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domenica 8 maggio 2016

Ca-125

Guardavo occhieggiare le vampate rosse del fuoco, nel buio della sera, in fondo al giardino. Bruciavano le foglie secche che Luigi aveva rastrellato per fare pulizia nel prato. Ma con le foglie bruciava anche quella grande custodia azzurra gonfia di cartelle cliniche, tabulati, lastre, ricette. Era rimasta per mesi nascosta in un armadio nella camera degli ospiti. In casa non c'era, non doveva esserci. Tutto quel materiale – per lei – era rimasto in clinica o nello studio di qualche specialista: lei non doveva vederlo, perché sapevamo, mio figlio e io, che non voleva conoscere la verità. E in quella cartella azzurra la verità c'era, drammatica, inesorabile, con il nome preciso di una malattia e una sigla, Ca-125. Sigla che, ad ogni esame di laboratorio, il nostro occhio correva a cercare per sapere come procedeva l'evoluzione distruttiva della quale era l'indicatore specifico.
Per lei la malattia, come le era stato spiegato, era un malanno di poco conto, però noioso per l'incapacità del sistema immunitario di farvi fronte. Istintivamente non cercava di approfondire: lei, che grazie anche alla sua cultura scientifica aveva sempre avuto doti intuitive in campo medico, si adagiava alle spiegazioni di ripiego. Si limitava a lamentarsi per il protrarsi delle cure e per l'inarrivabile giorno della guarigione.
Per noi che sapevamo, al dolore e all'angoscia si aggiungeva un senso di colpa, a causa del segreto che dovevamo custodire e dell'impossibilità di sovvertire l'infausto corso degli eventi. Sentivamo quell'impotenza come un tradimento. Ci affannavamo consultando specialisti in città e altrove, i migliori, ma ne avevamo sempre risposte senza speranza. Disarmati, con l'animo immerso nell'angoscia, dovevamo avere l'aria non preoccupata, cercare di parlare di tutto, anche di cose insignificanti, e del futuro, con la consueta sicurezza, come quando si era ignari. Costava una fatica terribile. Sentivamo il peso schiacciante della conoscenza dell'imminente futuro. Ci si rendeva conto di quanto l'uomo sia fortunato a non sapere che cosa gli accadrà domani.


Cercavo di evitare di parlare del passato: temevo di essere travolto dalla commozione e di scoppiare in pianto. Perché in ogni momento il nostro passato mi era sempre nella mente: tutta la nostra unione, la nostra vita insieme che era stata armoniosa e felice, mi si svolgeva davanti agli occhi della memoria come un film. Parlavo delle cose più varie del momento, la casa, le nipoti, l'automobile, il cane, la spesa e intanto mi ricordavo di immagini, scene, attimi lontani cui da anni non pensavo. Mi sembrava di estrarli, senza intenzione, automaticamente, da una sacco magico che nemmeno sapevo più di avere e che sentivo ricco, pieno. Ogni rievocazione mi dava una gioia e al tempo stesso una tristezza, uno struggimento, una commozione infiniti. E di notte, solo nella mia camera, in lunghe ore di insonnia, in genere a partire dalle tre o dalle quattro, questo film del nostro passato mi girava in continuazione davanti agli occhi del ricordo. Rivedevo noi entrambi giovani, lei bellissima e di una vitalità esuberante, gli slanci, l'amore, il senso del dovere, la bravura nell'insegnamento, nella pittura, nella poesia, i riconoscimenti, i premi. Mi risuonavano all'orecchio versi: "Quando mi porti sulla bicicletta / incontro alle immagini verdi / dei campi e la tua bocca al mio orecchio / si adagia / e dici parole nel vento d'estate, / oh, allora / come sento di vivere calda / fra le tue braccia calde. / Come la morte è lontana!". E poi la famiglia, il figlio, la casa, la gioia delle nipoti. Ancora versi, questi per Elisabetta, la prima: "Ricorderai di me queste vecchie / mani che tentano una carezza? / Questo sguardo che segue lento / il tuo agile corpo nel sole? / Le mie parole sussurrate / nel brusio del motore / quando ti porto a scuola? / Le mie parole, le mie parole / ti possano rimanere. E la mia voce / che sappia risorgere nel tuo cuore, / se mai sarai sola, un giorno". E ancora: "Mi si chiude il cielo / se il tuo piccolo passo / non scende le scale / e il tuo grido di gioco / non mi rincorre. / Le ore vedo passare / come immobile vecchio / che attende una rondine / nel suo lungo inverno".
Queste rievocazioni di lei, di noi, del nostro mondo erano un misto di dolore e di gioia: lacerazioni e lenimento, ma si concludevano quasi sempre nel pianto. Poi, stremato, m'addormentavo quando ormai era l'ora d'alzarsi. Bisognava affrontare un'altra giornata, difficile come tutte, piena di timori e di cautele, senza un barlume di speranza.
Nessuno in casa citava mai i nomi di quella malattia, nelle sue varie forme. Se l'argomento si affacciava alla Tv, con una scusa si cambiava canale e nessuno, neanche lei, protestava. Altrettanto con il giornale, si era svelti a voltar pagina in vista di un titolo scabroso. Aleggiava sempre su di noi questa cappa opprimente del dolore per la nostra consapevolezza e del timore che qualcosa o qualcuno potesse infrangere l'equilbrio fragilissimo che manteneva lei nell'incoscienza del reale e su un'onda tenue della speranza. Ma non v'è dubbio che doveva vivere una continua battaglia tra conscio e inconscio, tra quello che sapeva o intuiva e quello che temeva e non voleva sapere.
Una volta sola aveva perduto il controllo di quel suo fragile equilibrio tra il sapere e il non sapere. Era d'estate, due anni prima della sua ultima estate. Eravamo in montagna, soli, distesi su una coperta in mezzo a un prato, ad abbronzarci. Di fianco a noi qualche indumento, la sua borsetta, un libro, il giornale che avevo comperato uscendo dal paese e non avevamo ancora guardato; ma io, buttandolo sui sedili posteriori dell'auto, avevo fatto in tempo a scorgere un grosso titolo in prima pagina: la morte di un signora, notissima manager di un ente privato. Non mi decidevo a prendere in mano il giornale per non dover dire che era morta quella signora, che anche lei conosceva di fama; perché avrei pur dovuto parlarne in quanto il silenzio, di fronte a una simile notizia, sarebbe risultato ancora più falso e imbarazzante.
Fu lei che a un tratto si sedette e lo aprì. Fu la prima cosa che lesse e subito urlò e si mise a piangere gridando «anch'io, anch'io, sono malata così anch'io, dovrò morire, morire, morire...» e piangeva disperata. L'abbracciai, la strinsi forte, mi sentii il petto bagnato dalle sue lacrime. Pure io avrei voluto abbandonarmi, ma dovevo assolutamente aiutarla, difenderla, dovevo ribadire la tesi detta tante volte, che la sua non era una di quelle malattie anche se certe cure potevano farlo pensare. E via di questo passo, arrampicato sui vetri del convincimento, della persuasione, sempre più lisci, improponibili.
Passavano i mesi e la guarigione non arrivava, anzi, le condizioni si aggravavano. A volte, quando sentiva avanzare il peggioramento, veniva alle prime luci dell'alba a sedersi in una poltrona a fianco del mio letto, mi guardava con occhi nei quali c'era angoscia e terrore, mi chiamava con voce implorante e mi chiedeva: «Come andrà a finire? Come andrà a finire?» Quant'era difficile dover sostenere ancora una volta le solite bugie, dover fingere che sarebbe andata a finire bene e non poterla invece abbracciare, gridare il suo nome, Else, Else, amore mio, e piangere con lei senza ritegno.
Finalmente fuori casa, in auto, solo, potevo lasciare esplodere il dolore e scoppiavo in pianto, navigavo nel traffico con gli occhi pieni di lacrime. Faticosamente, con molti rischi, arrivavo ai semafori dove potevo asciugarmi e soffiarmi il naso. Allora m'accorgevo d'avere intorno a me, al di là di altri finestrini, sguardi stupiti. Ma per me era uno sfogo indispensabile; solo così, rincasando, potevo continuare la mia difficile, penosa finzione.


Guardavo il rosso di quel fuoco, nel buio della sera. Era l'inizio d'autunno, il primo autunno senza di lei. Bruciavano le foglie secche e anche la cartella con tutto il suo percorso del male. Avevamo esitato a lungo, mio figlio ed io, su quelle lastre, quelle sigle. Non potevamo far altro che constatare che erano la testimonianza della sconfitta nostra e dei medici che se ne erano occupati. Se i grafici e i risultati che via via si allineavano sui fogli e nel tempo avessero portato ad una miracolosa vittoria, avremmo dovuto, allora sì, conservare ogni pezzetto di carta, ogni piccolo passo verso la mèta finale. Così no. E avevamo affidato la cartella all'uomo delle foglie. Mi sembrava che anche lei approvasse e fosse grata di quel fuoco.


lunedì 7 dicembre 2015

Malinconia



Ora che sei lontana
tutte le cose
sono fredde
e dure
come il metallo.
E le voci e i colori
faticosamente arrivano
ai miei sensi.
Solo la civetta
riesce
a farsi strada
al mio orecchio.
E sento che il grido
è tetro
come un buio d'agguato
ora che sei lontana.


