembravi proprio tu». «Già, tanti si assomigliano», disse, «io comunque non stavo per cadere, ero seduto alla mia scrivania». Poi subito cambiò discorso: «Te lo ricordi il tavolino del nonno, quello con l’intarsio della dama, ha l’impiallacciatura che si scolla...»
Quella notte tardai a prendere sonno. Il pensiero era fisso su questa vicenda. Provavo la sensazione della presenza di un muro di sbarramento oltre il quale non potevo procedere: restavo di qua impossibilitato ad andare avanti e di là c’era lui, Mirco, che prima era sempre stato un tutt’uno con me e adesso diventava estraneo, forse anche rivale. Ma che cosa tramava, che cosa era lui per me e che cosa ero io per lui? I giorni che seguirono furono diversi dai precedenti, mi sentivo in un cono d’ombra; anche se il pensiero e la tensione si erano un po’ attenuati, ero immerso in un offuscamento che mi rattristava e incupiva. Telefonai a mio fratello con maggiore frequenza, sperando di poter cogliere nelle consuete conversazioni qualche segnale che potesse farmi capire qualcosa, aprirmi uno squarcio nel buio. Una sera chiacchierai con Ornella, lui era andato a una riunione di condominio. «Ho voglia di vedervi» dissi, «perché una volta tanto non fate voi una gita fin qui?». «Figurati» disse lei, «con Mirco così pantofolaio com’è non si può programmare niente. Non muove mai neanche la macchina, che sta invecchiando senza nemmeno aver fatto il rodaggio. Vieni tu, che ci fai sempre piacere». No, Ornella certamente non sapeva nulla di ciò che lui poteva aver fatto quel giorno a cento chilometri da casa. Dovevo tenere per me l’enigma, ci avrei arzigogolato intorno con tormento d’animo e scarsa probabilità di riuscire a svelarlo.
Avevo la speranza che il mio almanaccare si sarebbe a poco a poco affievolito man mano che mi allontanavo da quell’episodio, ma un paio di settimane dopo, di primo pomeriggio, mentre stavo parlando per strada, fermo con un amico che non vedevo da tempo e che avevo incontrato un momento prima, vidi la faccia di Mirco passarmi veloce a meno di un metro. Era quasi appiccicata, frontalmente, al vetro del finestrino di un tram diretto a un capolinea collinare. Istintivamente feci un gesto con la mano come per fermarlo e aprii la bocca ma non mi venne alcuna parola. L’amico mi guardò meravigliato e si girò per capire che cosa mi avesse colpito. «Volevo salutare uno» dissi e subito tagliai corto, dovevo andare alla macchina, inseguire il tram. Purtroppo avevo parcheggiato lontano. Ansante e sudato, col cuore in tumulto, mi misi al volante e puntai verso la collina seguendo un percorso più breve della linea tranviaria. Arrivai un paio di minuti prima del tram. Ne scesero in molti, ma lui no, evidentemente era smontato ad una fermata intermedia. Mi sedetti in macchina e rimasi a lungo a cuocermi nella delusione e nelle solite intricate supposizioni.

Due incontri, questi, nel giro di una ventina di giorni. L’inizio. Quante altre volte ho visto mio fratello nella mia città e quante volte, parlandogli al telefono, sono stato tentato di dirgli “Insomma, mi dici come mai vieni qui e non mi avverti, non mi vieni a trovare? Che cosa mi nascondi?” Ma mai il mio pensiero si è realizzato con delle parole. Ogni mancato intervento era per me una sconfitta, mi sentivo un incapace, un soggiogato e mi chiedevo anche perché non avevo il coraggio di prendere in pugno la situazione, di pretendere di sapere. A malincuore mi davo la risposta: inconsciamente temevo che qualsiasi motivo mi avesse prospettato avrebbe turbato il nostro annoso, quieto andamento di relazione fraterna a distanza. In certi momenti cercavo di scrutare nel mio intimo e allora la risposta m’appariva più chiara: mi sentivo in colpa per avere, tanti anni prima, lasciato la nostra casa e lui solo con la mamma e il babbo, che già erano malandati in salute, unicamente pensando al mio interesse. Nessuno di loro aveva mai fatto alcuna insinuazione a questo proposito, ma io, senza dirmelo apertamente, mi ero caricato di una dose di responsabilità. In questo periodo parlavamo al telefono delle piccole cose quotidiane fingendo normalità mentre tra noi gravava un peso enorme, almeno così io sentivo e pensavo: il peso di un mistero per me, e per lui di un segreto.
Vedevo, o meglio scorgevo, Mirco con frequenza variabile, in certi periodi una o due volte al mese, in altri anche cinque o sei, e nelle circostanze più strane; sempre, comunque, di sfuggita, non incontrandolo faccia a faccia, un’eventualità questa che in certi momenti mi auguravo e in altri temevo, pensando di trovarmi impreparato ad affrontare la situazione: dipendeva dal mio umore. Certo, mio fratello era diventato per me un pensiero fisso: aspiravo a risolverne l’enigma come si può aspirare a vincere il primo premio di una grande lotteria, con la convinzione che sia cosa impossibile. Questo chiodo mentale mi accompagnava fino a quando, la sera, posavo la testa sul cuscino. E lì le fantasiose astruserie sconfinavano dal ragionamento al sonno trasformandosi in sfilacciature, frantumi di sogni; al risveglio li ricordavo appena per qualche minuto e subito dopo si disperdevano diventando inafferrabili. Ma una notte il sogno fu così chiaro e intenso che alla fine mi svegliai con il cuore in tumulto per l’emozione. Capivo che questa volta non lo avrei dimenticato, tuttavia, per maggiore sicurezza, mi alzai, presi foglio e matita e scrissi qualche appunto sulla traccia di quello che avevo vissuto. Mi sarebbe anche servito come testimonianza se mi fossero sorti dubbi.
Ero in auto e procedevo su un controviale rasentando il marciapiedi, lentamente, perché cercavo un certo negozio. Sul sedile posteriore avevo il cane. Improvvisamente davanti a me un braccio si protende e una mano è aperta come segnale di stop. Blocco la macchina, alzo gli occhi e vedo lui, Mirco: alto, elegante. Mi guarda ed esclama il mio nome come se fosse sorpreso di vedermi lì. Il mio primo istinto è quello di dirgli che sono io che devo essere meravigliato di vedere lui nella mia città senza essere stato preavvertito. Ma sta aprendo lo sportello per salire e una valanga di sensazioni mi sommerge, la più intensa è il timore che Jolly, geloso dell’intimità della sua automobile, tenti di aggredirlo; e allora lo cerco alle mie spalle con la mano, afferro il collare, lo chiamo con voce rassicurante per tranquillizzarlo. Lo guardo, è calmo, come se conoscesse l’ospite o come se non fosse salito nessuno. Meno male, il problema cane è superato, adesso devo affrontare la piena dei miei sentimenti, dire a Mirco rabbia e amore, chiedergli perché, perché e ancora perché. Metto in fila le parole sforzandomi di essere calmo e intanto lo fisso: guarda davanti a sé, la strada, è come se fosse solo, come se non mi avesse nemmeno visto; eppure un momento fa ha pronunciato con vigore il mio nome. Lo sento freddo, distante, e allora tutto il mio dire si spegne, le parole muoiono soffocate in gola dal groppo che sale. Lo guardo in silenzio e incomincio a piangere, a dirotto. Nemmeno si volta e tace, continua a tacere. Jolly è allarmato per il mio singhiozzare, si mette a gemere e mi bacia dietro un orecchio; lo capisco, vuole farmi coraggio. Adesso Mirco pone la mano alla maniglia, apre lo sportello e scende, sempre in silenzio, senza dirmi nemmeno ciao. Io lo chiamo per fermarlo e intanto mi sveglio, in tempo per sentire la mia voce che pronuncia il suo nome.
Quel sogno non lo avrei dimenticato neanche senza gli appunti. Mi era rimasto talmente impresso che per molti giorni lo rivivevo di continuo, con la fantasia movimentavo la scena, immaginavo di essere riuscito a parlargli, gli chiedevo ragione di tutti quei perché che sognando avevo in animo di dire senza riuscire ad aprire bocca. Entravo tanto in quell’atmosfera dentro l’auto con noi due e Jolly che si struggeva per il mio pianto che a tratti mi pareva che l’evento fosse davvero accaduto. Allora prendevo in mano il foglio con gli appunti per convincermi che Mirco non era affatto salito sulla mia auto. Poi entrai in un periodo di relativa tranquillità: pensavo un po’ meno alla storia di mio fratello e quand’ero in giro per la strada il mio occhio non s’accaniva più a gettare occhiate panoramiche tutt’attorno per vedere se scoprivo la sua figura. L’ossessione si placava e me ne rendevo conto con sollievo. Ormai mi stavo assuefacendo all’idea che tra noi c’era questo qualcosa misterioso che lui faceva, o meglio tramava, e che io non dovevo conoscere. Mi rassegnavo; forse, pensavo, non merito di sapere perché non ne sono degno, probabilmente a causa del mio lontano abbandono della nostra famiglia.

