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domenica 31 luglio 2016

Vengo da Marte

Il disco atterrò nel pomeriggio di una domenica afosa e malinconica, sui prati da fieno di fronte alla mia casa. Sdraiato sull'erba dell'aia, mi stavo rodendo le unghie con rabbia perché avevo appena finito di litigare con mia moglie, in cucina, a causa del bambino che le aveva tutte vinte da lei e cresceva pieno di vizi. Non sentii assolutamente alcun rumore, vidi soltanto un luccichio riflesso e alza gli occhi sul campo. Il disco era enorme, alto come una casa alta, largo quanto cinque campi affiancati, con una calotta di sotto e una di sopra e il bordo esterno alto da terra come due piani. Mi alzai in piedi, stupito. Il mio istinto fu di gridare: «Maria, Maria», ma il risentimento che avevo contro mia moglie in quel momento mi soffocò le parole. Pensai allora a mia madre: mi sarebbe piaciuto che ella potesse vedere ciò che io vedevo; ma mia madre era in città, all'ospedale, e stava male.

Il luccichio del disco era tanto forte che il mio occhio ne era abbagliato; così mi sfuggirono tutte le manovre che gli esseri del disco fecero per uscire. Me li trovai improvvisamente davanti a una decina di metri. Erano in sette o otto, simili agli uomini, ma più armoniosi, bellissimi, tutti alti esattamente alla stessa misura, vestiti d'una specie di cellofàne opaco e aderente alla pelle, solo trasparente sul viso. Ero stupito, ma tuttavia capivo d'avere ancora la mente libera di pensare, di considerare, di ordinare a me stesso la fuga, se lo avessi voluto. Improvvisamente, quando quegli uomini erano a soli tre metri da me, sentii la mente vincolata a qualcosa e dovetti andare avanti, verso di loro. Mi accompagnarono sui prati da fieno, sotto il disco, poi mi fecero entrare, sempre in silenzio. Pochi attimi dopo eravamo già in alto; vedevo, attraverso lo stesso piano su cui posavo i piedi, il nero della terra; poi vidi da una parte e dall'altra della striscia di terra il chiaro dei mari. Mi resi conto che ormai ero lontano decine, forse centinaia di chilometri. Altre terre e altri mari vedevo sulle pareti sfuggenti della sfera che mi stava sotto, smisuratamente lontana.

Volsi gli occhi intorno a me e vidi una stanza senza dimensioni; intuivo che lo spazio del locale era assai limitato, ma non potevo capire dove fossero le pareti. Gli uomini in cellofàne che mi avevano accompagnato a bordo erano ancora intorno a me e mi guardavano. C'era silenzio perfetto, eppure io «sentivo» che loro dicevano che non mi avrebbero fatto del male: mi volevano solo mostrare agli abitanti del loro pianeta. Pensavano queste cose e io le capivo captando i loro pensieri. Questa ricezione, che avveniva automaticamente e senza fatica, mi dava calma e distensione.

Ero in piedi e mi pareva di essere sdraiato, senza peso: non sentivo lo sforzo di ogni muscolo per sostenere il corpo. A un tratto le pareti si aprirono in un'apertura senza contorni e noi, in gruppo, passammo oltre, entrammo in altre stanze, enormi, silenziose come la prima, popolate di altri uomini dei quali sentii i pensieri di meraviglia alla mia vista. Oggetti strani vagavano da soli a mezz'aria e andavano a posarsi sulle mani degli uomini per ripartirne ancora, leggeri e autonomi, quando gli uomini se ne erano serviti.

Pensai a Maria. Se l'avessi chiamata seguendo il mio primo impulso, avrebbe visto che ero finito sul disco. Così, invece, non sapeva niente e certo non sarebbe stata capace di immaginare il motivo della mia scomparsa. Pensai anche a mia madre, ma il mio pensiero fu tagliato a un tratto da altri pensieri che non erano miei ma degli esseri che mi stavano intorno, lo capivo bene. Erano pensieri a me diretti e che io ricevevo: mi mostravano, come su di un vastissimo schermo da televisione, il nuovo pianeta, visto in lontananza, poi più vicino, infine nei particolari fisici; lo schermo si ampliava sempre più, mi sembrava di entrarci dentro e allora sentivo la vita degli esseri che lo abitavano, mi pareva di essere perfetto, purificato, leggero.

* * *

All'arrivo trovai quello che già i miei ospiti mi avevano annunciato con il pensiero: un pianeta esattamente sferico, un suolo liscio e duro come l'acciaio levigato, un'atmosfera tersa, immune da perturbazioni, la natura e gli uomini estremamente vicini alla perfezione.

Gli uomini che mi avevano prelevato dall'aia della mia casa mi accompagnavano ora in visita al pianeta. Era un viaggio meraviglioso perché ovunque io guardassi vedevo cose piene di armonia, di bellezza, di arte sublime. Il pensiero aveva una forza poderosa: con esso gli uomini spostavano il loro corpo e ogni altro oggetto nello spazio con una rapidità strabiliante. Il pensiero era anche creatore di innovazioni che servivano ad accorciare la già tanto breve distanza della perfezione massima. E quando il pensieri si esauriva, gli uomini si autodissolvevano; dalla loro scomparsa nasceva un nuovo piccolo essere con rinnovata energia. Non esisteva dolore perché non c'erano sentimenti legati alle cose fisiche; c'era solamente uno stato di perenne gioia e di beatitudine che veniva dalla perfezione di tutte le cose.

Il tempo passava ma io non l'avvertivo. Trascinato dal pensiero dei miei ospiti giravo per il pianeta e gli uomini mi guardavano con i loro meravigliosi occhi dai quali scaturivano sguardi di dolcezza e di serenità. Ero affascinato da tutte quelle cose straordinarie, eppure di tanto in tanto pensavo a mia moglie, al mio bambino e a mia madre. Ci pensavo sempre più frequentemente. Provavo in me una tenerezza infinita per Maria e un rimorso profondo per quelle parole aspre che le avevo detto quel giorno durante la lite per Giancarlo; poi avevo in mente mia madre che era all'ospedale e forse peggiorava. Pensavo: «Ma perché questa gente non mi riporta sulla terra?» Allora i miei ospiti mi additavano, con il pensiero, ai loro simili: «Lui e tutti gli altri della terra sono ancora schiavi della parola e del dolore, dei sentimenti e della forza fisica. Hanno un pensiero incapace di agire”. Pensavano questo di me, ma non mi disprezzavano, mi amavano, piuttosto. «Resta» mi dicevano col pensiero; «se resti supererai in un attimo milioni di anni nel cammino della perfezione, il tuo pensiero diventerà forte della forza che c'è nell'universo intero, il tuo corpo si perfezionerà, la tua mente saprà creare cose meravigliose».

Ero commosso. Mi attraeva enormemente quell'atmosfera di perfezione, ma intanto mi pareva di vedere, al posto dell'armonioso paesaggio che mi circondava, l'aia di casa mia, verso sera, e Giancarlo che giocava col cane intorno ai cumuli di paglia. Poi i miei occhi entravano in cucina a cercare Maria. Maria era brutta, aveva due denti sporgenti e non sapeva educare nostro figlio, ma era buona e io le volevo bene. E volevo bene anche a mia madre che era all'ospedale. «Se tu scenderai sulla terra» pensavano gli uomini che mi accompagnavano, «andrai ad assistere alla morte di tua madre, alle malattie di tuo figlio, e ciò ti addolorerà». Era estremamente bello, guardare il paesaggio, sentirsi senza peso e immerso nella poesia, sapere che tutti avevano solo in sé della gioia, eppure io pensavo a mia madre, a Giancarlo e a Maria e mi sentivo già disposto a piangere la morte e le malattie perché sapevo che in seguito avrei raggiunto, a poco a poco, la tranquillità e la letizia. E la mia mi sembrava dovesse essere una letizia diversa da quella che si trovava ovunque, con facilità, su quel pianeta. Mi ricordai anche del giorno in cui era morto mio padre, dei pianti disperati che avevo fatto e della bontà che avevo sentito venirmi nell'anima via via che il dolore scemava.