(1947)

sabato 17 ottobre 2015

Prima del mare

Con i primi caldi, la sera noi ragazzi ci radunavamo giù nel cortile per continuare i giochi del pomeriggio. Il cortile era stretto e lungo, su un lato la casa e sull'altro un muretto oltre il quale s'intravedevano le tettoie di una fabbrica. Era illuminato debolmente da un'unica lampada appesa a un cavo teso tra la casa e il muro di fronte.
Quell'anno, la sera, Mimma e io stavamo quasi sempre seduti sul gradino di un portone che era al fondo del cortile, in penombra. Gli altri giocavano a rincorrersi o a nascondersi o a darsi schiaffi alla mano sotto l'ascella e a indovinare chi era stato. Di tanto in tanto qualcuno veniva a chiamarci: «E voi, non giocate?» «Ho male a un piede» dicevo io, come scusa; oppure era lei, Mimma, che diceva di non averne voglia. Sempre così, tutte le sere.
Era luglio, non avevamo più la noia della scuola, l'incubo degli esami, faceva caldo e la gente della casa stava sui ballatoi, le donne discorrevano tra loro, da piano a piano, gli uomini fumavano, scamiciati, noi eravamo nella penombra. Come si stava bene così appartati. Mimma mi parlava di mare: ci sarebbe andata in agosto, per la prima volta, con una zia. Io non c'ero mai stato, nessuno di noi del cortile c'era stato perché non usava, allora, andare al mare e soprattutto perché le nostre famiglie non avevano mezzi: gente che s'alzava presto al mattino per andare a lavorare, lavorava tutto il giorno e così per tutto l'anno e già aveva difficoltà a far fronte alle spese per mantenere la famiglia.
Ascoltavo Mimma parlare del mare e mi sentivo quasi commosso per quel grande avvenimento che lei avrebbe vissuto. Avevo anche tristezza al pensiero che per un mese non l'avrei vista: non saremmo stati, la sera, seduti insieme in quella penombra così intima, nostra. Scoprivo Mimma come se appena in quei giorni l'avessi conosciuta e invece erano dodici anni che la conoscevo, cioè dalla nascita, perché eravamo nati negli stessi giorni, in quella casa. Scoprivo la sua voce: Dio, come mi piaceva! dolce, soave, con sfumature delicatissime. E non soltanto la voce scoprivo, ma tutta lei. Stavo ad ascoltarla e a guardarla incantato, nella penombra; ed era come se gli altri ragazzi chiassosi non ci fossero, come se non ci fossero sopra di noi le donne che parlavano, gli uomini scamiciati che fumavano appoggiati alle ringhiere dei ballatoi. Mi chiedevo come mai non m'ero accorto prima della voce di Mimma e dei suoi occhi azzurri. Stavo fermo, con la schiena appoggiata al portone, e avrei voluto che la sera fosse interminabile; se lei, muovendosi, con la spalla mi sfiorava la spalla, mi sentivo avvampare di rossore. L'ascoltavo, capivo ogni sua parola, sentivo ogni sfumatura della sua voce, eppure il mio pensiero riusciva a correre avanti, nel tempo: io e lei più grandi, soli, a camminare per un viale; e poi pensavo a un bacio, Dio come sarebbe stato bello, ma mi sentivo arrossire, sconvolgere dentro.
Di sera in sera il mare di Mimma diventava sempre più grande e più vicino nella sua e nella mia immaginazione, io lo amavo e lo odiavo insieme; l'amavo perché lei ne era entusiasta e contava i giorni che ancora la dividevano dalla partenza, e l'odiavo perché me l'avrebbe portata via, per la prima volta, e questo accadeva proprio adesso che non facevo altro che pensare a lei. «E tu cosa mi dici?» mi chiedeva talvolta. Io non sapevo cosa dire, o meglio, avevo in fondo al cuore il desiderio di dirle tutte le sensazioni che provavo, ma capivo anche che non ne avrei mai avuto il coraggio; avevo solo fiducia che comprendesse lo stesso, che bastasse quella nostra presenza appartata nella penombra ad aprirle l'animo mio. Parlavo della bicicletta che mio padre mi aveva promesso, dicevo che mi sarebbe piaciuto poterne avere una "balloncina", con i penumatici più grossi dei soliti, le biciclette di lusso che erano in voga in quei tempi. Lo dicevo tanto per dire, perché sapevo che mio padre difficilmente avrebbe potuto comperarmi anche una bicicletta normale.
Poi Mimma partì. Fu di mattino. Dalla finestra la vidi allontanarsi, un passo dietro a suo padre che le portava la valigia tenendola sulla spalla. La sera innanzi era rimasta poco nel cortile perché doveva finire di preparare la roba da portare con sé. Ero riuscito a chiederle, con grande fatica e con una vampata di rossore: «Mi scriverai?» Mimma s'era messa a ridere. «Certo che ti scriverò, vuoi che non ti faccia vedere il mare? Ti manderò le cartoline più belle». La risposta mi aveva appagato, m'ero sentito pervadere dalla serenità e dalla gioia, mi sembrava già di avere in mano la prima delle sue cartoline, di ammirare il mio nome scritto da lei.
Fu un agosto lento, lungo, tremendamente lungo. Andavo sempre giù, la sera, in cortile, con gli altri ragazzi, ma non avevo voglia di giocare, mi sarebbe piaciuto starmene a sedere, solo, sul gradino del portone di fondo, dove ero stato tante volte con lei, ma gli altri non mi lasciavano, mi trascinavano a forza con loro e allora, passivamente, facevo quello che volevano. Di giorno attendevo con ansia il postino, ma non aveva mai niente per me. Andò avanti così per dieci giorni, poi, finalmente, una cartolina arrivò. Era proprio per me, scritta di suo pugno: "Molti cari saluti". Raffigurava una fila di capanni con tanta gente al sole della spiaggia. Guardavo ad una ad una quelle donne come se dovessi cercare fra loro Mimma, ma lei naturalmente non c'era. Cercavo di immaginarla come quelle, con il costume da bagno, ma non sapevo vederla diversa da come l'avevo sempre vista nel cortile.
Passavano altri giorni e io ancora aspettavo una sua cartolina. Ripensavo alle sue parole. «Te ne manderò tante, le più belle». E come mai, invece, il postino non chiamava il mio nome? Una seconda cartolina arrivò negli ultimi giorni di agosto, ma non era indirizzata a me, bensì "ai ragazzi del cortile". "Torno sabato" scriveva Mimma. Ero deluso e amareggiato perché mi aveva trascurato in quel modo, ma al tempo stesso ero pervaso dalla gioia. Mimma tornava: ci saremmo seduti ancora, la sera, sul gradino del portone, nella penombra. C'era tutto settembre per stare nel cortile: sarebbe stato un mese magnifico, forse io avrei anche trovato il coraggio di dirle quello che provavo per lei.
Mimma tornò. Era irriconoscibile, tanto era abbronzata. E per giunta indossava un vestito molto aperto sul collo, che non le avevo mai visto. Non sembrava più lei. Nel primo momento in cui la vidi mi fece venire in mente Rosalinda, che era la sorella di una gobba che stava nella casa. Rosalinda faceva la modella, era sempre abbronzata e pitturata; quando veniva a trovare sua sorella noi la guardavamo con una curiosità morbosa, poi fantasticavamo su di lei e sulla sua professione di modella che ci sembrava molto peccaminosa. La prima sera del ritorno di Mimma la passammo a festeggiare lei con grida e canti al centro del cortile. Io avrei voluto che s'appartasse con me, ma gli altri non la lasciavano. Poi un inquilino protestò per il baccano e Mimma tornò in casa.
La sera dopo ci andammo a sedere nel nostro posto e lei incominciò a parlare del mare. «È' stupendo» disse. «Mi sono proprio tanto divertita. Stavamo sulla spiaggia dalla mattina alla sera, fin che il sole non tramontava. E sulla spiaggia giocavamo a palla oppure a rincorrerci sulla sabbia lambita dall'acqua». «Ma come, anche tua zia correva sulla sabbia?» chiesi io con meraviglia. «Oh, no: lei stava seduta sotto l'ombrellone a chiacchierare con le altre donne. Correvamo noi ragazzi: eravamo in una squadra grossa, c'era anche Roberto che abita qui, in via Mazzolotti, e suo padre ha una drogheria in centro». «Ah» feci io, e intanto mi sentivo un tremito interno e non riuscivo a formulare un pensiero. Poi disse: «Di sera, con un grammofono, si ballava sulla terrazza della pensione. Era molto divertente».
Io avrei voluto non essere dov'ero, al suo fianco, appoggiato al portone, nella penombra della sera. Andavo indietro con il pensiero e provavo nostalgia per i giorni d'agosto che pure m'erano sembrati tanto brutti per l'attesa. Ma almeno, allora, avevo la speranza di rivedere presto Mimma. Adesso Mimma era con me, ma non era più quella di prima; era abbronzata come Rosalinda e parlava di balli fatti di sera con un Roberto. Poco valeva che lei stesse seduta in disparte con me se mi doveva raccontare di queste storie. Io ascoltavo e intanto sentivo nascermi dentro un odio per il mare, per le lunghe file di capanni, per la sabbia sulla quale si può correre al limite dell'onda e per le terrazze delle pensioni.
Passarono ancora dei giorni, ma ogni sera i ricordi di Mimma mi riportavano nella nostra penombra la vita del mare, con il suo chiasso, il suo sole, i suoi balli. Una sera, scendendo, trovai tutti i ragazzi fermi nel cortile, in cerchio. E dentro al cerchio c'erano, intenti a parlare, Mimma e Roberto. Era un ragazzo alto, forse aveva due o tre anni più di me. Stava a cavalcioni della bicicletta. Parlavano dei giorni d'agosto, citavano nomi di altri ragazzi, episodi. E ridevano. Tornai in casa, dissi a mia madre che avevo male di testa e andai a letto. Nel buio, in silenzio, mi misi a piangere. Pensavo a prima del mare. Com'era bello!

