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venerdì 11 settembre 2015

Autunno

Ottobre. Nel livido cielo si è aperto un varco d'azzurro. Non piove più. Le foglie rosse dei tigli stillano l'ultima pioggia. Le gocce cadono su altre foglie a terra. I vialetti del parco hanno per tappeto le foglie gialle, rosso-cupo, color ruggine, larghe, strette, a triangolo, affusolate.
Gian Piero cammina sul tappeto morbido che geme, intriso d'acqua, sotto i suoi piedi. È già il secondo giro che fa intorno alla villa, lentamente, tenendo le mani in tasca, a tratti fischiettando, a tratti incantandosi a guardare i colori che gli sono intorno. Ha sedici anni, porta un maglione rosso con un arabesco giallo sul petto. È il primo giorno che l'indossa; era tanto che lo desiderava. Sua madre diceva: «Te lo farò io, quest'estate, in campagna». L'estate è ormai passata e la mamma ieri ha finito il maglione. Gian Piero lo sente caldo intorno al busto; gli rende molto piacevole il contrasto dell'aria umida e fresca sul viso.
Tra pochi giorni ritornerà in città, riprenderà le scuole, la seconda liceo. Lo studio è noioso, ma in città c'è una consolazione, Martina. Gli ha scritto una lettera ieri l'altro; la stringe nella mano sinistra, in tasca. Gian Piero conosce a memoria quelle parole, eppure ha ancora il desiderio di rileggerle. Accelera un po' il passo, raggiunge la parte posteriore della villa; nelle stanze, su questo lato, non c'è nessuno, può fermarsi liberamente, leggere con tranquillità. Scrive Martina: "Il mio amore è dolce come è dolce l'autunno, carico dei suoi colori e della sua tenerezza. Prendi in mano una foglia caduta da un albero, guarda i suoi riflessi, senti come è morbida, vellutata, tenera, è un gioiello di poesia. Io sento il mio amore come questa foglia, con la sola differenza della mia inesauribile vitalità".
Gian Piero rimette in tasca la lettera, si china, raccoglie una foglia, l'accarezza con mano leggera. Alza lo sguardo intorno: cento e mille foglie sono sugli alberi, tenere e morbide e colorate, un bosco di poesia. Ricomincia a piovere. Un tordo, dalla sommità di un faggio, saluta la pioggia con un canto melodioso.


