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sabato 19 dicembre 2015

Derubare se stessi

Aspettammo la notte buona. Una notte di marzo, un sabato. Il sabato era la giornata migliore per l'afflusso alla discoteca: venivano giovani da tutti i paesi della zona, anche da cinquanta chilometri di distanza; il vasto piazzale del parcheggio era gremito già dalle dieci di sera e poi le macchine che ancora sopraggiungevano si accodavano ai lati della strada. Tanta gente dentro e tanti soldi in cassa. Una notte buona anche perché era molto buia e pioveva a dirotto: l'acqua veniva a scrosci e il vento ci faceva da complice confondendo i nostri rumori con i suoi gemiti. Era stata difficile la scelta dell'ora: le quattro e mezzo. Non si poteva andare prima perché la discoteca aveva chiuso alle tre e bisognava dar tempo a Bernardino di addormentarsi; e non si poteva andare più tardi per non essere sorpresi dai primi chiarori dell'alba. Bernardino era il padrone della discoteca: padrone, gestore, dirigeva e stava alla cassa, faceva tutto lui e alla fine i soldi se li portava in casa. Li chiudeva in un cassetto della scrivania dello studio, al primo piano, sul retro della casa, mentre lui dormiva con la moglie, giù, al pianterreno, sul davanti. Era una cosa facile, sarebbe andata sicuramente a gonfie vele.
L'idea l'aveva avuta Cosimo; gli era venuta un giorno che era salito allo studio per farsi pagare un lavoro fatto all'impianto elettrico della discoteca.
«Bernardino tiene i soldi nel cassetto di centro della scrivania» mi aveva detto poi, con occhi lucidi di cupidigia, «divisi in pacchetti legati con elastici: pacchetti da centomila, da cinquantamila, da diecimila. Tanti. Ma come mai non mi è venuto in mente prima: già tante volte sono andato là a farmi pagare e ho sempre visto la medesima scena». La descrizione era efficace: mi pareva di vedere tutti questi pacchetti allineati dentro al cassetto, con i colori diversi.
«Come si fa ad arrivarci?» gli avevo chiesto io deglutendo per l'emozione. Aveva fatto un gesto secco con la mano a significare che era una cosa da niente.
«A casa ho tanti grimaldelli da aprire le porte del paradiso. Non dobbiamo avere paura di una finestra e di un cassetto». E poi aveva spiegato che bisognava scegliere una notte buia, magari di pioggia, e l'ora giusta.
Quella notte dunque venne ed era riempita di frastuoni da un temporale che sembrava studiato apposta per noi. La villa di Bernardino era a cento metri dalla discoteca ed entrambe erano isolate, vicino a una strada di scarso traffico, e circondate dalla campagna. Per arrivarci dovevamo attraversare i campi. E così facemmo. Raggiungemmo la cascina più prossima e lì rubammo una lunga scala che era sotto un porticato. Ce la caricammo in spalla prendendola alle due estremità, lui davanti e io dietro. Era tanto buio che non riuscivo a distinguere Cosimo, sentivo solo il frusciare dei suoi passi sull'erba e capivo quando stava varcando un fosso o risalendo una proda dal movimento che faceva la scala sulla mia spalla. La pioggia veniva a raffiche e, a tratti, me la sentivo andar giù per il collo, dietro la nuca; rabbrividivo, ma pensavo ai soldi di Bernardino, nel cassetto della scrivania, divisi in tanti pacchetti.
A pochi passi dalla villa ci fermammo ad ascoltare. Da una grondaia, probabilmente otturata, l'acqua cadeva a terra con un fracasso disordinato; gli alberi, tutt'attorno, sembravano bestie smaniose e sbuffanti. Posammo la scala e ci accostammo per gli ultimi accordi. Cosimo sarebbe andato su per primo per alzare il chiavistello delle imposte e il catenaccio della finestra a vetri; poi, una volta entrato lui, sarei salito anch'io a fargli luce con la lampada a pila mentre forzava la serratura della scrivania. Mi sentivo i panni fradici sulle spalle, chissà cosa avrebbe detto mia moglie l'indomani mattina scoprendo che i miei abiti erano inzuppati; immaginavo già i suoi commenti: «Hai giocato a carte tutta la notte in mezzo alla strada?» Adesso l'importante era andare avanti e salire nello studio di Bernardino.