domenica 11 ottobre 2015

La speranza

Sua madre entrò, si diresse alla finestra, sollevò l'avvolgibile, la luce invase la stanza. «Sono quasi le otto» gridò. «Maria, alzati!» La ragazza aveva coperta anche la testa, stava immobile, ma non dormiva. «Non arriverai più in tempo» incalzò la madre. Maria si districò lentamente dall'involucro di lenzuola e coperte, lanciò piccoli gemiti come se in quel momento si stesse svegliando, poi disse: «Questa mattina non ci vado, in ufficio. Ho tutte le ossa rotte, credo d'avere avuto la febbre stanotte». La madre le si avvicinò, le posò una mano sulla fronte: «Adesso non sembra» disse. «Vuoi che telefoni in ufficio?» «Sì, grazie. Di' che tornerò a lavorare appena starò meglio. Ora cerco di dormire di nuovo».
La madre riabbassò l'avvolgibile, la figlia la fermò prima che la serranda fosse completamente chiusa. C'era rimasto uno spiraglio di una decina di centimetri attraverso il quale dal letto si vedeva una terrazza della casa di fronte, due piani più in su, con panni stesi, battuti dal vento e dal sole. «Basta così, grazie» disse la ragazza. La madre si avviò alla porta. «Più tardi ti porto il latte. Se hai bisogno chiamami». Maria girò lo sguardo alle cose della stanza un po' confuse nella penombra, guardò attraverso la fessura della finestra la macchia chiara della terrazza illuminata. Aveva voglia di piangere. Aveva già pianto a mezzanotte quando si era coricata. Anche adesso pensava alle parole che Giulio le aveva detto la sera prima, tornando dal cinema.
Giulio era cassiere nell'ufficio accanto al suo. Erano amici da tempo, ma negli ultimi mesi la loro amicizia si era fatta più intima. Lui era gentile, premuroso, buono; e scapolo. Aveva trentotto anni, due più di lei. A quell'età doveva per forza pensare al matrimonio, a una casa. Maria studiava le sue parole, i sottintesi, cercava di scoprire le intenzioni nascoste. Giulio le piaceva, sperava di sentirsi dire da lui, una volta o l'altra, che le voleva bene. Nel pomeriggio del giorno prima, uscendo dall'ufficio, l'aveva invitata al cinema per la sera, come altre volte, per stare un poco in compagnia. Dopo lo spettacolo, in auto, mentre l'accompagnava a casa, le aveva detto: «Ho bisogno di confidarmi con te, ascoltami, ti prego». Lei si era sentita le gambe tremare all'improvviso, le sembrava già di udire le sue parole d'amore, avrebbe voluto abbracciarlo subito, prima ancora che incominciasse a parlare. Invece Giulio aveva detto: «Sono innamorato di una ragazza che ha vent'anni, è ricchissima, capisco che non è assolutamente adatta a me e che nemmeno mi vorrebbe, ma sono testardo, non so dimenticarla, come devo fare?»
Maria era rimasta in silenzio. Le era venuto un nodo alla gola e si sentiva come sprofondata nel sedile, il tremore di prima alle gambe s'era d'improvviso tramutato in un vuoto, un'insensibilità, come se gli arti non le appartenessero più, se in quel momento avesse dovuto scendere certo non l'avrebbero retta in piedi. Giulio aveva accostato l'auto sulla destra, in uno spiazzo libero del viale che percorrevano. Lui aspettava una sua risposta, ma lei non parlava, il nodo alla gola le aveva tolto anche la parola. «E allora cosa mi dici?» le aveva chiesto vedendo che l'attesa si prolungava. Con grande fatica Maria era riuscita ad aprire bocca. «Sono cose troppo personali, non si possono dare dei consigli, sei tu che devi decidere».
A casa s'era buttata sul letto e aveva pianto. S'era addormentata tardissimo e s'era svegliata presto. Pensava a Giulio e pensava ai propri trentasei anni. Trentasei per modo di dire: ne avrebbe compiuti trentasette dopo dodici giorni, il ventiquattro marzo. Era una data che ormai odiava; odiava anche la primavera, i primi caldi soli, i primi venti, le viole nelle prode delle strade di periferia, perché le ricordavano l'imminente scadenza.
Pensava ad altri compleanni lontani: il diciottesimo, il ventesimo, quando c'era ancora suo padre e ogni anno a primavera facevano un viaggio. I vent'anni li aveva compiuti a Innsbruck. Al mattino avevano visitato l'Hofgarten, il giardino imperiale; a mezzogiorno, rientrando all'albergo dove erano alloggiati - il Greif, ne ricordava ancora il nome - aveva trovato un telegramma per lei. Era di Rolando; diceva: "Hai voluto partire nonostante la mia proibizione: non cercarmi più". Rolando, il suo primo fidanzato, era gelosissimo, a volte insopportabile. Lei aveva scrollato le spalle: le importava poco che Rolando la lasciasse, aveva tempo e si sentiva bella. Poi aveva incontrato Sergio. Si erano voluti molto bene, ma avevano anche avuto liti furibonde; era finita male, addirittura a schiaffi e a calci. Anche con gli altri, dopo, non era mai stata fortunata, o per un motivo o per l'altro.
Fissava la terrazza della casa di fronte: oltre la ringhiera si vedevano sbattere al vento un asciugamano bianco e una sottana gialla. Davanti all'asciugamano si fermò un bambino, si chinò, si alzò, si tornò a chinare, ora si vedeva soltanto la sua testa muoversi in maniera appena percettibile: evidentemente stava giocando con qualcosa che era sul pavimento. Maria avrebbe voluto che se ne andasse: c'erano già di troppo, su quella terrazza, anche il vento e il sole.
Il bambino le ricordava Michele. Michele era stato l'ultimo, prima che lei incominciasse a pensare a Giulio. Michele si era fidanzato regolarmente. «Ci sposiamo presto» le diceva. Era di un'altra città, faceva il tecnico di macchinari per arti grafiche; era venuto per assistere gli operai che montavano una macchina svizzera in una tipografia. «Ti sposo presto» ripeteva; ma non andava mai oltre questa generica promessa. Lei si sarebbe aspettata che facesse qualche progetto, che indicasse una data probabile, che esprimesse qualche idea su quella che sarebbe potuta essere la loro casa. Le diceva invece, tante volte, che aveva un corpo magnifico, che era stupenda, una donna meravigliosa e lei, a quei complimenti, socchiudeva gli occhi per la soddisfazione, quasi inebetita. Poi, un giorno, l'angosciosa scoperta: Michele era sposato e aveva due bambini. Quando Maria gliel'aveva rinfacciato lui si era messo a piangere, le aveva chiesto perdono. Una scena melodrammatica. Ma c'era poco da fare, se non troncare. E si erano lasciati, lei furibonda, ingiuriante, lui sempre piangente, strisciante, implorante perdono.
Ora le pareva di risentire quelle sue parole che sapeva sussurrare con tanta abilità nei momenti di esaltazione amorosa: «Hai un corpo magnifico, sei stupenda». Era vero oppure Michele mentiva anche in quelle affermazioni? Maria cercò di figurarsi il proprio corpo, era tanto che non l'aveva guardato con occhio critico. Le venne un improvviso desiderio di vederlo, di scrutarlo, di ammirarlo. Se l'avesse trovato ancora piacente forse avrebbe potuto riconquistare un po' di fiducia, un'ultima speranza. Scese dal letto, infilò le pantofole, andò davanti allo specchio dell'armadio. Ebbe subito un moto di disappunto guardandosi in faccia: gli occhi erano gonfi, scuri, i capelli scomposti; ma forse la scarsa luce contribuiva a peggiorare l'immagine. Andò a sollevare un po' la serranda, tornò allo specchio, si sforzò di sorridere, pensò che il trucco l'avrebbe trasformata, non poteva giudicarsi in quelle condizioni. Si strinse la vita tra gli indici e i pollici facendo aderire la camicia da notte: la vita era ancora sottile, il petto florido. Si passò una mano sui capelli, sorrise. Ora non pensava a nulla, si limitava a sorridere a se stessa senza sapere il perché.
Si scosse al suono del campanello, nell'ingresso. Sentì sua madre avviarsi ad aprire. Tornò a letto, ad ascoltare. Era la voce di un uomo quella che si sentiva di là. Maria cercava di decifrare le parole, ma non ci riusciva; ora la voce si spostava per il corridoio, entrava nel salotto. Maria attese ancora qualche minuto poi suonò il campanello interno e sua madre venne sull'uscio. «Chi è?» chiese la ragazza. «È il tecnico della tivù, è venuto per l'audio del televisore, dice che il guasto lo può riparare qui, ha già incominciato». La madre uscì di nuovo. Maria si stirò, rimise i piedi a terra, s'infilò le pantofole, la vestaglia, uscì dalla stanza, entrò in bagno. Poi ritornò in camera, si sedette alla toeletta, incominciò a massaggiarsi il viso, scelse il vasetto della crema, il tubetto del rossetto, la boccetta del profumo. Si pettinò con cura, tuttavia senza indugiare. Vide il volto rifiorire, pensò che non era un volto brutto, forse non dimostrava nemmeno gli anni che aveva.
Quando fu pronta si alzò, si diresse alla porta, ma sostò un attimo a guardarsi nello specchio grande dell'armadio. Uscì, nel corridoio si fermò, si ripassò una mano sui capelli con morbidezza per accertarsi che fossero proprio a posto. Dal salotto veniva il gracchiare metallico e confuso del televisore che il tecnico stava riparando. Posò la mano sulla maniglia, entrò.


