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sabato 19 dicembre 2015

Derubare se stessi

Aspettammo la notte buona. Una notte di marzo, un sabato. Il sabato era la giornata migliore per l'afflusso alla discoteca: venivano giovani da tutti i paesi della zona, anche da cinquanta chilometri di distanza; il vasto piazzale del parcheggio era gremito già dalle dieci di sera e poi le macchine che ancora sopraggiungevano si accodavano ai lati della strada. Tanta gente dentro e tanti soldi in cassa. Una notte buona anche perché era molto buia e pioveva a dirotto: l'acqua veniva a scrosci e il vento ci faceva da complice confondendo i nostri rumori con i suoi gemiti. Era stata difficile la scelta dell'ora: le quattro e mezzo. Non si poteva andare prima perché la discoteca aveva chiuso alle tre e bisognava dar tempo a Bernardino di addormentarsi; e non si poteva andare più tardi per non essere sorpresi dai primi chiarori dell'alba. Bernardino era il padrone della discoteca: padrone, gestore, dirigeva e stava alla cassa, faceva tutto lui e alla fine i soldi se li portava in casa. Li chiudeva in un cassetto della scrivania dello studio, al primo piano, sul retro della casa, mentre lui dormiva con la moglie, giù, al pianterreno, sul davanti. Era una cosa facile, sarebbe andata sicuramente a gonfie vele.
L'idea l'aveva avuta Cosimo; gli era venuta un giorno che era salito allo studio per farsi pagare un lavoro fatto all'impianto elettrico della discoteca.
«Bernardino tiene i soldi nel cassetto di centro della scrivania» mi aveva detto poi, con occhi lucidi di cupidigia, «divisi in pacchetti legati con elastici: pacchetti da centomila, da cinquantamila, da diecimila. Tanti. Ma come mai non mi è venuto in mente prima: già tante volte sono andato là a farmi pagare e ho sempre visto la medesima scena». La descrizione era efficace: mi pareva di vedere tutti questi pacchetti allineati dentro al cassetto, con i colori diversi.
«Come si fa ad arrivarci?» gli avevo chiesto io deglutendo per l'emozione. Aveva fatto un gesto secco con la mano a significare che era una cosa da niente.
«A casa ho tanti grimaldelli da aprire le porte del paradiso. Non dobbiamo avere paura di una finestra e di un cassetto». E poi aveva spiegato che bisognava scegliere una notte buia, magari di pioggia, e l'ora giusta.
Quella notte dunque venne ed era riempita di frastuoni da un temporale che sembrava studiato apposta per noi. La villa di Bernardino era a cento metri dalla discoteca ed entrambe erano isolate, vicino a una strada di scarso traffico, e circondate dalla campagna. Per arrivarci dovevamo attraversare i campi. E così facemmo. Raggiungemmo la cascina più prossima e lì rubammo una lunga scala che era sotto un porticato. Ce la caricammo in spalla prendendola alle due estremità, lui davanti e io dietro. Era tanto buio che non riuscivo a distinguere Cosimo, sentivo solo il frusciare dei suoi passi sull'erba e capivo quando stava varcando un fosso o risalendo una proda dal movimento che faceva la scala sulla mia spalla. La pioggia veniva a raffiche e, a tratti, me la sentivo andar giù per il collo, dietro la nuca; rabbrividivo, ma pensavo ai soldi di Bernardino, nel cassetto della scrivania, divisi in tanti pacchetti.
A pochi passi dalla villa ci fermammo ad ascoltare. Da una grondaia, probabilmente otturata, l'acqua cadeva a terra con un fracasso disordinato; gli alberi, tutt'attorno, sembravano bestie smaniose e sbuffanti. Posammo la scala e ci accostammo per gli ultimi accordi. Cosimo sarebbe andato su per primo per alzare il chiavistello delle imposte e il catenaccio della finestra a vetri; poi, una volta entrato lui, sarei salito anch'io a fargli luce con la lampada a pila mentre forzava la serratura della scrivania. Mi sentivo i panni fradici sulle spalle, chissà cosa avrebbe detto mia moglie l'indomani mattina scoprendo che i miei abiti erano inzuppati; immaginavo già i suoi commenti: «Hai giocato a carte tutta la notte in mezzo alla strada?» Adesso l'importante era andare avanti e salire nello studio di Bernardino.
Facemmo tutto come avevamo progettato, con calma, cercando di non fare rumore. Le imposte si aprirono in pochi secondi e cigolarono lievemente; la finestra resistette più a lungo ai ferri, infine si aprì anch'essa. Cosimo fece schioccare due dita per segnalarmi che entrava, e infatti sentii la scala alleggerirsi del suo peso. Allora andai su anch'io. Come fui dentro riaccostai con cautela gli scuri e accesi la lampadina tascabile. La scrivania era in un angolo dello studio, volta verso il centro, con la sedia contro il muro. Cosimo sedette e incominciò a lavorare con un grimaldello, la cui punta terminava a becco. Muoveva la mano con una delicatezza che mi pareva impossibile in lui, grande e massiccio; sembrava che stesse operando su qualcosa di vivo e che dai suoi gesti dipendesse la vita o la morte. Io mi figuravo che il cassetto si aprisse e nel cassetto ci fossero i pacchetti dei soldi allineati. Pensavo ai soldi, ma pensavo anche a Bernardino, mi voltavo ogni tanto a fissare il buio dalla parte della porta. Se fosse entrato all'improvviso non avremmo fatto in tempo a guadagnare la scala tutti e due, uno sarebbe rimasto bloccato. Allora tenevo d'occhio oltre alla porta anche la finestra; il cassetto, la porta e la finestra e ancora il cassetto, la porta e la finestra.