Ottobre. Che giornata stupenda! Il caldo di settembre ha tracimato in questi primi giorni ottobrini e anche il cielo continua a mantenersi limpido, d'un azzurro che ravviva i colori della campagna. La natura sembra essere in tripudio come se volesse fare corona a questa festa che oggi c'è nel giardino. Sotto i faggi, i tigli, gl'ippocastani che delimitano il prato dietro la villa c'è una distesa di tavolini apparecchiati, quattro posti ogni tavolo, e sotto l'ombrello della secolare sofora s'allunga il tavolo delle vivande, delle bevande, con pile di piatti, file di bicchieri, vasi di fiori; e allineati davanti al tavolo ci sono sei camerieri in giacca bianca e guanti bianchi, in attesa. I tavoli sono vuoti. C'è silenzio e in questo silenzio vivono i canti e i controcanti degli uccelli.
Quando, un mese fa, l'ing. Gian Piero Bertini e la moglie Martina hanno deciso di fare il pranzo qui, nel giardino della loro villa, non osavano sperare di avere una giornata come questa, praticamente estiva: paventavano la pioggia, s'auguravano soltanto tempo mite. A decidere, comunque, non erano stati soltanto loro, ma anche Enrica e Lorenzo, entrambi appassionati di questa che loro chiamano la casa di campagna e nella quale vengono a trascorrere ogni momento libero. Enrica è la loro figlia e Lorenzo il genero. Si stanno sposando adesso, nella chiesa del paese tutta addobbata di fiori. Tra poco arriveranno, seguiti dai genitori, dai parenti e da un centinaio di invitati. Enrica ha ventiquattro anni, è laureata in medicina, mentre Lorenzo, procuratore, sta per diventare avvocato. Per questa figlia unica Gian Piero e Martina hanno sempre fatto quanto potevano e lei, da parte sua, li ha sempre ripagati con amore. Una figlia perfetta; anche il genero sembra un ragazzo molto per bene. Tutto lascia sperare che il matrimonio sia felice. La festa di oggi vuole essere l'avvio di questa felicità.
Ecco che arrivano. Ci sono clacson che strombazzano là in strada. Le prime auto varcano il cancello, parcheggiano nello spiazzo antistante l'ingresso; le altre, e sono decine, si fermano fuori, lungo la via. Ora il parco si sta animando di voci e di colori. C'è un grande movimento nel prato, molti si accingono a prendere posto ai tavoli, i camerieri entrano in casa, vanno in cucina dove i cuochi stanno preparando le portate, escono con piatti fumanti che posano sulla tavola. Oltre la distesa dei tavolini, sotto una quercia, c'è un palco e sul palco ci sono sei suonatori. Fino a qualche minuto fa non si vedevano, erano in giro per il parco, adesso si stanno sistemando davanti ai loro strumenti. Gli invitati cominciano a muoversi dai loro tavolini verso il tavolo lungo per prendere i piatti e scegliere cibi e vini. C'è ressa davanti ai sei camerieri che sono indaffarati a servire gli ospiti. Poi, a poco a poco, tutti vanno ai loro posti, l'impegno di ognuno è soprattutto rivolto al pranzo, c'è quindi un relativo silenzio del quale l'orchestra non abusa limitandosi a suonare in sordina musiche vivaci ma non chiassose.
Più tardi ci sono i brindisi, i clamori dell'allegria generale.
«Tutti gli uccelli del parco devono essere fuggiti spaventati» dice Gian Piero a Martina. Sono a un tavolo con i consuoceri. Finora con loro hanno conversato, discorsi di circostanza; adesso vorrebbero potersi distrarre, si girano a guardare l'orchestra, per non dover continuare a parlare. Sono fianco a fianco, il braccio sinistro di lui sfiora il destro di lei; si prendono per mano, una stretta silenziosa, e si guardano. Una domanda muta: cambierà la loro vita? Tra poco Enrica e Lorenzo partiranno per il viaggio di nozze e al ritorno andranno, in città, nel loro appartamento che da pochi giorni è pronto. Certo qualcosa cambierà per loro. Come vorrebbero essere soli, almeno un momento: forse si abbraccerebbero in silenzio.