sabato 26 settembre 2015

L'ineluttabile

Simone aveva bottega da fabbro ferraio alla periferia della città, sulla strada della collina. Era uno stanzone nero con una gran porta e nessuna finestra in una catapecchia bassa e lunga che era la sua casa; attigue alla bottega c'erano tre stanze nelle quali abitavano lui, la moglie e la figlia, Lidia. La casa era proprio brutta, cadente; costituita dal solo piano terreno, aveva il tetto molto spiovente, che arrivava a meno di tre metri da terra; facendo un salto col braccio teso in alto si poteva toccare la grondaia che era qua e là slabbrata, arrugginita, bucata: quando pioveva sembrava un colabrodo. Dietro la casa si stendeva un lenzuolo d'orto, lungo e largo una ventina di passi, dove Lidia e sua madre coltivavano l'insalata, i ravanelli, le patate e altro del genere. Su quest'orto si affacciavano le uniche finestre della casa, tre, una per ogni stanza dell'abitazione.
Io lavoravo con Simone già da sei anni: ero entrato nella sua bottega a quattordici anni, nel 1940, come garzone, per imparare l'arte della mascalcia perché in quei tempi di cavalli da ferrare ce n'erano ancora e io sentivo una vocazione per quel mestiere. Casa e orto erano circondati solo da prati, le villette della prima periferia distavano quasi un chilometro. Venivano da noi i barocciai e i contadini che portavano la verdura e la frutta al mercato ogni mattina all'alba con i carretti e poi, sulla strada del ritorno, una volta ogni due o tre mesi, si fermavano a far ferrare il cavallo. Nella fetta d'aia che separava la casa dalla strada c'erano sempre barocci e cavalli in attesa. Io tiravo il mantice per far diventare roventi i ferri da adattare e inchiodare agli zoccoli e tenevo strette le zampe dei cavalli mentre Simone ferrava. Il fumo e l'odore acre che s'alzava dall'unghia intaccata dal fuoco mi stordivano, ma mi piacevano anche.
Lidia era una ragazzina magra e pallida, con i capelli biondi, alta più di me sebbene avesse un anno di meno. Non poteva sopportare l'odore degli zoccoli strinati e io, per farla arrabbiare, se la vedevo in giro intorno alla casa in quei momenti, la chiamavo come se suo padre avesse bisogno; lei, quando s'accorgeva dello scherzo, mi dava uno scappellotto approfittando del fatto che le mie mani erano occupate a trattenere la zampa del cavallo, ma io ridevo contento. Sua madre era una donna nera di vestiti e di espressione, triste e chiusa in sé, altissima e un po' curva. Cercava sempre che sua figlia restasse lontana dalla bottega, nella parte della abitazione. Se la vedeva scherzare con me la chiamava con una voce secca e brusca. Io ci restavo male.
Col passare del tempo il lavoro era calato: certi barocciai avevano venduto il cavallo e comperato il camion; i contadini portavano le verdure dalla campagna con i motofurgoni o i camioncini. La guerra era finita e c'era un grande fervore di lavoro. I palazzi e le ville delle periferia avanzavano verso di noi a vista d'occhio. Quasi ogni settimana s'apriva nella zona un cantiere nuovo. I campi ormai si facevano radi. Passavamo giornate intere senza ferrare un cavallo e stavamo seduti, Simone ed io, davanti alla porta della bottega a guardare i palazzi in costruzione che sembravano dapprima grandi scheletri e che via via si andavano mettendo addosso carne e pelle. «Ma guarda che roba» diceva Simone, «sono proprio diventati tutti matti con questa mania di costruire». E se vedeva scavare le fondamenta di un fabbricato nuovo, per tutta la giornata rimaneva immusonito e mormorava, di tanto in tanto, che così non si andava più avanti. La Lidia era un po' meno magra, più colorita, sempre bionda; si era fatta ancora più bella. Se cercavo di farla venire vicino alla bottega era per dirle qualcosa che le potesse fare piacere, non per farle annusare l'odore delle unghie bruciate.
Sua madre una sera era morta d'improvviso. Per tutto il giorno successivo io ero rimasto in casa di Simone per aiutarlo nei preparativi del funerale e per vegliare la defunta. Avevo anche confortato Lidia e lei si era stretta a me per piangere contro il mio petto. Eravamo soli, ai piedi della bara. I sussulti dei suoi singhiozzi mi si ripercuotevano dentro come se fossi io a piangere convulsamente; e l'odore buono, caldo, che veniva su da lei mi inondava di tenerezza. Le passai le braccia intorno alla schiena e la strinsi forte. Anche lei mi strinse: piangeva più rumorosamente, ma sentivo che le faceva piacere essere con me. Mi sfregò la guancia rorida di pianto contro la mia e mi chiamò per nome con un tono che non le avevo mai sentito: era come se fosse la prima volta che pronunciava il mio nome.
Adesso eravamo sui vent'anni, Lidia e io. Le ville e i palazzi nuovi avevano già raggiunto la casa e non c'erano più cavalli da ferrare. Passavamo lunghe giornate in ozio, Simone e io, oppure forgiavamo dei cancelli per le palazzine in costruzione: un lavoro insulso, senza vita, nemmeno da paragonare con la mascalcia, con il cavallo - lo si capiva bene - che partecipava all'operazione; e con l'odore inebriante dell'unghia bruciata. Ma del resto di quelle commissioni ne avevamo poche. Sarei andato a lavorare da un'altra parte, se fossi stato capace di staccarmi da Lidia. Ci trovavamo di nascosto dietro la casa, ogni giorno verso sera, quando suo padre andava per una mezz'ora a bere un quartino in un negozio di vini aperto lì vicino in una casa nuova. Di nascosto, perché non voleva che lei venisse in bottega quando c'ero io e non voleva che parlasse di fitto con me. Mi faceva capire che Lidia era sua figlia e come padre intendeva farne quello che voleva. Doveva sposare un uomo importante; uno, almeno, che avesse dei soldi. Diceva tutte queste cose come se non fossero rivolte a me e invece lo si capiva lontano un miglio che erano dette per le mie orecchie. E mi diceva anche che io non ero niente, uno senza istruzione, con un mestiere che non rendeva più il becco di un quattrino. Ciononostante Lidia e io ci incontravamo tutte le sere sull'imbrunire e ci abbracciavamo nascostamente nell'orto o in cucina. Ci volevamo un bene che ci sembrava fosse come una pasta tenera che si plasmasse sui nostri corpi.
Anche dietro la casa, al confine con l'orto, c'era un cantiere per la costruzione di un palazzo. Gli operai non finivano mai di fare le fondamenta perché ogni giorno gli scavi si estendevano sempre più: avevano ormai circondato la casa su tre lati affacciandosi alla strada. La catapecchia di Simone sembrava presa in trappola, senza possibilità di scampo, e certo sarebbe sembrata ancora più piccola quando i muri del palazzo si fossero innalzati tutt'intorno. Simone era invelenito. «È roba mia e loro sono matti a costruire tutti questi palazzi. Vorrebbero anche questa terra, dicono che mi offrono quello che voglio, ma è mia e non gliela do neanche per tutto l'oro del mondo».
Ora non ci potevamo più incontrare, io e Lidia, perché c'erano sempre operai a pochi metri di distanza con occhi indiscreti e su di noi campeggiava un'enorme gru che passava minacciosamente sulle nostre teste con grossi carichi di mattoni che penzolavano dalle grandi fauci. Ci rifugiavamo in cucina, appena Simone si assentava per qualche minuto. Pure di fronte alla bottega, sull'altro lato della strada, stavano costruendo e anche più in là, verso la collina. Tutta la zona che circondava la casa era ormai un solo cantiere, fragoroso, sempre animato da rombi di motori, da autocarri che andavano e venivano, da gru altissime che giravano intorno le loro lunghe braccia tese. Di cavalli non c'era più traccia e trascorrevamo giorni senza che dovessimo dare un colpo di mantice. Nemmeno cancelli dovevamo più fabbricare, perché gli impresari li facevano venire già fatti dalle officine che li costruivano in serie, di varie misure. Gli uomini del grande palazzo non lasciavano quasi passare mese senza tornare a chiedere di comperare la terra dell'orto e della casa. «No, no» diceva Simone, «via non ci vado, non so cosa farmene dei vostri soldi: per mangiare mi basta quel poco che ho messo da parte ferrando cavalli. Voglio restare nella mia casa. Sono io il padrone e faccio come mi pare». E quando quelli se ne erano andati picchiava grosse martellate sull'incudine, per sfogare la rabbia. Poi andava a bere e io abbandonavo la bottega per correre in cucina da Lidia.
Fu qui che ci sorprese un pomeriggio. Appena entrato nel negozio di vini era subito uscito e trovando vuota la bottega era venuto in cucina. Lei e io eravamo abbracciati in un angolo, tra il camino e la parete di fondo. Ci stavamo baciando e sul momento non ci accorgemmo di lui che era entrato adagio, senza far rumore. Rimase un momento a guardarci poi lanciò un urlo: «Disgraziati» gridò, «ma cosa fate?» Era nel mezzo della cucina con una mano in alto, minacciosa, stagliata contro la luce della porta che era rimasta aperta dietro le sue spalle. Io mi affiancai a Lidia e le passai un braccio intorno a una spalla. «Noi ci vogliamo bene» dissi. Lui abbassò il pugno e lo picchiò sulla tavola: «No, no, non voglio» gridò. Io rimasi fermo, attaccato a lei che come me stava immobile con gli occhi arditamente fissi al padre. Dal cantiere giungevano rombi di motori e voci sguaiate di uomini; la gru passava sul tetto della casa con un ronzio incombente.
Aspettavamo che accadesse qualcos'altro, che lui dicesse ancora una parola per poter reagire e dirgli che proprio eravamo fermamente decisi a stare uniti. Improvvisamente alle spalle di Simone, nel vano della porta aperta, si presentò un uomo. «Si può?» chiese, e intanto venne dentro. Simone si voltò a guardarlo con occhio acceso e interrogativo. «Scusi» disse l'uomo, «vengo per un avviso». Tolse da una borsa di pelle un foglio e lo presentò a Simone. «Che roba è?» chiese lui. «Un invito: è la giunta comunale che in considerazione dell'impulso assunto dalla città in questa zona la invita ad abbattere questa casa o a ristrutturarla, per esigenze di carattere pubblico». Simone abbassò gli occhi al foglio, poi si guardò intorno a cercare una sedia. Si sedette con lentezza. «E se io non faccio niente?» chiese. «In questo caso si inizierebbe l'azione per l'esproprio» rispose l'uomo.