Facemmo tutto come avevamo progettato, con calma, cercando di non fare rumore. Le imposte si aprirono in pochi secondi e cigolarono lievemente; la finestra resistette più a lungo ai ferri, infine si aprì anch'essa. Cosimo fece schioccare due dita per segnalarmi che entrava, e infatti sentii la scala alleggerirsi del suo peso. Allora andai su anch'io. Come fui dentro riaccostai con cautela gli scuri e accesi la lampadina tascabile. La scrivania era in un angolo dello studio, volta verso il centro, con la sedia contro il muro. Cosimo sedette e incominciò a lavorare con un grimaldello, la cui punta terminava a becco. Muoveva la mano con una delicatezza che mi pareva impossibile in lui, grande e massiccio; sembrava che stesse operando su qualcosa di vivo e che dai suoi gesti dipendesse la vita o la morte. Io mi figuravo che il cassetto si aprisse e nel cassetto ci fossero i pacchetti dei soldi allineati. Pensavo ai soldi, ma pensavo anche a Bernardino, mi voltavo ogni tanto a fissare il buio dalla parte della porta. Se fosse entrato all'improvviso non avremmo fatto in tempo a guadagnare la scala tutti e due, uno sarebbe rimasto bloccato. Allora tenevo d'occhio oltre alla porta anche la finestra; il cassetto, la porta e la finestra e ancora il cassetto, la porta e la finestra.
«Ma fai luce a modo» sibilò Cosimo correggendomi la posizione della mano per centrare la luce sul buco della serratura. Lavorò ancora per qualche minuto poi, finalmente, si udì uno scatto e il cassetto si aprì. Vedemmo delle carte bianche e gialle, che sembravano fatture, ma subito le scostammo, le buttammo a terra per fare largo e vederci chiaro. E infatti sotto le carte c'erano i soldi, proprio come Cosimo li aveva descritti: pacchetti da centomila, da cinquantamila, da diecimila, da mille. Li vidi solo per un momento tanto fu svelto Cosimo a piantarci le mani sopra e a infilarseli in tasca. Feci appena in tempo ad agguantare un paio di pacchetti da cinquantamila.
«Poi si faranno i conti» disse Cosimo, e intanto continuava a rimuovere carte per vedere se sotto si nascondessero altri pacchetti. «Non c'è più niente» disse, «vieni che andiamo».
«Ancora un momento» dissi e allungavo la mano in fondo al cassetto. Non mi sapevo rassegnare a scendere senza avere in tasca anch'io almeno un paio di pacchetti da centomila come aveva Cosimo. Non che avessi paura di irregolarità nella divisione, ma mi sembrava di essere da meno a non riuscire ad agguantare quanto aveva beccato lui.
Un pacchetto lo sentii, in fondo, a destra, legato con un elastico, come quello dei soldi.
«Non fare il fesso» disse ancora Cosimo, mentre già stava presso la finestra, «vieni, io scappo».
«Vai, vai» dissi, «ti seguo subito». Scavalcò il davanzale e io, adagio, quasi volessi assaporare la scoperta di altri denari, tirai fuori il pacchetto. Non potei fare a meno di dare in una imprecazione: non erano soldi, erano fogli di lettere, piegati in quattro e tenuti insieme dall'elastico. La calligrafia era grande, pesante, mi sembrava di averla già vista. Alzai il braccio e ricacciai giù, nel cassetto, con rabbia, il plico. Ma intanto lessi: "...perché lui va ad Abano, ai fanghi". Era una riga della prima lettera del pacchetto. Anch'io ero stato ad Abano, ai fanghi, nel mese di ottobre. "Chi sarà che è andato ai fanghi come me?" pensai e sfilai il foglio da sotto l'elastico per leggere più oltre: "e così potremo vederci comodamente a casa mia, senza tante paure" continuava lo scritto. "Dovrai solo stare attento che non ti vedano quelli della Ca' Bianca". Ma la Ca' Bianca era attigua a casa mia. "Per Dio" pensai, "cosa dice questa lettera?"; e mi figurai Bernardino che avanzava furtivamente verso casa mia, attento che non lo vedessero quelli della Ca' Bianca.