Un giorno – di pomeriggio; era autunno e io, a piedi, mi ero fermato in un viale ad ammirare le foglie che il vento faceva danzare come per gioco a mezz’aria – lo vidi. Era a cavallo. Si direbbe, incredibile. E invece no, era proprio lui, su un cavallo morello. Un gruppetto di cinque cavalieri avanzava al passo sul sentiero tra il filare degli ippocastani e la siepe che delimita un piccolo parco giochi. È un percorso ogni tanto frequentato dai soci di un club di equitazione che è ai margini della città. Non lo sapevo, me lo disse un vecchio che pure si era fermato ed evidentemente si meravigliava di vedermi fissare la scena con gli occhi sbarrati. «Di tanto in tanto càpitano, vengono dall’Ippica del Ronchetto, e a volte qualche cavallo si spaventa per le automobili che passano come fulmini» aveva commentato. Ma io non ero stupito perché lì c’erano degli uomini a cavallo, ero come imbambolato perché uno di quegli uomini era lui, mio fratello. Anch’egli in tenuta da cavallerizzo come gli altri, che erano tre uomini e un’amazzone. Mirco era il più anziano, stava ritto impettito, con lo sguardo fisso, e montava con eleganza, in modo armonioso, almeno così mi pareva. Io e il vecchio eravamo dalla parte opposta del viale e tra noi e il gruppo sfrecciavano le macchine. Immobile, solo girando lentamente la testa per seguire il passaggio dei cavalli, non mi venne fatto di gridare il nome di Mirco, non ci pensai proprio. Era come se vedessi qualcuno o qualcosa di irraggiungibile, sebbene in qualche modo mi appartenesse o mi avesse appartenuto. Ormai i cavalieri si stavano allontanando e io continuavo a guardarli. In quel momento mi affiorò un vago ricordo: io, bambino, avevo sentito dire che Mirco andava a cavallo. Lui era un ragazzo, maggiore di me di otto anni; comunque non lo avevo mai visto cavalcare; e poi aveva smesso presto perché, mi pare, spaventato dalla brutta caduta di un suo compagno. Adesso mi chiedevo se poteva mai esserci qualche relazione tra quel breve lontanissimo rapporto di Mirco con le cavalcate e la sua presenza nella mia città, dopo decine e decine d’anni, a spasso col cavallo, come se fosse a cento metri da casa sua.
L’incontro sul viale di ippocastani mi annullò di colpo quella rassegnazione che avevo conquistato negli ultimi tempi: Mirco tornò al centro dei miei pensieri, ripresi a telefonargli con frequenza, sempre con la speranza di scoprire nelle sue parole qualcosa che lo tradisse, che mettesse allo scoperto il suo doppio, il Mirco segreto che veniva nascostamente nella mia città per cavalcare o per fare chissà quali altre astruse cose. Ma era sempre ben vigile, chiacchierava con la massima naturalezza e io sentivo che non avrei mai potuto chiedergli di svelarmi quello che mi nascondeva. Tra me e lui c’era un abisso che con quelle domande avrei dovuto superare d’un balzo. Dovevo per forza adattarmi alla mia sudditanza psicologica, alla mia inferiorità, alla sola speranza, se sperare era possibile, di vedere svelato l’enigma per una qualche circostanza fortunata. Dopo quel giorno andai ancora qualche volta, appena mi fu possibile, lungo quel viale, ma non incontrai più i cavalieri. Poi venne l’inverno.