Simone non si mosse; taceva e guardava il foglio, ma senza leggere, perché i suoi occhi erano immobili su un punto qualsiasi. Poi si voltò a guardare noi che stavamo ancora stretti e abbracciati, quindi guardò il messo. Riabbassò la testa. Aveva un braccio abbandonato sul tavolo con la mano aperta, sembravano il braccio e la mano di un morto tanto erano immobili. «Va bene» disse poi con voce debole, senza alzare gli occhi, «farò come volete». L'uomo salutò e uscì. Rimanemmo a lungo in silenzio. Infine Simone sollevò lo sguardo a noi: «Bisognerà che andiate a cercare quelli del palazzo che mi chiedevano la terra e la casa» disse, con appena un filo di voce.

venerdì 18 settembre 2015

Il padre

Via della Vigna 45: una casa bassa color piombo, due botteghe sormontate da un'unica insegna di lamiera gialla con un nome in alto, Amerigo Martinelli, sottile e lungo, che si stendeva sulla scritta grossa: salumeria-osteria. Forse in tutta la città era l'unico negozio che riunisse due esercizi di natura diversa, un modo che era abbastanza diffuso agli inizi del novecento. Il quartiere, molto popolare, aveva tuttavia parecchi altri negozi antiquati, con le insegne di stile ottocentesco e l'arredamento di legno nero, malandato. Ma si aprivano anche, qua e là, botteghe modernissime, splendenti di luci colorate, di insegne che strizzavano l'occhio con giochi luminosi, che emanavano allegria. E nel confronto le botteghe vecchie precipitavano ancora di più nello squallore.
Lui, dunque, era qui, in questa salumeria-osteria. Nella tasca destra della giacca stringevo la lettera. Mi pareva di saperla tutta a memoria. A un certo punto diceva: "È una casa bassa e scura con due negozi. Sono suoi: lui fa il salumiere e l'oste". E più avanti: "Ti dico tutto questo per scrupolo. Tu farai quello che crederai meglio. Se vorrai potrai anche non conoscerlo mai: la città è tanto grande, si può passare tutta la vita senza aver bisogno di andare in via della Vigna". Indugiai un poco davanti alla casa, feci finta di guardare la vetrina di un orologiaio di fronte, uno dei negozi belli e pieni di luci, poi mi decisi, attraversai la strada e entrai nell'osteria.
Era un camerone stretto e lungo, quasi deserto in quell'ora di pieno pomeriggio. Due vecchi in maniche di camicia stavano seduti a un tavolo sulla destra, vicino alla porta, e giocavano a briscola davanti a due bicchieri di vino; altri tre uomini, di media età, intorno al primo tavolo, vicino al banco, chiacchieravano e bevevano. Tutti gli altri tavoli, una dozzina, erano vuoti, anche al banco non c'era nessuno. Mi sedetti. Uno dei tre si voltò a guardarmi e poi chiamò l'oste: «Martinelli» gridò verso il retrobottega. Martinelli entrò un minuto dopo pulendosi le mani nel grembiule che una volta doveva essere stato bianco e che ora era unto e macchiato di chiazze rossastre di carne. Certo veniva dalla attigua salumeria. «Eccomi qua» disse con una voce secca, puntuta. Mi guardò con aria curiosa e senza smettere di pulirsi le mani si accostò al mio tavolo per chiedermi che cosa volevo ordinare. Non avevo la forza di guardarlo in viso a così breve distanza: mi sentivo emozionato, pensavo di essere pallido o rosso, non capivo bene; il cuore mi andava a sbalzi e avevo paura che mi tremasse la voce. Guardando il tavolo chiesi un quartino. «Rosso o bianco?» domandò lui. «Rosso» dissi io.
Adesso che l'oste era dietro al banco intento a versare il vino lo guardai. Notai per prima cosa il suo naso leggermente aquilino. Anch'io l'ho di quella forma e mi venne fatto di toccarmelo, ma subito ritrassi la mano per posarla sul tavolo. L'oste era stempiato, tuttavia non doveva avere più di quarant'anni; teneva la bocca socchiusa come per un lieve sorriso. Venne al tavolo a posare il quartino e il bicchiere. «Eccolo servito» disse con quella voce stridula, poi se ne tornò dietro al banco e vi si appoggiò con gli avambracci, tutto curvo in avanti, rivolto verso il gruppo dei tre uomini per prendere parte ai loro discorsi.
Bevvi un sorso e continuai a guardarlo. Il cuore mi si era calmato, ora; anzi mi meravigliavo d'essermi agitato. Rividi mia madre nel letto che mi cercava la mano e me la stringeva. «Mario» mi sussurrava, «quando avrò finito di penare mi metterai il vestito nero con il collo di pizzo. È nel cassetto di fondo del mio comò. Voglio che sia tu a prenderlo fuori. Ricordati bene: prendilo fuori tu». Quell'insistenza s'era ripetuta ancora e mi aveva insospettito. Una sera, mentre mia madre si era assopita, avevo tirato il cassetto di fondo del comò e in mezzo al vestito nero avevo trovato la lettera: "per Mario, da aprire quando sarò morta". L'avevo letta in bagno, dieci giorni dopo, mentre mia zia e l'infermiera mettevano a mia madre il vestito nero con il collo di pizzo. "Credo d'avere il dovere di dirti la verità che ti abbiamo sempre nascosto: Rino non è tuo padre. È un cuore d'oro, buono come il pane buono, e tu lo sai bene. Mi ha conosciuta quando io avevo già te, da un anno, e sposandomi ti ha dato il suo cognome. Tuo padre vero è Amerigo Martinelli e abita in via della Vigna 45...".
Bevevo a piccole sorsate e non toglievo gli occhi dall'oste che stava ridacchiando con i tre avventori. Parlavano di un tale che, tornato a casa ubriaco, aveva dovuto trascorrere il resto della notte sul pianerottolo perché la moglie non gli aveva aperto. Una storia banalissima, da concludere in cinque parole. Loro invece ne stavano parlando diffusamente e continuavano a riderci sopra come se fosse una vicenda davvero comica e interessante. Cercavo di non sentire le loro voci, socchiudevo gli occhi e pensavo con intensità alle parole della lettera e all'espressione di mia madre quando m'invitava con aria densa di significati a togliere dal cassetto il vestito nero. "È mio padre, questo" mi dicevo e poi riaprivo gli occhi a guardare fissamente il profilo dell'oste. Ma questo pensiero non mi suscitava dentro alcun sentimento. Non sapevo nemmeno trovare una differenza fra l'oste e gli altri tre seduti al tavolo coi quali parlava: erano tutti uomini sulla stessa età, vestiti piuttosto neglettamente. "Ma è mio padre" insistevo a pensare. Niente: lo trovavo diverso solo perché stava dietro al banco e gli altri erano seduti al tavolo; diverso perché se si fosse drizzato avrebbe mostrato un grembiule biancastro, sporco, trattenuto da una fettuccia che gli girava intorno al collo. "È mio padre" mi ripetevo.
Il pensiero mi ricordò invece Rino, Rino Lovatti, quello che mi aveva dato il suo cognome, quello che per venti anni avevo creduto mio padre vero. Adesso, certo, stava in piedi davanti al tornio e fra un'ora avrebbe finito il lavoro, sarebbe tornato a casa. Dopo cena si sarebbe seduto in poltrona davanti alla televisione, con un gomito appoggiato al bracciolo e il palmo della mano alla guancia, non tanto per guardare quanto per pensare. Stava lì immobile come se seguisse la trasmissione, invece teneva gli occhi bassi, al tavolino di supporto dell'apparecchio. Per lui era come se lo schermo fosse spento, non vibrassero suoni e voci. Questo accadeva da quando era morta mia madre. Serate angosciose, per lui e per me che gli stavo accanto. Ogni tanto apriva bocca per dire: «Ma». Nient'altro. E in quelle desolate esclamazioni c'era tutto il rimpianto di ciò che noi avevamo perduto, c'era l'amore e il dolore per lei, mia madre, che non c'era più.
Mi ricordai di lui com'era tre anni prima, a Natale. La sera della vigilia, rincasando in motorino, era stato travolto da una automobile e l'avevano portato all'ospedale svenuto e sanguinante. Per tutto il giorno dopo era rimasto in preda allo choc e ci guardava senza dimostrare di conoscerci. Aveva un braccio spezzato e la testa fasciata per una larga ferita alla fronte. Piano piano nei giorni che seguirono incominciò a riprendersi. Due settimane dopo era già a casa, con il braccio ingessato, ma allegro. Trascorrevamo lunghe ore, di sera, tutti e tre seduti intorno alla tavola a chiacchierare. La ritrovata possibilità di restare così riuniti, dopo il pericolo e il timore di perderlo, ci sembravano un dono nuovo del quale prima non avevamo mai saputo apprezzare il valore. Non ci importava dei programmi della televisione, preferivamo discorrere tranquilli, senza distrazione, per sentirci vicini, uniti.
Dal retrobottega venne una donna piccola, grassa, coi capelli grigi, le maniche rimboccate e un grembiule bigio. Si infilò tra il banco e batté il dorso della mano su di un braccio dell'oste: «Dammi della moneta» disse. Era certo la moglie che veniva dall'altra bottega. L'oste non le dette retta e continuò a parlare coi tre clienti. «Spòstati, perdiana» gridò la donna e passò a forza per andare ad aprire il cassetto. L'oste ora stava ritto contro lo scaffale, sullo sfondo delle bottiglie, in attesa che la moglie tornasse ad uscire. Rideva con un riso stridente che pareva saltellare per lo stanzone semivuoto. «Starete a vedere quante gare vincerà, quest'anno» diceva. Parlava di qualche campione della bicicletta. «Starete a vedere» ripeteva e ancora rideva. Non potei continuare a guardarlo. Sentii improvviso il desiderio di andare davanti all'oste, di prenderlo per le spalle e scuoterlo perché smettesse di ridere, ma non mi mossi. Gli ripiantai gli occhi addosso e glieli tenni fissi, ma lui non se ne accorgeva.
Il discorso delle corse ciclistiche mi riportò alla mente una domenica estiva di sei o sette anni prima. Ero a letto con la febbre alta, nella strada la gente gridava perché passavano i corridori e nella stanza semibuia, al fondo del letto, mia madre e mio padre in silenzio mi ascoltavano battere i denti. Restai malato per un mese. Mio padre in quel tempo non aveva lavoro e girava per le officine a cercare un posto; tornando a casa veniva a sedersi in fondo al letto e si lamentava della mutua perché non passava le medicine. Era stata un'estate brutta, quella, indimenticabile. Ma l'oste tutte queste cose non le poteva sapere e continuava a ridacchiare; per lui le gare in bicicletta erano soltanto legate a nomi di corridori, quelli che avevano vinto e quelli che avrebbero potuto vincere. Continuavo a guardarlo: stava vuotando da bere ai tre uomini. Era grassottello, forse la sua pelle era anche unta perché appariva lucida. Certo con la salumeria sotto mano doveva sempre aver mangiato bene, senza economie.
E Rino, che cosa avrebbe mangiato stasera? Si sarebbe messo a sedere come al solito davanti alla tivù e sarebbe rimasto lì senza guardarla a farsi sorprendere dal buio, non avrebbe mangiato niente se non fossi andato io a preparargli qualcosa e a insistere perché mangiasse. Pensai al salume: avrei potuto comperare dell'affettato per risolvere con facilità il problema della cena per entrambi. Il pensiero mi era corso alla bottega accanto, ma immaginai che l'oste passasse di là per servirmi. No, sarei andato a comperarlo altrove, lontano di lì, vicino a casa mia. Un affettato incartato da altre mani, che non mi ricordasse niente.