«Ma fai luce a modo» sibilò Cosimo correggendomi la posizione della mano per centrare la luce sul buco della serratura. Lavorò ancora per qualche minuto poi, finalmente, si udì uno scatto e il cassetto si aprì. Vedemmo delle carte bianche e gialle, che sembravano fatture, ma subito le scostammo, le buttammo a terra per fare largo e vederci chiaro. E infatti sotto le carte c'erano i soldi, proprio come Cosimo li aveva descritti: pacchetti da centomila, da cinquantamila, da diecimila, da mille. Li vidi solo per un momento tanto fu svelto Cosimo a piantarci le mani sopra e a infilarseli in tasca. Feci appena in tempo ad agguantare un paio di pacchetti da cinquantamila.
«Poi si faranno i conti» disse Cosimo, e intanto continuava a rimuovere carte per vedere se sotto si nascondessero altri pacchetti. «Non c'è più niente» disse, «vieni che andiamo».
«Ancora un momento» dissi e allungavo la mano in fondo al cassetto. Non mi sapevo rassegnare a scendere senza avere in tasca anch'io almeno un paio di pacchetti da centomila come aveva Cosimo. Non che avessi paura di irregolarità nella divisione, ma mi sembrava di essere da meno a non riuscire ad agguantare quanto aveva beccato lui.
Un pacchetto lo sentii, in fondo, a destra, legato con un elastico, come quello dei soldi.
«Non fare il fesso» disse ancora Cosimo, mentre già stava presso la finestra, «vieni, io scappo».
«Vai, vai» dissi, «ti seguo subito». Scavalcò il davanzale e io, adagio, quasi volessi assaporare la scoperta di altri denari, tirai fuori il pacchetto. Non potei fare a meno di dare in una imprecazione: non erano soldi, erano fogli di lettere, piegati in quattro e tenuti insieme dall'elastico. La calligrafia era grande, pesante, mi sembrava di averla già vista. Alzai il braccio e ricacciai giù, nel cassetto, con rabbia, il plico. Ma intanto lessi: "...perché lui va ad Abano, ai fanghi". Era una riga della prima lettera del pacchetto. Anch'io ero stato ad Abano, ai fanghi, nel mese di ottobre. "Chi sarà che è andato ai fanghi come me?" pensai e sfilai il foglio da sotto l'elastico per leggere più oltre: "e così potremo vederci comodamente a casa mia, senza tante paure" continuava lo scritto. "Dovrai solo stare attento che non ti vedano quelli della Ca' Bianca". Ma la Ca' Bianca era attigua a casa mia. "Per Dio" pensai, "cosa dice questa lettera?"; e mi figurai Bernardino che avanzava furtivamente verso casa mia, attento che non lo vedessero quelli della Ca' Bianca.
Mi tremavano le mani. La lampadina mi cadde dentro al cassetto, abbagliò di luce il plico, ingigantì le parole della lettera che stava in cima: "...a venerdì notte. Ti bacio tanto, tua Ilde". Sentii una vampata di calore salirmi al viso e le gambe vacillarmi. Sedetti sulla sedia. Ilde era mia moglie. Si chiamava Clotilde, e nessuno l'aveva mai chiamata Ilde, eppure ero sicuro che era lei, perché lo capivo dalla calligrafia e poi dalle altre cose, i fanghi di Abano e la Ca' Bianca. Sentii venire dai campi un fischio sottile, lungo, delicato. Era Cosimo che mi aspettava. Certo era arrabbiato perché tardavo e rischiavo di farmi sorprendere. Ma non mi importava niente di correre pericolo. Non avevo più paura di Bernardino. Guardavo la porta e mi pareva che se fosse entrato in quel momento l'avrei affrontato a voce alta, mostrandogli il pacchetto delle lettere. Con le mani sempre più tremanti tirai via l'elastico, aprii i fogli, incominciai a scorrerli fugacemente e con orgasmo.
Era proprio la Clotilde quella che scriveva, non ci potevano essere dubbi, era un anno che aveva una relazione con Bernardino. Gli scriveva le lettere quando non si potevano mettere d'accordo a voce, o anche solo per dirgli che gli voleva tanto bene e che senza di lui non sapeva come fare. Non c'erano le buste, quindi non sapevo dove gliele indirizzava, certo non a casa dove avrebbe potuto vederle sua moglie. Comunque, in una maniera o nell'altra gliele faceva avere e gli diceva tutte quelle smancerie che a me erano anni che non diceva più. Mi sentivo le gambe vuote, sempre più vuote. Pensavo a tutto quel tempo che avevo trascorso a fianco di Clotilde mentre lei amava il proprietario della discoteca. Pensavo alla sua perversità e alla mia ingenuità, alla mia pace perduta. Avrei voluto non essere mai venuto a rubare, non avere trovato il plico delle lettere, non avere distrutto con le mie mani la mia fiducia. Non avevo derubato lui, avevo derubato me. Ma ormai era fatta, non c'erano più rimedi. Dovevo per forza portare in me quel tormento.
Mi infilai in tasca il plico delle lettere, spensi la lampadina, mi avviai alla finestra, scavalcai il davanzale e incominciai a scendere. Mi incamminai lentamente per i campi, sotto la pioggia sferzante, senza paura. Non mi importava niente se Cosimo, ormai lontano, aveva in tasca i pacchetti da centomila e ne faceva sparire una parte per derubarmi nella spartizione. Sentivo nella tasca il grosso pacco delle lettere e pensavo a quelle. Era un furto doloroso, ma prima o poi, in un modo o nell'altro, dovevo pur conoscere la realtà, era mia, mi perveniva, dovevo accettarla anche se mi costava tutto quello che avevo dentro al petto: un'angoscia che mi pareva si identificasse con la notte che mi stava intorno e le rabbiose folate del vento, gli schianti della pioggia, l'arruffato lamento degli alberi.