Allora pensai intensamente al disco che mi aveva portato sul nuovo pianeta. Gli uomini che mi circondavano dissero col pensiero che avrebbero esaudito il mio desiderio e mi condussero per meravigliose distese di luci di ogni colore. A un tratto fummo davanti al disco, poi entrammo.

* * *

Atterrammo sugli stessi prati da fieno davanti a casa mia. Era una mattina piovigginosa e fredda. Trovai Maria nella stalla, intenta a dare fieno alle bestie. Mi guardò a lungo, stupefatta; poi, prima ancora di chiedermi dov'ero stato, mi disse che Giancarlo era a letto, con la polmonite, e che mia madre era morta.

Sentii le gambe vacillare e un desiderio violento di mettermi a piangere. E quando il pianto mi sgorgò improvviso, mi parve che mi purificasse dentro, che mi facesse bene.

Era una conquista, quel pianto, io lo sentivo; e sapevo che dopo avrei trovato la serenità.

Uscito su Stampa Sera di Lunedì 1 - Martedì 2 Novembre 1954

mercoledì 10 febbraio 2016

Facile dimenticare

ll controllore del gas entrò nel cortile e lo abbracciò con lo sguardo da destra a sinistra. Era la prima volta che veniva in servizio in questa zona. Dette la voce: «gas» e la ripeté due, tre volte. Il cortile era grande, quadrato e percorso sui lati, ai quattro piani, dai ballatoi le cui ringhiere erano tappezzate di biancheria stesa. Le abitazioni erano vecchie e i contatori erano all'interno, nel primo vano, di solito la cucina. Solo in qualche caso, dove erano state fatte delle ristrutturazioni, l'azienda aveva imposto che fosse collocato all'esterno, sul ballatoio. Il controllore con il suo richiamo avvertiva gli inquilini perché fossero pronti ad aprirgli la porta e farlo entrare. 
In fondo al cortile c'era un gruppo di donne intente a chiacchierare. Erano per lo più anziane, grasse, sbracciate. Continuarono a parlare. Il controllore si accingeva ad entrare nella prima abitazione a pianterreno quando al terzo piano si affacciò alla ringhiera una donna. «Gasista, io tra poco dovrei uscire, se lei potesse venire subito da me» disse. Il controllore fece cenno di sì con la testa e imboccò la scala sotto l'androne.
Quando fu sul ballatoio la donna gli si fece incontro, lo invitò ad entrare. Lui fece la sua lettura, annotò il numero sul quaderno. Era magro, alto, sui cinquant'anni; il volto ben rasato e la divisa blu in ordine gli davano un aspetto rassicurante. «Che disgrazia» disse la donna. Il controllore sollevò gli occhi dal quaderno e la guardò interrogativamente, con meraviglia. Lei riprese: «Le donne, giù, stanno parlando di questo. Mezz'ora fa hanno portato all'ospedale con la croce rossa una povera donna che si è avvelenata con il gas, una del quarto piano». «Già» disse lui, «arrivando nel cortile ho avvertito un po' di puzza, la si sente anche qui». E chiese: «Si salva?» «Non si sa: hanno detto che respirava debolmente quando l'hanno trovata. Era fuori di conoscenza». «Come è stato?» chiese ancora il gasista. «Aveva voglia di farla finita, ecco come è stato, non gliene andava bene una». «Poveretta» disse l'uomo. «Pensi che appena tre giorni fa suo figlio, un giovanotto di venticinque anni pieno di forza e di salute, nella cava dove lavorava è stato travolto da un masso che gli ha spezzato la schiena: se campa forse deve restare per tutta la vita su una carrozzella».
Il controllore non disse nulla, ma atteggiò la bocca a una smorfia di doloroso stupore. Aveva rilevato i suoi numeri, aveva sentito la novità del cortile, a questo punto si sarebbe dovuto girare per uscire e proseguire le sue visite, ma rimase fermo come se aspettasse ancora qualche parola. Invece fu lui che fece eco alla donna: «Tutta la vita su un carrozzella!» e tornò a ripetere la smorfia. «Quella poveretta» disse la donna, «quando l'altra sera rientrò dall'ospedale piangeva tanto forte che la sentiva tutta la casa. Non aveva torto: se va bene rimane con un invalido da mantenere e accudire e lei ha l'asma e non può far niente, quando sale le scale impiega mezz'ora. E non sono tutte qui le sue disgrazie». Il controllore la guardò con sguardo ancora interrogativo, poi chiese: «Cos'altro le è successo?»
«Aveva anche due figlie» disse la donna, «ma la miseria era troppa nella casa e finirono male tutte e due. Una si sposò a quindici anni per la fretta di andarsene e non stette a guardare tanto per il sottile. Tra mesi dopo suo marito era già in prigione, per rapina. Da allora è più il tempo che passa dentro che quello che passa fuori e la ragazza se vuole mangiare deve andare a servizio. Sua sorella incominciò a bazzicare gli uomini, prima uno, poi un altro e poi un altro ancora. Un giorno sparì: dicono che sia in un'altra città a far la vita». «E adesso» commentò il controllore, «la madre ha tentato di avvelenarsi. È proprio una famiglia disgraziata».
L'uomo sembrava non avesse voglia di continuare il suo giro, preso dall'interesse per quella vicenda. «Quando sento raccontare di queste storie» commentò, «mi pare di avere dentro al petto qualcosa che non va né su né giù». Gli venne fatto di deglutire come se avesse davvero qualcosa di materiale da inghiottire. Aveva un viso asciutto, gli occhi tristi. «Povera gente» disse, «come vorrei poterla aiutare». Sollevò lo sguardo verso la donna che stava sempre in piedi appoggiata alla tavola. «E il marito» chiese, «quella disgraziata non ha un marito?» «Oh» disse la donna, «la storia del marito è lunga, è tutta colpa sua se sono successe tante disgrazie». «Sì?» chiese il controllore con meraviglia, «è mai possibile?» «Non aveva voglia di lavorare» continuò la donna, «faceva il meccanico, con bottega, ma invece di starci dentro a fare i lavori per i clienti, andava all'osteria o al bar. Almeno così ha sempre raccontato la moglie». «Che roba!» esclamò l'uomo e fece un gesto con la mano. «Sembrerebbe impossibile che potessero esistere dei tipi simili, eppure si vede che ci sono. È gente che bisognerebbe prendere a schiaffi». «Lo so» disse la donna, «ma quella poveretta non aveva certo la forza di prendere a schiaffi lui che era forte e prepotente».
«Non se ne accorgeva questo disgraziato» disse ancora il gasista, «che la famiglia andava in rovina, che una delle ragazze se la intendeva con gli uomini?» «Ma quando incominciarono a succedere queste cose lui non c'era, se ne era andato già da tempo. Abbandonò la casa cinque anni dopo il matrimonio, quando i tre figli erano piccoli». «E dove andò?» «Mah!» disse lei, allargando le braccia, «chi lo può sapere? Non si fece mai più vivo». «Ma è spaventoso» disse l'uomo, «si tratta proprio di un delinquente». Fece una smorfia di disgusto, poi chiese: «lei lo ha conosciuto?» «No» rispose la donna, «quella poveretta abita qui soltanto da qualche anno; prima, quando i figli erano piccoli e c'era ancora suo marito, abitava in montagna, a San Quintino».
«A San Quintino?» chiese l'uomo con stupore. «Ma è sicura?» «Altro che» rispose la donna, a sua volta meravigliata. Poi chiese: «Perché, lo mette in dubbio?» «No, non lo metto in dubbio, dicevo così, per dire. E come si chiama quella disgraziata?» «Si chiama Maddalena, Maddalena Corizzi. La conosce, forse?» «Oh, no» disse il gasista. Mise in tasca la matita che in tutto questo tempo aveva rigirato tra le dita della mano destra. Si voltò verso la porta, quasi di scatto. «Scusi le chiacchiere, le ho fatto perdere tempo». Si avviò per il ballatoio per imboccare le scale in discesa e andare ad iniziare il giro dal basso.
Nel cortile c'era ancora il gruppetto di casigliane che stavano parlando. Il gasista bussò alla prima porta e una delle donne si staccò dal crocchio. «Arrivo, arrivo» disse, mentre correva per farlo entrare. «È la prima volta che faccio questa strada» disse l'uomo, «mi deve indicare dov'è il contatore». Entrò, lesse i numeri, li trascrisse come un automa, come se nemmeno li vedesse. Pensava a Maddalena, da quanto tempo si era dimenticato di lei; gli venivano in mente anche i bambini, Gino, Tina, Evelina. Chissà delle due figlie qual era quella che faceva la vita.
Continuò le sue letture passando da un'abitazione all'altra senza più dire una parola; anche se qualche donna cercava di attaccar discorso, lui taceva. Tentava di figurarsi le facce che potevano avere i suoi figli diventati adulti. E gli venivano anche in mente quei giorni lontani, quella sua disaffezione al lavoro, quel vagare da un'osteria a un bar, passare da una partita a briscola a una al biliardo. Infine c'era stata la sua decisione di andarsene, non sapeva neanche lui dove e perché. Aveva trascorso alcuni mesi come un barbone fino a quando aveva trovato Marina, che era riuscita a tirarlo fuori da quel gorgo nel quale era scivolato, prima usando la dolcezza poi la fermezza, l'imposizione. Gli aveva fatto ritrovare la volontà di lavorare. E con Marina, sua attuale compagna, aveva due figli tra i cinque e i dieci anni.
I controlli nella grande casa di ringhiera erano finiti. Il gasista dal cortile si avviò sotto l'androne per uscire in strada. Quando fu sul marciapiedi si fermò a guardarsi intorno. A sinistra, oltre gli alberi che erano in fondo al viale, c'era l'ospedale. Era là che avevano portato Maddalena, forse c'era anche Gino che aveva la schiena spezzata e la prospettiva della carrozzella. Si aggiustò sulla spalla la cinghia del borsello nel quale teneva il quaderno dei controlli e girò a destra.