A momenti mio padre sarebbe uscito dall'officina. Era tardi, volevo essere a casa per il suo ritorno. «Babbo» gli avrei detto, «stasera preparo io la cena, prova a indovinare cos'ho comperato». Non gli avrei permesso di rimanere davanti alla televisione a covare pensieri grevi, gli avrei parlato, l'avrei fatto parlare. «Oste» chiamai forte, «quant'è?» L'oste disse il prezzo e venne a prendere la moneta. E io uscii in fretta, dimenticandomi di dare la buonasera.

venerdì 11 settembre 2015

Autunno

Ottobre. Nel livido cielo si è aperto un varco d'azzurro. Non piove più. Le foglie rosse dei tigli stillano l'ultima pioggia. Le gocce cadono su altre foglie a terra. I vialetti del parco hanno per tappeto le foglie gialle, rosso-cupo, color ruggine, larghe, strette, a triangolo, affusolate.
Gian Piero cammina sul tappeto morbido che geme, intriso d'acqua, sotto i suoi piedi. È già il secondo giro che fa intorno alla villa, lentamente, tenendo le mani in tasca, a tratti fischiettando, a tratti incantandosi a guardare i colori che gli sono intorno. Ha sedici anni, porta un maglione rosso con un arabesco giallo sul petto. È il primo giorno che l'indossa; era tanto che lo desiderava. Sua madre diceva: «Te lo farò io, quest'estate, in campagna». L'estate è ormai passata e la mamma ieri ha finito il maglione. Gian Piero lo sente caldo intorno al busto; gli rende molto piacevole il contrasto dell'aria umida e fresca sul viso.
Tra pochi giorni ritornerà in città, riprenderà le scuole, la seconda liceo. Lo studio è noioso, ma in città c'è una consolazione, Martina. Gli ha scritto una lettera ieri l'altro; la stringe nella mano sinistra, in tasca. Gian Piero conosce a memoria quelle parole, eppure ha ancora il desiderio di rileggerle. Accelera un po' il passo, raggiunge la parte posteriore della villa; nelle stanze, su questo lato, non c'è nessuno, può fermarsi liberamente, leggere con tranquillità. Scrive Martina: "Il mio amore è dolce come è dolce l'autunno, carico dei suoi colori e della sua tenerezza. Prendi in mano una foglia caduta da un albero, guarda i suoi riflessi, senti come è morbida, vellutata, tenera, è un gioiello di poesia. Io sento il mio amore come questa foglia, con la sola differenza della mia inesauribile vitalità".
Gian Piero rimette in tasca la lettera, si china, raccoglie una foglia, l'accarezza con mano leggera. Alza lo sguardo intorno: cento e mille foglie sono sugli alberi, tenere e morbide e colorate, un bosco di poesia. Ricomincia a piovere. Un tordo, dalla sommità di un faggio, saluta la pioggia con un canto melodioso.