domenica 29 novembre 2015

Paura

Si levò il vento. Folate correvano per i corridoi, sopra di me, percuotevano porte e imposte, popolavano di fantasmi tutta la casa. Tra una folata e l'altra c'era il battito della pioggia, fitta, continua e, sull'aia, un grondare fragoroso. Fuori c'era la notte, buia, distesa sui campi e sui boschi deserti, senza uomini e senza case.
Ero solo. Stavo seduto su una sedia, contro una parete dell'ingresso che era uno stanzone vasto, ingombro di tante cose sulle quali pioveva la luce fioca e rossastra di una lampadina attaccata al soffitto: una cassapanca, una distesa di patate e di mele, un barroccino con le stanghe a terra, tre sacchi allineati lungo il muro che avevo di fronte e, dalla mia parte, appesi a chiodi, dei finimenti da cavallo. In fondo c'era la scala, a sinistra c'era la porta della cucina, a destra quella della cantina. Ascoltavo il vento e la pioggia, i cigolii delle imposte e fissavo la porta della cantina, non sapevo staccare gli occhi da quella parte.
In cantina c'era il morto: stava appeso a una corda che scendeva dal trave centrale, di fianco al filo della lampadina, impiccato. La luce gli batteva proprio sulla testa, faceva una grande ombra circolare sul pavimento. Nel pomeriggio non avrei mai immaginato di trascorrere una notte simile. Eravamo partiti dalla caserma, il maresciallo e io, con la camionetta per andare a una casa che era al confine del comune, quasi alla sommità del monte. Dovevamo portare, a una delle famiglie che vi risiedevano, una citazione del tribunale. Lasciata la camionetta nella cascina Marcantoni, avremmo proseguito a piedi per la mulattiera.
Era appunto la cascina Marcantoni quella nella quale mi trovavo. Al nostro arrivo avevamo cercato il padrone, volevamo soltanto dirgli che lasciavamo l'automezzo davanti a casa sua perché proseguivamo a piedi. Lo avevamo chiamato a gran voce, inutilmente. La porta era aperta e il maresciallo era entrato spingendosi fino in cantina. Ma come aveva messo dentro la testa era rimasto allibito: Michele Marcantoni si era impiccato. Doveva essere successo pochi minuti prima perché il corpo dondolava ancora leggermente ed era caldo. Ma era morto, senza alcun dubbio: la lingua penzoloni fuori dalla bocca, gli occhi aperti, sbarrati. Un'immagine terribile. Non c'era però da meravigliarsi di quel fatto: Marcantoni era sempre stato un po' matto, quelle rare volte che scendeva in paese dava fastidio a qualcuno con le sue pretese assurde e i suoi discorsi stravaganti.
Nella cascina eravamo rimasti incerti, il maresciallo e io, sul da farsi. se staccare il corpo dalla corda o aspettare che lo vedesse il pretore. Una cosa era certa, bisognava andare a chiamare il pretore, il quale però sarebbe venuto su l'indomani mattina perché ormai il pomeriggio era avanzato e non c'era più tempo per un sopralluogo del genere. La decisione era stata quella che temevo. «Appuntato» mi aveva detto il maresciallo con aria dispiaciuta, «c'è poco fare: io devo tornare indietro e tu devi rimanere qui. La casa è aperta, non possiamo lasciarla incustodita con un suicida dentro. Mi spiace, ma dovrai passarci la notte».
Era venuta la sera, io avevo acceso le luci nell'ingresso e nella cantina, avevo chiuso le porte, mi ero seduto su una sedia. Sul tardi si era messo a piovere: il grondare dell'acqua nell'aia era la cosa più viva in quella solitudine. Ma poi s'era levato il vento e tutte le cose parevano essersi animate. Io stavo sempre più fermo sulla mia sedia, con le orecchie tese a tutti i rumori e ad ognuno di essi la mia fantasia dava un'immagine: un'imposta che sbatteva, una pianta che si curvava, un bastone che rotolava. E gli occhi, anche se fissavano le mele stese sul pavimento a fianco della scala che saliva al piano di sopra o i sacchi appoggiati alla parete, vedevano l'uomo impiccato con il suo sguardo sbarrato, la lingua pendente, l'ombra nera sul pavimento.
Pensavo che avrei fatto bene a andare al piano di sopra a fermare le imposte, almeno avrei eliminato quegli sbattimenti secchi che ogni volta mi si ripercuotevano dentro, ma non mi decidevo a muovermi. Nel pomeriggio, dopo che avevamo scoperto il cadavere, il maresciallo aveva perlustrato la casa, era andato anche su, io no. Non sapevo quindi come erano disposte le stanze, dove erano gli interruttori della luce. Non mi decidevo a staccarmi dalla sedia.
All'improvviso venne a mancare la corrente. Il mio cuore accelerò il battito, leggermente, per una istintiva reazione a quel fatto nuovo. Ma mi rendevo conto della normalità di quell'interruzione: il vento da qualche parte doveva aver fatto precipitare una linea elettrica. Capitava spesso, durante i temporali: la luce mancava, a volte per molte ore; altre volte, se il guasto dipendeva dalla centrale, tornava dopo pochi minuti.