Ottobre. Piove: un'acquerugiola sottile e lenta, ma per tre giorni è piovuto a dirotto. Al cancello della villa si ferma un'auto, il clacson suona. Corre ad aprire un giovanotto stempiato con una giacca a righine blu e grigie.
«Bentornato, ingegnere». L'ing. Gian Piero Bertini risponde al saluto con la mano e innesta la marcia, la macchina percorre qualche decina di metri, poi si ferma davanti al portone. È la fine della settimana e l'ingegnere è tornato per rimanere fino a lunedì. In città ha la sua azienda che dirige personalmente, qui oltre alla villa ha il podere con il contadino; nella villa si è trattenuta ancora sua moglie.
L'ingegnere scende dall'auto, si guarda intorno, ha il viso accigliato.
«Ma Bartolomeo» dice al giovanotto stempiato, «c'è bisogno che te lo dica io di pulire il parco? I piedi affondano nelle foglie fradice».
«Scusi tanto ingegnere, ma non si fa in tempo a pulire che subito si sporca di nuovo: le foglie cadono in continuità e piove sempre». L'ingegnere si sofferma sulla soglia, chiede:
«Novità?»
«Con la pioggia di questi giorni è entrata acqua nelle soffitte, ci sono delle tegole rotte, bisognerà far ripassare tutto il tetto».
«Ah» esclama con una smorfia di disappunto l'ingegnere. Poi chiede: «E in campagna?» Il domestico fa un gesto negativo:
«Tonio dice che con tutta quest'acqua l'uva non si può raccogliere e marcisce». L'ingegnere si gira con gesto brusco, innervosito, entra, sale.
Ora riprende a piovere più forte. A un angolo della villa una grondaia ha un foro, l'acqua cade sul marciapiedi, rumorosamente, alzando alti schizzi. L'ingegnere si affaccia a una finestra del primo piano. Indossa una veste da camera nocciola con bavero marrone. Si appoggia con i gomiti al davanzale e guarda gli alberi, i vialetti del parco, il cielo; le nubi sono basse, sembrano quasi toccare le vette degli alberi. Certo se la sofora fosse rimasta intatta, alta com'era, quasi trenta metri, adesso la cima si perderebbe nella nuvolaglia. Ma la sofora è dimezzata: dieci anni fa, d'agosto, durante un temporale notturno, un fulmine l'ha troncata; e ancora adesso la pianta termina con una punta smozzicata: una ferita ancora aperta, che nessuno è mai salito a curare con un taglio netto. Così la sofora, che era un'immagine di eleganza maestosa e dava al parco il tocco della imponenza, ora lo svilisce e immiserisce.
L'ingegnere resta un po' a guardare; si stringe nelle spalle, ha freddo: Chiama:
«Martina, vieni a vedere». Martina gli si affianca. «Guarda che tristezza» dice lui: «siamo già in inverno, ormai, e non ne va bene una. In azienda le vendite sono ferme per la stagione, qui il tetto fa acqua, bisogna mettersi nelle mani dei muratori, l'uva non si può vendemmiare, il parco è sepolto dalle foglie. E Gilda ha telefonato?».
«No, sono quindici giorni che non si fa sentire». Lui scuote la testa, in un gesto di avvilimento. Gilda è la nipote, ha sedici anni e vive con il padre, l'avvocato Lorenzo. La madre, Enrica, da quando si è separata dal marito, otto anni fa, si è trasferita in una città del sud dove lavora in un laboratorio di analisi. La bambina all'inizio della separazione trascorreva un po' di tempo con la madre e un po' con il padre, poi ha optato per lui. Dai nonni andava abbastanza spesso, sia in città, sia in campagna durante i fine settimana, ma negli ultimi tempi queste visite si sono rarefatte. Anche Enrica viene sempre più di rado; laggiù convive con un collega che i genitori non hanno mai conosciuto.
L'acqua che cade dalla grondaia scroscia sul marciapiedi, intorno al suo rumore c'è la punteggiatura sonora delle gocce sulle foglie degli alberi vicini. Un branco di corvi neri solca lo spazio grigio di cielo, tra il tetto e le cime dei faggi, gracchiando. L'ingegnere solleva il busto, si porta una mano alla schiena come per alleviare una sofferenza, invita la moglie a rientrare, chiude la finestra.
«Di questi giorni» dice, «sembra che non debba mai più venire il sole».


Ottobre. Il vento scuote gli alberi del parco, le foglie si staccano, volano, vanno a cadere lontano, quelle che sono a terra s'alzano o si rincorrono in mulinelli. In cielo vagano grosse nubi bianche, sembrano montagne di neve. È freddo. Bartolomeo, iI domestico, varca il cancello, lo richiude, si incammina con passo svelto verso la villa. Nella mano sinistra stringe un pacchetto, con la destra cerca di tenersi serrata la giacca davanti al petto. Sulla testa quasi calva ha un berretto a visiera. Sale al primo piano.
L'ingegnere è nella camera di soggiorno, seduto in poltrona, di spalle alla porta; a lato ha una stufetta elettrica accesa, sulle ginocchia una coperta. Gli è davanti la finestra oltre la quale gli alberi scuotono le loro cime ancora frondose disperdendo le foglie che fuggono rapide. Sono foglie rosse, gialle, strette, larghe, allungate: il bianco delle nubi le fa risaltare. Il domestico entra.
«Ingegnere» dice, «il farmacista mi ha voluto aggiungere un'altra specialità, un prodotto nuovo che assicura ottimo».
«Martina» chiama il vecchio voltandosi verso l'uscio della camera accanto, «vieni un po' a vedere queste medicine».
Martina entra, ha uno scialletto sulle spalle, è pallida, con la pelle rugosa, ma è ancora alta e ritta. Si avvicina al domestico, prende il pacchetto, lo apre. Dentro ci sono due tubetti e due scatole rotonde metalliche. Prende in mano uno dei tubetti.
«Questo non era nella ricetta», osserva.
«Appunto» dice l'ingegnere, «gliel'ha dato il farmacista assicurandogli che è buonissimo». Martina legge:
«Conteril B2, contro lombaggini, artriti, reumatismi».
«Bene» dice l'ingegnere, «lo proverò, vedremo se è più efficace degli altri. Stasera, quando andiamo a letto, mi frizionerai la schiena; questo vento lo sento nelle ossa. L'importante, ad ogni modo» continua l'ingegnere, «è che il farmacista non sia mai sprovvisto di Pertramina, che è la migliore di tutte queste pomate. Dopo un buon massaggio mi sentirei di andare anche in giro per il parco, nel vento freddo e sotto la pioggia».

