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domenica 1 novembre 2015

Le certezze del domani

Giravo per la Riviera in cerca di appartamenti e ville in vendita. Lavoravo per conto di una società che acquistava immobili nelle località turistiche per rivenderli poi ai ricchi stanchi di far quattrini in città o tormentati dai reumatismi, che andavano cercando la primavera anche d'inverno. Il mio compito era quello di segnalare alla società non solo gli stabili che venivano spontaneamente offerti sul mercato, ma anche – anzi, specialmente – quelli per i quali v'erano nascoste prospettive di vendita. L'esperienza dimostrava che, proprio quando i proprietari erano ancor lontani dalla decisione di alienare i loro beni, c'erano maggiori probabilità di successo e di guadagno. Io scrivevo o telefonavo in sede i risultati delle mie indagini e subito entravano in azione altri funzionari che incominciavano i sondaggi e gli approcci per le prime offerte.
A L., il proprietario del bar dove mi ero fermato e, senza fretta, avevo attaccato discorso, mi indicò una villetta in una piccola insenatura, tra la strada e il mare. Il terreno digradava dolcemente verso gli scogli; rispetto ai pendii aspri e ripidi che erano a monte della litoranea, quell'area, verde di olivi, di timi e di lauri, sembrava godere di un premio. Era mollemente distesa nel caldo sole di marzo e su di essa il profumo degli arbusti aleggiava, si alternava al pizzico salmastro portato dall'aria assieme al ritmico battito dell'onda contro gli scogli vicini, ma pure invisibili oltre le macchie della vegetazione. Una strada bianca di polvere, delimitata col pastello verde cupo di due siepi di bosso, ornava con le sue volute quel pezzetto di terra.
La villa era rosa, d'un rosa pallido e tenero come era pallido e tenero il verde degli ulivi. Aveva un balcone d'angolo con il parapetto guarnito di fiori. A mano a mano che scendevo con l'automobile per la stradetta bianca la villa mi precisava i suoi contorni, le sue proporzioni, il colore dei suoi fiori. Non sarebbe stato certo difficile venderla, così quieta com'era, assisa davanti al mare. Ma prima doveva essere comperata.
Quando fui quasi di fronte alla costruzione vidi una donna uscire dal cancelletto ed avviarsi nella direzione opposta alla mia. Rallentai, fermai la macchina al suo fianco, salutai con la mano fuori dal finestrino. «Scusi, signora» chiesi, «mi sa dire chi abita qui?» La donna aveva una cinquantina d'anni, era magra, priva di due denti incisivi, con i capelli grigi, un vestitino nero a bolli bianchi che poteva anche essere un grembiule da lavoro. Si chinò per abbassare la testa all'altezza del finestrino, posò una mano sul bordo del vetro. «Il cavalier Timoteo Rebecchi» rispose e, dopo un attimo di sospensione, chiese: «Cosa vuole da lui?» Dissi che mi interessava sapere se la villa era in vendita. «Non adesso» s'affrettò a dire la donna. Lo disse con voce sommessa, come se avesse paura d'essere sentita. «Quando?» chiesi io. La donna sollevò la mano dal vetro, la tenne a mezz'aria in un atteggiamento interrogativo. «Non so» disse; poi: «forse fra due mesi, un mese».
Non capivo. Soprattutto non capivo quell'aria di mistero che era più nella sua voce che nelle sue parole. «E perché non adesso?» domandai. «Perché lui è malato, è molto malato. Io lo so. Sono al suo servizio da quando avevo dieci anni: lo so che non c'è più speranza». «Posso chiedergli se vende?» domandai. «No, no, non è possibile. Se andassi al suo capezzale per dirgli che c'è gente che vuole comperare la villa, immaginerebbe la gravità della situazione, intuirebbe d'essere vicino alla fine».
«Allora» dissi, «come devo fare per sapere se la villa si può comperare?» La donna distese l'avambraccio sul bordo del finestrino, si curvò maggiormente, venne con il suo viso a un palmo dal mio, tacque un momento poi parlò ancora sommessamente: «Ritorni tra due mesi». Rimasi in silenzio. Mi aveva colpito la sicurezza con la quale la donna aveva fissato quel termine. «Che cosa ha» chiesi, «male di cuore?» La donna si sollevò per fare un gesto con il braccio: «Magari fosse male di cuore! È un brutto male, un brutto male» ripeté con la desolazione che si prova davanti a una condanna inappellabile.
