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lunedì 13 giugno 2016
Un nuovo blog per Else
Invito i lettori a visitare http://elsetotti.blogspot.it, il nuovo blog dedicato alla poesia e alla pittura della moglie di Remo.
sabato 27 febbraio 2016
Scommettiamo una cena?
Un
ricordo della bella amicizia tra Remo e Augusto Minucci.
Ci
sono stati, è vero, geni come Leonardo, che seppe eccellere come
pittore scienziato architetto ingegnere e inventore. Più vicino a
noi, abbiamo un Dino Buzzati che si riteneva un pittore prestato alle
lettere; ora, pur apprezzando il suo Poema a fumetti e
constatando che i suoi quadri hanno raggiunto quotazioni
rispettabili, ho l'impressione che le sue opere pittoriche siano
state trascinate dalla sua fama di scrittore e non reggano il
confronto con le opere letterarie. O vogliamo parlare della pittura
del cantautore-musicista Battiato? I critici che se ne sono occupati
ne hanno scritto in maniera più indulgente che benevola, e sono
convinto che i giudizi sarebbero stati diversi se diverso fosse stato
il nome. Per farla breve, secondo me la norma è che chi eccelle in
un campo difficilmente potrà ottenere grandi risultati anche in
altri settori.
Mio
padre, Remo Lugli, indubbiamente aveva qualcosa da raccontare, e
sapeva scriverlo; aveva inoltre l'hobby della pittura, in stile naïf.
Ha lasciato alcuni dipinti gradevoli: mentre scrivo ho sotto gli
occhi un panorama delle rive del Po, viste da un ponte torinese, che
mi ricorda Rousseau il Doganiere. Anche l'autoritratto riportato qui
nel suo blog non mi sembra male. Quell'ombra che copre metà
del viso, dandogli un aspetto tenebroso, riflette il fatto che, fuori
dal contesto professionale in cui doveva sciorinare, come un ferro
del mestiere, l'estroversione del giornalista che domanda e
intervista, Remo era invece piuttosto introverso, pessimista,
talvolta cupo, quasi timoroso delle trame che il destino,
ineluttabile, tesse alle nostre spalle, come in molti dei suoi
racconti.
Altre
sue opere pittoriche (la maggior parte, ad essere sinceri) non sono
altrettanto ben riuscite. Ho in mente, ad esempio, i ritratti delle
nipoti, che furono quasi causa di crisi di pianto (“Siamo così
brutte?”) C'è da dire, però, che Remo fu sempre pienamente
conscio dei propri limiti come pittore; non dipingeva certo nella
convinzione di creare dei capolavori ma perché provava soddisfazione
nel farlo e, dopo la pensione, era anche un modo per far passare il
tempo. C'era poi una forte componente legata alla manualità della
preparazione dei supporti (cartoni, in genere) e alla gestione di
colori e pennelli. Lavorare con le mani gli era sempre piaciuto e si
era anche costruito da sé il cavalletto, in legno e ferro, che
adesso languisce in cantina.
Uno
dei più grandi amici di mio padre fu sicuramente Augusto Minucci,
suo conterraneo (di origini toscane, ma 'naturalizzato' emiliano) e
collega, prima alla Gazzetta di Modena e poi, per tanti anni, a La
Stampa. Alto quasi quanto Remo e moro come lui, magro, un lungo viso
scavato, una Gitane sempre accesa tra le dita ingiallite,
Augusto si occupava, tra l'altro, di critica d'arte, ed era anche un
discreto pittore. Un carattere molto diverso da quello di Remo:
allegro, iperbolico, un po' guascone, sempre incline alla battuta e
allo scherzo. Anche in politica erano su sponde diverse: mio padre
era un fedele elettore di Valerio Zanone mentre Augusto distribuiva
il proprio voto verso l'estremo opposto. Un anno, quando alle
elezioni ci fu un tracollo del PLI, Augusto telefonò a Remo imitando
la voce di Zanone e lo ringraziò per averlo votato, poi si congedò
dicendo che doveva chiamare gli
altri tre suoi elettori. Sfottò bonari, insomma, che non
intaccarono mai la loro amicizia e cui mio padre qualche volta
rispondeva per le rime ma che più spesso liquidava con un gesto
della mano, uno scuotimento del capo e un accenno di sorriso, come se
non valesse la pena sforzarsi per ribattere.