lunedì 25 gennaio 2016

Cercarsi allo specchio

Mi capita, da qualche tempo, di sorprendermi a guardarmi nello specchio. Mi scruto come se cercassi qualcosa che non conosco, un lineamento, un'espressione: un po' come se osservassi il volto di uno sconosciuto. Il fatto è che sento in me qualcosa che non mi appartiene interamente: io sono io ma con qualche traccia, appunto, di un altro. Una strana e anche allarmante sensazione. Che cosa mi stia accadendo non lo so; cerco di capirlo, guardandomi nel fisico e poi anche nell'intimo.
Questo strano fatto si sta verificando da circa cinque mesi, non di più; praticamente da dopo che è successa la faccenda di Angelina. Angelina se n'è andata una notte, sei mesi fa, mentre dormivo, ignaro di quanto stava tramando, ignaro di quanto aveva tramato fino allora e di tutto il suo mondo. Otto anni di matrimonio, otto anni che mi erano parsi tranquilli, sereni. Una pacata unione di quarantenni, la nostra. Non avevamo avuto figli, ma non sembrava un problema per nessuno dei due. Io le volevo bene, le ero fedele, credevo che fosse altrettanto per lei. E invece aveva una seconda vita.
Incredibile: come mai non me ne ero accorto? Mi aveva confessato tutto in una lettera, una lunga lettera, che mi aveva lasciato sul comodino da notte a un palmo dal naso. Così al mio risveglio, dopo avere scoperto sul letto, al mio fianco, la sua impronta, mi ero messo a leggere quei fogli e mi ero sentito crollare addosso quella che credevo la solida impalcatura della mia vita. Nel petto mi si era acceso un vortice terribile; mi sentivo come in mare, su un'esile barchetta, inghiottito da un uragano e sballottato da onde gigantesche ognuna delle quali mi piombava addosso come se fosse l'ultima, che mi avrebbe annientato.
Quelle onde erano le sue confessioni: la nostra relazione che era andata a poco a poco sbiadendosi, poi l'indifferenza per me, per la nostra unione sterile, la nascita di un suo nuovo amore che era via via cresciuto, era diventato passione ed ora lei se ne andava con il suo idolo, felice. Non una parola di rammarico per il dolore che mi arrecava, come se nemmeno esistessi, come se proprio non avessi mai contato nulla per lei. Che giorni di angoscia da quel mattino di stravolgimento!
E io che avevo fatto della mia fedeltà una religione! Per me era fondamentale il concetto che la famiglia doveva rappresentare il fulcro dell'unione matrimoniale, sacro e preminente su ogni altro aspetto della vita, quindi da salvaguardare prima di tutto con la correttezza di comportamento in mancanza della quale si sarebbe avviato inesorabile il disfacimento. Io così, ligio a questi sani principi, e lei che tramava alle mie spalle, certo irridendo anche la mia dabbenaggine. Ciononostante non mi pento della mia condotta: la regola morale resta valida anche se circostanze estranee avverse hanno falsato il risultato.
Questo, dunque, il mio passato. Veniamo al presente, a quello che mi accade talvolta. In genere è di notte, nelle ore che precedono l'alba: mi sveglio e resto insonne con la mente che vaga senza controllo, in abbandono, con la speranza di ritrovare un altro poco di sonno. Mi avviene di entrare in un ricordo; un ricordo che non può essere tale perché appartiene ad una realtà sicuramente non mia. Eppure è come se lo fosse, come se io davvero avessi vissuto quelle vicende. Un'assurdità. Ecco di cosa si tratta. Rivivo - o meglio, ho l'impressione di rivivere - scene di amore fisico con una donna che non è Angelina. Proprio un assurdo, perché si tratterebbe di un mio tradimento che ora, di giorno, sono ben sicuro di non avere mai compiuto. Ma di notte, in quel vagolare della mente nel buio, mi sembra reale e della realtà mi dà una diffusa piacevolezza. Abbraccio e bacio quella mia donna, giovane e bella, con trasporto e con la gioia di sapere che non è una situazione occasionale, ma che si ripeterà.
E infatti questo ricordo, diciamo pseudo ricordo, ritorna con una metodica analogia e sempre mi pervade di letizia e di stupore. A volte, pur a malincuore, lo interrompo, accendo la luce, voglio constatare di essere effettivamente sveglio. E allora mi chiedo come è possibile che accada questo, come posso io, che fui marito dell'Angelina scrupolosamente e vanamente fedele, rivivere un adulterio che in realtà non ho commesso. Cos'è, dunque, questa storia? È stato un sogno, tanto intenso da restarmi scolpito nella memoria come se si fosse trattato di un evento reale?
Infatti questa vicenda, che so irreale, posso descriverla minutamente, come se fosse davvero avvenuta. La donna è bionda, dolce, raffinata, con occhi azzurri e un sorriso che rasserena. Da tempo veniva nel mio studio per accompagnare la madre malata di diabete. La madre era poi morta, per una trombosi, e lei non si era più vista per qualche tempo. Poi era ricomparsa perché si sentiva opprimere da una ansietà inspiegabile. Tre visite per la cura e alla quarta eravamo finiti avvinghiati sul lettino. Se indugio nel ricordo - in questo falso ricordo - il numero dei particolari si accresce: vedo certi vestiti suoi, odo la cadenza delle sue parole, sento riecheggiare sue risate. L'animo mi si pervade di tenerezza e la rievocazione di uno qualsiasi dei nostri rapporti sessuali si fa così intensa, precisa, da sfiorare la realtà. E risento anche le atmosfere del "dopo": i momenti di dolce abbandono, le carezze dell'affettuosa commozione, diverse da quelle del "prima", tutte percorse dalle vibrazioni del desiderio, dall'ansia dell'arrivo alla mèta. E poi ancora, approssimandosi il congedo, prima di far entrare il prossimo cliente, qualche lieve chiacchiera nel tempo di fumare una sigaretta.
Una sigaretta? Ma io non fumo. Ho fumato dai diciotto ai trentacinque anni. Un giorno ho detto basta e non ne ho più acceso una; non solo, non ho nemmeno aspirato una boccata quando gli amici, per tentarmi, insistevano ad accostarmi alle labbra una sigaretta accesa. Ora mi accade che in queste peregrinazioni mentali notturne ci sia anche un mio ritorno al fumo. In modo irregolare, saltuario: qualche giorno niente, qualche altro due tre, magari anche cinque sigarette. Eppure, di giorno, lo so bene che nulla è cambiato da quel momento in cui dissi basta: di sigarette non ne ho proprio più fumata neanche una.
Incomincio a preoccuparmi per queste mie false consapevolezze, questo inserirsi della mia fantasia in una realtà che non mi appartiene, come se, invece, ne fossi protagonista. Mi pare di capire che sia proprio questo il problema: pur essendo in realtà estraneo a determinate situazioni, una certa parte del mio io entra in un ruolo immaginario e lo fa con tanta partecipazione e accuratezza da crearmi una ricca mole di elementi i quali poi, nei particolari momenti dell'insonnia notturna, mi affiorano alla mente come ricordi.
Me ne è comparso uno nuovo, di recente. Un ricordo ingombrante, persistente, ancora più assurdo degli altri, se è possibile. Io non frequento la zona collinare della mia città avendo sia l'abitazione che lo studio da tutt'altra parte. In particolare non sono mai andato in via Serpilli, non so che strada sia, non l'ho mai vista. O meglio, ormai l'ho un po' vista attraverso le fotografie dei giornali e le immagini della televisione per quella storia di cui si parla insistentemente quasi ogni giorno sotto il titolo di "delitto di via Serpilli". È un giallo irrisolto, ingarbugliato, per me di nessun interesse: infatti mi limito a leggere titoli e sommari; con la TV, se mi imbatto in questo argomento, cambio canale alla svelta, innervosito. Grosso modo, per quello che ho potuto capire, la ragazza che è stata uccisa in via Serpilli, soffocata con un cuscino, doveva aver fatto entrare in casa lei stessa l'assassino. Ma per scoprire il colpevole gli inquirenti han da districarsi nel groviglio dei molti amici e conoscenti che la frequentavano, non esclusi due ex fidanzati coi quali aveva trascorso due periodi di convivenza.
Credo di comprendere perché istintivamente sto lontano dalle notizie che riguardano questa tragica vicenda: mi rendo conto che, inconsciamente, tendo ad appropriarmi di ogni informazione per poi elaborarla e costruirci intorno dei ricordi. Un fatto veramente sgradevole, che mi turba profondamente. Mentre nel caso dei rapporti sessuali - ricordiamolo: presunti rapporti sessuali - con la mia cliente bionda e bella, quando ritornano, mi danno un diffuso piacere, il "ricordo" che si riferisce a via Serpilli è angoscioso, mi attanaglia come una trappola e io cerco di sfuggirgli, ma non trovo scampo e mi agito, sudo, mi sorprendo persino a gemere.
In sostanza io rivivo un delitto, lo rivivo nelle vesti abominevoli dell'assassino e la vittima è una donna. Una che conoscevo da tempo: anche lei era stata mia cliente, poi mia amante. Era un periodo in cui conviveva con un uomo più anziano del quale non le importava più nulla. Il nostro era un rapporto basato soprattutto sull'attrazione sessuale. Per gli incontri clandestini ci servivamo di un piccolo albergo, mi pare in collina. A un certo punto gli appuntamenti si erano diradati, poi lei mi aveva detto che aveva lasciato l'anziano e si era messa con un giovane della sua età. E tutto tra noi era finito, in maniera piana.
Così credevo che fosse. Invece sentivo la sua mancanza. Avrei voluto cancellare dalla sua vita l'uomo nuovo che le era diventato compagno e allora ho incominciato a cercarla, ci siamo incontrati nascostamente, alcune volte, abbiamo discusso, ma lei era irremovibile, considerava definitivamente chiusa la nostra storia. Un giorno, sapendo che lui era fuori città, mi sono presentato da lei e l'ho convinta a farmi entrare. Era dura, cattiva, diceva basta basta è finita e a me sembrava di perdere un bene prezioso. Ero stravolto. L'ho afferrata per le spalle, ho incominciato a scuoterla latrandole sulla faccia degli insulti, a denti stretti per non farmi sentire dai vicini. Mi guardava con occhi sbarrati, muta, terrorizzata. Continuavo a squassarla e gli scuotimenti le facevano rimbalzare sul petto la collana. Era una collana di piccoli grani neri maculati di bianco. Con una mano l'ho ghermita e l'ho girata e rigirata tanto da stringergliela sul collo. Lei stava già emettendo un gemito roco, strozzato, quando il filo s'è spezzato e i grani sono come esplosi a raggiera, tutt'intorno. Di nuovo l'ho presa per le spalle e l'ho gettata sul letto, ma si è messa a urlare e allora, per farla tacere, ho afferrato un cuscino e gliel'ho premuto sulla faccia. A lungo, troppo a lungo: quando l'ho tolto, era già morta.
Questo ricordo che, ripeto, non è mio, mi sta angosciando, non solo nelle ore dell'insonnia mattutina quando mi si dipana nella mente come la sceneggiatura di un film, ma anche durante il giorno. C'è una parte di me che si appropria di elementi di cronaca e li manipola in ricostruzioni di fatti mostruosi nei quali vuole coinvolgermi. In certi momenti non so proprio in quale realtà sono, se dentro o fuori quella brutta vicenda.
A confondermi ancora di più ci si mettono circostanze strane. Ieri sera levandomi i pantaloni ho sentito un leggero tintinnìo e ho visto correre sul pavimento una pallina: forse era caduta da un risvolto. L'ho osservata: era nera striata di bianco, forse di onice, con un forellino centrale. Sembrava una pallina di quella collana. Di colpo m'è parso che scottasse, ho aperto la finestra e l'ho gettata via. Ma cosa sta succedendo, la fantasia riesce a invadere la realtà? Ed è poi vero che mi sono trovato in mano una di quelle palline? Mi viene il dubbio che anche questo episodio sia frutto di una immaginazione perversa.