Restavo immobile sulla sedia, le mani aperte sulle ginocchia. Ora, con il buio, i rumori mi parevano più intensi, più nitidi; era come se non vi fossero più porte né muri, come se l'acqua cadesse dalla grondaia al mio fianco, la pioggia battesse intorno a me, le imposte sbattessero sopra la mia testa, sospese nel vuoto. Pensai di accendere un fiammifero, ma immaginai le cose che mi stavano davanti alla pallida, tremolante fiammella, con ombre lunghe e nere, e non mossi le mani. Del resto il fiammifero si sarebbe spento dopo pochi attimi, non avrei fatto in tempo a trovare una candela; chissà dov'era una candela in quella casa, forse nelle stanze, di sopra, dove il vento correva per i corridoi.
D'un tratto udii un tonfo nella cantina. Dalla testa mi partì un'ondata di gelo che mi pervase tutto. Rimasi immobile, trattenendo a lungo il respiro. Non v'erano dubbi su quello che poteva essere successo: la corda s'era spezzata e il corpo era precipitato a terra. Mi sarei dovuto alzare, avrei dovuto accendere un fiammifero, aprire la porta, andare a vedere; ma non mi decidevo a farlo. L'ondata di gelo attraversandomi il corpo mi aveva lasciato un leggero tremito. «Avanti» dicevo a me stesso, «àlzati, sei un carabiniere, sei un appuntato». Ma continuavo a stare seduto. Pensavo che non c'era fretta, sarei potuto andare di là quando fosse tornata la luce o addirittura all'alba.
Nel mezzo di un sibilo del vento mi parve di udire, proveniente sempre dalla cantina, una voce, come un lamento. Mi sentii di nuovo e bruscamente pervadere dal ghiaccio. Il vento tacque e io distintamente udii venire dalla cantina una parola di invocazione: «pietà». Mi sentii scuotere dal tremito. Chiusi gli occhi, in abbandono, cercavo di dirmi che dovevo aver capito male, che non poteva essere stata una voce, ma nello stesso tempo avevo la certezza di non essermi sbagliato. Le forze mi lasciavano, ero soltanto in preda al tremito.
«Pietà» tornò a dire la voce di là dalla porta, «pietà, appuntato». Le mani mi stringevano le ginocchia come fossero una morsa, non riuscivo a controllare quella mia forza insensata. Cosa stava dunque accadendo nella cantina? Il contadino era caduto a terra e adesso implorava aiuto, rivolgendosi direttamente a me, sapeva anche che c'ero io nell'ingresso. Eppure lui era morto, non c'era nessun dubbio che fosse morto, il maresciallo ne era certo, tanto che non aveva esitato a lasciarlo impiccato com'era, in attesa del sopralluogo del pretore.
«Appuntato» tornò a dire la voce. Io scattai in piedi trovando la forza della disperazione, cercai di dire una parola, non so quale, ma le mie labbra non seppero emettere altro che un gemito. Frugai in un taschino, ne tolsi la scatola dei fiammiferi, ne accesi uno, ma la capocchia schizzò via; ne accesi un altro.
«Oh, Dio» sentii gemere dall'altra parte. Spalancai la porta con gesto risoluto, non sapevo immaginare che cosa avrei trovato; forse senza rendermene conto pensavo di trovare il contadino a terra, ancora in vita, gemente.
Come la porta si aprì mi apparve davanti per un attimo, nella luce del fiammifero che subito si spense, un uomo alto e magro, con occhi sbarrati, la bocca semiaperta. Lanciai un grido, indietreggiai, mi girai. Ora non mi controllavo più. Al buio mi precipitai verso la porta che dava all'esterno, ne cercai affannosamente il catenaccio, lo tirai, aprii, balzai fuori, mi misi a correre. Correvo per il viottolo che andava alla strada. Sentivo dietro di me l'uomo gridare. A un tratto intesi che diceva:
«Appuntato, sono Gelsomino». Riuscii a dominarmi, rallentai. Gelsomino era uno del paese, un ladro, lo conoscevo bene. Ripensai alla sua faccia illuminata dalla luce del fiammifero: poteva essere davvero quella di Gelsomino. Mi fermai, mi appoggiai a un castagno.
L'uomo mi fu subito vicino, si aggrappò a un mio braccio. Era proprio Gelsomino. Piangeva e tremava.
«Appuntato» disse, «credevo di morire dallo spavento. Una cosa così non mi era mai capitata». Fece una pausa per prendere fiato, poi continuò: «Sono andato in casa di Michele per rubare, ma poi lui è rientrato dai campi e io mi son dovuto rifugiare in cantina, dietro una botte. E proprio in cantina è venuto a impiccarsi: sentivo il suo tramestìo, credevo che lavorasse, poi non ho più udito niente, ho tirato fuori la testa e l'ho visto appeso, morto. Mentre stavo per fuggire ho sentito arrivare la camionetta e poi voi entrare, allora sono tornato a nascondermi dietro la botte. Sapendo che lei era lì nella loggia dell'ingresso mi ero rassegnato a passare la notte così, con la speranza di riuscire a scappare domattina. Poi, quando la corda s'è rotta e il morto è caduto, non sono più stato capace di resistere, Dio che spavento!»
Gelsomino continuava a tenermi stretto il braccio sinistro. Io stavo appoggiato all'albero con gli occhi fissi verso la casa che non si vedeva. C'era solo un gran buio intorno a noi. Sopra le nostre teste il vento frugava fra i ricci del castagno, la pioggia ci sferzava il viso. Com'era ancora lontana l'alba!