Negli
anni sessanta mio padre comprò un piccolo appartamento al mare, in
Liguria, e poco tempo dopo Augusto trovò anche lui, da quelle parti,
una casa rustica nell'entroterra. Acquisti fatti per portare in
vacanza i figli, visto che il mare non piaceva a nessuno dei due. Nei
periodi di vacanza condivisi passavano molto tempo insieme, parlando
spesso in dialetto emiliano; disdegnando le spiagge, giravano per i
paesini scattando fotografie (Augusto con la sua Leica M6 che vantava
come nettamente superiore alla Contarex di mio padre); oppure
andavano alla ricerca di robivecchi e rigattieri, sempre con la
speranza di fare il colpaccio, di scovare il pezzo importante
sottovalutato dal venditore. Remo e Augusto erano ambedue fieri delle
proprie collezioni di antiquariato e spesso si perdevano in
interminabili discussioni confrontando i pezzi, ciascuno vantando i
propri e denigrando quelli dell'amico; poteva anche capitare, ma
raramente e dopo lunghe ed estenuanti trattative, che facessero degli
scambi. È anche da giornate come queste che viene l'ispirazione per
molti dei racconti di mio padre centrati sull'antiquariato, usciti
prima su La Stampa e poi raccolti nel volume Tarlo ci cova.
Alla
sera sovente si ritrovavano con le famiglie alla Trattoria del Bosco,
sull'altopiano delle Mànie alle spalle di Finale Ligure. Un locale
rustico, immerso nel silenzio e nel verde della “macchia
mediterranea”, che offriva coniglio, allevato in libertà e preso
con il fucile come fosse selvaggina; arrosto; cima alla genovese;
cinghiale, quando capitava a tiro; vino nostralino; raramente menu di
mare, boghe per lo più. Cibo genuino, cucina semplice, trattamento
famigliare, lunghe tavolate, gran risate, piccolo conto rigorosamente
pagato alla romana.
Avendo
tempo a disposizione, era inevitabile che le punzecchiature di
Augusto arrivassero a toccare anche il tema della pittura di Remo. Io
non ero presente, probabilmente ero in spiaggia a fare a botte con i
bambini di Milano, ma credo proprio che le cose siano andate come ora
le descrivo: Augusto deve aver detto a Remo che non sarebbe riuscito
a trovare chi accettasse un suo dipinto neanche in regalo e deve
averlo sfidato scommettendo una cena. A quell'epoca, i paesini della
Riviera brulicavano di piccole gallerie d'arte, aperte solo d'estate,
che vendevano quadri di artisti più o meno improvvisati ai turisti
desiderosi di arredare con poca spesa le case delle vacanze. Remo
deve aver pensato che, se tanti erano disposti a spendere qualche
lira per quadri di modesto valore, anche lui sarebbe riuscito a
piazzarne uno dei suoi, tantopiù gratis. Così, pur essendo
contrario per carattere alle scommesse ed a qualsiasi azzardo, finì
per accettare.
Quel
pomeriggio si trovarono sulla passeggiata a mare, o su qualche altra
via con buon traffico pedonale. Mio padre aveva portato una sua
opera, una natura morta con frutta, credo. La appoggiò ad un
muretto, ben in vista, come fosse stata abbandonata; poi, lui e
l'amico sedettero su una panchina poco distante a sorvegliare la
scena.
Ogni
tanto qualche passante rallentava, gettava un'occhiata, poi tirava
avanti.