venerdì 18 settembre 2015

Il padre

Via della Vigna 45: una casa bassa color piombo, due botteghe sormontate da un'unica insegna di lamiera gialla con un nome in alto, Amerigo Martinelli, sottile e lungo, che si stendeva sulla scritta grossa: salumeria-osteria. Forse in tutta la città era l'unico negozio che riunisse due esercizi di natura diversa, un modo che era abbastanza diffuso agli inizi del novecento. Il quartiere, molto popolare, aveva tuttavia parecchi altri negozi antiquati, con le insegne di stile ottocentesco e l'arredamento di legno nero, malandato. Ma si aprivano anche, qua e là, botteghe modernissime, splendenti di luci colorate, di insegne che strizzavano l'occhio con giochi luminosi, che emanavano allegria. E nel confronto le botteghe vecchie precipitavano ancora di più nello squallore.
Lui, dunque, era qui, in questa salumeria-osteria. Nella tasca destra della giacca stringevo la lettera. Mi pareva di saperla tutta a memoria. A un certo punto diceva: "È una casa bassa e scura con due negozi. Sono suoi: lui fa il salumiere e l'oste". E più avanti: "Ti dico tutto questo per scrupolo. Tu farai quello che crederai meglio. Se vorrai potrai anche non conoscerlo mai: la città è tanto grande, si può passare tutta la vita senza aver bisogno di andare in via della Vigna". Indugiai un poco davanti alla casa, feci finta di guardare la vetrina di un orologiaio di fronte, uno dei negozi belli e pieni di luci, poi mi decisi, attraversai la strada e entrai nell'osteria.
Era un camerone stretto e lungo, quasi deserto in quell'ora di pieno pomeriggio. Due vecchi in maniche di camicia stavano seduti a un tavolo sulla destra, vicino alla porta, e giocavano a briscola davanti a due bicchieri di vino; altri tre uomini, di media età, intorno al primo tavolo, vicino al banco, chiacchieravano e bevevano. Tutti gli altri tavoli, una dozzina, erano vuoti, anche al banco non c'era nessuno. Mi sedetti. Uno dei tre si voltò a guardarmi e poi chiamò l'oste: «Martinelli» gridò verso il retrobottega. Martinelli entrò un minuto dopo pulendosi le mani nel grembiule che una volta doveva essere stato bianco e che ora era unto e macchiato di chiazze rossastre di carne. Certo veniva dalla attigua salumeria. «Eccomi qua» disse con una voce secca, puntuta. Mi guardò con aria curiosa e senza smettere di pulirsi le mani si accostò al mio tavolo per chiedermi che cosa volevo ordinare. Non avevo la forza di guardarlo in viso a così breve distanza: mi sentivo emozionato, pensavo di essere pallido o rosso, non capivo bene; il cuore mi andava a sbalzi e avevo paura che mi tremasse la voce. Guardando il tavolo chiesi un quartino. «Rosso o bianco?» domandò lui. «Rosso» dissi io.
Adesso che l'oste era dietro al banco intento a versare il vino lo guardai. Notai per prima cosa il suo naso leggermente aquilino. Anch'io l'ho di quella forma e mi venne fatto di toccarmelo, ma subito ritrassi la mano per posarla sul tavolo. L'oste era stempiato, tuttavia non doveva avere più di quarant'anni; teneva la bocca socchiusa come per un lieve sorriso. Venne al tavolo a posare il quartino e il bicchiere. «Eccolo servito» disse con quella voce stridula, poi se ne tornò dietro al banco e vi si appoggiò con gli avambracci, tutto curvo in avanti, rivolto verso il gruppo dei tre uomini per prendere parte ai loro discorsi.
Bevvi un sorso e continuai a guardarlo. Il cuore mi si era calmato, ora; anzi mi meravigliavo d'essermi agitato. Rividi mia madre nel letto che mi cercava la mano e me la stringeva. «Mario» mi sussurrava, «quando avrò finito di penare mi metterai il vestito nero con il collo di pizzo. È nel cassetto di fondo del mio comò. Voglio che sia tu a prenderlo fuori. Ricordati bene: prendilo fuori tu». Quell'insistenza s'era ripetuta ancora e mi aveva insospettito. Una sera, mentre mia madre si era assopita, avevo tirato il cassetto di fondo del comò e in mezzo al vestito nero avevo trovato la lettera: "per Mario, da aprire quando sarò morta". L'avevo letta in bagno, dieci giorni dopo, mentre mia zia e l'infermiera mettevano a mia madre il vestito nero con il collo di pizzo. "Credo d'avere il dovere di dirti la verità che ti abbiamo sempre nascosto: Rino non è tuo padre. È un cuore d'oro, buono come il pane buono, e tu lo sai bene. Mi ha conosciuta quando io avevo già te, da un anno, e sposandomi ti ha dato il suo cognome. Tuo padre vero è Amerigo Martinelli e abita in via della Vigna 45...".
Bevevo a piccole sorsate e non toglievo gli occhi dall'oste che stava ridacchiando con i tre avventori. Parlavano di un tale che, tornato a casa ubriaco, aveva dovuto trascorrere il resto della notte sul pianerottolo perché la moglie non gli aveva aperto. Una storia banalissima, da concludere in cinque parole. Loro invece ne stavano parlando diffusamente e continuavano a riderci sopra come se fosse una vicenda davvero comica e interessante. Cercavo di non sentire le loro voci, socchiudevo gli occhi e pensavo con intensità alle parole della lettera e all'espressione di mia madre quando m'invitava con aria densa di significati a togliere dal cassetto il vestito nero. "È mio padre, questo" mi dicevo e poi riaprivo gli occhi a guardare fissamente il profilo dell'oste. Ma questo pensiero non mi suscitava dentro alcun sentimento. Non sapevo nemmeno trovare una differenza fra l'oste e gli altri tre seduti al tavolo coi quali parlava: erano tutti uomini sulla stessa età, vestiti piuttosto neglettamente. "Ma è mio padre" insistevo a pensare. Niente: lo trovavo diverso solo perché stava dietro al banco e gli altri erano seduti al tavolo; diverso perché se si fosse drizzato avrebbe mostrato un grembiule biancastro, sporco, trattenuto da una fettuccia che gli girava intorno al collo. "È mio padre" mi ripetevo.
Il pensiero mi ricordò invece Rino, Rino Lovatti, quello che mi aveva dato il suo cognome, quello che per venti anni avevo creduto mio padre vero. Adesso, certo, stava in piedi davanti al tornio e fra un'ora avrebbe finito il lavoro, sarebbe tornato a casa. Dopo cena si sarebbe seduto in poltrona davanti alla televisione, con un gomito appoggiato al bracciolo e il palmo della mano alla guancia, non tanto per guardare quanto per pensare. Stava lì immobile come se seguisse la trasmissione, invece teneva gli occhi bassi, al tavolino di supporto dell'apparecchio. Per lui era come se lo schermo fosse spento, non vibrassero suoni e voci. Questo accadeva da quando era morta mia madre. Serate angosciose, per lui e per me che gli stavo accanto. Ogni tanto apriva bocca per dire: «Ma». Nient'altro. E in quelle desolate esclamazioni c'era tutto il rimpianto di ciò che noi avevamo perduto, c'era l'amore e il dolore per lei, mia madre, che non c'era più.
Mi ricordai di lui com'era tre anni prima, a Natale. La sera della vigilia, rincasando in motorino, era stato travolto da una automobile e l'avevano portato all'ospedale svenuto e sanguinante. Per tutto il giorno dopo era rimasto in preda allo choc e ci guardava senza dimostrare di conoscerci. Aveva un braccio spezzato e la testa fasciata per una larga ferita alla fronte. Piano piano nei giorni che seguirono incominciò a riprendersi. Due settimane dopo era già a casa, con il braccio ingessato, ma allegro. Trascorrevamo lunghe ore, di sera, tutti e tre seduti intorno alla tavola a chiacchierare. La ritrovata possibilità di restare così riuniti, dopo il pericolo e il timore di perderlo, ci sembravano un dono nuovo del quale prima non avevamo mai saputo apprezzare il valore. Non ci importava dei programmi della televisione, preferivamo discorrere tranquilli, senza distrazione, per sentirci vicini, uniti.
Dal retrobottega venne una donna piccola, grassa, coi capelli grigi, le maniche rimboccate e un grembiule bigio. Si infilò tra il banco e batté il dorso della mano su di un braccio dell'oste: «Dammi della moneta» disse. Era certo la moglie che veniva dall'altra bottega. L'oste non le dette retta e continuò a parlare coi tre clienti. «Spòstati, perdiana» gridò la donna e passò a forza per andare ad aprire il cassetto. L'oste ora stava ritto contro lo scaffale, sullo sfondo delle bottiglie, in attesa che la moglie tornasse ad uscire. Rideva con un riso stridente che pareva saltellare per lo stanzone semivuoto. «Starete a vedere quante gare vincerà, quest'anno» diceva. Parlava di qualche campione della bicicletta. «Starete a vedere» ripeteva e ancora rideva. Non potei continuare a guardarlo. Sentii improvviso il desiderio di andare davanti all'oste, di prenderlo per le spalle e scuoterlo perché smettesse di ridere, ma non mi mossi. Gli ripiantai gli occhi addosso e glieli tenni fissi, ma lui non se ne accorgeva.
Il discorso delle corse ciclistiche mi riportò alla mente una domenica estiva di sei o sette anni prima. Ero a letto con la febbre alta, nella strada la gente gridava perché passavano i corridori e nella stanza semibuia, al fondo del letto, mia madre e mio padre in silenzio mi ascoltavano battere i denti. Restai malato per un mese. Mio padre in quel tempo non aveva lavoro e girava per le officine a cercare un posto; tornando a casa veniva a sedersi in fondo al letto e si lamentava della mutua perché non passava le medicine. Era stata un'estate brutta, quella, indimenticabile. Ma l'oste tutte queste cose non le poteva sapere e continuava a ridacchiare; per lui le gare in bicicletta erano soltanto legate a nomi di corridori, quelli che avevano vinto e quelli che avrebbero potuto vincere. Continuavo a guardarlo: stava vuotando da bere ai tre uomini. Era grassottello, forse la sua pelle era anche unta perché appariva lucida. Certo con la salumeria sotto mano doveva sempre aver mangiato bene, senza economie.
E Rino, che cosa avrebbe mangiato stasera? Si sarebbe messo a sedere come al solito davanti alla tivù e sarebbe rimasto lì senza guardarla a farsi sorprendere dal buio, non avrebbe mangiato niente se non fossi andato io a preparargli qualcosa e a insistere perché mangiasse. Pensai al salume: avrei potuto comperare dell'affettato per risolvere con facilità il problema della cena per entrambi. Il pensiero mi era corso alla bottega accanto, ma immaginai che l'oste passasse di là per servirmi. No, sarei andato a comperarlo altrove, lontano di lì, vicino a casa mia. Un affettato incartato da altre mani, che non mi ricordasse niente.