Mi tremavano le mani. La lampadina mi cadde dentro al cassetto, abbagliò di luce il plico, ingigantì le parole della lettera che stava in cima: "...a venerdì notte. Ti bacio tanto, tua Ilde". Sentii una vampata di calore salirmi al viso e le gambe vacillarmi. Sedetti sulla sedia. Ilde era mia moglie. Si chiamava Clotilde, e nessuno l'aveva mai chiamata Ilde, eppure ero sicuro che era lei, perché lo capivo dalla calligrafia e poi dalle altre cose, i fanghi di Abano e la Ca' Bianca. Sentii venire dai campi un fischio sottile, lungo, delicato. Era Cosimo che mi aspettava. Certo era arrabbiato perché tardavo e rischiavo di farmi sorprendere. Ma non mi importava niente di correre pericolo. Non avevo più paura di Bernardino. Guardavo la porta e mi pareva che se fosse entrato in quel momento l'avrei affrontato a voce alta, mostrandogli il pacchetto delle lettere. Con le mani sempre più tremanti tirai via l'elastico, aprii i fogli, incominciai a scorrerli fugacemente e con orgasmo.
Era proprio la Clotilde quella che scriveva, non ci potevano essere dubbi, era un anno che aveva una relazione con Bernardino. Gli scriveva le lettere quando non si potevano mettere d'accordo a voce, o anche solo per dirgli che gli voleva tanto bene e che senza di lui non sapeva come fare. Non c'erano le buste, quindi non sapevo dove gliele indirizzava, certo non a casa dove avrebbe potuto vederle sua moglie. Comunque, in una maniera o nell'altra gliele faceva avere e gli diceva tutte quelle smancerie che a me erano anni che non diceva più. Mi sentivo le gambe vuote, sempre più vuote. Pensavo a tutto quel tempo che avevo trascorso a fianco di Clotilde mentre lei amava il proprietario della discoteca. Pensavo alla sua perversità e alla mia ingenuità, alla mia pace perduta. Avrei voluto non essere mai venuto a rubare, non avere trovato il plico delle lettere, non avere distrutto con le mie mani la mia fiducia. Non avevo derubato lui, avevo derubato me. Ma ormai era fatta, non c'erano più rimedi. Dovevo per forza portare in me quel tormento.
Mi infilai in tasca il plico delle lettere, spensi la lampadina, mi avviai alla finestra, scavalcai il davanzale e incominciai a scendere. Mi incamminai lentamente per i campi, sotto la pioggia sferzante, senza paura. Non mi importava niente se Cosimo, ormai lontano, aveva in tasca i pacchetti da centomila e ne faceva sparire una parte per derubarmi nella spartizione. Sentivo nella tasca il grosso pacco delle lettere e pensavo a quelle. Era un furto doloroso, ma prima o poi, in un modo o nell'altro, dovevo pur conoscere la realtà, era mia, mi perveniva, dovevo accettarla anche se mi costava tutto quello che avevo dentro al petto: un'angoscia che mi pareva si identificasse con la notte che mi stava intorno e le rabbiose folate del vento, gli schianti della pioggia, l'arruffato lamento degli alberi.

lunedì 26 ottobre 2015

Il consiglio

Proprio in quel momento la donna tirò su la borsa. Luigi Berletti non fu sufficientemente lesto ad estrarre la mano che stava annaspando alla ricerca del borsellino. La donna si voltò, vide il suo braccio: «oddio, oddio!» Berletti fece uno scatto, si mise a correre fra le bancarelle. «Al ladro, al ladro» gridò la donna. Altre voci si unirono alla sua: «Fèrmalo, fèrmalo». Un pizzicagnolo gli si parò davanti per bloccarlo ma Berletti fu svelto a scansarlo, urtò una bancarella di pesce e la mandò all'aria. L'impatto lo sbilanciò ed egli andò avanti sbilenco senza avere più capacità di controllo: sbatté contro un banco di frutta che aveva in bella mostra due piramidi di pere e di mele che volarono e si disseminarono, poi, dopo qualche altro metro, finì la sua corsa come se si tuffasse; ma anziché una piscina c'era una bassa bancarella di mutande e reggiseni che sotto l'urto e il peso si sfasciò travolgendo a sua volta l'ambulante, una donna grassissima seduta lì a lato su uno sgabello.
