Visualizzazione post con etichetta chiacchiere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta chiacchiere. Mostra tutti i post

venerdì 18 settembre 2015

Il padre

Via della Vigna 45: una casa bassa color piombo, due botteghe sormontate da un'unica insegna di lamiera gialla con un nome in alto, Amerigo Martinelli, sottile e lungo, che si stendeva sulla scritta grossa: salumeria-osteria. Forse in tutta la città era l'unico negozio che riunisse due esercizi di natura diversa, un modo che era abbastanza diffuso agli inizi del novecento. Il quartiere, molto popolare, aveva tuttavia parecchi altri negozi antiquati, con le insegne di stile ottocentesco e l'arredamento di legno nero, malandato. Ma si aprivano anche, qua e là, botteghe modernissime, splendenti di luci colorate, di insegne che strizzavano l'occhio con giochi luminosi, che emanavano allegria. E nel confronto le botteghe vecchie precipitavano ancora di più nello squallore.
Lui, dunque, era qui, in questa salumeria-osteria. Nella tasca destra della giacca stringevo la lettera. Mi pareva di saperla tutta a memoria. A un certo punto diceva: "È una casa bassa e scura con due negozi. Sono suoi: lui fa il salumiere e l'oste". E più avanti: "Ti dico tutto questo per scrupolo. Tu farai quello che crederai meglio. Se vorrai potrai anche non conoscerlo mai: la città è tanto grande, si può passare tutta la vita senza aver bisogno di andare in via della Vigna". Indugiai un poco davanti alla casa, feci finta di guardare la vetrina di un orologiaio di fronte, uno dei negozi belli e pieni di luci, poi mi decisi, attraversai la strada e entrai nell'osteria.
Era un camerone stretto e lungo, quasi deserto in quell'ora di pieno pomeriggio. Due vecchi in maniche di camicia stavano seduti a un tavolo sulla destra, vicino alla porta, e giocavano a briscola davanti a due bicchieri di vino; altri tre uomini, di media età, intorno al primo tavolo, vicino al banco, chiacchieravano e bevevano. Tutti gli altri tavoli, una dozzina, erano vuoti, anche al banco non c'era nessuno. Mi sedetti. Uno dei tre si voltò a guardarmi e poi chiamò l'oste: «Martinelli» gridò verso il retrobottega. Martinelli entrò un minuto dopo pulendosi le mani nel grembiule che una volta doveva essere stato bianco e che ora era unto e macchiato di chiazze rossastre di carne. Certo veniva dalla attigua salumeria. «Eccomi qua» disse con una voce secca, puntuta. Mi guardò con aria curiosa e senza smettere di pulirsi le mani si accostò al mio tavolo per chiedermi che cosa volevo ordinare. Non avevo la forza di guardarlo in viso a così breve distanza: mi sentivo emozionato, pensavo di essere pallido o rosso, non capivo bene; il cuore mi andava a sbalzi e avevo paura che mi tremasse la voce. Guardando il tavolo chiesi un quartino. «Rosso o bianco?» domandò lui. «Rosso» dissi io.
Adesso che l'oste era dietro al banco intento a versare il vino lo guardai. Notai per prima cosa il suo naso leggermente aquilino. Anch'io l'ho di quella forma e mi venne fatto di toccarmelo, ma subito ritrassi la mano per posarla sul tavolo. L'oste era stempiato, tuttavia non doveva avere più di quarant'anni; teneva la bocca socchiusa come per un lieve sorriso. Venne al tavolo a posare il quartino e il bicchiere. «Eccolo servito» disse con quella voce stridula, poi se ne tornò dietro al banco e vi si appoggiò con gli avambracci, tutto curvo in avanti, rivolto verso il gruppo dei tre uomini per prendere parte ai loro discorsi.
Bevvi un sorso e continuai a guardarlo. Il cuore mi si era calmato, ora; anzi mi meravigliavo d'essermi agitato. Rividi mia madre nel letto che mi cercava la mano e me la stringeva. «Mario» mi sussurrava, «quando avrò finito di penare mi metterai il vestito nero con il collo di pizzo. È nel cassetto di fondo del mio comò. Voglio che sia tu a prenderlo fuori. Ricordati bene: prendilo fuori tu». Quell'insistenza s'era ripetuta ancora e mi aveva insospettito. Una sera, mentre mia madre si era assopita, avevo tirato il cassetto di fondo del comò e in mezzo al vestito nero avevo trovato la lettera: "per Mario, da aprire quando sarò morta". L'avevo letta in bagno, dieci giorni dopo, mentre mia zia e l'infermiera mettevano a mia madre il vestito nero con il collo di pizzo. "Credo d'avere il dovere di dirti la verità che ti abbiamo sempre nascosto: Rino non è tuo padre. È un cuore d'oro, buono come il pane buono, e tu lo sai bene. Mi ha conosciuta quando io avevo già te, da un anno, e sposandomi ti ha dato il suo cognome. Tuo padre vero è Amerigo Martinelli e abita in via della Vigna 45...".