A momenti mio padre sarebbe uscito dall'officina. Era tardi, volevo essere a casa per il suo ritorno. «Babbo» gli avrei detto, «stasera preparo io la cena, prova a indovinare cos'ho comperato». Non gli avrei permesso di rimanere davanti alla televisione a covare pensieri grevi, gli avrei parlato, l'avrei fatto parlare. «Oste» chiamai forte, «quant'è?» L'oste disse il prezzo e venne a prendere la moneta. E io uscii in fretta, dimenticandomi di dare la buonasera.

lunedì 4 marzo 2013

La soluzione è per loro


Dice la figlia: «Tu, povera mamma, non puoi rimanere sempre qui sola, mentre io e Paolo siamo a lavorare. Almeno potessimo venire a casa a mezzogiorno, ma andiamo via al mattino e torniamo la sera, ci vediamo appena per la colazione, fugacemente, e a cena. Così le tue giornate sono cariche di solitudine. Sarebbe meglio che tu andassi nell' ”lstituto Familiarità”. Con la tua pensione non ci sono problemi. Là ci sono tante altre signore come te e potresti passare meglio le giornate. Ti verremmo a trovare la domenica; non avresti neanche la preoccupazione di una donna per la cura della casa e per il mangiare: nella retta che paghi, sono compresi camera, vitto, riscaldamento, proprio tutto: ogni tuo problema si risolverebbe».

La madre, Caterina, ha 72 anni, era amministratrice di una piccola ma ben avviata azienda tessile. Andata in pensione, si è appassionata alla cura della casa che, prima, col lavoro, doveva trascurare affidandola a una domestica della quale non era per niente soddisfatta. Col pensionamento ha avuto l’occasione di liberarsi della donna e di fare lei, praticamente, tutto. Diceva che le piaceva. Ma da qualche mese ha parecchi acciacchi ed è evidente che il lavoro casalingo le pesa. In casa, sia la figlia sia il genero hanno proposto di riprendere una collaboratrice, ma lei tergiversa, in sostanza si dimostra contraria. Ed ecco, abbastanza logica, la proposta della figlia, che rinforza con la prospettiva della compagnia di altre signore. Due giorni di meditazione poi Caterina dice si: accetta, si faccia la domanda.

Eccola nell' “lstituto Familiarità”. È un caseggiato enorme, fatto di corridoi e stanzette, tanti corridoi con tantissime porte, tutte chiuse. E silenzio. Sembrerebbe una casa vuota e invece in ogni stanzetta c'è una vecchia signora. La finestra di Caterina dà sul cortile, vastissimo, quadrato e ogni lato è costituito da un'ala dell'edificio nel quale si aprono centinaia di finestre ognuna delle quali corrisponde a una stanzetta che ospita una vecchia signora. A mettere la faccia contro i vetri e a guardar bene alle altre finestre si intravedono tante facce di donna, tutte dietro i vetri: sembrano la stessa faccia ripetuta all'infinito per un diabolico gioco di specchi.

A mezzogiorno tutto lo stabile viene percorso da un trillo di campanello; ce ne sono decine e decine, tutti collegati insieme, che suonano contemporaneamente. E dopo la lunga suonata, ogni porta si apre, dalle stanze sciamano fuori, a passi lievi o strisciati, le vecchie signore; s’incamminano per i corridoi, raggiungono i refettori dove mangiano in silenzio, come è prescritto da diciture che campeggiano in grandi cartelli ai muri. Anche se potessero parlare non avrebbero nulla da dirsi, non si conoscono nemmeno perché i posti non sono fissi, solo il refettorio è sempre lo stesso e la compagna di sedia può cambiare ogni giorno. Finita la consumazione del pasto ogni ospite lascia il refettorio per rientrare nella sua stanza. E qui si accosta alla finestra per guardare le altre finestre che via via si vanno animando. Soste, che il più delle volte sono brevi, perché molte signore preferiscono fare il riposino, sul letto: sarà anche un aiuto ad abbreviare il pomeriggio. Oggi Caterina pensa: «Chissà se verranno a trovarmi domenica; può darsi, perché domenica scorsa sono andati a sciare, e se non hanno la partita...».