Quello che era un modesto parco giochi lungo il viale degli ippocastani è irriconoscibile: le altalene, i tralicci a scacchiera, gli scivoli sono stati rinnovati e aumentati di numero, ma soprattutto oltre a questi è stato creato un parco vero con tante piante, aiuole, stradine. Tutto questo su una vasta area, una volta occupata da uno stabilimento per la riparazione delle carrozze ferroviarie che è stato eliminato. Ci sono anche dei laghetti e delle piazzuole di cemento sulle quali corrono i ragazzi coi pattini a rotelle. E le stradine per il passeggio sono fiancheggiate da molte panchine. Ai lati del viale, tra gli ippocastani e la siepe, c’è ancora il sentiero sul quale una volta vidi passare Mirco a cavallo insieme con altri quattro cavalieri. Qualche cavaliere passa ancora, di tanto in tanto, ma Mirco non l’ho più visto. E vengo spesso, quando la stagione lo permette; adesso che è estate sono qui quasi tutti i giorni. Vengo con l’autobus perché non ho più l’auto: mi scadeva la patente e quando sono andato alla visita medica mi hanno respinto, per la cataratta: avevo sbagliato a leggere una lettera in un cartello. Ma va bene anche l’autobus, tanto sono solo, Jolly non c’è più, era vecchio e se ne è andato. Di solito mi siedo su una panchina vicino alla siepe e di qui posso tenere d’occhio il sentiero degli ippocastani.
Ho fatto amicizia con altri vecchi e anche con dei ragazzi. Coi vecchi parliamo, ci raccontiamo delle nostre vicende, di quando eravamo giovani, in buona salute e facevamo la nostra vita. Mi è capitato di raccontare di mio fratello e dell’ultima volta che lo vidi, ormai tanto tempo fa, venire avanti in sella al cavallo. Se qualcuno vede dei cavalieri prima di me mi avverte subito perché possa controllare se c’è anche lui. Ma non c’è mai. Da molto non riesco nemmeno a parlare col telefono né con lui né con Ornella. Faccio il numero e mi dicono che non c’è nessun Mirco e nessuna Ornella. L’altro giorno una donna mi ha risposto sgarbata: «Ma la vuole smettere di fare questo numero, la vuol capire sì o no che da due anni qui c’è una lavanderia e non una abitazione?». Non so come mai mi rispondano così, quello era il numero di Mirco. Parlavamo del più e del meno, non mi diceva niente dei suoi viaggi fin qui, ma mi faceva piacere scambiare un po’ di parole con lui.
Vedo venire verso di me sui pattini un ragazzino alto, biondo, è Sandro, siamo diventati amici. Una volta era caduto proprio davanti alla mia panchina, sanguinava a un ginocchio e si era fermato a fasciarselo con il fazzoletto. Avevamo chiacchierato un bel po’ e da allora ogni tanto mi viene a salutare. Quando arriva le prime parole sono sempre per la stessa domanda: «E l’uomo a cavallo l’ha rivisto?»