Ottobre. Che giornata stupenda! Il caldo di settembre ha tracimato in questi primi giorni ottobrini e anche il cielo continua a mantenersi limpido, d'un azzurro che ravviva i colori della campagna. La natura sembra essere in tripudio come se volesse fare corona a questa festa che oggi c'è nel giardino. Sotto i faggi, i tigli, gl'ippocastani che delimitano il prato dietro la villa c'è una distesa di tavolini apparecchiati, quattro posti ogni tavolo, e sotto l'ombrello della secolare sofora s'allunga il tavolo delle vivande, delle bevande, con pile di piatti, file di bicchieri, vasi di fiori; e allineati davanti al tavolo ci sono sei camerieri in giacca bianca e guanti bianchi, in attesa. I tavoli sono vuoti. C'è silenzio e in questo silenzio vivono i canti e i controcanti degli uccelli.
Quando, un mese fa, l'ing. Gian Piero Bertini e la moglie Martina hanno deciso di fare il pranzo qui, nel giardino della loro villa, non osavano sperare di avere una giornata come questa, praticamente estiva: paventavano la pioggia, s'auguravano soltanto tempo mite. A decidere, comunque, non erano stati soltanto loro, ma anche Enrica e Lorenzo, entrambi appassionati di questa che loro chiamano la casa di campagna e nella quale vengono a trascorrere ogni momento libero. Enrica è la loro figlia e Lorenzo il genero. Si stanno sposando adesso, nella chiesa del paese tutta addobbata di fiori. Tra poco arriveranno, seguiti dai genitori, dai parenti e da un centinaio di invitati. Enrica ha ventiquattro anni, è laureata in medicina, mentre Lorenzo, procuratore, sta per diventare avvocato. Per questa figlia unica Gian Piero e Martina hanno sempre fatto quanto potevano e lei, da parte sua, li ha sempre ripagati con amore. Una figlia perfetta; anche il genero sembra un ragazzo molto per bene. Tutto lascia sperare che il matrimonio sia felice. La festa di oggi vuole essere l'avvio di questa felicità.
Ecco che arrivano. Ci sono clacson che strombazzano là in strada. Le prime auto varcano il cancello, parcheggiano nello spiazzo antistante l'ingresso; le altre, e sono decine, si fermano fuori, lungo la via. Ora il parco si sta animando di voci e di colori. C'è un grande movimento nel prato, molti si accingono a prendere posto ai tavoli, i camerieri entrano in casa, vanno in cucina dove i cuochi stanno preparando le portate, escono con piatti fumanti che posano sulla tavola. Oltre la distesa dei tavolini, sotto una quercia, c'è un palco e sul palco ci sono sei suonatori. Fino a qualche minuto fa non si vedevano, erano in giro per il parco, adesso si stanno sistemando davanti ai loro strumenti. Gli invitati cominciano a muoversi dai loro tavolini verso il tavolo lungo per prendere i piatti e scegliere cibi e vini. C'è ressa davanti ai sei camerieri che sono indaffarati a servire gli ospiti. Poi, a poco a poco, tutti vanno ai loro posti, l'impegno di ognuno è soprattutto rivolto al pranzo, c'è quindi un relativo silenzio del quale l'orchestra non abusa limitandosi a suonare in sordina musiche vivaci ma non chiassose.
Più tardi ci sono i brindisi, i clamori dell'allegria generale.
«Tutti gli uccelli del parco devono essere fuggiti spaventati» dice Gian Piero a Martina. Sono a un tavolo con i consuoceri. Finora con loro hanno conversato, discorsi di circostanza; adesso vorrebbero potersi distrarre, si girano a guardare l'orchestra, per non dover continuare a parlare. Sono fianco a fianco, il braccio sinistro di lui sfiora il destro di lei; si prendono per mano, una stretta silenziosa, e si guardano. Una domanda muta: cambierà la loro vita? Tra poco Enrica e Lorenzo partiranno per il viaggio di nozze e al ritorno andranno, in città, nel loro appartamento che da pochi giorni è pronto. Certo qualcosa cambierà per loro. Come vorrebbero essere soli, almeno un momento: forse si abbraccerebbero in silenzio.


Ottobre. Piove: un'acquerugiola sottile e lenta, ma per tre giorni è piovuto a dirotto. Al cancello della villa si ferma un'auto, il clacson suona. Corre ad aprire un giovanotto stempiato con una giacca a righine blu e grigie.
«Bentornato, ingegnere». L'ing. Gian Piero Bertini risponde al saluto con la mano e innesta la marcia, la macchina percorre qualche decina di metri, poi si ferma davanti al portone. È la fine della settimana e l'ingegnere è tornato per rimanere fino a lunedì. In città ha la sua azienda che dirige personalmente, qui oltre alla villa ha il podere con il contadino; nella villa si è trattenuta ancora sua moglie.
L'ingegnere scende dall'auto, si guarda intorno, ha il viso accigliato.
«Ma Bartolomeo» dice al giovanotto stempiato, «c'è bisogno che te lo dica io di pulire il parco? I piedi affondano nelle foglie fradice».
«Scusi tanto ingegnere, ma non si fa in tempo a pulire che subito si sporca di nuovo: le foglie cadono in continuità e piove sempre». L'ingegnere si sofferma sulla soglia, chiede:
«Novità?»
«Con la pioggia di questi giorni è entrata acqua nelle soffitte, ci sono delle tegole rotte, bisognerà far ripassare tutto il tetto».
«Ah» esclama con una smorfia di disappunto l'ingegnere. Poi chiede: «E in campagna?» Il domestico fa un gesto negativo:
«Tonio dice che con tutta quest'acqua l'uva non si può raccogliere e marcisce». L'ingegnere si gira con gesto brusco, innervosito, entra, sale.
Ora riprende a piovere più forte. A un angolo della villa una grondaia ha un foro, l'acqua cade sul marciapiedi, rumorosamente, alzando alti schizzi. L'ingegnere si affaccia a una finestra del primo piano. Indossa una veste da camera nocciola con bavero marrone. Si appoggia con i gomiti al davanzale e guarda gli alberi, i vialetti del parco, il cielo; le nubi sono basse, sembrano quasi toccare le vette degli alberi. Certo se la sofora fosse rimasta intatta, alta com'era, quasi trenta metri, adesso la cima si perderebbe nella nuvolaglia. Ma la sofora è dimezzata: dieci anni fa, d'agosto, durante un temporale notturno, un fulmine l'ha troncata; e ancora adesso la pianta termina con una punta smozzicata: una ferita ancora aperta, che nessuno è mai salito a curare con un taglio netto. Così la sofora, che era un'immagine di eleganza maestosa e dava al parco il tocco della imponenza, ora lo svilisce e immiserisce.
L'ingegnere resta un po' a guardare; si stringe nelle spalle, ha freddo: Chiama:
«Martina, vieni a vedere». Martina gli si affianca. «Guarda che tristezza» dice lui: «siamo già in inverno, ormai, e non ne va bene una. In azienda le vendite sono ferme per la stagione, qui il tetto fa acqua, bisogna mettersi nelle mani dei muratori, l'uva non si può vendemmiare, il parco è sepolto dalle foglie. E Gilda ha telefonato?».
«No, sono quindici giorni che non si fa sentire». Lui scuote la testa, in un gesto di avvilimento. Gilda è la nipote, ha sedici anni e vive con il padre, l'avvocato Lorenzo. La madre, Enrica, da quando si è separata dal marito, otto anni fa, si è trasferita in una città del sud dove lavora in un laboratorio di analisi. La bambina all'inizio della separazione trascorreva un po' di tempo con la madre e un po' con il padre, poi ha optato per lui. Dai nonni andava abbastanza spesso, sia in città, sia in campagna durante i fine settimana, ma negli ultimi tempi queste visite si sono rarefatte. Anche Enrica viene sempre più di rado; laggiù convive con un collega che i genitori non hanno mai conosciuto.
L'acqua che cade dalla grondaia scroscia sul marciapiedi, intorno al suo rumore c'è la punteggiatura sonora delle gocce sulle foglie degli alberi vicini. Un branco di corvi neri solca lo spazio grigio di cielo, tra il tetto e le cime dei faggi, gracchiando. L'ingegnere solleva il busto, si porta una mano alla schiena come per alleviare una sofferenza, invita la moglie a rientrare, chiude la finestra.
«Di questi giorni» dice, «sembra che non debba mai più venire il sole».


Ottobre. Il vento scuote gli alberi del parco, le foglie si staccano, volano, vanno a cadere lontano, quelle che sono a terra s'alzano o si rincorrono in mulinelli. In cielo vagano grosse nubi bianche, sembrano montagne di neve. È freddo. Bartolomeo, iI domestico, varca il cancello, lo richiude, si incammina con passo svelto verso la villa. Nella mano sinistra stringe un pacchetto, con la destra cerca di tenersi serrata la giacca davanti al petto. Sulla testa quasi calva ha un berretto a visiera. Sale al primo piano.
L'ingegnere è nella camera di soggiorno, seduto in poltrona, di spalle alla porta; a lato ha una stufetta elettrica accesa, sulle ginocchia una coperta. Gli è davanti la finestra oltre la quale gli alberi scuotono le loro cime ancora frondose disperdendo le foglie che fuggono rapide. Sono foglie rosse, gialle, strette, larghe, allungate: il bianco delle nubi le fa risaltare. Il domestico entra.
«Ingegnere» dice, «il farmacista mi ha voluto aggiungere un'altra specialità, un prodotto nuovo che assicura ottimo».
«Martina» chiama il vecchio voltandosi verso l'uscio della camera accanto, «vieni un po' a vedere queste medicine».
Martina entra, ha uno scialletto sulle spalle, è pallida, con la pelle rugosa, ma è ancora alta e ritta. Si avvicina al domestico, prende il pacchetto, lo apre. Dentro ci sono due tubetti e due scatole rotonde metalliche. Prende in mano uno dei tubetti.
«Questo non era nella ricetta», osserva.
«Appunto» dice l'ingegnere, «gliel'ha dato il farmacista assicurandogli che è buonissimo». Martina legge:
«Conteril B2, contro lombaggini, artriti, reumatismi».
«Bene» dice l'ingegnere, «lo proverò, vedremo se è più efficace degli altri. Stasera, quando andiamo a letto, mi frizionerai la schiena; questo vento lo sento nelle ossa. L'importante, ad ogni modo» continua l'ingegnere, «è che il farmacista non sia mai sprovvisto di Pertramina, che è la migliore di tutte queste pomate. Dopo un buon massaggio mi sentirei di andare anche in giro per il parco, nel vento freddo e sotto la pioggia».