martedì 31 gennaio 2012

La venere delle follie


Al quinto piano una soffitta divisa da una tramezza di legno e cartone che separa la cucina dalla camera da letto. Quando piove fuori piove anche qui: una goccia sul tavolo, una goccia sul cuscino, una goccia sul fornello a gas. Teresa colloca pentolini nei vari punti per raccogliere l’acqua.
Ha già reclamato col proprietario di casa, ma lui le ha risposto che prima di reclamare deve pagare l’affitto regolarmente. In effetti è in debito di tre mesi. È facile dire «pagare», ma se i soldi non ci sono come si fa?
Teresa si guadagna da vivere dipingendo. Compone dei quadri ad olio – marine e paesaggi montani – che fornisce ad un negozio il quale li smercia a poco prezzo, una ventina di euro, con un filo di cornice. È evidente che a lei tocca una cifra misera. E d’altra parte la sua pittura, sempre i soliti tre o quattro soggetti, fa accapponare la pelle a chi se ne intende.
Anni fa, quando ci vedeva bene, Teresa riusciva a fare anche un quadro al giorno; adesso è quasi cieca, l’hanno operata due volte, senza successo. Vede poco e confuso, ciononostante prova lo stesso a dipingere, ma con risultati a volte disastrosi, il negoziante glieli respinge e li deve rifare.
Quando li accetta lo fa quasi sempre per misericordia. Sì e no riesce a piazzarne tre o quattro al mese. E non può fare altro perché si regge in piedi a fatica, a causa delle vene varicose. Ha passato gli ottanta da un po’. Piange spesso, e a lungo, nella sua solitudine.
Appeso al muro, tra le due finestrelle della soffitta, c’è un quadretto con due fotografie: una donna vestita da gran sera, con abito di pizzo fino ai piedi, e in un succinto costume da ballerina, con lunghe piume sul capo, a corona. Sopra, il titolo: «I trionfi di Resi». Resi era il suo diminutivo, il nome d’arte. Teresa è stata più di sessanta anni fa un’artista del varietà di grande nome. La chiamavano «La Venere delle follie», non perché ci fosse arte nelle sue esibizioni, ma perché sapeva far impazzire le platee per la sensualità che metteva nella voce delle sue canzoni e nelle mosse delle sue danze. Altra clamorosa variante del suo nome d’arte era «l’odalisca azzurra», per una interpretazione fatta con un vaporoso abito di quel colore. Gli impresari teatrali italiani e parigini se la contendevano a cifre sempre maggiori, i corteggiatori facevano pazzie per avere le sue grazie. Una sera, a Parigi, alla fine dello spettacolo, ricevette tre corbeilles di fiori ognuna delle quali era stata inviata da un principe.
Convisse per alcuni anni con un attore, poi altro tempo con un impresario, ma quest’ultimo stava con lei soprattutto per sfruttare la sua ricchezza, che a poco a poco andò estinguendosi, di pari passo con l’avanzare dei problemi nel lavoro e nella salute. La malattia agli occhi fu grave e decisiva per il tracollo. Già il primo intervento chirurgico non portò beneficio. Lei tornò sul palcoscenico, ma già era un’ombra della Venere autentica. I riflettori l'abbagliavano, ad ogni passo rischiava di cadere. Doveva proprio lasciare il teatro, che le aveva dato tanto. Anche l’impresario la lasciò: era venuto il tempo in cui avrebbe dovuto aiutarla e invece si dimostrò uomo malvagio.
Resi tornò Teresa. Si ricordò che prima di fare la ballerina era andata a scuola di pittura e riprese in mano i pennelli. Bene. Era abbastanza brava e incominciò a fare e a vendere, con discreto risultato. Ma la malattia degli occhi era di nuovo minacciosa, i medici ritentarono un nuovo intervento, con nessun risultato. Anzi, la malattia continuava ad avanzare come sempre. Povera Teresa. Si sente vicina alla fine, ma se trova la persona giusta che possa ascoltarla e capirla, si lascia ancora andare ai ricordi, le emozioni delle grandi serate, il fragore degli applausi, la commozione davanti alle grandi corbeilles. Ma non deve perdersi in questi ricordi: tra poco pioverà e bisogna preparare i tegamini per raccogliere le gocce che cadranno dal tetto.


venerdì 9 dicembre 2011

Natale in famiglia


Fu a metà dicembre che mi venne l’idea d’andare a casa, per Natale. Sentivo Pollini, uno dei nostri precettori, ripetere fino alla noia: «Colpa vostra, brutti mocciosi, se non potrò trascorrere nemmeno il Natale in famiglia». Pollini era maestro dell’Istituto del Buon Cuore dove io ero ospite; insegnava ai più piccoli di giorno e di notte, a turno con altri maestri, dormiva nella nostra camerata come sorvegliante. Il turno della settimana di Natale sarebbe toccato a lui. «Tutto l’anno con voi – andava ripetendo – e non mi lasciate passare tra i miei nemmeno la festa più bella».
Dentro era buono, ma aveva una scorza dura, parole aspre e la sensibilità di una grattugia. Lo dimostravano, se non altro, quei suoi richiami alla famiglia fatti a noi che famiglia non avevamo. Eravamo orfani, oppure figli di genitori separati, senza più una casa che ci potesse accogliere. Io avevo ancora mio padre, al paese. Mi aveva portato lui nell’ospizio un mese dopo che era morta mia madre, quando avevo sette anni. «Qui – mi aveva detto – potranno avere cura di te più di quanto possa fare io da solo». Non l’avevo più rivisto da allora ed erano passati tre anni.
La direzione dell’istituto mi aveva trovato un lavoro. La mattina andavo a scuola, in un’aula dello stesso nostro edificio, e al pomeriggio, dopo che avevo riportato in camera il mio gamellino, uscivo e andavo da un meccanico a fare il garzone apprendista. Il sabato sera il padrone mi dava ventiquattro lire e io, tornato all’ospizio, prima ancora di salire in camerata, passavo per l’ufficio del direttore e posavo le ventiquattro lire sul suo tavolo. Facevo così io e facevano così gli altri che come me uscivano per il lavoro.