martedì 29 dicembre 2015

Belgàsem ben Alì

In quei tempi ero soldato e mi trovavo a El A., in Cirenaica, a causa della guerra. Ero sempre solo. Vivevo su un furgone rimorchio sul quale era installata una stazione radiotrasmittente che era mio compito mantenere in funzione. Ero accampato a circa un chilometro dal comando. In quei paraggi c’erano alcune zeribe arabe e molti ragazzi; per far passare il tempo incominciai a parlare qualche volta con gli arabetti. Tra loro c’era anche Belgàsem ben Alì; era il più intelligente di tutti e anche il più simpatico, nonostante la sua bruttezza veramente eccezionale e le sue continue richieste di sigarette.
Un giorno gli proposi di rimanere con me a lavorare. Mi avrebbe tenuto in ordine il furgone, mi sarebbe andato a prendere da mangiare alle cucine del comando e io gli avrei dato cinque sigarette al giorno e parte della mia razione di rancio. Belgàsem accettò: volle immediatamente un anticipo di dieci sigarette e si mise ad abballinare la mia cuccetta. Poi mi andò a prendere il rancio, si trovò un barattolo per metterci la sua parte e mangiò con me.
Passarono così i giorni. Belgàsem veniva al carro di buon mattino e se ne andava solamente quando era buio. Faceva ogni cosa con cura senza che io dovessi ricordargliela. Quando non aveva niente da fare, ci mettevamo a chiacchierare. Parlavamo molto io e Belgàsem, lui specialmente era molto loquace. A volte, nel suo italiano un po’ stentato, mi parlava della sua famiglia. Diceva che suo padre aveva due mogli nella zeriba, una, vecchia, che era sua madre, e l’altra giovane, arrivata da poco.
Oppure mi parlava dei funerali musulmani, dei pianti che la gente andava a fare dietro compenso nella casa del morto, e delle tombe dei santoni, che chiamava marabùt. Quando Belgàsem toccava l’argomento dei marabùt diventava triste e si commuoveva fin quasi al pianto; ciononostante ne parlava spesso. Mi spiegava che le tombe dei santoni si distinguevano dalle altre per una piccola bandiera piantata sul cumulo di sabbia, fatta con uno straccio bianco e uno stecco, e mi raccontava dell’usanza di portarvi dei cibi in determinate ricorrenze. Io ne ridevo: gli dicevo che era una cosa stupida portare da mangiare nei cimiteri, perché i cibi sarebbero stati mangiati dai cani e non dal marabùt.. Ma Belgàsem replicava che nei cani potevano esserci le anime dei santoni.
Spesso voleva che gli parlassi delle città italiane. Teneva sempre tra le mani una vecchia cartolina che gli avevo regalata e che raffigurava un veduta notturna di una piazza di Roma illuminata a giorno. «Parlami delle luci – diceva – parlami delle luci». «Guarda la cartolina – gli rispondevo – lì c’è tutto». Ma lui non si accontentava. Voleva che gli raccontassi tante altre cose sulle luci delle strade e mi stava ad ascoltare abbandonando a se stesso il grosso labbro inferiore, che gli ricadeva penzoloni.
Dopo circa due mesi che Belgàsem era con me, ricevetti l’ordine di partire per l’interno, nell’oasi di G. Quando Belgàsem lo seppe, si accoccolò a terra e si mise a piangere. Poi si alzò risoluto e disse che sarebbe venuto con me. Gli feci osservare che era una cosa impossibile perché lui doveva rimanere nella zeriba assieme ai suoi genitori; ma non volle sentire ragioni. Mi indicò il pavimento del carro e disse che avrebbe dormito lì; poi corse a casa ad avvertire i suoi e tornò poco dopo ansimante e felice con il permesso di partire.
Il carro sobbalzò per quasi tre giorni sulla pista del deserto e finalmente arrivammo a G. Era una piccola oasi con un migliaio di palme, alcune sorgenti d’acqua e un fortino. Il mio carro venne trainato a circa quattro chilometri dal presidio, in pieno deserto. Lì mi accampai, stesi il cavo di collegamento con il fortino, alzai l’antenna e incominciai il servizio.
I giorni passavano monotoni, esasperanti. Faceva un caldo enorme in quel furgone e, a volte, quando s’alzava il ghibli, pareva quasi di non poter respirare. Ogni settimana veniva l’autobotte a rifornirci d’acqua e due volte al giorno Belgàsem andava al fortino a prendere il rancio. Era sempre del solito umore, Belgàsem. Quella vita, più che annoiarlo, lo divertiva. Quando parlava della sua zeriba non dimostrava affatto di sentirne nostalgia. Io gli chiedevo se non gli sembrasse strano stare là in mezzo, ma lui rispondeva sempre di no. Mi ripeteva: «Parlami delle luci» e mentre mi ascoltava teneva in mano la vecchia cartolina. Quando veniva la sera ci mettevamo a fumare seduti contro una ruota del carro e guardavamo in direzione dell’oasi, ma non si vedeva niente perché c’erano davanti alte dune. A notte, prima di addormentarci, continuavamo a parlare fino a tardi. Erano quasi sempre i soliti discorsi che facevamo: Belgàsem, appena poteva, parlava delle bandierine, delle tombe del marabùt e del cibo che veniva portato ai morti. Una sera mi disse che gli sarebbe piaciuto diventare un santone per avere da mangiare anche dopo morto.
Un giorno – erano quasi tre mesi che eravamo a G. – mi telefonarono dal fortino avvertendomi di prepararmi per la partenza perché una grossa colonna inglese stava puntando sul presidio e bisognava ritirarsi. Aggiunsero che quanto prima sarebbero venuti con un autocarro per agganciare il rimorchio e portarlo via. Allora ritirai il cavo telefonico, smontai l’antenna ed aspettai. Venne la notte, poi tornò il giorno senza che nessuno fosse venuto a rimorchiarmi.
Verso mezzogiorno, come al solito, mandai Belgàsem a prendere il rancio. Ritornò molto tardi; aveva i gamellini pieni di una strana e insolita pappa bianca e, nella bisaccia, delle gallette di un formato più piccolo del consueto. Come se fosse la cosa più naturale del mondo, Belgàsem disse: «Nel fortino ci sono gli inglesi; ho detto che avevo fame e mi hanno dato da mangiare».
Mi misi a sedere di peso e pensai che ormai era finita. Belgàsem mangiando disse che la roba era buona e che sarebbe tornato a prenderne anche il giorno dopo. Io non parlavo; lo guardavo, era sereno e calmo come sempre. Pensavo che mi avrebbero fatto prigioniero, che non l’avrei più visto, che non gli avrei mai più parlato delle luci. Avevo una gran voglia di piangere. L’indomani Balgàsem ritornò al fortino e ancora riportò il rancio. Questo si ripeté per una settimana; io tiravo avanti così, senza decidermi a costituirmi. Poi, un mattino, quando mi alzai, trovai il ragazzo sveglio: al suo fianco, nel carro, c’erano una cassetta di scatolette di carne e una stagna d’acqua. Senza guardarmi in viso, Belgàsem disse: «Questa notte sono andato a rubare questa roba per il viaggio perché ho voglia di ritornare a casa a vedere le bandierine sulle tombe dei marabùt; adesso possiamo andar via».
Io non seppi dir nulla; mi legai alle spalle la stagna e la cassetta e partimmo in direzione nord. Avevamo davanti a noi quasi trecento chilometri di deserto. Camminammo per giorni e giorni. I piedi affondavano nella sabbia e l’acqua diventava bollente sulle spalle. Di notte ci gettavamo sfiniti a terra, mangiavamo un po’ di carne e dormivamo qualche ora; poi, ancor prima che s’alzasse il sole, riprendevamo il cammino. Belgàsem non diceva mai d’essere stanco. Ogni tanto rompeva i lunghi silenzi pregandomi di parlare delle città e delle luci che le illuminavano di notte. Io parlavo, parlavo e guardavo davanti a me, verso il nord. Ormai dovevano restare ancora poche ore di cammino, poi avremmo raggiunto la strada litoranea e saremmo stati salvi.
Ma all’improvviso Belgàsem disse che si sentiva male e si fermò. Io lo guardai in faccia e mi accorsi che sulla pelle aveva delle piccole eruzioni rosse. Gli posai una mano sulla fronte e sentii che scottava. Allora, per la prima volta da quand’ero in guerra, mi prese la paura; una paura violenta che mi faceva tremare le gambe. Cercai di dire a me stesso e a lui che non era niente, ma non riuscivo a staccare gli occhi da quei punti rossi che Belgàsem aveva sulla faccia. Pensavo: adesso mi muore qui in mezzo e io non posso far niente per salvarlo, non posso far niente. Belgàsem si passò una mano davanti agli occhi e cadde di schianto sulla sabbia. Aveva perduto conoscenza. A tratti era percorso da brividi e batteva i denti. Io gli passavo un fazzoletto bagnato sulle labbra e gli facevo ombra con il mio corpo. Quando fu notte, col fresco, riprese i sensi. Aveva sempre la febbre altissima. Provai ad alzarlo, ma non si reggeva in piedi. Allora abbandonai l’acqua e le scatolette e lo caricai sulle mie spalle.
Continuai il cammino così. Ogni tanto mi fermavo per assestare il suo corpo rilassato e cascante, poi riprendevo a camminare. Sentivo che le mie forze a poco a poco se ne andavano, ma volevo assolutamente arrivare sulla strada.
Ci arrivammo all’alba; ero sfinito. Belgàsem vaneggiava, parlava in arabo e io non capivo che cosa dicesse. Passò un camion dei nostri che andava verso El A. Vi caricai il ragazzo e un’ora dopo eravamo alla sua zeriba. Andai al comando, trovai un medico e lo accompagnai da Belgàsem. Ma non c’era più niente da fare: si trattava di tifo esantematico. Il medico mi costrinse a venir via per evitare il contagio. Belgàsem morì nel pomeriggio.
Quando fu sera mi avvicinai, non visto, alla zeriba. Si udivano i pianti della gente che era andata a piangere dietro compenso. Mi sedetti sotto una palma e pensai alle luci delle nostre città; non ero capace di pensare ad altro.
Il giorno dopo fecero i funerali. Quando la gente lasciò il cimitero andai sulla tomba di Belgàsem e piantai nella sabbia una piccola bandiera fatta con uno stecco e uno straccio bianco. E per tutto il tempo che rimasi presso il comando di El A. portai, di notte, parte del mio rancio sulla sua tomba.
C’erano sempre dei cani nel cimitero e il rancio lo mangiavano loro. Ma nei cani poteva esserci l’anima di Belgàsem ben Alì.


lunedì 23 novembre 2015

Mendicanti


A volte
quando fa freddo e viene la notte
mi sento mendicante.
E allora col pensiero
vado per le vie deserte
cercando un cane per compagno
e un uomo
per chiedergli la strada del ricovero.

Mi piace pensare
di non trovare nessuno
e di camminare
sui marciapiedi vuoti
per ore e ore
battendo i denti
e sognando un cibo
che non sia un avanzo.