lunedì 26 ottobre 2015

Il consiglio

Proprio in quel momento la donna tirò su la borsa. Luigi Berletti non fu sufficientemente lesto ad estrarre la mano che stava annaspando alla ricerca del borsellino. La donna si voltò, vide il suo braccio: «oddio, oddio!» Berletti fece uno scatto, si mise a correre fra le bancarelle. «Al ladro, al ladro» gridò la donna. Altre voci si unirono alla sua: «Fèrmalo, fèrmalo». Un pizzicagnolo gli si parò davanti per bloccarlo ma Berletti fu svelto a scansarlo, urtò una bancarella di pesce e la mandò all'aria. L'impatto lo sbilanciò ed egli andò avanti sbilenco senza avere più capacità di controllo: sbatté contro un banco di frutta che aveva in bella mostra due piramidi di pere e di mele che volarono e si disseminarono, poi, dopo qualche altro metro, finì la sua corsa come se si tuffasse; ma anziché una piscina c'era una bassa bancarella di mutande e reggiseni che sotto l'urto e il peso si sfasciò travolgendo a sua volta l'ambulante, una donna grassissima seduta lì a lato su uno sgabello.
Tutto questo in pochi secondi. Un finimondo per quel mercato rionale che viveva la sua mattinata tranquilla: tutt'intorno c'era un gran vociare, ma proprio nel mezzo di quella devastazione la gente era rimasta sconcertata, qualcuno stava ancora con le mani nei capelli, incapace di reagire. Attimi, ma attimi preziosi per Berletti che fu svelto a rialzarsi e a ripartire, nella corsia tra le bancarelle. «Dài, dài, che scappa», «prèndilo, prèndilo», «bloccalo», «correte, correte», incitazioni e invocazioni si incrociavano, alcuni giovani stavano effettivamente mettendosi a rincorrerlo, ma lui aveva già guadagnato un bel po' di metri. Correva a perdifiato e intanto si meravigliava di avere slancio nonostante i suoi quarant'anni e la pancia debordante; non doveva a nessun costo rallentare perché la canea che aveva dietro aumentava. Un momento davvero difficile per lui, non si era mai trovato in una situazione simile. Come mai si era lasciato pescare così, come un pivellino alle prime armi? Evidentemente stava invecchiando. Nella sua carriera di borsaiolo aveva rubato almeno mille portafogli: erano dieci anni che rubava sulle piazze e nessuno se ne era mai accorto, non la conosceva anima viva la sua attività, nemmeno la moglie.
Adesso era proprio ai ferri corti, inseguito da quella turba di forsennati che, se l'avessero raggiunto, forse l'avrebbero linciato. Svoltò per una strada stretta e poco frequentata; se fosse riuscito a guadagnare una ventina di metri sarebbe potuto arrivare sulla piazza e lì entrare in chiesa senza che se ne accorgessero. La chiesa a quell'ora era sempre deserta; si sarebbe potuto nascondere da qualche parte. E nella piazza confluivano quattro strade, gli inseguitori si sarebbero dispersi in una vana ricerca. Allungò il passo più che poté, urtò una vecchia che riuscì a malapena a reggersi aggrappandosi al muro. Svoltò rapidissimo, a sinistra, pochi metri più avanti c'era una porticina che dava in chiesa. Entrò.
Ai banchi stavano inginocchiate due suore e altre tre donne. Tutto era in penombra. Berletti si fermò un attimo dietro una colonna; a tre passi da lui, in una zona ancora più buia, c'era un confessionale. Si spostò piano, per non attirare l'attenzione su di sé, aprì con delicatezza il basso usciolo, entrò, lo richiuse, tirò la tenda, si sedette. Finalmente era nascosto. Possibile che gli inseguitori venissero anche dentro in chiesa e, se venivano, che guardassero dentro i confessionali? In questo momento, se ancora persistevano nella sua caccia, erano sguinzagliati per le strade che si diramavano dalla piazza. Ansimava. In petto aveva un battito scomposto, il cuore in gola.
Berletti aprì lo sportellino che copriva la finestrella di sinistra. La grata era bucherellata, al centro una serie di fori più fitti disegnavano la croce. Accostò l'occhio: ora che lo sguardo cominciava ad abituarsi al buio, vedeva abbastanza chiaramente l'interno della chiesa, i banchi, le donne, le suore, e la porta principale, sul fondo. Tenne l'occhio fisso a quella parte, vide uscire le suore, entrare un vecchio che si reggeva con due bastoni, poi una donna bassa e grassa. Luigi Berletti appiccicò ancor di più l'occhio alla grata. Perbacco, era sua moglie, quella. Si sentì di nuovo agitato: ma come mai, si chiedeva, sua moglie era in chiesa, non ci andava quasi mai. E adesso, per giunta, veniva verso il confessionale. Cosa doveva fare, lui? Pensò di fingere che non ci fosse nessuno: lentamente chiuse lo sportellino della grata, ma cigolò. Ormai Berletti non poteva più nascondere la propria presenza. Riaprì lo sportello e si coprì il viso con una mano. Un attimo dopo sentì il respiro della moglie a fianco della grata. Disse lei: «Sia lodato Gesù Cristo». Berletti si raschiò la gola; cosa doveva dire? Gli affiorò un ricordo dell'infanzia, di quando andava alla dottrina, disse, meravigliandosene: «Sempre sia lodato». "Riconosce la voce" pensò, e subito si strinse il naso con due dita per essere pronto a contraffarla.