Nel riquadro del finestrino vedevo la donna e a fianco di lei vedevo parte della villa, con le imposte socchiuse, i fiori vivaci sul balconcino, e dietro la chiazza rosa della villa il nero della montagna che s'alzava al di là della strada litoranea e l'azzurro del cielo. Il padrone era grave, stava per morire, secondo quanto affermava la donna, ma io in quel momento non pensavo tanto a lui quanto alla villa, all'affare che la villa rappresentava, alle parole che avrei adoperato per annunciare al mio direttore il possibile acquisto.
«Tra due mesi» dissi alla donna seguendo un subitaneo pensiero «chissà chi trovo qui dentro». Lei atteggiò il viso a un misurato sorriso o a una espressione composta di tranquillità e di soddisfazione insieme. Disse: «Non si preoccupi: ci sarò io, qui. Il cavaliere non ha altri all'infuori di me, io gli ho dedicato tutta la vita e lui ha lasciato una carta a mio favore. Ci sarò io». Non mi decidevo a ripartire. Continuavo a guardare oltre le spalle della donna la macchia rosa della casa e l'azzurro del cielo, poi guardavo gli occhi di lei. «Non abbia paura» disse ancora la donna. «Vada tranquillo, non sarà venduta prima. Ripassi fra un paio di mesi, magari fra un mese e mezzo». Avviai il motore e lei mi sorrise, mi salutò con un cenno della mano che pareva quasi un'intesa.
Continuai a girare nella zona per qualche giorno, poi cambiai località, mi spinsi più a ponente, vicino alla frontiera. Ma per poco tempo, perché una sera rientrai in albergo con la febbre alta. Era un attacco di orticaria e si protrasse per una settimana. Alla fine, quando credevo di poter riprendere il lavoro, fui colpito da una colica renale che mi sfibrò. Avevo bisogno di riposo e lo dissi per telefono al mio direttore. Lui mi invitò ad andarmene a casa e a rimanerci tranquillo per una quindicina di giorni. Quando mi ripresentai in ufficio trovai una novità: ero destinato in montagna, sulle Alpi trentine.
Ripresi là il mio lavoro. A volte facevo lunghe camminate per raggiungere case o ville isolate: l'aria e il moto mi ritempravano la salute. Finivo di visitare una borgata, mi spostavo di qualche centinaio di metri e dietro una curva della strada spuntava un altro paese. Ricominciavo da capo. Così i giorni passavano e l'estate avanzava. Una sera, mentre cercavo sonno, mi sovvenne della villetta rosa in riva al mare. Ebbi la sensazione di essermi lasciata sfuggire un'occasione e mi chiesi come mai non mi ero ricordato prima di quell'affare.
Con il pensiero riandai a quella vista, cercai di localizzarla nel tempo e vi riuscii facendo riferimento al periodo in cui ero stato ammalato: erano passati due mesi e mezzo. Certo il cavalier Timoteo Rebecchi aveva finito di soffrire. Ricordavo la domestica mentre diceva: «È un brutto male, è un brutto male»; si capiva da quelle parole che la fine sarebbe stata imminente. Avrei voluto essere con un balzo in Riviera, scendere la stradetta bianca fra le siepi di bosso.
Impensatamente, dieci giorni dopo mi fecero rientrare in sede. Ne approfittai per parlare della villetta rosa al direttore. Ottenni l’incarico di partire per L. L'indomani mattina, verso mezzogiorno, ero in vista della insenatura davanti alla quale si stendeva il terreno verde di ulivi, di timi e di lauri. Imboccavo la strada bianca, scendevo verso il mare, vedevo la villa stagliata sotto il sole. Fermai la macchina, scesi, passai il cancelletto, che era aperto; suonai alla porta. Trascorse un minuto, che fu lungo; pensavo già che non ci fosse nessuno: morto il padrone, allontanata la domestica.