Dopo
forse due ore, un refolo di vento o l'aria mossa da un'auto veloce
fecero cadere il quadro a faccia in giù. Remo fece per alzarsi e
andare a raddrizzarlo ma fu preceduto dall'ennesimo passante che,
incuriosito, lo raccolse da terra, lo guardò a lungo – mio padre
deve aver creduto, per un attimo, di aver vinto la scommessa – ma
poi lo rimise giù, come l'aveva trovato, e se ne andò.
Fu
troppo. Raccolse la sua natura morta, la gettò con rabbia in un
bidone lì vicino e, tra le risate di Augusto, si dichiarò
sconfitto.
Quella
sera ci trovammo tutti alla Trattoria del Bosco. Remo toccò appena
il cibo mentre Augusto mangiò ben più del solito, con grande
appetito. Il giorno dopo non si fece vivo. Sua moglie Piera ci riferì
che era rimasto a casa con un gran mal di stomaco e, timorosa,
sperava che non fosse qualcosa di brutto. «Moché cancher, n'èt
vést ch'aièr sira a l'a magné com on nimèl?» fu la
rassicurazione un po' stizzita di mio padre.
Augusto
superò bene quell'indigestione e morì oltre quarant'anni dopo, tre
anni prima di mio padre. Mi piacerebbe credere in un aldilà per
pensare che l'abbia aspettato, con le loro mogli che li avevano
preceduti, per fargli da anfitrione nella nuova località di
villeggiatura, dove i rigattieri danno via a poco tele di Caravaggio
e dove sicuramente c'è un posto molto simile alla Trattoria del
Bosco, tranne che lì si potrà anche esagerare senza timore di
doverne pagare lo scotto. Passeranno il tempo sostenendo le parti chi
di San Gimignano e chi di San Prospero, e perduti in eterne
discussioni sulla forma delle nuvole o su altri dettagli che noi,
qui, non possiamo nemmeno immaginare.
Daniele Lugli
Daniele Lugli
martedì 21 maggio 2013
Il famoso artista
La sua pittura è affidata a una scrittura leggiadra e sottile, come il segno impresso dalla penna di un Angelo», ha scritto di lui un critico. Il pittore Camillo Randulli dipinge sempre così: su uno sfondo scuro, solitamente “fumo di Londra”, una miriade di segni dei più svariati colori che dal centro si dipartono verso tutte le direzioni e poi si intrecciano, svoltano, tornano indietro, girano di nuovo.
Una tecnica nuova, dicono i critici, e si domandano come egli la realizzi. Un problema che, del resto, si pongono di sfuggita. Quello che importa è la resa. Dicono: «L’immagine è vissuta nel suo trascorrere romantico. Una fuga lirica che ha impresso nel foglio il segno di un’alta poesia». La sua notorietà si fa strada, il suo nome guadagna sempre più spazio, da una rivista all’altra.
La tecnica di Camillo Randulli è un segreto, la conosce soltanto lui. È ritenuto un appassionato di pesca, perché va spesso in un negozio a comperare le esche per l’amo, lombrichi, larve di mosconi. Ma a pesca non ci va. I lombrichi e le larve li adopera per dipingere. Ne prende uno e lo immerge nel colore rosso, poi, con le pinzette lo deposita al centro del foglio. Il lombrico parte, con grande fatica per lo stordimento che gli viene dal colore, va con la speranza di liberarsi di quel veleno che lo avvolge, gira, torna indietro, torna avanti. A volte muore quasi subito, a volte fa in tempo a ricominciare un nuovo percorso dal centro verso un’altra direzione.
Morto un lombrico, un altro lo sostituisce, con un nuovo colore. Sempre così. Camillo Randulli trascorre interi pomeriggi chiuso nella sua soffitta, circondato da barattoli brulicanti di vermi, e da tubetti di colore. Non si è mai posto il problema di svelare o meno la sua tecnica. Gli basta continuare così, è un lavoro che gli piace, segue ogni percorso di lombrico con trepidazione, con trasporto, con soddisfazione. Alla fine, quando il quadro è finito, si sente meglio, come se avesse conquistato una mèta ambita, o come se si fosse liberato da un peso.