«Reverendo» incominciò a dire la donna, «io vengo da lei perché sono turbata da un rimorso: voglio confessarmi, e chiederle anche un consiglio». "Ma cosa ha fatto?" si chiedeva Berletti con l'orecchio appoggiato alla grata. «Posso dire?» chiese la donna. «Sì, sì» rispose l'uomo tenendosi stretto il naso; e intanto cercava di immaginare la colpa di sua moglie. Cosa aveva fatto, l'aveva tradito, si era indebitata a sua insaputa, aveva tramato qualcosa contro di lui? «Io» disse la donna, «ho un figlio di dieci anni, uno solo». «Sì, sì» ripeté il marito, impaziente, ma subito si rese conto del rischio che correva: doveva andar cauto, parlare il meno possibile per non farsi scoprire. «Bene» riprese a dire la donna: «da quando mio figlio è nato, io ho sempre derubato mio marito: cinquecento, mille lire al giorno; talvolta, quando il suo portafogli era ben fornito, gliene rubavo anche cinquemila; in altri giorni, niente. Prima le lire poi gli euro». "Disgraziata" pensò lui, "mi rubi i soldi: ecco perché certe volte mi trovo inaspettatamente con il portafogli quasi vuoto". «Ma il motivo di questi furti?» chiese Berletti con voce fortemente nasale. «Per fare studiare nostro figlio, quando sarà grande. Mio marito fa il facchino e di soldi non ne ha tanti, se non faccio così non riusciremo mai a farlo studiare. Adesso ho già messo da parte quasi ventimila euro». "Dio mio, ventimila" pensò Berletti, "che somma!". Avrebbe potuto far baldoria per mesi con gli amici senza pensare a niente, né al lavoro, né ai borseggi. Una cifra così non s'era mai sognato d'averla.
«Il mio problema è questo» continuò la donna: «devo confessarlo a mio marito o no?» «Ma certo, ma certo» disse lui d'impeto. La donna replicò: «Reverendo, io ho rubato a fin di bene, per nostro figlio; non appena io confesso questa cosa a mio marito lui si prende i soldi e va al bar a bere e a giocare, prevedo già come finisce». «Ah, sì?» fece lui distrattamente. Rivide Giancarlo, suo figlio. Certo sarebbe stato bello poterlo fare studiare, che non dovesse anche lui entrare a far parte della cooperativa facchini, portare valigie e sacchi e casse tutti i giorni. «Reverendo» tornò a dire la donna, «io sono venuta qui decisa a seguire il suo consiglio, perché sono piena di rimorso: se lei mi dice di riferirgli tutto, lo faccio; però vorrei che ci pensasse bene prima di consigliarmi». "Ma dove saranno nascosti quei soldi" si chiedeva Berletti, "che li tenga in banca? Io non mi sono mai accorto di niente, se li avessi trovati avrebbero sicuramente fatto una brutta fine. Certo, però, sarebbe bello che Giancarlo potesse studiare, diventare un dottore, per esempio, o un avvocato, l'avvocato Giancarlo Berletti. Se qui, al posto mio, ci fosse un prete vero", pensò ancora l'uomo, "che cosa risponderebbe? Forse le direbbe di star zitta, di fare studiare il figlio".
«Reverendo» chiese la donna con voce preoccupata, «sta male?» «No, no, sto pensando» rispose lui. «Scusi ma non la sentivo più, m'ero preoccupata». «Senta» disse Luigi Berletti, «allora non glielo dica a suo marito». Aveva le idee confuse: le sue labbra dicevano quelle parole, ma intanto la mente pensava ai soldi, ventimila euro. Dio che abbondanza. Si macerava già nella curiosità di sapere dove fossero nascosti, nel desiderio di chiederglieli, di farseli dare a costo di usare la forza. Però sarebbe proprio bello che suo figlio potesse diventare un pezzo grosso, il dott. Giancarlo Berletti o l'avv. Giancarlo Berletti. «Senta» tornò a dire, «no, non glieli dia a suo marito i soldi, neanche se lui si insospettisce e glieli chiede. Non glieli dia, neanche se la picchia per averli. Adesso vada via, subito, subito». «E l'assoluzione?» chiese lei allarmata. «Sì, sì, gliel'ho già data, vada via e badi ai suoi soldi, non se li lasci prendere».