Improvvisamente e in silenzio la porta si aprì: mi comparve davanti un vecchio piccolo, con il pizzo bianco, la zazzera sul colletto della giacca da camera. Gli diedi il buongiorno poi rimasi impacciato. Finalmente chiesi del cavalier Timoteo Rebecchi. «Sono io» disse il vecchio e mi fece entrare. Io deglutii, lo ringraziai. Ci sedemmo in un salotto in penombra. «Sono venuto» dissi, cercando di parlare con calma e chiarezza, «a vedere se lei è disposto a vendere la sua villa». Il vecchio mi lasciò spiegare chi ero e per conto di quale società parlavo.
«Lei è venuto in un momento propizio» disse poi. «Proprio in questi giorni stavo pensando all'opportunità di trasferirmi in albergo. Io sono solo, esco adesso da una lunga malattia e per giunta sono rimasto anche senza domestica». «Come mai?» chiesi io, senza avvedermi di interromperlo. «Poveretta» disse il vecchio, «se n'è andata improvvisamente due mesi fa, una sera, mentre era seduta a fianco del mio letto a tenermi compagnia. Ha fatto una smorfia e si è accasciata in avanti: il cuore... Adesso, così solo, in questa casa troppo grande per me, non mi ci trovo più. Ho pensato di andare in albergo dove ci sia personale di servizio e movimento, gente con cui stare in compagnia. Posso prendere in esame la sua proposta».

lunedì 5 ottobre 2015

Pareggio

La villa sorgeva su un cucuzzolo, trenta metri sopra il paese. Era bella a vedere, d'un bianco candido, con le imposte verdi. Ma era scomoda da abitare. Ci portavo la famiglia tutte le estati, per un paio di mesi; poi ci tornavamo d'inverno, a dicembre, per una ventina di giorni. Era sempre attraente l'idea di andare in montagna, togliendosi dall'atmosfera fumosa della città; spesso riuscivamo a fare una capatina anche nei week-end. Ma, quando eravamo là, c'era sempre qualcosa che non andava: un rubinetto che non chiudeva bene, la pompa dell'acqua che si guastava, il tetto che lasciava filtrare la pioggia. Piccolezze, queste, a confronto dei difetti costituzionali e ineliminabili della costruzione.
Dietro la villa, in alto, c'era una vallata dalla quale scendeva un vento gelido. Anche d'estate non si poteva sostare nel giardino senza il pericolo di buscare il raffreddore. D'inverno, poi, i muri si coprivano addirittura di una patina di ghiaccio, e anche la ripida stradicciola che dal paese saliva alla villa gelava e non si riusciva a percorrerla in auto; la macchina bisognava lasciarla in piazza, alle intemperie, e percorrere quest'ultimo tratto a piedi. Da novembre a marzo, di pomeriggio, il sole scompariva per due ore dietro un monte che era a ponente della villa, ricompariva soltanto per farsi vedere tramontare. Come se tutto questo non bastasse, a lato della casa, una sponda che scendeva ad un piccolo torrente franava spesso, sicché il terreno che divideva la costruzione dal ruscello andava sempre più restringendosi: sarebbe stato necessario erigere un muro per fermare lo smottamento.
Ero stanco di tutte quelle contrarietà e un giorno, d'accordo con mia moglie, decisi di vendere la villa per comprarne un'altra al mare. Feci uscire un'inserzione su un giornale e qualcuno telefonò sin dal giorno dopo; ma erano richieste di poca consistenza, si capiva dal tono della voce di chi parlava. Dieci giorni dopo si presentarono un uomo e una donna, sulla trentina, sposi da un paio d'anni. Li accompagnai alla villa e ne rimasero entusiasti. A loro piaceva tutto: la forma, il colore, la posizione, il ruscello, il giardino, la stradina in salita. Io, naturalmente, da buon venditore, decantai i pregi o i presunti pregi, trascurando del tutto i difetti.