L'ingegnere tace un momento, guarda gli alberi che si flettono; ode, fuori, un assiolo che ripete il suo grido: chiù, chiù, chiù. Ha un momento di esitazione, poi chiama la moglie:
«Martina, sarà bene che la frizione con la nuova pomata me la faccia subito».




lunedì 18 maggio 2015

L'aquilone

La villa sorgeva a fianco di una via stretta tra due siepi e bianca di polvere sulla quale di rado passava gente perché dava accesso, oltre a questa costruzione, a un'unica cascina che era cento metri più avanti. Vi transitavano qualche volta i contadini, con l'auto per andare in paese, o con il trattore che trainava un carro per raggiungere i campi al di là della strada provinciale sulla quale sfociava. La villa dava ben poco movimento e solo d'estate, quand'era abitata: il cancello, comandato elettronicamente, s'apriva al mattino per far passare la macchina dell'avvocato che andava in città, al lavoro, e tornava ad aprirsi la sera al suo rientro. Per Roberto, che aveva cinque anni, l'uscita e l'arrivo della macchina del padre erano due avvenimenti importanti della giornata: al mattino assisteva alla partenza per vedere la polvere che si sollevava dietro le ruote; e rimaneva a lungo a guardare oltre le sbarre del cancello la nuvola bianca che a poco a poco si diradava. La sera attendeva sullo spiazzo davanti a casa con l'orecchio attento al rombo del motore dell'auto. E quando il padre scendeva gli si gettava fra le braccia con gridolini di gioia.
Le giornate di Roberto erano lunghissime e solitarie. In casa c'era sua madre, ma stava quasi sempre chiusa in camera: non riusciva a riprendersi dal dolore per la perdita del secondo figlio, più giovane di un anno, che era morto tre mesi prima, dopo una malattia durata pochi giorni. La famiglia si era trasferita in campagna tre settimane dopo il funerale; l'avvocato sperava che l'ambiente diverso aiutasse la moglie a superare quel periodo di angoscia, ma ogni sera, al ritorno, la ritrovava sempre uguale.
Ad alleviare il senso di vuoto che pesava intorno a Roberto c'era, fortunatamente, Luciano, uno dei figli del contadino. Aveva otto anni e arrivava nel giardino passando attraverso i campi e poi varcando un cancelletto tenuto chiuso soltanto con un gancio di ferro. Luciano si intratteneva anche due o tre ore, a volte sia al mattino che al pomeriggio. I due bambini trascorrevano il loro tempo perlustrando ogni angolo dell'area intorno alla villa, delimitata da una rete metallica e nella quale si alternavano spazi erbosi, aiuole di fiori e gruppi arborei. Conoscevano gli alberi con i nidi di uccelli, i formicai, le tane delle talpe, i punti in cui cresceva l'ortica, sapevano in quali ore del giorno gli uccellini portavano il cibo ai loro piccoli, in quali momenti le formiche uscivano in fila indiana a percorrere il dedalo delle loro strade in cerca di cibo.
Oltre la rete c'era la campagna: una fascia di prati larga forse duecento metri, piatta, verde, invitante; e oltre i prati il pioppeto, come una muraglia grigia alla base e verde scuro in alto, stagliata contro il cielo. Roberto non era mai andato fino al pioppeto. Sua madre non gli aveva mai permesso di passare al di là del recinto, eccetto una volta, l'estate precedente, quando gli aveva consentito di andare con Luciano a raccogliere papaveri nel prato, ma lei lo aveva sorvegliato in continuazione appoggiandosi alla rete con le mani. In questa estate, sempre chiusa nel suo dolore, non lo controllava con lo sguardo, si limitava a fargli delle raccomandazioni generiche quando usciva dalla villa:
«Fai a modo, non ti sporcare, non ti allontanare».
Roberto avvertiva questo mutamento nel carattere della madre e intuiva che era legato alla scomparsa del fratellino; la maggiore libertà di cui godeva gli pesava con una sensazione sgradevole di tristezza. Solo la presenza di Luciano gli cancellava queste ombre scure ridando serenità al suo animo. Luciano, invece, che già da solo camminava per la campagna, era stato nel pioppeto più di una volta con il padre, a controllare la crescita dei pioppi. E quelle sue visite raccontava all'amico descrivendo particolari in parte reali e in parte fantasiosi, sicché Roberto, che ascoltava affascinato, si faceva l'idea che la barriera del pioppeto fosse il limite di un altro mondo, lontanissimo, irraggiungibile, meraviglioso.
Un giorno i due bambini scoprirono un gioco nuovo: l'aquilone. Su un giornalino per ragazzi ne avevano visto uno disegnato e Luciano aveva anche letto le istruzioni per costruirlo. Si erano messi sulla ghiaietta davanti alla villa, con un pacco di giornali e una boccetta di colla. A sera, quando il cancello si era aperto per lasciare entrare la macchina dell'avvocato, erano ancora intenti al loro lavoro, stavano per ultimare la coda. Il padre di Roberto portò l'auto in garage poi andò vicino ai due bimbi e si mise a ridere. Disse che quel congegno non avrebbe mai volato, la carta era troppo fragile e poi doveva essere sorretto da leggere cannucce, la coda andava costruita a catena, con tanti anelli uno dentro l'altro. I bambini erano rimasti mortificati, Roberto stava per piangere. Suo padre l'aveva accarezzato:
«Domani sera», aveva detto, «porterò a casa la carta e il filo che vanno bene e poi dopodomani, che è sabato, io stesso vi costruirò l'aquilone».
Il venerdì era stata una giornata ancora più lunga delle altre, interminabile per Roberto. Alla fine l'avvocato era tornato e non si era dimenticato della carta e delle altre cose necessarie. La carta era rossa, sottile e dura, che a toccarla con le dita faceva un rumore secco. Roberto aveva battuto le mani per la gioia; la sera era andato a dormire presto, come se, in tal modo, avesse potuto anticipare l'arrivo del mattino destinato alla costruzione dell'aquilone. E invece s'era svegliato tardi, quando il sole era già alto da tempo, e uscendo nello spiazzo dietro la casa aveva trovato il padre già avanti nel lavoro, assistito da Luciano. Stava nascendo la coda, fatta con la stessa carta, rossa e rigida: gli anelli partivano dai due angoli di fondo dell'aquilone in due segmenti di catena che si congiungevano a un mezzo metro di distanza e poi ancora continuavano con un tratto unico e centrale di pari lunghezza. Nel corpo dell'aquilone, tra i due strati di carta sovrapposti, si intravedevano i due pezzi di canna ad X che costituivano la sua ossatura. Roberto guardava incantato nascere il giocattolo, ogni tanto chiedeva:
«Sei sicuro, babbo, che volerà? E andrà molto in alto?»
«Se ci sarà un po' di vento volerà» rispondeva suo padre; «e volerà alto, perché ho un lungo gomitolo di filo».
Finalmente l'aquilone fu pronto. «Andiamo nel prato» disse l'avvocato, «là potremo correre senza inciampi». I bambini l'aiutarono a portare l'aquilone: lo reggevano con mani delicate come se fosse qualcosa di estremamente prezioso. Varcarono il piccolo cancello che dava sui campi. La distesa verde si allargava tutt'attorno, chiusa, in fondo, dal giro chiaro e verde scuro del pioppeto. Roberto lanciò alcune piccole grida di gioia e batté i piedi non potendo battere le mani impegnate.
«Adesso vola» gridò. «Che bello!»
Il padre srotolò qualche metro di filo poi, tenendo il gomitolo in mano, si mise a correre, subito seguito dai bambini. L'aquilone dapprima strisciò a terra, poi, per un urto contro una asperità, fece un balzo, s'impennò, s'alzò di un metro, andò avanti così per un poco; e intanto l'avvocato continuava a correre e i bambini lo seguivano. L'aquilone si alzava di più, i bimbi dovevano girare la testa verso l'alto per tenerlo d'occhio. Ecco, saliva, saliva e l'avvocato continuava a srotolare il gomitolo, a concedergli filo.
Ora l'avvocato aveva rallentato la corsa, andava quasi al passo e l'aquilone continuava a stare alto e ad ondeggiare lieve al soffio del vento.
«Come è bello» esclamava Roberto, «come è bello!» Luciano si fece vicino all'avvocato, alzò la mano:
«Io» disse, «lo faccio andare io». L'avvocato gli passò l'estremità della corda. Il ragazzino l'afferrò, ma solo per un attimo: subito gli sfuggì ed egli si fermò, immobile, con il braccio ancora teso in alto.
«Cos'hai fatto!?» gridò l'avvocato. Roberto non si era reso conto, sul momento, di quello che era accaduto. Restava stupito a guardare l'aquilone che sempre saliva e diventava piccolo, ancora più piccolo. Lo capì tutt'a un tratto e si mise a piangere, disperato. Suo padre lo prese in braccio, s'avviò verso il cancello che riportava alla villa.
«Te ne farò un altro».
«No, io voglio quello».
«Quello non si può avere».
«Perché, dov'è andato?»
«È andato in cielo, in paradiso». Il bambino smise di piangere, chiese ancora: «In paradiso, dove c'è il mio fratellino?»
«Sì, è andato da Ginetto, Ginetto giocherà con il tuo aquilone».
L'avvocato si era seduto su una panchina, a fianco di una aiuola di viole. Il bimbo stava in abbandono fra le sue braccia, con la testa appoggiata alla sua spalla. Taceva. Ricordava il fratellino, l'agitazione che c'era in casa nei giorni della sua malattia, il medico, un uomo alto e sottile con una borsa sempre in mano, che veniva anche due o tre volte nella stessa giornata, i pianti della madre. Poi, una sera. Ginetto, avvolto in una coperta, era stato portato via con un'ambulanza. Ma il giorno dopo la mamma, tornata dall'ospedale, lo aveva abbracciato a lungo, stretto stretto, e poi si era messa a piangere. Tra i singhiozzi diceva: «È morto, Ginetto è morto».
«Come farà, Ginetto, a giocare con l'aquilone?» chiese il bambino girandosi a guardare il padre. Lui volse gli occhi in alto:
«Ginetto è leggero, bello, candido» disse lentamente, scandendo le parole: «nel cielo volerà fra le nuvole e gli angeli, tenendo con la manina il filo e l'aquilone lo seguirà ovunque egli vorrà». Roberto era lontano, ora, dal pianto. Disse:
«Se è vero che l'aquilone è andato in paradiso da Ginetto, sono contento». Quella sera il bambino si addormentò pensando alla morte, era una cosa bella, lieve, luminosa; e continuò a sognare aquiloni che volavano fra angeli e nubi candide, trasparenti. Nel profondo sonno il bambino non sentiva il temporale che si stava abbattendo con scrosci d'acqua e fulmini sulla campagna.