La donna si fece il segno della croce e si allontanò. Berletti, con l'occhio alla grata, la seguì fino alla porta, la vide uscire. Adesso poteva venir fuori dal confessionale, i suoi inseguitori s'erano di certo dispersi, la via era libera. Sarebbe andato a casa. Pensava già alle parole che avrebbe detto alla moglie: "Ho l'impressione che tu, di tanto in tanto, mi porti via dei soldi di tasca, chissà quanti me ne hai già rubati. Dove li hai messi?". Non sapeva ancora bene se sperare che sua moglie resistesse o che cedesse. Chissà come sarebbe andata a finire.

lunedì 4 maggio 2015

Un bell'orologio

Ne ricordo la marca: Eberhard. Era l'orologio dei miei 18 anni. Mi piaceva tanto che lo portavo anche a letto. Ma quella notte del maggio ’39 non dormivo nel mio letto: ero steso sul selciato della stazione di Benevento, con altri, una ventina, tutti vestiti con la divisa da avieri, quali eravamo da poche ore; divisa nuova, magari con le scarpe strette o larghe. Aspettavamo il treno che ci avrebbe portati ad Ascoli Piceno, la sede cui eravamo destinati. In mezzo a quell’ammasso di corpi alla rinfusa le russate si rincorrevano, ognuno nascondeva il proprio sogno. Io avevo vinto qualcosa, mi proclamavano vincitore e mi tiravano in alto il polso sinistro per far vedere che ero proprio io. Poi venne l’alba, venne anche il treno. Salimmo. Che ora era? Mi resi conto che non potevo saperlo: il mio bell’orologio dov’era finito? Ecco perché avevo sognato d’aver vinto. No: avevo perso, mi avevano derubato.


* * *

Poche estati fa, gran caldo, con la giacca aperta, sono a uno sportello postale e sto pagando una bolletta. Mi si affianca un uomo con un giornale in mano, me lo mostra poi incomincia a scuoterlo dicendo parole che stento a capire. Ma insomma cosa vuole costui, vada al diavolo. Ritiro la ricevuta che mi rilascia l’impiegata e lascio il posto a un altro cliente. Lo scocciatore se ne è già andato. Due minuti dopo, in macchina, mi accorgo che il portafoglio non ce l’ho più.