L’ospizio era triste: soffitti alti, a volta, muri scuri di sporcizia, brande di legno che scricchiolavano, rancio che sapeva sempre di cipolla e a me la cipolla non piaceva. Tristezza dentro e tristezza fuori. Quando in camera ci affacciavamo alle finestre per un bisogno istintivo di guardare oltre quelle nostre povere cose, vedevamo, al di là del vicolo, proprio di fronte, una fabbrica in abbandono. La sua facciata era scura, tetra, senza vita: le finestre non avevano imposte ed erano chiuse da reti metalliche, l’intonaco cadeva a larghi squarci nelle cui irregolarità noi ragazzi immaginavamo le più strane figure.
Sicché di sera, all’ora del silenzio, il maestro Pollini continuava a brontolare pensando al Natale che il turno di servizio gli avrebbe rovinato. Anche di giorno, in officina, sentivo parlare del Natale. Il meccanico diceva: «Mia figlia, per le feste, viene su con il bambino. Farà quindici ore di viaggio massacrante, ma una volta all’anno lo si può fare». Pensavo al viaggio che avrei fatto io se fossi andato al mio paese: un’ora e mezzo di trenino, non di più. Ma io non potevo andare a casa: per ottenere questo permesso occorreva che alla direzione dell’ospizio giungesse la richiesta di un nostro familiare o di un parente.
Mio padre non si rammentava di me, eppure ero convinto che mi avrebbe rivisto volontieri. Lo ricordavo con nitidezza quando, verso sera, tornava dal lavoro in bicicletta e io lo aspettavo in cortile: appena imboccava la stradella di casa mi faceva un gesto con il braccio alzato e gridava il mio nome. Adesso che non c’era più la mamma la nostra famiglia era formata da lui e da me, ma fin che stavamo divisi la famiglia non poteva esistere. Mi sarebbe proprio piaciuto unirmi con mio padre, a Natale, raccontargli del mio lavoro, della vita di noi ragazzi all’ospizio, di quello che mi sembrava di vedere nelle chiazze del muro della fabbrica in abbandono che era davanti alle nostre finestre.
A forza di pensarci decisi di andare, a Natale, da mio padre. Non dissi niente a nessuno. Natale cadeva di sabato e il mio padrone mi aveva annunciato che mi avrebbe pagato il venerdì, venti lire, perché mancava un giorno di lavoro. Sarei partito la sera della vigilia, c’era un treno alle sei e venti, arrivava in paese poco prima delle otto. E così feci, infatti. Era una sera fredda, il cielo sereno, a terra uno strato di ghiaccio. Sotto la mantellina nera della divisa stavo rannicchiato in un angolo dello scompartimento. La gente – operai, bracccianti, donne di servizio – parlavano dei regali, di quello che avrebbero mangiato l’indomani, della messa di mezzanotte.
Dalla stazione a casa c’erano dieci minuti di strada. Il ghiaccio scriccchiolava sotto le scarpe, a volte scivolavo, pensavo a quello che avrebbe detto mio padre vedendomi. La luce della cucina, a pianterreno, era accesa, bussai. Venne ad aprirmi un giovanotto: «Cosa vuoi ?» mi chiese. «Cerco mio padre, Antonio, il muratore». «Ma non sta più qui, abita nella casa rossa, di fianco alla chiesa». Tornai indietro. Mi dispiaceva che non abitasse più in quella casa: lì ero nato, avrei voluto rivedere la cucina, la camera da letto, l’angolo vicino alla finestra dove stava mia madre a cucire.
Arrivai alla casa rossa, il portone era chiuso, allora mi misi a chiamare: «Babbo, babbo», ma nessuna finestra si apriva. Chiamai: «Antonio, Antonio» e dopo un po’ mio padre si affacciò. Il suo viso era buio contro la luce, ma riconoscevo la voce. «Chi è?» chiese. «Sono io, Luciano». «Vengo, vengo» e richiuse in fretta. Un minuto dopo il portone si aprì, mio padre mi abbracciò, mi sospinse su per le scale, entrammo in cucina. «Come mai, come mai – mi chiedeva – hai pensato di farmi questa improvvisata? E come stai, ti trovi bene? Come sei cresciuto!».
Continuava a parlare, senza aspettare una mia parola di risposta. D’altra parte io non rispondevo. Fissavo stupito la donna che stava seduta alla tavola davanti al piatto fumante e che pure mi stava guardando. Era bionda, giovane, piuttosto grassa. «È mia moglie – disse poi mio padre dopo un attimo di esitazione. – Adesso siediti a tavola, mangia con noi, avrai fame». Incominciai a mangiare e intanto mio padre continuava a parlare, diceva che lavorava in un palazzo di sei piani, il più alto che fosse mai stato costruito in paese, diceva che non aveva mai avuto occasione di venire in città, diceva che aveva proprio desiderio di vedermi.
E intanto la donna mi guardava, si sforzava di sorridermi. «Stanotte – disse poi mio padre – tu dormirai lì» e indicò l’ottomana che era dietro la schiena di sua moglie. «Peccato – riprese a dire – che domani non si possa stare insieme: abbiamo già combinato d’andare a casa dai suoi di lei – e accennò con la testa allla donna. – Ma tu non ti devi preoccupare, puoi stare qui con i Gheduzzi, sono nostri vicini di casa, hanno dei ragazzi anche loro, potete giocare insieme».
La donna bionda ora rideva, sembrava che ridesse contenta perché mio padre aveva finalmente detto che loro l’indomani dovevano andarsene e io sarei rimasto dai Gheduzzi. Parlai senza pensare a quello che dicevo, istintivamente, dissi: «Ma io domattina devo riprendere il treno, non ho detto niente all’ospizio, certo mi aspettano e mi cercano». «Allora – disse la donna – lo sveglieremo alle sette». «Come vuoi tu, Luciano» disse mio padre.
Dopo cena la donna trasformò l’ottomana in letto. Ci si stava bene. Ma io pensavo ai miei compagni di camerata che certo si chiedevano dove potevo essere andato, pensavo al maestro Pollini che imprecava contro di me perché gli rovinavo ancora di più la sera della vigilia. Avrei voluto dormire in fretta e poi sentirmi svegliare per prendere il treno. L’indomani anche all’ospizio sarebbe stato Natale.