Bevevo a piccole sorsate e non toglievo gli occhi dall'oste che stava ridacchiando con i tre avventori. Parlavano di un tale che, tornato a casa ubriaco, aveva dovuto trascorrere il resto della notte sul pianerottolo perché la moglie non gli aveva aperto. Una storia banalissima, da concludere in cinque parole. Loro invece ne stavano parlando diffusamente e continuavano a riderci sopra come se fosse una vicenda davvero comica e interessante. Cercavo di non sentire le loro voci, socchiudevo gli occhi e pensavo con intensità alle parole della lettera e all'espressione di mia madre quando m'invitava con aria densa di significati a togliere dal cassetto il vestito nero. "È mio padre, questo" mi dicevo e poi riaprivo gli occhi a guardare fissamente il profilo dell'oste. Ma questo pensiero non mi suscitava dentro alcun sentimento. Non sapevo nemmeno trovare una differenza fra l'oste e gli altri tre seduti al tavolo coi quali parlava: erano tutti uomini sulla stessa età, vestiti piuttosto neglettamente. "Ma è mio padre" insistevo a pensare. Niente: lo trovavo diverso solo perché stava dietro al banco e gli altri erano seduti al tavolo; diverso perché se si fosse drizzato avrebbe mostrato un grembiule biancastro, sporco, trattenuto da una fettuccia che gli girava intorno al collo. "È mio padre" mi ripetevo.
Il pensiero mi ricordò invece Rino, Rino Lovatti, quello che mi aveva dato il suo cognome, quello che per venti anni avevo creduto mio padre vero. Adesso, certo, stava in piedi davanti al tornio e fra un'ora avrebbe finito il lavoro, sarebbe tornato a casa. Dopo cena si sarebbe seduto in poltrona davanti alla televisione, con un gomito appoggiato al bracciolo e il palmo della mano alla guancia, non tanto per guardare quanto per pensare. Stava lì immobile come se seguisse la trasmissione, invece teneva gli occhi bassi, al tavolino di supporto dell'apparecchio. Per lui era come se lo schermo fosse spento, non vibrassero suoni e voci. Questo accadeva da quando era morta mia madre. Serate angosciose, per lui e per me che gli stavo accanto. Ogni tanto apriva bocca per dire: «Ma». Nient'altro. E in quelle desolate esclamazioni c'era tutto il rimpianto di ciò che noi avevamo perduto, c'era l'amore e il dolore per lei, mia madre, che non c'era più.
Mi ricordai di lui com'era tre anni prima, a Natale. La sera della vigilia, rincasando in motorino, era stato travolto da una automobile e l'avevano portato all'ospedale svenuto e sanguinante. Per tutto il giorno dopo era rimasto in preda allo choc e ci guardava senza dimostrare di conoscerci. Aveva un braccio spezzato e la testa fasciata per una larga ferita alla fronte. Piano piano nei giorni che seguirono incominciò a riprendersi. Due settimane dopo era già a casa, con il braccio ingessato, ma allegro. Trascorrevamo lunghe ore, di sera, tutti e tre seduti intorno alla tavola a chiacchierare. La ritrovata possibilità di restare così riuniti, dopo il pericolo e il timore di perderlo, ci sembravano un dono nuovo del quale prima non avevamo mai saputo apprezzare il valore. Non ci importava dei programmi della televisione, preferivamo discorrere tranquilli, senza distrazione, per sentirci vicini, uniti.
Dal retrobottega venne una donna piccola, grassa, coi capelli grigi, le maniche rimboccate e un grembiule bigio. Si infilò tra il banco e batté il dorso della mano su di un braccio dell'oste: «Dammi della moneta» disse. Era certo la moglie che veniva dall'altra bottega. L'oste non le dette retta e continuò a parlare coi tre clienti. «Spòstati, perdiana» gridò la donna e passò a forza per andare ad aprire il cassetto. L'oste ora stava ritto contro lo scaffale, sullo sfondo delle bottiglie, in attesa che la moglie tornasse ad uscire. Rideva con un riso stridente che pareva saltellare per lo stanzone semivuoto. «Starete a vedere quante gare vincerà, quest'anno» diceva. Parlava di qualche campione della bicicletta. «Starete a vedere» ripeteva e ancora rideva. Non potei continuare a guardarlo. Sentii improvviso il desiderio di andare davanti all'oste, di prenderlo per le spalle e scuoterlo perché smettesse di ridere, ma non mi mossi. Gli ripiantai gli occhi addosso e glieli tenni fissi, ma lui non se ne accorgeva.
Il discorso delle corse ciclistiche mi riportò alla mente una domenica estiva di sei o sette anni prima. Ero a letto con la febbre alta, nella strada la gente gridava perché passavano i corridori e nella stanza semibuia, al fondo del letto, mia madre e mio padre in silenzio mi ascoltavano battere i denti. Restai malato per un mese. Mio padre in quel tempo non aveva lavoro e girava per le officine a cercare un posto; tornando a casa veniva a sedersi in fondo al letto e si lamentava della mutua perché non passava le medicine. Era stata un'estate brutta, quella, indimenticabile. Ma l'oste tutte queste cose non le poteva sapere e continuava a ridacchiare; per lui le gare in bicicletta erano soltanto legate a nomi di corridori, quelli che avevano vinto e quelli che avrebbero potuto vincere. Continuavo a guardarlo: stava vuotando da bere ai tre uomini. Era grassottello, forse la sua pelle era anche unta perché appariva lucida. Certo con la salumeria sotto mano doveva sempre aver mangiato bene, senza economie.
E Rino, che cosa avrebbe mangiato stasera? Si sarebbe messo a sedere come al solito davanti alla tivù e sarebbe rimasto lì senza guardarla a farsi sorprendere dal buio, non avrebbe mangiato niente se non fossi andato io a preparargli qualcosa e a insistere perché mangiasse. Pensai al salume: avrei potuto comperare dell'affettato per risolvere con facilità il problema della cena per entrambi. Il pensiero mi era corso alla bottega accanto, ma immaginai che l'oste passasse di là per servirmi. No, sarei andato a comperarlo altrove, lontano di lì, vicino a casa mia. Un affettato incartato da altre mani, che non mi ricordasse niente.