Due giorni dopo, nel pomeriggio, in giardino, Luciano lo chiamò in disparte, dietro una quercia, come se dovesse ordire un complotto. E infatti doveva proporgli qualcosa di illecito. Disse:
«Mio padre ha raccontato che il pioppeto è allagato: la pioggia dell'altra notte s'è fermata a terra, ha coperto l'erba, le piante sembra che nascano dal mare». Esitò un momento poi propose, con decisione: «Andiamo a vedere». Roberto sporse la testa oltre il tronco per guardare verso la villa. Luciano fu pronto a trattenerlo: «Non ci pensare, a tua madre, facciamo una corsa e poi torniamo». Il bambino si sentì battere il cuore con violenza, per l'emozione: il pioppeto era un sogno mai raggiunto; ed ora le piante nascevano dall'acqua, uno spettacolo ancora più attraente. Disse:
«Sì, vengo». Partirono di corsa, superarono il cancelletto, furono nei prati. I loro piedi quasi affondavano nel terreno molle, l'erba era fradicia e qua e là c'erano invisibili pozzanghere d'acqua che schizzava in alto, sui loro corpi, sotto la pressione dei piedi in corsa. Ma ormai avevano deciso e sarebbero andati fin alla mèta.
La barriera dei pioppi si avvicinava, il grigio dei tronchi diventava più chiaro, anche il verde delle fronde era meno scuro. I pioppi erano alti, Roberto non immaginava che fossero tanto alti; più si avvicinava, più li vedeva diventare alti. Ormai distavano poche decine di metri. Ecco, già si vedeva il luccicare dell'acqua. I due bambini si fermarono, ansanti, ad ammirare la scena, poi ripresero a camminare, adagio. I piedi affondavano sempre più nel fango che sotto le scarpe gemeva in suoni spenti. Il lago incominciava un po' oltre i primi pioppi. I bambini avanzarono ancora, cauti. A un tratto Luciano gridò:
«Guarda» e puntò il dito da una parte.
A terra, proprio sul limitare dell'allagamento, in parte intriso di fango e in parte coperto dall'acqua, stava l'aquilone. Era ancora rosso, ma strappato, accartocciato, sporco: un brandello di catena della coda galleggiava sull'acqua. Roberto era rimasto immobile, non sapeva staccare gli occhi da quei miseri resti. A Luciano, che lo guardava stupito, disse:
«Ma allora non è andato in paradiso?» Volse gli occhi intorno, gli sembrava che dovesse esserci, di fianco a qualche pioppo, nel fango, anche il corpo di suo fratello. Si mise a piangere, a dirotto.