Scrive della sua opera un altro critico: «Il gesto si distende con viva partecipizione sentimentale; le linee cromatiche che tagliano i fogli suggeriscono l’idea della continuità oltre il limite del quadro. Questi aerei segni sono forse i percorsi di idee astratte? Le parabole dei sogni di un poeta?»
Scrive della sua opera un altro critico: «Il gesto si distende con viva partecipizione sentimentale; le linee cromatiche che tagliano i fogli suggeriscono l’idea della continuità oltre il limite del quadro. Questi aerei segni sono forse i percorsi di idee astratte? Le parabole dei sogni di un poeta?»
venerdì 27 luglio 2012
La tavolozza del bagnante
L’«artista»
lo si riconosce anche quando sta annaspando nell’acqua tra gli
altri venti bagnanti che dividono la prima striscia di mare dove non
si tocca. Ha i baffi a spazzola, i capelli grigi, folti e lunghi, i
cui ultimi riccioli gli si appoggiano sulle spalle. Sta poco sulla
sdraio: è sempre in giro sotto uno dei tanti ombrelloni, a
chiacchierare. «Non faccio per dire, ma ho al mio attivo 24 anni di
tavolozza e il mio mestiere lo conosco bene». Trancia giudizi su
tutti i pittori, dai primitivi in avanti, soffermandosi naturalmente
sui contemporanei. «Una cosa abominevole» dice degli informali. «La
pittura deve rispecchiare la verità, seppure rivista dall’animo
del pittore che l’interpreta. Io, ad esempio…»
Ha portato qui in
villeggiatura trenta tele e sul terrazzo della pensione che lo ospita
ha improvvisato una specie di personale. «Non l’ho mica fatto per
vendere – dice al suo interlocutore, e ormai, nei dieci giorni di
permanenza al mare, l’ha già detto a 70 dei 150 bagnanti della sua
spiaggia – ma semplicemente per far vedere come dipingo io».
Affronta anche, e con molta disinvoltura, l’argomento prezzi: «Sa,
io ho già una quotazione internazionale: diciotto punti», Poi fa
dei calcoli strani da cui risulta che un suo quadro di medie
proporzioni costa circa duecento euro. Si china per avvicinarsi
all’orecchio di chi lo sta ad ascoltare: «Qui, però, nessun
organismo internazionale mi può costringere a vendere a prezzo
pieno. Se un amico, come potrebbe essere lei, ha piacere di avere un
mio quadro, glielo cedo per molto meno, che so, la metà, quasi un
regalo. Via, in fin dei conti siamo in vacanza, tra amici, un
favore lo si può ben fare». Si gira verso la collina che è
alle sue spalle: «Vede, io sto nella pensione che è in quella casa
color nocciola: sul terrazzo ci sono i miei quadri. Se andrà a
vederli mi farà un vero piacere. Ci terrei molto sentire il
suo giudizio sulla mia opera».
L’interlocutore promette
vagamente, si alza per fare il bagno. Il pittore ne approfitta per
andare sotto un altro ombrellone. «Guardate qua che spettacolo la
natura, che tavolozza di colori! A proposito di colori, due settimane
fa ho dipinto un quadro…»
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martedì 31 gennaio 2012
La venere delle follie
Al quinto piano una soffitta divisa da
una tramezza di legno e cartone che separa la cucina dalla camera da
letto. Quando piove fuori piove anche qui: una goccia sul tavolo, una
goccia sul cuscino, una goccia sul fornello a gas. Teresa colloca
pentolini nei vari punti per raccogliere l’acqua.
Ha già reclamato col proprietario di
casa, ma lui le ha risposto che prima di reclamare deve pagare
l’affitto regolarmente. In effetti è in debito di tre mesi. È
facile dire «pagare», ma se i soldi non ci sono come si fa?