Eravamo d'autunno, una giornata calda, e il clima mi era favorevole. La signora si guardava attorno con occhi gioiosi, il sorriso sempre sulle labbra. Progettava piccole modifiche, abbellimenti. «Qui potremmo spostare la parete per ampliare il salotto, al centro del giardino si potrebbe mettere una fontana, sulla sponda del ruscello ci starebbe bene una scaletta...» Il marito diceva sempre di sì, anche lui tutto preso dall'infatuazione. Io pensavo, quasi ridendo tra me, che ampliando il salotto si sarebbe eccessivamente ridotto lo studio, che una fontana nel giardino d'inverno sarebbe stata preda del gelo, che la scaletta verso il torrente sarebbe stata travolta dal primo smottamento. Ma dovevo vendere e dicevo: «Magnifica idea, quella della fontana; la scaletta, poi, darà un tono davvero affascinante all'ambiente». Il prezzo pareva un po' caro. Effettivamente la mia richiesta era stata elevata, soprattutto in considerazione dei difetti della villa. Cercavo di resistere, magnificando doti inesistenti.
La visita finì, prendemmo appuntamento per un giorno della settimana successiva. Temevo che nel frattempo i due coniugi ci ripensassero o raccogliessero informazioni da qualcuno del posto. Invece si ripresentarono ancora animati dal primitivo fervore che via via vedevo accrescersi mentre si svolgeva la nuova visita. Erano innamorati di tutto: della villa, dei monti circostanti, dei sassi, degli uccellini che cinguettavano intorno. «Come mai non si vede il sole?» chiese a un tratto meravigliata la donna. Erano le tre del pomeriggio e il sole incominciava proprio in quei giorni a nascondersi dietro il monte che era a ponente. Io stavo per spiegare che, d'inverno, per un breve lasso di tempo nel pomeriggio la villa sarebbe stata in ombra, ma il marito mi prevenne: «È lì, dietro quel monte, tra poco verrà fuori». Entrambi ripresero a sorridere come prima. Mi facevano un tantino di pena; ad ogni modo io dovevo vendere e dovevo vendere bene. Ripresi ad esaltare ciò che a loro piaceva di più. Tre giorni dopo ci presentavamo da un notaio per il rogito. Il prezzo pattuito era alto rispetto al reale valore dell'immobile. I due sposi erano felici, si capiva che la villa che comperavano era proprio quella che avevano sempre sognato.

Una settimana dopo mia moglie e io eravamo già in Riviera a cercare un'altra villa. Ci presentammo a un'agenzia, prendemmo in considerazione diverse offerte, andammo anche a fare qualche visita, ma non c'era nulla che ci garbasse. Rimandammo: non si poteva pretendere di trovare in pochi giorni quello che cercavamo. Tornammo in Riviera altre volte, passammo di località in località. Finalmente una domenica, ai primi di dicembre, andammo a visitare una villa che ci piacque al primo colpo d'occhio. Era a pochi metri dalla strada statale e in posizione soprelevata, circondata da una cinquantina di ulivi. Le finestre guardavano il mare, che era d'un azzurro intenso, come non avevamo mai visto in nessun altro posto. Era proprio una bella villetta, un po' piccola, ma graziosa. La vendevano arredata: i mobili erano pochi, ma in compenso antichi, autentici. E il prezzo non era caro, poco più di quanto avevamo riscosso dalla vendita della villa in montagna.
Durante quella nostra prima visita portammo a buon punto l'accordo. Oramai non avevamo più dubbi sulla scelta: quella sarebbe stata la nostra villa. Bisognava non perdere tempo per evitare che qualcun altro ce la soffiasse. Per stare nel sicuro prendemmo l'appuntamento per l'indomani. A sera avevamo già concluso l'affare e consegnata la caparra. Pochi giorni ancora nell'attesa che fossero predisposti i documenti e poi potemmo fare l'atto notarile.