A momenti mio padre sarebbe uscito dall'officina. Era tardi, volevo essere a casa per il suo ritorno. «Babbo» gli avrei detto, «stasera preparo io la cena, prova a indovinare cos'ho comperato». Non gli avrei permesso di rimanere davanti alla televisione a covare pensieri grevi, gli avrei parlato, l'avrei fatto parlare. «Oste» chiamai forte, «quant'è?» L'oste disse il prezzo e venne a prendere la moneta. E io uscii in fretta, dimenticandomi di dare la buonasera.

domenica 26 aprile 2015

Facezie di Enzo Ferrari

Nel settembre 1975 vado a Maranello per intervistare Enzo Ferrari. Esaurito il lavoro passiamo alle chiacchiere: io mancavo da Modena da vent’anni. C’erano diversi punti di interesse comune sui quali era piacevole intrattenersi. Ferrari univa alla sua facondia una memoria di ferro. Raccontava aneddoti di amici e conoscenti, viventi e scomparsi, sempre con un pizzico di pepe.

XXX, giornalista, la cui madre, modenese, era stata l’amante di un corridore della scuderia Ferrari, quando era direttore di un giornale nazionale, una sera invitò un gruppo di amici a cena in un ristorante, ma non si presentò all’ora stabilita. Telefonò che incominciassero, poi arrivò alla frutta. «Grazie d’essere venuti, io non mangio. Vi ho invitati per annunciarvi che mia moglie è una puttana, il suo amante è Tizio; sono stato adesso dall’avvocato per avviare la pratica di separazione».