Teresa si guadagna da vivere
dipingendo. Compone dei quadri ad olio – marine e paesaggi montani
– che fornisce ad un negozio il quale li smercia a poco prezzo, una
ventina di euro, con un filo di cornice. È evidente che a lei tocca
una cifra misera. E d’altra parte la sua pittura, sempre i soliti
tre o quattro soggetti, fa accapponare la pelle a chi se ne intende.
Anni fa, quando ci vedeva bene, Teresa
riusciva a fare anche un quadro al giorno; adesso è quasi cieca,
l’hanno operata due volte, senza successo. Vede poco e confuso,
ciononostante prova lo stesso a dipingere, ma con risultati a volte
disastrosi, il negoziante glieli respinge e li deve rifare.
Quando li accetta lo fa quasi sempre
per misericordia. Sì e no riesce a piazzarne tre o quattro al mese.
E non può fare altro perché si regge in piedi a fatica, a causa
delle vene varicose. Ha passato gli ottanta da un po’. Piange
spesso, e a lungo, nella sua solitudine.
Appeso al muro, tra le due finestrelle
della soffitta, c’è un quadretto con due fotografie: una donna
vestita da gran sera, con abito di pizzo fino ai piedi, e in un
succinto costume da ballerina, con lunghe piume sul capo, a corona.
Sopra, il titolo: «I trionfi di Resi». Resi era il suo diminutivo,
il nome d’arte. Teresa è stata più di sessanta anni fa un’artista
del varietà di grande nome. La chiamavano «La Venere delle follie»,
non perché ci fosse arte nelle sue esibizioni, ma perché sapeva far
impazzire le platee per la sensualità che metteva nella voce delle
sue canzoni e nelle mosse delle sue danze. Altra clamorosa variante
del suo nome d’arte era «l’odalisca azzurra», per una
interpretazione fatta con un vaporoso abito di quel colore. Gli
impresari teatrali italiani e parigini se la contendevano a cifre
sempre maggiori, i corteggiatori facevano pazzie per avere le sue
grazie. Una sera, a Parigi, alla fine dello spettacolo, ricevette tre
corbeilles di fiori ognuna delle quali era stata inviata da un
principe.
Convisse per alcuni anni con un attore,
poi altro tempo con un impresario, ma quest’ultimo stava con lei
soprattutto per sfruttare la sua ricchezza, che a poco a poco andò
estinguendosi, di pari passo con l’avanzare dei problemi nel lavoro
e nella salute. La malattia agli occhi fu grave e decisiva per il
tracollo. Già il primo intervento chirurgico non portò beneficio.
Lei tornò sul palcoscenico, ma già era un’ombra della Venere
autentica. I riflettori l'abbagliavano, ad ogni passo rischiava di
cadere. Doveva proprio lasciare il teatro, che le aveva dato tanto.
Anche l’impresario la lasciò: era venuto il tempo in cui avrebbe
dovuto aiutarla e invece si dimostrò uomo malvagio.
Resi tornò Teresa. Si ricordò che
prima di fare la ballerina era andata a scuola di pittura e riprese
in mano i pennelli. Bene. Era abbastanza brava e incominciò a fare e
a vendere, con discreto risultato. Ma la malattia degli occhi era di
nuovo minacciosa, i medici ritentarono un nuovo intervento, con
nessun risultato. Anzi, la malattia continuava ad avanzare come
sempre. Povera Teresa. Si sente vicina alla fine, ma se trova la
persona giusta che possa ascoltarla e capirla, si lascia ancora
andare ai ricordi, le emozioni delle grandi serate, il fragore degli
applausi, la commozione davanti alle grandi corbeilles. Ma non deve
perdersi in questi ricordi: tra poco pioverà e bisogna preparare i
tegamini per raccogliere le gocce che cadranno dal tetto.
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