Anche se sono
nel caldo del letto
continuo a vagare
per la città desolata
e sento il freddo
e la fame e il sonno.

Soffro
per i fratelli mendicanti
un poco delle loro pene
perché l’alba

non tardi a venire.

(1945)

mercoledì 26 agosto 2015

Cammino sull'acqua

Nei sogni ci sono tante stranezze di luoghi e di argomenti, incongruenze e assurdità, personaggi a volte banali o strambi e a volte limpidi, come se fossero reali, tanto che l’indomani mi chiedo se li ho davvero conosciuti e fanno parte dei miei ricordi. Queste situazioni, questa gente della notte hanno un significato, vogliono dire qualcosa? Forse a saperle leggere con capacità psicoanalitica potranno dare indicazioni sul carattere e sulla personalità. Con qualche utilità? Il mondo onirico notturno è sempre rapidamente fuggevole, lo si ricorda con relativa chiarezza nell'immediato risveglio, ma pochi minuti dopo è già svanito. Se invece scrivo subito qualche appunto per fissare la trama del sogno, al mattino sono in grado di riesumare tutta la vicenda virtualmente vissuta nella notte e di ridarle vita. Così anche le emozioni si ravvivano, eccitano o mordono l'animo.


Siamo su un ascensore, in molti, stretti da soffocare. Ogni tanto una fermata e molti escono, ma restiamo sempre fitti. Sono comitive che vanno in visita. Esco anch’io con il mio gruppo. Dobbiamo seguire un itinerario. Siamo a Venezia, c’è acqua. Si cammina nell’acqua che è poco profonda e limpida, si vedono in lontananza punti in cui è più alta e là ci sono pesci, uno grosso che sembra ora un cane, ora un cavallo che nuota con fatica. Stiamo andando a visitare una specie di fiera, si salgono scale anguste che passano in mezzo a tanti oggetti esposti, roba di nessun conto, mucchi di cianfrusaglie. A poco a poco il gruppo si dirada, siamo in pochi, procediamo con difficoltà sui gradini sempre più ingombri. A un tratto mi accorgo che sono solo, mi sento abbandonato, cerco di fuggire, ma non so quale direzione prendere perché ci sono tante frecce che si contrastano a vicenda. Finalmente riesco a tornare all’aperto, a camminare nell’acqua. Incontro una signora che ha al guinzaglio un cagnolino. Mi fa segno di seguirla, mi farà da guida per ritrovare gli altri, le vado dietro tranquillizzato. Per poco, perché d’improvviso non la vedo più. La chiamo gridando, signora, signora. Inutilmente. E mi ritrovo nella fiera. Ora non ci sono più le scale ingombre ma corridoi abbastanza ampi. Lo riconosco, è un percorso normale di una esposizione, con gli stand e in ogni stand c’è, visibile a mezzo busto, una persona, uomo o donna. Meno male, mi rassicuro, anche perché tutti questi standisti sono ben animati, guardano intorno, parlano. Ma con chi parlano se ognuno è isolato e non ha in mano un telefono? Guardo meglio e m’accorgo che non sono uomini e donne, ma manichini azionati da congegni misteriosi. Allora ho la terribile consapevolezza di essere proprio solo, mi sento perduto. Mi metto a correre con la speranza di ritrovare la signora con il cagnolino. La chiamo, la chiamo.