Suo figlio YYY, altro giornalista, anche lui sfortunato in fatto di donne. Adorava la moglie che gli morì ancora giovane. «YYY era un mio caro amico, qualche mese dopo la disgrazia venne qui e si mise a piangere. Cosa ti è successo? “Mia moglie è morta due volte: ho curiosato nei suoi cassetti e ho trovato un diario. L’ho letto e ho scoperto che mio cugino è stato per anni il suo amante”».

venerdì 27 luglio 2012

La tavolozza del bagnante


L’«artista» lo si riconosce anche quando sta annaspando nell’acqua tra gli altri venti bagnanti che dividono la prima striscia di mare dove non si tocca. Ha i baffi a spazzola, i capelli grigi, folti e lunghi, i cui ultimi riccioli gli si appoggiano sulle spalle. Sta poco sulla sdraio: è sempre in giro sotto uno dei tanti ombrelloni, a chiacchierare. «Non faccio per dire, ma ho al mio attivo 24 anni di tavolozza e il mio mestiere lo conosco bene». Trancia giudizi su tutti i pittori, dai primitivi in avanti, soffermandosi naturalmente sui contemporanei. «Una cosa abominevole» dice degli informali. «La pittura deve rispecchiare la verità, seppure rivista dall’animo del pittore che l’interpreta. Io, ad esempio…»
Ha portato qui in villeggiatura trenta tele e sul terrazzo della pensione che lo ospita ha improvvisato una specie di personale. «Non l’ho mica fatto per vendere – dice al suo interlocutore, e ormai, nei dieci giorni di permanenza al mare, l’ha già detto a 70 dei 150 bagnanti della sua spiaggia – ma semplicemente per far vedere come dipingo io». Affronta anche, e con molta disinvoltura, l’argomento prezzi: «Sa, io ho già una quotazione internazionale: diciotto punti», Poi fa dei calcoli strani da cui risulta che un suo quadro di medie proporzioni costa circa duecento euro. Si china per avvicinarsi all’orecchio di chi lo sta ad ascoltare: «Qui, però, nessun organismo internazionale mi può costringere a vendere a prezzo pieno. Se un amico, come potrebbe essere lei, ha piacere di avere un mio quadro, glielo cedo per molto meno, che so, la metà, quasi un regalo. Via, in fin dei conti siamo in vacanza,  tra amici, un favore lo si può ben fare». Si gira verso la collina che  è alle sue spalle: «Vede, io sto nella pensione che è in quella casa color nocciola: sul terrazzo ci sono i miei quadri. Se andrà a vederli mi farà un vero piacere. Ci terrei molto sentire il  suo giudizio sulla mia opera».
L’interlocutore promette vagamente, si alza per fare il bagno. Il pittore ne approfitta per andare sotto un altro ombrellone. «Guardate qua che spettacolo la natura, che tavolozza di colori! A proposito di colori, due settimane fa ho dipinto un quadro…»