Natale si avvicinava, poteva essere l'occasione per festeggiare l'acquisto: trascorrere là le vacanze. E, infatti, così decidemmo. Presi qualche giorno di ferie da collegare con l'inizio delle vacanze e ci trasferimmo giù, felici e armati di buona volontà, perché ovviamente bisognava affrontare la pulizia generale dei locali, nell'attesa di far fare poi i lavori di tinteggiatura. Con aspirapolvere, spazzettoni, scope, detersivi e disinfettanti affrontammo muri, pavimenti e infissi. Lavare, lucidare, lustrare: un lavoro faticoso, estenuante, per noi non avvezzi a quelle fatiche fisiche. Si arrivava a sera sfiniti, ma eravamo veramente soddisfatti di tutto: dell'affare concluso, del luogo, del clima. Lì avremmo certo potuto vivere giorni meravigliosi, d'estate e nei week-end; tra l'altro il viaggio dalla città alla Riviera era più breve di quello per la montagna, avremmo potuto godere più spesso della nostra seconda casa. Poi l'aria salmastra sarebbe stata un toccasana per i nostri polmoni. Mia moglie e io pensavamo ai benefici che ne avrebbero ottenuto il bambino e mia suocera, già parecchio anziana, che in città, d'inverno, spesso era tormentata dalla bronchite. Demmo una sistemata anche al giardino, ma solo per piccoli interventi superficiali, soprattutto di pulizia. Infine, cosa molto importante per accentuare il clima della festività natalizia e dell'inaugurazione della villa, addobbammo con collane di lampadine e palle colorate l'albero di Natale, scegliendo a questo scopo un ulivo in mancanza di un abete.
C'era ancora un ultimo lavoro da fare e l'affrontammo la vigilia, come tocco finale. Consisteva in una nuova sistemazione dei mobili per disporli secondo il nostro gusto e le nostre esigenze. Ad esempio, un bellissimo bureau del Settecento, tra l'altro in ottime condizioni, che era in un angolo un po' buio, andava spostato per dargli miglior luce. Era pesante e per muoverlo più agevolmente sfilammo i cassetti. Sul fondo del mobile c'era un foglio di carta scritto a penna che evidentemente era uscito da uno dei cassetti, sfuggendo così allo svuotamento effettuato dal precedente proprietario. Lo presi e mi misi a leggerlo, per curiosità. Doveva essere una brutta copia, perché era vergato con calligrafia trasandata e con correzioni.
Era una lettera. Diceva: "Cara Luisa, ti annuncio che lascio la Riviera. Parto domani stesso per Genova, dove mi trasferirò nel mio vecchio alloggio. Sono finalmente riuscito a vendere questa villa. Come ricorderai, erano due anni che cercavo di disfarmene, ma non ci riuscivo mai. Sono proprio contento. Qui la vita è ormai impossibile, con il crescente frastuono delle macchine sulla strada, il gas dei tubi di scarico che ammorba l'aria, l'acqua dell'acquedotto che d'estate non riesce ad arrivare fin quassù. Senza contare che nel giugno prossimo inizieranno la costruzione di un grande albergo, a otto piani, proprio qui davanti, in modo che chi si affaccerà non s'accorgerà nemmeno di essere in Riviera. Nonostante tutti questi difetti sono riuscito a concludere un buon affare. Gli acquirenti sono due coniugi che si sono dimostrati innamorati della villa sin dal primo momento in cui l'hanno vista. Me l'hanno pagata più di quanto sperassi. Gli ho ceduto tutto, anche i mobili che, come sai, sono imitazioni di scarso valore. Allora, da domani stesso, se mi devi scrivere, ricordati che il mio nuovo indirizzo...".





lunedì 18 maggio 2015

L'aquilone

La villa sorgeva a fianco di una via stretta tra due siepi e bianca di polvere sulla quale di rado passava gente perché dava accesso, oltre a questa costruzione, a un'unica cascina che era cento metri più avanti. Vi transitavano qualche volta i contadini, con l'auto per andare in paese, o con il trattore che trainava un carro per raggiungere i campi al di là della strada provinciale sulla quale sfociava. La villa dava ben poco movimento e solo d'estate, quand'era abitata: il cancello, comandato elettronicamente, s'apriva al mattino per far passare la macchina dell'avvocato che andava in città, al lavoro, e tornava ad aprirsi la sera al suo rientro. Per Roberto, che aveva cinque anni, l'uscita e l'arrivo della macchina del padre erano due avvenimenti importanti della giornata: al mattino assisteva alla partenza per vedere la polvere che si sollevava dietro le ruote; e rimaneva a lungo a guardare oltre le sbarre del cancello la nuvola bianca che a poco a poco si diradava. La sera attendeva sullo spiazzo davanti a casa con l'orecchio attento al rombo del motore dell'auto. E quando il padre scendeva gli si gettava fra le braccia con gridolini di gioia.