L'ingegnere tace un momento, guarda gli alberi che si flettono; ode, fuori, un assiolo che ripete il suo grido: chiù, chiù, chiù. Ha un momento di esitazione, poi chiama la moglie:
«Martina, sarà bene che la frizione con la nuova pomata me la faccia subito».




lunedì 29 giugno 2015

L'amico di chi è solo

Ora che la bella stagione è venuta mi piace sostare qui, nel parco, come un tempo. Non è quasi mutato da allora, da quand'ero ragazzo: vi hanno soltanto aperto un campo da tennis, sulla sinistra, cintato da una rete metallica. I prati sono rimasti tali e quali e anche gli alberi, grandi e annosi, non sono stati toccati. Sono certamente ingigantiti, hanno esteso maggiormente le loro fronde, coprendo anche la vista dei nuovi alti palazzi che sono sorti tutt'attorno a questa oasi di verde; la mia fantasia può così immaginare che di là ci siano ancora le case basse a due o tre piani che qui chiamavano "le villette".
In queste giornate di sole l'animazione nel parco sembra quella di allora: gente seduta sull'erba, bambini che giocano, innamorati che camminano abbracciati per i vialetti, e vecchi, come me, seduti sulle panchine, forse le stesse di tanti anni fa. E ci sono i cani che giocano con i loro padroni: cuccioli sventati e dai movimenti disordinati o vecchi cani lenti e mansueti. Adesso davanti a me c'è un ragazzo di una decina d'anni con un grosso cane lupo. Getta un sasso lontano e il cane corre a prenderlo e glielo riporta: il ragazzo si china ad abbracciare il lupo, gli dice qualcosa in un orecchio, poi di scatto torna a gettare il sasso e lui riparte rapidissimo, con lo stesso entusiasmo di prima. Continuano così a lungo.
Improvvisamente io mi ritrovo in quel ragazzo. Anch'io, decenne o poco più, su questi stessi prati gettavo sassi al mio Biondo. Era un cane bastardo, grosso e fulvo, che nel muso assomigliava a uno spinone. Gli parlavo come a un fratello, anzi più che a un fratello. lo di fratelli ne avevo nove, erano tutti più anziani di me, quello che mi era più vicino d'età aveva tredici anni, ma era sempre fuori casa, faceva il garzone in un caffè, lavorava sodo come tutti gli altri, compresi mia madre e mio padre. Nella grande famiglia era come se fossi solo.
Poi avevo trovato il cane, piccolo, cucciolo, buono. Mi aveva accompagnato a casa, una sera, e gli avevo dato da mangiare. I miei non lo volevano, ma io avevo insistito per tenerlo e alla fine avevo vinto. L'avevo chiamato Biondo per il suo colore. Qui venivamo nei pomeriggi di primavera e d'estate, qui giocavamo come adesso gioca il ragazzo che mi sta davanti. Raccontavo a Biondo tutte le mie fantasie e lui mi stava ad ascoltare accucciato ai miei piedi; se la mia voce era allegra dimenava la coda, se dicevo cose tristi, come spesso mi capitava, si metteva a guaire di sofferenza e poi, quando non ne poteva più, si alzava, avvicinava il muso alla mia faccia e cercava di leccarmela, per farmi tacere. Se piangevo, il guaito diventava latrato, pareva che proprio mi implorasse di farmi coraggio; si alzava in piedi, mi puntava le zampe anteriori sul petto, poi le allargava come per abbracciarmi. Era un amico, il mio solo amico. Crescevamo insieme, lui molto più rapidamente.
A un certo punto avevo smesso di andare a scuola e m'ero occupato come apprendista tipografo. La tipografia aveva il retro che dava in un grande cortile e io avevo chiesto di poter portare con me il cane, per non lasciarlo in casa, solo, tutta la giornata. Me l'avevano concesso e così, mentre lavoravo, Biondo stava nel cortile, giocava con i bambini e ogni tanto entrava dal retro e veniva a darmi un saluto. La sera tornavamo a casa, felici tutt'e due.
A ventidue anni mi fidanzai. Lavoravo ancora nello stesso posto, ero considerato, benvoluto. Gran parte del mio tempo libero lo trascorrevo con Luisa, la mia ragazza, e Biondo veniva sempre con me; a casa non ci voleva stare né io volevo lasciarlo. Praticamente di giorno in casa non c'era nessuno: alcuni miei fratelli si erano sposati, erano andati ad abitare per loro conto e gli altri, come anche mio padre e mia madre, andavano a lavorare, erano fuori dalla mattina alla sera.
Luisa guardava con aria diffidente Biondo, che era come la mia ombra, sempre con me: era chiaro che non aveva simpatia per lui, lo tollerava, forse ne aveva anche paura. «Non fa niente, è buonissimo» la rassicuravo io. «E poi è vecchio, ha da pensare agli acciacchi».
A Luisa raccontavo tutto di me, delle mie speranze, delle mie ansie. Stavamo stretti stretti su una panchina, nel parco, quasi sempre la solita. Biondo stava accucciato in disparte, con il muso appoggiato sulle zampe anteriori, come se non sentisse. Invece sentiva, non interveniva soltanto perché non voleva essere importuno.
Sposai Luisa e andammo a vivere per nostro conto. Biondo venne con noi, nonostante che mia moglie torcesse il naso. Il cane si rendeva conto della diffidenza che lei aveva per lui e viveva il più possibile appartato, nella sua cuccia, sul ballatoio.
Un giorno Luisa mi comunicò che avremmo avuto un figlio. Ben presto, quando mancavano ancora sei mesi alla nascita, cominciò a dire che dovevamo sbarazzarci di Biondo perché non sarebbe stata possibile la convivenza nella stessa casa di un cane e di un bambino. Io le rispondevo che quella povera bestia non avrebbe affatto disturbato, anzi sarebbe stata per il piccino un compagno di gioco, un motivo di gioia. Ma lei insisteva.
Avvilito, in certi momenti andavo a trovare il mio amico d'infanzia e ancora gli parlavo, mestamente, e pensavo al giorno in cui, per il quieto vivere, sarei stato costretto ad accompagnarlo in campagna e affidarlo a un contadino. Ma chi l'avrebbe preso, vecchio com'era ormai? Ero proprio molto preoccupato. Biondo sentiva questo mio stato d'animo, mi guardava con i suoi occhi lacrimosi per la vecchiaia, non si muoveva per Ieccarmi la faccia perché muoversi gli costava fatica e sofferenza fisica; capivo, però, che mi voleva sempre bene nella stessa misura. Mi risparmiò il triste passo che mia moglie mi spingeva a compiere e che io avevo sempre paventato: se ne andò da solo, una notte d'estate. Lo trovai al mattino già rigido, nella sua cuccia.
Nacque il bambino, la casa si riempì di lui, delle sue grida, dei problemi che lo concernevano. Luisa e io lo portavamo qui nel parco perché respirasse l'aria buona che sapeva odore di piante. C'erano altre madri con altre carrozzelle. I discorsi si intrecciavano. «Quanti mesi ha il suo?»; «Dio come è paffuto e bianco e rosso!»; «Il mio devo allevarlo artificialmente»; «Che cosa mangia?» Qui su quest'erba Marcello fece i primi giochi, le prime corse. C'erano anche allora cani che giocavano con i ragazzi, andavano a prendere i sassi che erano stati lanciati e li riportavano; e i ragazzi abbracciavano i cani e loro dimenavano la coda. Mi ritornava alla memoria Biondo, la sua bontà, la sua limpida fedeltà, sentivo che la sua amicizia poteva essere paragonata all'attaccamento che il nostro bambino aveva per noi genitori; ma poi altri pensieri mi distraevano. Marcello, la casa, il lavoro. Eppure, dentro, quasi inavvertita, mi rimaneva la certezza che ancora avrei goduto dell'affetto di un cane.
I problemi si susseguivano uno dopo l'altro, appena uno era risolto uno nuovo si presentava e intanto passavano gli anni, Marcello era un uomo. Andava all'università; diceva: «Voglio questo, voglio quello, si deve fare così, non si deve fare così». La sua voce a volte era alta, imperiosa. Come erano lontani i tempi in cui ci correva incontro lanciando piccole grida e si aggrappava alle nostre gambe come un cucciolo e poi ci stringeva fortissimo per farci sentire tutto il suo amore.
E' passato altro tempo. Adesso Marcello ha superato i trent'anni, è sposato e ha un bambino. Non abita più qui, ma in un'altra città dove ricopre un'importante carica. Anche Luisa mi ha lasciato, da sette mesi, per sempre. Io sono solo, ma ho di nuovo un cane. È un bastardo, un po' maturo, che sono andato a prendere cinque mesi fa al canile municipale. Il suo colore è nero, ma io lo chiamo Biondo, a ricordo dell'altro. Con lui vengo qui, nell'antico parco della mia infanzia sempre uguale, come allora. Ora siedo su una panchina e osservo il ragazzo che mi sta innanzi lanciare sassi davanti al suo cane. Anche Biondo, che è accucciato ai miei piedi, guarda incuriosito le esuberanze giovanili del lupo che corre a prendere il sasso. Biondo si è già abituato a questo suo nuovo nome, appena lo pronuncio alza le orecchie e mi guarda in faccia. Ha uno sguardo intelligente; mi guarda come se io fossi sempre stato il suo unico padrone. Gli dico: «E tu non senti più voglia di metterti a correre per i prati dietro ai sassi?» Mi si avvicina strisciando un poco a terra e sfrega il muso contro una mia gamba. Ci intendiamo già, posso parlargli, sicuro d'esser capito, quando ho qualcosa da dire e non so a chi dirlo. Gli rivolgo ancora la parola: «Vuoi che andiamo a casa? Devo preparare la cena». Biondo si alza e dimena la coda.
Ma io non mi alzo ancora. Il ragazzo del lupo mi si è accostato. Mi chiede quanti anni ha il mio cane e che cosa gli do da mangiare. Mi intrattengo a parlare di Biondo.