lunedì 9 luglio 2012

Simpatia verbale


Tra le bagnanti, al primo colpo d’occhio, fa spicco la «rossa»:  alta almeno uno e ottantadue, bruna, pelle olivastra, un tipo. La chiamano «rossa» perché è sempre vestita di questo colore: costume  rosso, casacca di spugna rossa,  cappello di paglia rosso, sandali rossi. Ha quarant’anni e una figlia di dieci: il marito non c’è, viene il sabato sera e riparte il lunedì mattina. La «rossa» sta sempre parlando con qualcuno, non importa se uomo o donna: chiacchiera di tutto, con un linguaggio sempre appropriato, dimostrando buona cultura; ma soprattutto chiacchiera allegramente, senza alcuna ombra di alterigia, di snobismo, di sofisticazione. Certe mogli, sulle prime, si allarmano, vanno a incollarsi ai mariti per essere pronte alla difesa e all’aggressione, ma poi anche loro vengono conquistate dalla simpatia della  «rossa», si rendono conto che non ha alcuna intenzione minacciosa  come conquistatrice nei confronti degli uomini. È facile che ci sia intorno a lei un grappolo di persone, non un solo colloquiante e chi non è interessato a sentirla, se vede ressa, non si avvicina nemmeno perché sa già chi c’è lì.
È una donna che si attacca alla vita con l’esuberanza della parola. Si intuisce che vuole sfruttare pienamente la fioritura di questa  ultima sua floridezza per mettersi in mostra. Talvolta accenna ai suoi vent’anni facendo balenare immagini di splendore. Ma non c’è mai sfoggio, né rimpianto, nei suoi ricordi; c’è sempre una positiva pienezza di vita. Al pomeriggio la  «rossa» invita i suoi interlocutori ad avvicinarsi all’acqua, si siede sul materassino di gomma e allunga le gambe sulla sabbia, in modo che il moto dell’onda gliele lambisca. «Come si sta  bene,  così, al fresco» dice, poi continua a parlare di uno dei tanti argomenti. Le mani, con noncuranza, raccolgono l’acqua e la versano sulle cosce dove l’onda non arriva. Continua così per ore, fino a quando c’è qualcuno che la sta ad ascoltare, fino a quando sua figlia non si decide a reclamare per tornare a casa. «Non mi toglierei  mai da questo fresco» dice.
La  «rossa» in questa spiaggia rappresenta un caso singolare: non offre nessun appiglio alle altre donne per una critica.  Sembra impeccabile in tutto, nel linguaggio, nella scelta degli argomenti, nel comportamento. Anche l’aspetto non dà appiglio: la sua bellezza  non è di grande rilievo e i lineamenti sono regolari, così pure le donne istintivamente più severe, più propense alla gelosia e al sospetto, si sentono disarmate. Questa perfezione,  questa simpatia che circondano «la rossa» finiscono  per far nascere intorno a lei un’ombra  che attenua il suo favore. Ecco un piccolo rilievo, il primo: «Secondo me questi suoi  prolungati bagni alle gambe hanno il preciso scopo di combattere la cellulite».

venerdì 22 giugno 2012

L'intrufolone

Girolamo ha sessantacinque anni. È piccolo, segaligno, fortemente miope. Vive solo in un alloggetto di camera e cucina al terzo piano di una casa senza ascensore che ha cinque piani e quattro apppartamenti per piano. Gente modesta, in genere operai ma anche alcuni impiegati. Si mantiene con una piccola pensione che gli viene corrisposta per la sua passata attività in una fabbrica di dolci. Vedovo da dieci anni, ha sempre cercato di ravvivare la solitudine guardandosi attorno, praticamente partecipando alla vita della casa. Era andato ad abitare lì quando si era sposato, come prima tappa per passare poi in un alloggio più grande appena fosse nato un bimbo. Ma il figlio non è venuto e lui si trova ad essere uno dei più vecchi inquilini. Conosce quindi tutti molto bene e di tanti sa anche cose riservate. Ma è talmente addentro alla vita della comunità da desiderare di accrescere sempre più le sue conoscenze dei vari nuclei. In genere ci riesce perché a questo fine ha plasmato il suo comportamento di inquilino. Non appena sente qualcuno che fa le scale è pronto ad uscire con un pretesto per vedere chi è. Nella sua porta ha un pomello d’ottone che lui ha già lucidato migliaia di volte, appunto per avere vista libera.
Ai proprietari di alloggi che abitano altrove Girolamo offre i propri servigi: per andare alla posta a pagare bollette, riscuotere affitti, fare un acquisto in un negozio. Sono tutte occasioni per tenere i contatti con gli inquilini, e mantenersi aggiornato sulle novità. A taluni offre altri favori: per esempio scende a prendere le posta o il giornale nel casellario e glieli porta su. Tra una commissione e l’altra si ferma a parlare, chiede notizie dell’uno e dell’altro, riferisce ciò che ha sentito dire, aggiunge qualcosa di suo per godersi lo spettacolo delle facce meravigliate. Càpita così che qualche inquilino, causa sua, possa venire in discussione con qualche altro, ma lui è subito pronto ad intervenire per fare correzioni e ristabilire la pace. Quando il condominio deve prendere delle decisioni comuni di una certa importanza Girolamo va a dire le sua di alloggio in alloggio, fa propaganda e comizi come se si dovessero tenere elezioni. In queste fasi di grande attività si sente importante. Guarda chi sale e chi scende con occhietti che si vedono piccolissimi dietro le lenti spesse, ma che si intuiscono gioiosi.
Se qualcuno si oppone alla sua invadenza rifiutando i suoi servizi, lui non se ne offende, aggira l’ostacolo, torna alla carica sotto un’altra forma. Per coloro che si dimostrano decisamente ostili Girolamo usa diversa tattica: aspetta al varco i loro bambini e offre caramelle. I piccoli, ammaestrati dai genitori, le rifiutano, ma lui insiste, gliele scarta, gliele mette in bocca. Fra i casigliani si diffonde la voce che le caramelle di Girolamo sono stregate: c’è chi fa le scale di corsa per non incontrarlo; altri si affidano ciecamente a lui per non averlo come avversario. E Girolamo entra nelle loro case, parla, ascolta, esce, va in un altro alloggio a riferire quello che ha appena sentito, aggiunge qualcosa di suo, pensa che domani qualcuno litigherà e lui dovrà intervenire. Si sente un personaggio importante, ha la casa in pugno ed è felice.