Le giornate di Roberto erano lunghissime e solitarie. In casa c'era sua madre, ma stava quasi sempre chiusa in camera: non riusciva a riprendersi dal dolore per la perdita del secondo figlio, più giovane di un anno, che era morto tre mesi prima, dopo una malattia durata pochi giorni. La famiglia si era trasferita in campagna tre settimane dopo il funerale; l'avvocato sperava che l'ambiente diverso aiutasse la moglie a superare quel periodo di angoscia, ma ogni sera, al ritorno, la ritrovava sempre uguale.
Ad alleviare il senso di vuoto che pesava intorno a Roberto c'era, fortunatamente, Luciano, uno dei figli del contadino. Aveva otto anni e arrivava nel giardino passando attraverso i campi e poi varcando un cancelletto tenuto chiuso soltanto con un gancio di ferro. Luciano si intratteneva anche due o tre ore, a volte sia al mattino che al pomeriggio. I due bambini trascorrevano il loro tempo perlustrando ogni angolo dell'area intorno alla villa, delimitata da una rete metallica e nella quale si alternavano spazi erbosi, aiuole di fiori e gruppi arborei. Conoscevano gli alberi con i nidi di uccelli, i formicai, le tane delle talpe, i punti in cui cresceva l'ortica, sapevano in quali ore del giorno gli uccellini portavano il cibo ai loro piccoli, in quali momenti le formiche uscivano in fila indiana a percorrere il dedalo delle loro strade in cerca di cibo.
Oltre la rete c'era la campagna: una fascia di prati larga forse duecento metri, piatta, verde, invitante; e oltre i prati il pioppeto, come una muraglia grigia alla base e verde scuro in alto, stagliata contro il cielo. Roberto non era mai andato fino al pioppeto. Sua madre non gli aveva mai permesso di passare al di là del recinto, eccetto una volta, l'estate precedente, quando gli aveva consentito di andare con Luciano a raccogliere papaveri nel prato, ma lei lo aveva sorvegliato in continuazione appoggiandosi alla rete con le mani. In questa estate, sempre chiusa nel suo dolore, non lo controllava con lo sguardo, si limitava a fargli delle raccomandazioni generiche quando usciva dalla villa:
«Fai a modo, non ti sporcare, non ti allontanare».
Roberto avvertiva questo mutamento nel carattere della madre e intuiva che era legato alla scomparsa del fratellino; la maggiore libertà di cui godeva gli pesava con una sensazione sgradevole di tristezza. Solo la presenza di Luciano gli cancellava queste ombre scure ridando serenità al suo animo. Luciano, invece, che già da solo camminava per la campagna, era stato nel pioppeto più di una volta con il padre, a controllare la crescita dei pioppi. E quelle sue visite raccontava all'amico descrivendo particolari in parte reali e in parte fantasiosi, sicché Roberto, che ascoltava affascinato, si faceva l'idea che la barriera del pioppeto fosse il limite di un altro mondo, lontanissimo, irraggiungibile, meraviglioso.
Un giorno i due bambini scoprirono un gioco nuovo: l'aquilone. Su un giornalino per ragazzi ne avevano visto uno disegnato e Luciano aveva anche letto le istruzioni per costruirlo. Si erano messi sulla ghiaietta davanti alla villa, con un pacco di giornali e una boccetta di colla. A sera, quando il cancello si era aperto per lasciare entrare la macchina dell'avvocato, erano ancora intenti al loro lavoro, stavano per ultimare la coda. Il padre di Roberto portò l'auto in garage poi andò vicino ai due bimbi e si mise a ridere. Disse che quel congegno non avrebbe mai volato, la carta era troppo fragile e poi doveva essere sorretto da leggere cannucce, la coda andava costruita a catena, con tanti anelli uno dentro l'altro. I bambini erano rimasti mortificati, Roberto stava per piangere. Suo padre l'aveva accarezzato:
«Domani sera», aveva detto, «porterò a casa la carta e il filo che vanno bene e poi dopodomani, che è sabato, io stesso vi costruirò l'aquilone».