mercoledì 9 novembre 2011

Intervallo festoso nella sventura


Ci vuole proprio una bella faccia tosta ad abbandonarla così, su due piedi, dopo quattro anni di fidanzamento, per poi sposare una che ha conosciuto da due mesi. Un delinquente, ecco che cos'è, uno sciagurato. Se Guido avesse avuto un poco di coscienza avrebbe calcolato che una donna di trent'anni non può, di punto in bianco, scegliersi un altro uomo come possibile marito. Praticamente la sua esistenza è rovinata. Ernesta non ce la fa a rimanere in ufficio, nel solito tran tran: per lei tutto è diverso dal solito; lei è in un mare di guai, con un pensiero fisso ossessionante. Ha bisogno di distrarsi, di cambiare aria, il mondo intorno a sé, come se le diversità potessero rendere diversa, più lieve, anche la sua sventura. Ci vogliono almeno dieci giorni di riposo, di lontananza, per vivere intimamente con se stessa e guardare dentro la sua anima per capire cosa fare, come affrontare il futuro e cercare le forze di recupero. Manda al capoufficio un certificato medico per dieci giorni di malattia. A sua madre dice: «Non ti occupare di me, vado in un posto solitario, in montagna, ti manderò l’indirizzo».
È autunno, una stagione morta, triste. Nell'albergo ci sono due coppie di vecchi, un medico sui quarant'anni e una ragazza malaticcia con la madre. l giorni passano lenti, esasperanti; ne sono trascorsi tre, lunghissimi. Dalle finestre della sala da pranzo si vedono le cime incappucciate di nebbia. Talvolta la nebbia scopre le cime e scende più bassa, anche fin giù, e allora tutto si trasforma in un mare lattiginoso, scompaiono le case e i boschi e tutto diventa ancora più triste. Poi case e boschi ricompaiono. Ogni giorno il gioco della nebbia si ripete, infine viene la sera e scende la malinconia. Un po’ di televisione e poi su, nella camera, a pensare, a piangere. «No, basta, io devo dimenticare, ce ne sono tanti di uomini, possibile che...».
D’improvviso, la quinta sera, si spalanca la porta mentre Ernesta è seduta allo specchio della toeletta. Entra di colpo il medico e si blocca: «Scusi, ho sbagliato porta», ma, invece di indietreggiare immediatamente, resta lì impalato a guardare la ragazza, anche lei immobile e stupita da questo fatto. Ma cerca di sorridere: «Non fa niente - mormora - non fa niente». Il medico lentamente si muove verso di lei, allunga le mani e l'abbraccia. Ernesta dice «Ma che maniera è...». Non fa in tempo a terminare la frase perché la sua bocca è coperta da quella di lui. Un bacio lungo, lunghissimo, al quale lei cerca inizialmente di ribellarsi, ma poi diventa partecipe. Alla fine il medico dice: «Bello, molto bello» e lei si mette a ridere. Lui va a chiudere la porta che era rimasta socchiusa, ritorna indietro e la ribacia. Ernesta si sente la testa confusa. Che strano fatto sta capitando. Però tutto sommato non le dispiace, è un diversivo che rompe la monotonia della montagna, dell’albergo, di queste serate. Quanto tempo è passato, due ore, tre ore? Bisogna che il dottore faccia piano ad uscire perché nessuno senta, ormai è piena notte e c’è un gran silenzio.
E così anche la sera dopo, tutte le sere dopo, ma sono poche, ormai sta scadendo il tempo di riposo che le era stato prescritto col certificato. Bisogna tornare in ufficio, riprendere la solita vita. Però questa solitudine, pensa Ernesta, l’ha rinfrancata, le è stata utile. E poi si può sempre tornare qui in montagna, per qualche week end. C’è un’aria così buona.