sabato 24 settembre 2011

LA GIOIA D’ESSER MAMMA


Vanno, con la loro macchinina, nel dolce mattino di inizio d’estate. Lei, felice, che guida canticchiando, e Betty, il suo tesoro, alle spalle, ben sistemata nel seggiolino. Betty sembra volerla imitare, con vocalizzi e gorgheggi che ricava da quel poco di conoscenza del linguaggio, appreso nei suoi diciotto mesi di vita. È felice, Berta, perché sta vivendo una realtà che aveva sognato per anni e anni, quella di essere madre e non ci riusciva, proprio non ci riusciva. Quante visite, dai clinici più noti. E poi, finalmente, all’estero, la via eterologa. Che gioia, la gravidanza, sapere di stare facendo una creatura, un’altra vita che diventa sua figlia. «Betty, siamo arrivati, adesso io scendo un momento, tu stai lì buona, mi aspetti, e puoi continuare a cantare».

Sono arrivate nella piazza grande, dove ci sono tante altre macchine parcheggiate; là in fondo c’è il duomo e di fianco la torre con l’orologio che batte le ore con rintocchi fortissimi, sta battendo anche ora, gli ultimi delle undici. Proprio dietro il duomo, nella prima casa della via Degli Angeli, che è stretta ma di nobiltà, abita Corinna, la sua cara amica che è appena tornata da un viaggio negli Sati Uniti: due mesi in giro con l’auto, lei e suo marito, una cosa che avevano preparato con grande cura, in modo da poter sempre trovare ogni sera, all’arrivo in una nuova città, l’ospitalità migliore.

Abbracci e baci e poi via alle parole, tante, che corrono veloci, con le domande, brevi, e le risposte, lunghe. No, non è andato tutto bene, come speravano alla partenza: c’erano stati dei contrattempi, uno soprattutto, li aveva tenuti in ansia parecchie ore. «Ma pensa – dice Corinna -, una notte, alle tre, in un albergo di quasi cento camere, un cliente, pazzo, si era messo a gridare dicendo che voleva fare un macello, uccidere tutti, perché tutti lo perseguitavano. E precisava che lui poteva farlo con l’esplosivo che aveva con sé. Era suonato l’allarme, ci avevano fatti alzare e uscire. L’albergo aveva un giardino e lì siamo rimasti per quasi due ore, fin che la polizia, dopo avere bloccato l’uomo, non ha ispezionato ogni più piccolo spazio della sua camera. Un’avventura davvero spiacevole. Ma adesso, Berta, parlami di te, racconta di Betty». E Betty diventa, nelle parole di sua madre, la protagonista: ogni suo gesto, il suo linguaggio in formazione, un suo risveglio un certo mattino, diventano fatti da essere esposti con particolari.