domenica 10 agosto 2014

Il prosciutto

Se stavo all’Ampergola d’inverno era perché erano i giorni delle vacanze di fine anno che si concludevano all’Epifania, quando sarei tornato nella casa di Modena, per riprendere la scuola. Quasi sempre in quel periodo c’era il rito della macellazione dei maiali, che allora trovavo di grande emozione e divertimento e che ora ricordo con raccapriccio e pena per le povere vittime. Per il nostro consumo annuale (eravamo in dieci, le famiglie di due fratelli, mio padre e mio zio, ma a tavola spesso sedeva qualche operaio in più oltre al mugnaio fisso) se ne uccidevano due o anche tre... In quei giorni, sempre di gran freddo, a volte di grandi nevicate, due macellatori venivano, prendevano possesso di un paio di stanze a pianterreno che trasformavano in laboratorio del quale si proclamavano sovrani, insindacabili esecutori di manipolazioni di carni e alchimie di spezie. Il rito s’apriva fuori, nell’aria gelida, con il crudele assalto del lungo coltello alla gola del suino, con il suo grugnito dapprima ignaro e dolce, poi aspro al primo sospetto per la troppa attenzione degli uomini intorno a lui. E infine il suo urlo straziante, l’ultimo sbuffo di fiato e il primo fiotto di sangue, prontamente raccolto in un bacile, perché sarebbe stato fritto, già per cena della sera stessa.

In una delle due stanze c’era un camino nel quale bolliva un pentolone d’acqua che spargeva intorno una nube di vapore, per scotennare e togliere le setole. E via via, lungo le ore della giornata, si susseguivano le varie operazioni di macellazione: le carni venivano suddivise, avevano ognuna la propria concia adeguata, andavano a formare le diverse specialità: strutto, lardo, salami, prosciutti, ciccioli. Il maiale che poche ore prima aveva vissuto il suo dramma finale nel grugnito dolce che sconfinava di colpo nell’urlo disperato, si tramutava nei tanti generi alimentari che avrebbero reso pingue e sapida per tutto l’anno la mensa familiare. Prodotti che avevano bisogno di maturazione, settimane, mesi, durante i quali modificavano la loro sostanza rendendola sempre più eccelsa per i palati che l’avrebbero degustata; e all’esterno, intanto, diffondevano una fragranza di delicata percezione.