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Ancora estate. Arriviamo a casa a metà giornata. Noi entriamo davanti e loro fuggono dal di dietro: non li vediamo ma li sentiamo. Hanno, non solo aperta, ma divelta la cassaforte, Sono venuti senza attrezzi, si sono serviti dei nostri, come la mazza, presa in garage. A noi sono servite ore per controllare tutto e rilevare i danni, ingenti.

sabato 3 agosto 2013

Il campo di patate



Era il tempo felice in cui eravamo fidanzati. Il lavoro al giornale iniziava intorno alle sette, quando di solito tutti vanno a cena. A quel momento arrivavamo dopo aver spremuto ogni attimo per suggerne tutta la felicità e la bellezza che la nostra compagnia poteva darci. Anche quella volta, verso sera, in bicicletta, s’andava per i campi della “bassa” emiliana, lei seduta sulla canna e io che pedalavo, con la bocca al suo orecchio, tra i capelli le dicevo piccole parole d’amore. Imboccammo un sentiero su un argine. Era largo, ma si andava restringendo senza che noi ce ne accorgessimo, intenti com’eravamo a dire e ad ascoltare le piccole dolci parole.

D’un tratto lei lanciò un grido: eravamo arrivati sull’argine e aveva visto che da una parte avevamo l’acqua del fiume e dall’altra la scarpata ripida che finiva in un campo di granoturco, almeno quattro metri più in basso; ma il sentiero percorribile sull’argine era molto stretto. «Oddio, oddio» gemeva, «come facciamo adesso, dove andiamo a finire?» Ero senza parole, anch’io non sapevo come saremmo finiti, visto che non c’era nemmeno lo spazio per scendere e posare i piedi. Per la paura stava rigida sulla canna come una statua. Il manubrio, che stringeva forsennatamente, sembrava facesse corpo unico con la bicicletta. Non potevo certo fermarmi in quelle condizioni, su una striscia di terra larga due spanne, sufficiente appena per le ruote: saremmo finiti nel canale o giù per la scarpata. Dovevo per forza andare avanti, con la speranza che lo stradellino si allargasse di nuovo. «Chiudi gli occhi» le dissi «e cerca di non bloccarmi il manubrio». Sudavo per la tensione e continuavo a pedalare. L'argine era lunghissimo, si perdeva ai confini della piatta distesa verde. «Ma perché ci siamo cacciati su questo sentiero?» chiedeva lei con voce lamentosa. «Taci, taci» la rincuoravo , «arriveremo».

Improvvisamente vidi una striscia non erbosa che scendeva in diagonale verso i campi: un sentiero che ci salvava. M'infilai giù frenando. Sul fondo, ai piedi dell'argine, c'era la carrareccia e oltre la carrareccia c'erano campi di granoturco. Smontammo dalla bicicletta, sospirai di sollievo, mi asciugai il sudore. «Dio mio che paura» mormorò lei con un filo di voce. Un po' più avanti si scorgeva uno spiazzo, lo raggiungemmo a piedi. Era un campo di patate, una piccola isola rettangolare, circondata su tre lati dal sipario del granoturco e sul quarto dall'argine. E tutto intorno era fasciato da una striscia di prato verde e morbido.

Posai la bicicletta a terra. Di corsa andammo a sdraiarci sull'erba. Ci abbracciammo, ci baciammo; la tensione di poco prima sul sentiero si scioglieva, scompariva. Ora in noi c'erano soltanto la dolcezza dell'amore e la serenità del luogo deserto. Ci mettemmo supini a guardare il cielo che si smorzava di luce. Intorno avevamo il fruscio delle foglie del granoturco e lo stridìo dei grilli, un'aria fresca ci accarezzava la pelle. Avrei voluto gridare di gioia ma tacevo, stavo fermo per non guastare quell'incanto. Un incanto, adesso me ne rendo conto, che non veniva soltanto dalla serenità agreste, dalla superata paura, dall'isolamento e dall'amore: veniva anche dalla nostra giovinezza, dai vent'anni che erano passati da non molto ai quali non pensavamo, ma che pure erano presenti in noi; e veniva dal nostro inconscio lungo futuro che si confondeva con la vastità del cielo.

La luce rapidamente calava, l'argine non era più verde, ormai era nero. Lei mi chiamò, mi baciò. Sarebbe stato bello non lasciare più quel campo, fermarci così com'eravamo, con i vent'anni ancora tanto vicini e, davanti, un cielo sempre così sconfinato.

Sentimmo dei passi di corsa sulla carrareccia. Avemmo appena il tempo di tirarci su a sedere, con il cuore in gola. Davanti a noi, sullo sfondo dell'argine, si fermò un uomo, un contadino, in camicia a scacchi bianchi e neri. Ansimava. «Ah» disse, «siete morosi! Allora niente, scusate, credevo un'altra cosa». Parlava a fatica, turbato. Mi alzai, mi ravviai i capelli. «Scusi lei» dissi, «che ci siamo sdraiati sulla sua erba». «Non fa niente, non fa niente. Credevo che foste venuti a rubarmi le patate. È da un po' che me le portano via. Vi ho visto passare sull'argine, in lontananza, e allora sono subito corso. Mi spiace di avervi disturbati, mi spiace proprio. State pur lì fin che volete». Incominciò a indietreggiare facendo un paio di goffi inchini, poi si voltò di scatto e si mise a correre sulla carrareccia.

Una conclusione più bella a questi attimi di paura non poteva esserci. Ci saremmo ricordati con simpatia di quel contadino e delle sue patate.