Una pausa e in questa pausa arrivano i rintocchi dell’orologio della piazza. Berta guarda il suo con gesto brusco del braccio. «Oddio –grida – è mezzogiorno e ho Betty nell’auto». È già in piedi, girata verso l’uscita. L’amica la guarda stupita ed esclama: «L’hai lasciata là sola!». Ma lo stupore di Corinna, Berta non lo coglie più, sta già correndo oltre il duomo. Arriva, apre lo sportello, e una vampata di calore l’investe. L’auto è un forno e Betty piange. Berta la prende in braccio: «Poverina, poverina, non piangere, non piangere, c’è qui la tua mammina che ti vuole tanto bene, tesoro tesoro».

sabato 10 settembre 2011

PRIMA DI TUTTO LA MORALITÀ

«Tutto è da moralizzare – grida il prof. G. C. nel microfono – ma per farlo bisogna avere polso fermo, coscienza pulita e non guardare in faccia nessuno. È per questo che vi chiedo di darmi il voto: io, modestamente, mi sento in grado di fare il moralizzatore». Sta parlando in una piazzetta di una borgata ai margini della città, in piedi su un tavolo da osteria. Davanti a lui ci sono diciotto persone, per lo più ragazzotti sfaccendati. Lo stanno ad ascoltare con svagatezza, in parte appoggiati a un muro, le mani in tasca, i baveri alzati per ripararsi dall'aria pungente. Qualcuno lo guarda con occhio strafottente, altri hanno sul viso espressioni annoiate, sonnacchiose.

Il prof. G. C. ha finito, scende dal tavolo con l'aiuto di un giovane, lo stesso che l'ha condotto qui con la propria utilitaria. È un rappresentante di macchine per cucire; il professore lo ha conosciuto un mese fa in casa di un comune amico e gli ha promesso che, se diventerà consigliere comunale, lo farà assumere in comune. Per questo motivo il giovane rappresentante sta trascurando il lavoro per mettere se stesso e l'automobile a disposizione del candidato G.C.

Sceso dal tavolo il professore si asciuga le lenti degli occhiali che si sono appannate. Si asciuga anche la fronte perché nel discorso ha messo molto impegno, «tutta l'anima», come dice lui commentandosi compiaciuto. «Vogliamo andare? – dice al suo accompagnatore – altrimenti viene tardi, i ragazzi mi aspettano». I ragazzi sono i suoi allievi. Il professore, 45 anni, insegna materie letterarie in un pubblico istituto. In questo periodo, con tutti i comizi che vuole fare, dovrebbe sempre chiedere dei permessi al preside. Ha superato l'ostacolo mettendosi d'accordo con gli alunni. «Voi state quieti – dice –come se io fossi qui, e se mi cercano rispondete che sono andato fuori un momento». Appena ha firmato il registro e le lezioni sono iniziate, esce dall'aula in punta di piedi e lascia la scuola passando attraverso il locale caldaia termosifone e un'uscita laterale. Balza sulla macchina del giovane che lo aspetta e ritorna a comizio concluso, in genere pochi minuti prima che suoni la campana. Con lo svolgimento del programma è maledettamente indietro. «Non vi preoccupate – dice agli alunni – appena sarò eletto vi porterò avanti in fretta».

giovedì 18 agosto 2011

Pensione in montagna


Al mattino è sempre il primo ad alzarsi e a scendere per la colazione. Appena scende, un altro lui va a sedersi al suo tavolo e incomincia a parlare; così, senza avviare un discorso normale, senza accennare alla propria stranezza di sedersi senza motivo. Parla di tutto: di politica con un ragazzino, di motociclette con una vecchia signora, di Kant con la cantante lirica. E il suo modo di parlare è torrenziale, chi lo ascolta resta stordito e stupito, ormai lo conoscono tutti: questo è il dott. Barri, laureato in legge e dipendente di una ditta di prodotti farmaceutici. È qui da una settimana e ci starà per altre due. Di sé dice che ha l’esaurimento nervoso. Si è anche messo a piangere improvvisamente, una volta, mentre parlava di astrologia con un falegname. A una signora ha chiesto se sapeva cosa era capitato a Beethoven mentre stava componendo la nona sinfonia. A un’altra ha domandato quanto si sarebbe trattenuta. “Otto giorni”, ha risposto. "Bene, -- ha detto Barri -- così avremo modo di parlare del Tasso, perché mi interessa conoscere il suo pensiero sulla Gerusalemme Liberata”. Con Barri c’è anche la moglie, chiaramente sua vittima. Sta al tavolo, sola davanti alla colazione, ad occhi bassi; se osa dirgli di non disturbare i commensali, lui risponde malamente, una volta le ha fatto una sfuriata e poi è uscito sbattendo la porta, ma è rientrato subito dopo per andare a un altro tavolo.
Tra gli ospiti c’è la signora Gianfranca, che sembra mulatta, tanto è abbronzata. Viene dal mare e invece il marito sembra pallido, al mare non c’è stato; lui è per la montagna ed è qui con tutto l’occorrente per fare una scalata, aspetta solo che il tempo, ora incerto, si rimetta al bello. Gianfranca ha una trentina d’anni: molto magra, naso aquilino, in complesso non bella. Ma alcuni giovani la guardano con insistenza, attratti dalla particolare carnagione e dal suo sguardo penetrante.