Una volta finita l’opera dei conciatori, prosciutti, salami, cotechini venivano sospesi al soffitto in uno slargo del corridoio che portava alle camere da letto. Cosi, ogni volta che si percorreva questo tragitto, ci si immergeva nel diffuso sentore della carne sempre più promettente. In quel corridoio c’era anche il cestone del pane; pane casalingo, impastato una volta la settimana, all’alba, da tre o quattro congiunti e cotto nel nostro forno. Sicché, andando in camera e venendone, si percepiva, anche inconsapevolmente, la presenza dell’abbondanza, della prosperità, del cibo buono e genuino. Cibo che poi si trovava sulla tavola, ogni giorno, via via che i singoli pezzi avevano compiuto la loro stagionatura.

domenica 23 febbraio 2014

Freddo secco

Anni della mia infanzia. Nel rigore dell’inverno, in campagna. La cucina era l’unico locale riscaldato. Vi approdavo dall’esterno come a un’isola, intirizzito, orecchie, naso, mani insensibili; al tocco delle cose le dita rispondevano con una sensazione lontana, strana, quasi che venisse da un’altra persona. E all’improvviso caldo, mani, orecchie, naso ritornavano miei, presenti attraverso un rapido e breve bruciore. La stufa, grosso cubo fumante di vapori odorosi, era sempre cosparsa di pentole e tegami. I vetri delle finestre erano appannati, grondanti. Correvo a scriverci sopra o a disegnarci con l’indice che stava riacquistando la sensazione di se stesso. E le parole e le figure scoprivano, al di là della patina opaca, prati e alberi bianchi di neve o di brina. Mi bastava quello scorcio per risentire, imperioso, il desiderio di tornare fuori a correre nel cortile. Mi precipitavo alla porta. «Ma stai un po’ dentro» diceva mia madre, «non fai nemmeno in tempo a scaldarti».

Di sera, dopo cena, il caldo della cucina mi dava subito sonnolenza, la testa ciondolava: «A letto, a letto» diceva la mamma o mio padre. Il freddo gelido della stanza mi risvegliava bruscamente, incominciavo a battere i denti, ma più avevo freddo più grande era il piacere che provavo quando, un minuto dopo, mi infilavo nel letto riscaldato. Lanciavo piccole grida di gioia, una gioia che comprendeva il caldo delle coltri nel freddo della stanza e la presenza di mia madre che mi rimboccava le coperte. La rivedevo al mattino quando veniva ad interrompere il mio lungo, unico sonno. E allora c’era da vincere, con un grande sforzo, la fatica di uscire dalla calda nicchia e affrontare l’aria gelida della camera nella quale il fiato si staccava dalla bocca a nuvolette. Non c’era nemmeno da pensare di lavarsi nel catino in stanza, perché la brocca era piena di un blocco di ghiaccio. Correvo in cucina in maglia e ciabatte, l’involto dei vestiti sotto il braccio. Poi la colazione, che a volte era di latte e orzo, ma più spesso di gnocco fritto e in questo caso il locale era saturo, oltre che di caldo, anche di fumo e di profumo, quello buono, della tavola. Lanciavo grida di gioia e mangiavo di gusto ma in fretta, spinto dalla smania di uscire, di correre verso la mia giornata di avventure sulla neve e sul ghiaccio. La pelle del viso sembrava percorsa dalla corrente elettrica tanto l’aria esterna era pungente.

Com’era bella, là intorno al grande opificio dell’Ampèrgola, a Nonantola, la campagna nella crudezza invernale. Gli alberi erano tutto un arabesco, così argentati dalla galaverna; la terra scrocchiava sotto i piedi, secca di gelo. Nel bianco dei campi spiccava la macchia scura di un carro con cavallo e contadino; il carro era colmo di letame che fumava, anche le forcate che l’uomo lanciava intorno, sulla terra, striava l’aria di vapore bianco. Assieme al pizzicore del freddo giungevano al naso venature d’afrore.