lunedì 29 giugno 2015

L'amico di chi è solo

Ora che la bella stagione è venuta mi piace sostare qui, nel parco, come un tempo. Non è quasi mutato da allora, da quand'ero ragazzo: vi hanno soltanto aperto un campo da tennis, sulla sinistra, cintato da una rete metallica. I prati sono rimasti tali e quali e anche gli alberi, grandi e annosi, non sono stati toccati. Sono certamente ingigantiti, hanno esteso maggiormente le loro fronde, coprendo anche la vista dei nuovi alti palazzi che sono sorti tutt'attorno a questa oasi di verde; la mia fantasia può così immaginare che di là ci siano ancora le case basse a due o tre piani che qui chiamavano "le villette".
In queste giornate di sole l'animazione nel parco sembra quella di allora: gente seduta sull'erba, bambini che giocano, innamorati che camminano abbracciati per i vialetti, e vecchi, come me, seduti sulle panchine, forse le stesse di tanti anni fa. E ci sono i cani che giocano con i loro padroni: cuccioli sventati e dai movimenti disordinati o vecchi cani lenti e mansueti. Adesso davanti a me c'è un ragazzo di una decina d'anni con un grosso cane lupo. Getta un sasso lontano e il cane corre a prenderlo e glielo riporta: il ragazzo si china ad abbracciare il lupo, gli dice qualcosa in un orecchio, poi di scatto torna a gettare il sasso e lui riparte rapidissimo, con lo stesso entusiasmo di prima. Continuano così a lungo.
Improvvisamente io mi ritrovo in quel ragazzo. Anch'io, decenne o poco più, su questi stessi prati gettavo sassi al mio Biondo. Era un cane bastardo, grosso e fulvo, che nel muso assomigliava a uno spinone. Gli parlavo come a un fratello, anzi più che a un fratello. lo di fratelli ne avevo nove, erano tutti più anziani di me, quello che mi era più vicino d'età aveva tredici anni, ma era sempre fuori casa, faceva il garzone in un caffè, lavorava sodo come tutti gli altri, compresi mia madre e mio padre. Nella grande famiglia era come se fossi solo.
Poi avevo trovato il cane, piccolo, cucciolo, buono. Mi aveva accompagnato a casa, una sera, e gli avevo dato da mangiare. I miei non lo volevano, ma io avevo insistito per tenerlo e alla fine avevo vinto. L'avevo chiamato Biondo per il suo colore. Qui venivamo nei pomeriggi di primavera e d'estate, qui giocavamo come adesso gioca il ragazzo che mi sta davanti. Raccontavo a Biondo tutte le mie fantasie e lui mi stava ad ascoltare accucciato ai miei piedi; se la mia voce era allegra dimenava la coda, se dicevo cose tristi, come spesso mi capitava, si metteva a guaire di sofferenza e poi, quando non ne poteva più, si alzava, avvicinava il muso alla mia faccia e cercava di leccarmela, per farmi tacere. Se piangevo, il guaito diventava latrato, pareva che proprio mi implorasse di farmi coraggio; si alzava in piedi, mi puntava le zampe anteriori sul petto, poi le allargava come per abbracciarmi. Era un amico, il mio solo amico. Crescevamo insieme, lui molto più rapidamente.
A un certo punto avevo smesso di andare a scuola e m'ero occupato come apprendista tipografo. La tipografia aveva il retro che dava in un grande cortile e io avevo chiesto di poter portare con me il cane, per non lasciarlo in casa, solo, tutta la giornata. Me l'avevano concesso e così, mentre lavoravo, Biondo stava nel cortile, giocava con i bambini e ogni tanto entrava dal retro e veniva a darmi un saluto. La sera tornavamo a casa, felici tutt'e due.
A ventidue anni mi fidanzai. Lavoravo ancora nello stesso posto, ero considerato, benvoluto. Gran parte del mio tempo libero lo trascorrevo con Luisa, la mia ragazza, e Biondo veniva sempre con me; a casa non ci voleva stare né io volevo lasciarlo. Praticamente di giorno in casa non c'era nessuno: alcuni miei fratelli si erano sposati, erano andati ad abitare per loro conto e gli altri, come anche mio padre e mia madre, andavano a lavorare, erano fuori dalla mattina alla sera.
Luisa guardava con aria diffidente Biondo, che era come la mia ombra, sempre con me: era chiaro che non aveva simpatia per lui, lo tollerava, forse ne aveva anche paura. «Non fa niente, è buonissimo» la rassicuravo io. «E poi è vecchio, ha da pensare agli acciacchi».
A Luisa raccontavo tutto di me, delle mie speranze, delle mie ansie. Stavamo stretti stretti su una panchina, nel parco, quasi sempre la solita. Biondo stava accucciato in disparte, con il muso appoggiato sulle zampe anteriori, come se non sentisse. Invece sentiva, non interveniva soltanto perché non voleva essere importuno.
Sposai Luisa e andammo a vivere per nostro conto. Biondo venne con noi, nonostante che mia moglie torcesse il naso. Il cane si rendeva conto della diffidenza che lei aveva per lui e viveva il più possibile appartato, nella sua cuccia, sul ballatoio.
Un giorno Luisa mi comunicò che avremmo avuto un figlio. Ben presto, quando mancavano ancora sei mesi alla nascita, cominciò a dire che dovevamo sbarazzarci di Biondo perché non sarebbe stata possibile la convivenza nella stessa casa di un cane e di un bambino. Io le rispondevo che quella povera bestia non avrebbe affatto disturbato, anzi sarebbe stata per il piccino un compagno di gioco, un motivo di gioia. Ma lei insisteva.
Avvilito, in certi momenti andavo a trovare il mio amico d'infanzia e ancora gli parlavo, mestamente, e pensavo al giorno in cui, per il quieto vivere, sarei stato costretto ad accompagnarlo in campagna e affidarlo a un contadino. Ma chi l'avrebbe preso, vecchio com'era ormai? Ero proprio molto preoccupato. Biondo sentiva questo mio stato d'animo, mi guardava con i suoi occhi lacrimosi per la vecchiaia, non si muoveva per Ieccarmi la faccia perché muoversi gli costava fatica e sofferenza fisica; capivo, però, che mi voleva sempre bene nella stessa misura. Mi risparmiò il triste passo che mia moglie mi spingeva a compiere e che io avevo sempre paventato: se ne andò da solo, una notte d'estate. Lo trovai al mattino già rigido, nella sua cuccia.
Nacque il bambino, la casa si riempì di lui, delle sue grida, dei problemi che lo concernevano. Luisa e io lo portavamo qui nel parco perché respirasse l'aria buona che sapeva odore di piante. C'erano altre madri con altre carrozzelle. I discorsi si intrecciavano. «Quanti mesi ha il suo?»; «Dio come è paffuto e bianco e rosso!»; «Il mio devo allevarlo artificialmente»; «Che cosa mangia?» Qui su quest'erba Marcello fece i primi giochi, le prime corse. C'erano anche allora cani che giocavano con i ragazzi, andavano a prendere i sassi che erano stati lanciati e li riportavano; e i ragazzi abbracciavano i cani e loro dimenavano la coda. Mi ritornava alla memoria Biondo, la sua bontà, la sua limpida fedeltà, sentivo che la sua amicizia poteva essere paragonata all'attaccamento che il nostro bambino aveva per noi genitori; ma poi altri pensieri mi distraevano. Marcello, la casa, il lavoro. Eppure, dentro, quasi inavvertita, mi rimaneva la certezza che ancora avrei goduto dell'affetto di un cane.
I problemi si susseguivano uno dopo l'altro, appena uno era risolto uno nuovo si presentava e intanto passavano gli anni, Marcello era un uomo. Andava all'università; diceva: «Voglio questo, voglio quello, si deve fare così, non si deve fare così». La sua voce a volte era alta, imperiosa. Come erano lontani i tempi in cui ci correva incontro lanciando piccole grida e si aggrappava alle nostre gambe come un cucciolo e poi ci stringeva fortissimo per farci sentire tutto il suo amore.
E' passato altro tempo. Adesso Marcello ha superato i trent'anni, è sposato e ha un bambino. Non abita più qui, ma in un'altra città dove ricopre un'importante carica. Anche Luisa mi ha lasciato, da sette mesi, per sempre. Io sono solo, ma ho di nuovo un cane. È un bastardo, un po' maturo, che sono andato a prendere cinque mesi fa al canile municipale. Il suo colore è nero, ma io lo chiamo Biondo, a ricordo dell'altro. Con lui vengo qui, nell'antico parco della mia infanzia sempre uguale, come allora. Ora siedo su una panchina e osservo il ragazzo che mi sta innanzi lanciare sassi davanti al suo cane. Anche Biondo, che è accucciato ai miei piedi, guarda incuriosito le esuberanze giovanili del lupo che corre a prendere il sasso. Biondo si è già abituato a questo suo nuovo nome, appena lo pronuncio alza le orecchie e mi guarda in faccia. Ha uno sguardo intelligente; mi guarda come se io fossi sempre stato il suo unico padrone. Gli dico: «E tu non senti più voglia di metterti a correre per i prati dietro ai sassi?» Mi si avvicina strisciando un poco a terra e sfrega il muso contro una mia gamba. Ci intendiamo già, posso parlargli, sicuro d'esser capito, quando ho qualcosa da dire e non so a chi dirlo. Gli rivolgo ancora la parola: «Vuoi che andiamo a casa? Devo preparare la cena». Biondo si alza e dimena la coda.
Ma io non mi alzo ancora. Il ragazzo del lupo mi si è accostato. Mi chiede quanti anni ha il mio cane e che cosa gli do da mangiare. Mi intrattengo a parlare di Biondo.



domenica 16 settembre 2012

I supplenti



I giorni scorrono con lenta monotonia nella casa dei coniugi Lamberti. Sono entrambi sulla cinquantina, sposati da diciotto anni. Goffredo fa l'autista di piazza, Claudia la camiciaia. Non hanno figli e vivono soli in un alloggio di due camere e cucina che dà su una piazza con giardino. Un bel posto. Dovrebbe essere una coppia felice e così è ritenuta dai vicini, perché mai si sono sentiti litigare.