La sera, dopo cena, nella sala si balla, con un impianto stereo. Gianfranca è stata scelta da un farmacista neolaureato e danno dimostrazione di essere abili ballerini e subito affiatati. Ballano anche altre due o tre coppie. Tutt’intorno stanno seduti anziani e ragazzini. Il marito di Gianfranca parla di montagna con un colonnello degli alpini in pensione. Qualcuno fa notare che Gianfranca in certi momenti avvicina molto la guancia al suo cavaliere. L’indomani pioviggina, tutti i pensionanti sono in sala a fare il gioco dei pegni. Manca il marito di Gianfranca che è uscito lo stesso, per una passeggiata di allenamento. C’è un nuovo arrivato, un ingegnere che viene dall’Arabia Saudita dove è addetto alla trivellazione di pozzi petroliferi. Racconta della sua vita nel deserto: Gianfranca gli è sempre vicino, lo guarda con i suoi occhi azzurri e acuti. Adesso la signora deve pagare un pegno: dare un bacio all’ingegnere. Lo fa con uno slancio che solleva alcune esclamazioni di meraviglia. Il farmacista si rabbuia, si alza e va a sedere in disparte, dice che ha mal di testa.
Dopo cena si torna a ballare, ma questa volta la signora Gianfranca balla con l’ingegnere, che ha perduto la sua loquacità ed è attento solo a stringere bene la ballerina. Il marito di lei ha trovato da parlare con un architetto che gli racconta di quella volta che andò in cordata sul Monte Bianco. Entra il farmacista: “Signora Gianfranca, -- dice -- sotto la sua finestra c’è un vestito, forse è caduto dal davanzale, vuole venire a vedere?” La signora esce col giovane farmacista. Qualcuno in sala, in un momento di silenzio, ha l’impressione di udire, fuori, un suono secco, come di schiaffo: Passano due o tre minuti, la signora rientra, sola, senza tenere nessun vestito in mano. Ha i capelli un po’ arruffati.
L’indomani è bel tempo. Il marito di Gianfranca non c’è, è partito prima dell’alba con tutta l’attrezzatura, anche il sacco a pelo, per una scalata che lo terrà lontano tre giorni. Alle 11 arriva un giovane con una fiammante Porsche targata Milano e la signora Gianfranca gli va incontro in giardino. Quando rientra avvicina il titolare della pensione, gli sussurra: “Mi devo assentare per un paio di giorni. Tornerò prima di mio marito. Mi raccomando, lei faccia conto che sia sempre stata qui”. Sale di corsa, ridiscende con una valigetta, e monta sulla Porsche. A mezzogiorno il farmacista e l’ingegnere, ognuno dal proprio tavolo, guardano con insistenza quello della signora Gianfranca, vuoto.

Ma chi saranno quei due, si chiedono alcuni pensionanti guardando due nuovi ospiti. Lui è sulla sessantina, lei sui trenta, nessuno ha l’anello. L’uomo è fine, molto elegante, si direbbe un signore. Lei è soprattutto molto appariscente , più alta di lui. Padre e figlia, ma non assomigliano, zio e nipote, un avvocato e la sua segretaria? Bisognerebbe chiedere al titolare della pensione se hanno lo stesso cognome, ma è domanda troppo indiscreta, forse non risponderebbe nemmeno. Improvvisamente piomba a quel tavolo il dott. Barri, si siede e incomincia a parlare di fitto. I due lo guardano stupiti, ma poi parlano anche loro. Qualche minuto e poi Barri si alza , se ne va. Una signora l’avvicina e gli chiede se ha saputo qualcosa di loro. “Ma cosa avrei dovuto sapere? Abbiamo parlato della evoluzione della specie”.