Il venerdì era stata una giornata ancora più lunga delle altre, interminabile per Roberto. Alla fine l'avvocato era tornato e non si era dimenticato della carta e delle altre cose necessarie. La carta era rossa, sottile e dura, che a toccarla con le dita faceva un rumore secco. Roberto aveva battuto le mani per la gioia; la sera era andato a dormire presto, come se, in tal modo, avesse potuto anticipare l'arrivo del mattino destinato alla costruzione dell'aquilone. E invece s'era svegliato tardi, quando il sole era già alto da tempo, e uscendo nello spiazzo dietro la casa aveva trovato il padre già avanti nel lavoro, assistito da Luciano. Stava nascendo la coda, fatta con la stessa carta, rossa e rigida: gli anelli partivano dai due angoli di fondo dell'aquilone in due segmenti di catena che si congiungevano a un mezzo metro di distanza e poi ancora continuavano con un tratto unico e centrale di pari lunghezza. Nel corpo dell'aquilone, tra i due strati di carta sovrapposti, si intravedevano i due pezzi di canna ad X che costituivano la sua ossatura. Roberto guardava incantato nascere il giocattolo, ogni tanto chiedeva:
«Sei sicuro, babbo, che volerà? E andrà molto in alto?»
«Se ci sarà un po' di vento volerà» rispondeva suo padre; «e volerà alto, perché ho un lungo gomitolo di filo».
Finalmente l'aquilone fu pronto. «Andiamo nel prato» disse l'avvocato, «là potremo correre senza inciampi». I bambini l'aiutarono a portare l'aquilone: lo reggevano con mani delicate come se fosse qualcosa di estremamente prezioso. Varcarono il piccolo cancello che dava sui campi. La distesa verde si allargava tutt'attorno, chiusa, in fondo, dal giro chiaro e verde scuro del pioppeto. Roberto lanciò alcune piccole grida di gioia e batté i piedi non potendo battere le mani impegnate.
«Adesso vola» gridò. «Che bello!»
Il padre srotolò qualche metro di filo poi, tenendo il gomitolo in mano, si mise a correre, subito seguito dai bambini. L'aquilone dapprima strisciò a terra, poi, per un urto contro una asperità, fece un balzo, s'impennò, s'alzò di un metro, andò avanti così per un poco; e intanto l'avvocato continuava a correre e i bambini lo seguivano. L'aquilone si alzava di più, i bimbi dovevano girare la testa verso l'alto per tenerlo d'occhio. Ecco, saliva, saliva e l'avvocato continuava a srotolare il gomitolo, a concedergli filo.
Ora l'avvocato aveva rallentato la corsa, andava quasi al passo e l'aquilone continuava a stare alto e ad ondeggiare lieve al soffio del vento.
«Come è bello» esclamava Roberto, «come è bello!» Luciano si fece vicino all'avvocato, alzò la mano:
«Io» disse, «lo faccio andare io». L'avvocato gli passò l'estremità della corda. Il ragazzino l'afferrò, ma solo per un attimo: subito gli sfuggì ed egli si fermò, immobile, con il braccio ancora teso in alto.
«Cos'hai fatto!?» gridò l'avvocato. Roberto non si era reso conto, sul momento, di quello che era accaduto. Restava stupito a guardare l'aquilone che sempre saliva e diventava piccolo, ancora più piccolo. Lo capì tutt'a un tratto e si mise a piangere, disperato. Suo padre lo prese in braccio, s'avviò verso il cancello che riportava alla villa.
«Te ne farò un altro».
«No, io voglio quello».
«Quello non si può avere».
«Perché, dov'è andato?»
«È andato in cielo, in paradiso». Il bambino smise di piangere, chiese ancora: «In paradiso, dove c'è il mio fratellino?»
«Sì, è andato da Ginetto, Ginetto giocherà con il tuo aquilone».