Abitano negli stessi settanta metri quadrati, eppure paiono distanti chilometri l'una dall'altro. Si sposarono dopo un fidanzamento di tre mesi. Erano entrambi soli e pensarono che insieme sarebbero stati bene. Fu un calcolo soprattutto economico: il mio guadagno più il tuo guadagno fanno il benessere e la tranquillità. In effetti economicamente stanno bene, mangiano bene, hanno un appartamento bene arredato, ma niente più. Nei primi tempi si dicevano parole affettuose, si raccontavano qualcosa di loro, delle loro impressioni su vari argomenti, poi, a poco a poco, i discorsi sono diminuiti, le parole si sono rarefatte, sono diventati come semplici conoscenti. Adesso parlano soltanto di cose pratiche, comunicazioni necessarie, riscaldamento, affitto, spesa.

Un giorno Claudia è tornata a casa con una piccola scimmia, una Uistitì argentata che sta quasi nel palmo della mano. Il marito l'ha accolta con indifferenza. La scimmietta si chiama Bigia e sta tutto il giorno addosso alla padrona, in grembo quando lavora, magari coperta dalla stoffa di una camicia, e su una spalla quando fa da mangiare. Di notte sta al fondo del letto sui piedi di lei. Sei mesi dopo l'arrivo di Bigia, Goffredo s'è portato a casa un barboncino, Moretto. Quando è libero dal servizio non fa che accarezzarlo, parlargli, giocare con lui. Tra una corsa e l’altra col taxi, quand'è l'ora, rincasa per portare Moretto a fare pipì. Il cane, a volte, non va d'accordo con Bigia perché lei vorrebbe salirgli sulla schiena e lui non vuole.

Moretto abbaia e ringhia. Per evitare questi scontri Goffredo, in sua assenza, lo tiene chiuso in camera da letto. Marito e moglie non dormono più assieme. Claudia ha messo un’ottomana nella camera da pranzo e dorme là. Per due motivi: perché soffre di insonnia e quando il marito torna dal servizio di notte la disturba, e per la reciproca tranquillità delle due bestiole. Si sdraia nel suo lettino e incomincia parlare a Bigia: le dice parole di tenerezza, una tenerezza che è già nella voce, nel tono, e lei risponde con piccoli versi, con squittii che sono altrettanto dolci. Dopo un po’ Bigia salta sul cuscino, solleva le lenzuola e s’infila sotto. Un gesto questo che per Bigia deve significare grande affetto.

Dopo un po’ il caldo consiglia alla scimmietta di tornar fuori: si va ad accoccolare in fondo ai piedi, chiusa nel giro della lunga coda. Nella camera accanto anche Goffredo parla al suo Moretto, che si stende sulle coperte, aderente al corpo del padrone. Con la zampa raspa fin che lui non gli ha allungato una mano da lambire. Il cane finisce per addormentarsi con la lingua sul palmo del padrone. Sempre così. I vicini dicono: «Proprio brava gente, quei coniugi Lamberti: vanno perfettamente d'accordo, mai che abbiano qualcosa da dire».

lunedì 23 aprile 2012

Filomena

Un inverno degli Anni Cinquanta, in Piemonte. Era un freddo polare, nelle campagne gelavano le viti e nel Po il ghiaccio avanzava dalle rive verso il centro e rendeva esigua la striscia dell'acqua che si vedeva correre. Mi ricordai di Filomena, una barbona della quale avevamo parlato sul giornale alla fine dell'estate perché viveva sotto un ponte circondata da un nugolo di cani. Quando l'avevo incontrata per l'articolo, sotto l'arcata asciutta del torrente all'ombra fresca in una giornata di afa, mi aveva decantato la sua vita, libera, senza diritti ma anche senza doveri. Diceva che era felice dalla mattina alla sera e la notte, sul suo materasso di foglie di granturco, faceva sogni stupendi. Aveva una cinquantina d'anni ma ne dimostrava venti di più. Non sapeva dov'era nata, ricordava di avere avuto una famiglia, ma di averla abbandonata da ragazzina, forse a dieci anni, «per andare a vedere il mondo». Così si era messa in strada ed era andata di casa in casa a chiedere un pezzo di pane. Veniva dal Sud, forse da un paese del napoletano, ma non ne era sicura. Il suo girovagare non aveva come mete delle città o dei paesi, ma dei ponti. Quando ne trovava uno giusto, con un’arcata sicura, con l'acqua abbastanza distante da evitare sorprese, vi si sistemava con le sue cose, che erano un paio di fagotti, un materasso di foglie e due tegami. Di giorno andava in giro a cercare da mangiare. E quando il ponte e i dintorni le erano venuti a noia, ripartiva per cercarne un altro, con case non troppo vicine e cespugli in prossimità per le necessità intime.
Aveva avuto dei compagni, vagabondi come lei, sempre più anziani. Ci litigava perché si ubriacavano e invece lei, mi aveva spiegato, nel bere era brava, si sapeva fermare al momento giusto. L'ultimo compagno era morto da due d'anni; un mattino di febbraio se l’era trovato a fianco, ghiacciato nel sacco in cui era infilato, e da allora non s'era più voluta associare a nessuno. Aveva scoperto i cani. Il primo era stato un fox terrier, sperduto, che aveva un collare con medaglia e nastrino colorato. L'aveva seguita per tutta la giornata e anche la sera, sotto il ponte, e si era accucciato ai suoi piedi per passare la notte. Dopo il fox terrier, che aveva chiamato Primo, intuendo che ne sarebbero venuti altri, aveva avuto in regalo una lupacchiotta incinta. Così la famiglia era cresciuta.
Una scoperta, questa dei cani, che l'aveva entusiasmata. In quel nostro incontro aveva quasi sempre parlato di loro. Di sé sembrava che ricordasse pochissimo, si limitava a ripetere che era contenta della vita, proprio della vita che faceva. La gente era generosa, non le faceva mancare niente, c'era anche chi ogni tanto le portava sporte di pane secco per i cani. Per lei, comunque, quelli che contavano erano loro: Primo, Linda, Gigetto, Rosso, Bislacco e via di seguito. Tutti avevano una storia, un carattere e un comportamento. Bisognava capirli, non farli ingelosire, non impermalirli. Tutti le volevano un gran bene, gareggiavano per dimostrarglielo con le loro leccate come baci, la difendevano dai molestatori, le facevano compagnia nelle sue passeggiate di casa in casa. Lei ai cani parlava e loro capivano. Quando doveva entrare in un'aia, li faceva aspettare sulla strada, per evitare che invadessero il territorio dei cani padroni o che mettessero paura alla gente. Non tutti la seguivano, almeno due restavano sotto il ponte, di guardia al “letto”, ai fagotti e ai tegami. Prima di partire assegnava i compiti: oggi restate a casa voi due, Primo e Gigetto, oppure, Rosso e Linda. E i prescelti a restare, mi spiegava, capivano subito: seduti assistevano alla partenza del gruppo poi si accucciavano. Quel giorno di cani ne aveva otto. Mi avevano accolto abbaiando ma poi lei li aveva zittiti per chiedermi chi ero e che cosa volevo. Mi aveva accettato, fatto scendere dalla riva, ricevuto in "casa" e loro mi avevano accolto scodinzolando, mi ero seduto a terra e i cani si erano pure accucciati, tutt'intorno, e stavano in silenzio come se ascoltassero.
Erano passati sei mesi da quell'incontro, ora il gelo mordeva ogni cosa in maniera terribile, chissà che ne era di Filomena, che fosse ancora sotto quel ponte? Ci andai di pomeriggio, c'era un sole pallido, la temperatura era di otto gradi sotto zero e la notte prima si era avuto addirittura meno 20,3. I cumuli di neve ai lati della strada sembravano cemento. Munito di bastone per non scivolare, sormontai l'argine di neve del bordo strada in direzione della carrareccia che fiancheggiava il fiume. C'era un sentiero di neve battuta e questo sentiero dopo qualche metro scendeva giù per l'argine, verso l'acqua che era una lastra di ghiaccio lucente. Quelle tracce stavano a significare che c'era stato un passaggio recente dalla strada alla base della prima arcata e infatti non appena incominciai ad avventurarmi, con cautela, sulla neve ghiacciata della ripida discesa, si sentì il primo abbaio, acuto, stridente, di un cane piccolo, subito seguito da un abbaiare corale. Poi, ad uno ad uno tutti i cani si presentarono fuori dall'arcata, sul sentiero che costeggiava la riva, abbaiando e guardandomi. Erano i suoi cani.
«Filomena» chiamai, «Filomena, Filomena». I cani si misero a fare un finimondo: il silenzio del fiume veniva invaso da un intreccio di abbai, latrati, gagnolii che già denunciava una varietà di taglie. Certo Filomena non poteva riconoscere la mia voce, forse nemmeno riusciva a sentirmi. E invece improvvisamente tutti i cani tacquero, evidentemente lei li aveva zittiti. Non feci in tempo a pronunciare di nuovo il suo nome che la sentii : «Chi è?».
«Filomena, sono quel giornalista che venne questa estate, ricorda? Posso scendere?». Dal buio dell'arcata arrivò il «sì». Affrontai la discesa lentamente, sotto gli sguardi fissi dei cani, tutti silenziosi. A mano a mano che mi avvicinavo qualcuno dimenava la coda, segno che m'aveva riconosciuto. Li contai, erano otto, come quel giorno, sicuramente gli stessi: due grossi, quattro mezzani e due piccoli. Entrai sotto l'arcata preceduto, circondato e seguito dai cani. Filomena distesa, affondata nel grande materasso di foglie, sotto un mucchio di coperte. Sollevò la testa incappucciata con un passamontagna che arrivava alle sopracciglia, tirò fuori una mano e l'agitò in segno di saluto. Come prime parole non seppi dirle altro che: «Ma come fa a resistere con questo freddo?».
Rise: «Lo dice lei che è freddo. Per me no: ci sono loro che mi scaldano». E aggiunse subito: «Però lei, venendo qui, mi ha disfatto il letto, adesso devono tutti tornare al loro posto. Dài Gigetto, su Bislacco, avanti Primo, su, saltate su». Uno per uno tutti presero il loro posto: tre cani sdraiati sul lato sinistro, tre sul lato destro, simmetricamente, i grossi uno per parte e altrettanto i mezzani; poi i due piccoli stesi proprio sopra il corpo della padrona. «Oh, bene» disse, «così va bene, stiamo caldi tutti, io e voi». Si voltò verso di me: «Come mai è venuto a trovarmi?».
«Passavo da queste parti e mi sono ricordato di lei». Mi guardai intorno, in un raggio di tre metri c'erano tutte le sue cose: alcuni mattoni posati a far nicchia per il focolare, un sacco pieno a metà quasi certamente di pane, due pentole, alcuni sacchetti di plastica gonfi di qualcosa, un fiasco vuoto e uno mezzo di vino rosso, un bicchiere, due piatti e una fila di ciotole.
«Ha mangiato, oggi?».
«Certo che ho mangiato, vuole che non abbia mangiato? Siamo stati a girare tre ore, dalle undici alle due, sono venuti con me solo i due grossi, gli altri li ho fatti restare qui sul letto, al caldo. È andata bene: ho raccolto un po' di soldi e tante cose, oggi ho persino fatta la pasta asciutta, per tutti e nove quanti siamo. Poi, mezz'ora fa, ho deciso di chiudere la mia giornata, di venire a letto. Per oggi basta, sa, non sono giorni da stare tanto in giro».
«I cani la tengono calda ma loro non sono coperti, tremeranno».
«Ma cosa dice, guardi qui, alla mia destra, vede quella coperta? Io stanotte, rimanendo distesa, la tiro su e la lancio sopra a tutti, così anche loro sono a letto davvero, come me».
«Filomena, ma non sarebbe meglio che andasse nel dormitorio pubblico? Quello almeno è riscaldato».
«Fossi matta! Io, andarmi a far comandare? Mai. Qui faccio quello che voglio, domattina dormo fin che mi pare. Non nevica, non piove e ho i miei cani. Le sembra che possa abbandonarli? Sarei una sciagurata. Sapesse come sono preziosi, buoni. Noi ci parliamo: loro capiscono tutto e io comprendo quello che dicono con le loro abbaiate. Creda, è una vita bella. Se uno la sa apprezzare me la invidia».
«Filomena, in macchina ho un paio di panettoni, li vado a prendere. Ma poi i cani tornneranno a guastare il letto, come facciamo?».
«Ci penso io: glielo dico e loro stanno buoni. Fermi, non muovetevi. Vada pure».
Risalii, tornai giù coi panettoni e tutti rimasero fermi e zitti: avevano proprio capito tutto, qualcuno dimenava anche la coda, perché tornavo, o forse per i panettoni.
«Filomena, mi ha fatto piacere rivederla, tanti auguri», e le infilai qualche banconota sotto la coperta.
«Ciao, ciao, torni quando vuole. Tanto, per adesso, non cambio ponte».