L'avvocato si era seduto su una panchina, a fianco di una aiuola di viole. Il bimbo stava in abbandono fra le sue braccia, con la testa appoggiata alla sua spalla. Taceva. Ricordava il fratellino, l'agitazione che c'era in casa nei giorni della sua malattia, il medico, un uomo alto e sottile con una borsa sempre in mano, che veniva anche due o tre volte nella stessa giornata, i pianti della madre. Poi, una sera. Ginetto, avvolto in una coperta, era stato portato via con un'ambulanza. Ma il giorno dopo la mamma, tornata dall'ospedale, lo aveva abbracciato a lungo, stretto stretto, e poi si era messa a piangere. Tra i singhiozzi diceva: «È morto, Ginetto è morto».
«Come farà, Ginetto, a giocare con l'aquilone?» chiese il bambino girandosi a guardare il padre. Lui volse gli occhi in alto:
«Ginetto è leggero, bello, candido» disse lentamente, scandendo le parole: «nel cielo volerà fra le nuvole e gli angeli, tenendo con la manina il filo e l'aquilone lo seguirà ovunque egli vorrà». Roberto era lontano, ora, dal pianto. Disse:
«Se è vero che l'aquilone è andato in paradiso da Ginetto, sono contento». Quella sera il bambino si addormentò pensando alla morte, era una cosa bella, lieve, luminosa; e continuò a sognare aquiloni che volavano fra angeli e nubi candide, trasparenti. Nel profondo sonno il bambino non sentiva il temporale che si stava abbattendo con scrosci d'acqua e fulmini sulla campagna.


Due giorni dopo, nel pomeriggio, in giardino, Luciano lo chiamò in disparte, dietro una quercia, come se dovesse ordire un complotto. E infatti doveva proporgli qualcosa di illecito. Disse:
«Mio padre ha raccontato che il pioppeto è allagato: la pioggia dell'altra notte s'è fermata a terra, ha coperto l'erba, le piante sembra che nascano dal mare». Esitò un momento poi propose, con decisione: «Andiamo a vedere». Roberto sporse la testa oltre il tronco per guardare verso la villa. Luciano fu pronto a trattenerlo: «Non ci pensare, a tua madre, facciamo una corsa e poi torniamo». Il bambino si sentì battere il cuore con violenza, per l'emozione: il pioppeto era un sogno mai raggiunto; ed ora le piante nascevano dall'acqua, uno spettacolo ancora più attraente. Disse:
«Sì, vengo». Partirono di corsa, superarono il cancelletto, furono nei prati. I loro piedi quasi affondavano nel terreno molle, l'erba era fradicia e qua e là c'erano invisibili pozzanghere d'acqua che schizzava in alto, sui loro corpi, sotto la pressione dei piedi in corsa. Ma ormai avevano deciso e sarebbero andati fin alla mèta.
La barriera dei pioppi si avvicinava, il grigio dei tronchi diventava più chiaro, anche il verde delle fronde era meno scuro. I pioppi erano alti, Roberto non immaginava che fossero tanto alti; più si avvicinava, più li vedeva diventare alti. Ormai distavano poche decine di metri. Ecco, già si vedeva il luccicare dell'acqua. I due bambini si fermarono, ansanti, ad ammirare la scena, poi ripresero a camminare, adagio. I piedi affondavano sempre più nel fango che sotto le scarpe gemeva in suoni spenti. Il lago incominciava un po' oltre i primi pioppi. I bambini avanzarono ancora, cauti. A un tratto Luciano gridò:
«Guarda» e puntò il dito da una parte.
A terra, proprio sul limitare dell'allagamento, in parte intriso di fango e in parte coperto dall'acqua, stava l'aquilone. Era ancora rosso, ma strappato, accartocciato, sporco: un brandello di catena della coda galleggiava sull'acqua. Roberto era rimasto immobile, non sapeva staccare gli occhi da quei miseri resti. A Luciano, che lo guardava stupito, disse:
«Ma allora non è andato in paradiso?» Volse gli occhi intorno, gli sembrava che dovesse esserci, di fianco a qualche pioppo, nel fango, anche il corpo di suo fratello. Si mise a piangere, a dirotto.