Tutto questo in pochi secondi. Un finimondo per quel mercato rionale che viveva la sua mattinata tranquilla: tutt'intorno c'era un gran vociare, ma proprio nel mezzo di quella devastazione la gente era rimasta sconcertata, qualcuno stava ancora con le mani nei capelli, incapace di reagire. Attimi, ma attimi preziosi per Berletti che fu svelto a rialzarsi e a ripartire, nella corsia tra le bancarelle. «Dài, dài, che scappa», «prèndilo, prèndilo», «bloccalo», «correte, correte», incitazioni e invocazioni si incrociavano, alcuni giovani stavano effettivamente mettendosi a rincorrerlo, ma lui aveva già guadagnato un bel po' di metri. Correva a perdifiato e intanto si meravigliava di avere slancio nonostante i suoi quarant'anni e la pancia debordante; non doveva a nessun costo rallentare perché la canea che aveva dietro aumentava. Un momento davvero difficile per lui, non si era mai trovato in una situazione simile. Come mai si era lasciato pescare così, come un pivellino alle prime armi? Evidentemente stava invecchiando. Nella sua carriera di borsaiolo aveva rubato almeno mille portafogli: erano dieci anni che rubava sulle piazze e nessuno se ne era mai accorto, non la conosceva anima viva la sua attività, nemmeno la moglie.
Adesso era proprio ai ferri corti, inseguito da quella turba di forsennati che, se l'avessero raggiunto, forse l'avrebbero linciato. Svoltò per una strada stretta e poco frequentata; se fosse riuscito a guadagnare una ventina di metri sarebbe potuto arrivare sulla piazza e lì entrare in chiesa senza che se ne accorgessero. La chiesa a quell'ora era sempre deserta; si sarebbe potuto nascondere da qualche parte. E nella piazza confluivano quattro strade, gli inseguitori si sarebbero dispersi in una vana ricerca. Allungò il passo più che poté, urtò una vecchia che riuscì a malapena a reggersi aggrappandosi al muro. Svoltò rapidissimo, a sinistra, pochi metri più avanti c'era una porticina che dava in chiesa. Entrò.
Ai banchi stavano inginocchiate due suore e altre tre donne. Tutto era in penombra. Berletti si fermò un attimo dietro una colonna; a tre passi da lui, in una zona ancora più buia, c'era un confessionale. Si spostò piano, per non attirare l'attenzione su di sé, aprì con delicatezza il basso usciolo, entrò, lo richiuse, tirò la tenda, si sedette. Finalmente era nascosto. Possibile che gli inseguitori venissero anche dentro in chiesa e, se venivano, che guardassero dentro i confessionali? In questo momento, se ancora persistevano nella sua caccia, erano sguinzagliati per le strade che si diramavano dalla piazza. Ansimava. In petto aveva un battito scomposto, il cuore in gola.
Berletti aprì lo sportellino che copriva la finestrella di sinistra. La grata era bucherellata, al centro una serie di fori più fitti disegnavano la croce. Accostò l'occhio: ora che lo sguardo cominciava ad abituarsi al buio, vedeva abbastanza chiaramente l'interno della chiesa, i banchi, le donne, le suore, e la porta principale, sul fondo. Tenne l'occhio fisso a quella parte, vide uscire le suore, entrare un vecchio che si reggeva con due bastoni, poi una donna bassa e grassa. Luigi Berletti appiccicò ancor di più l'occhio alla grata. Perbacco, era sua moglie, quella. Si sentì di nuovo agitato: ma come mai, si chiedeva, sua moglie era in chiesa, non ci andava quasi mai. E adesso, per giunta, veniva verso il confessionale. Cosa doveva fare, lui? Pensò di fingere che non ci fosse nessuno: lentamente chiuse lo sportellino della grata, ma cigolò. Ormai Berletti non poteva più nascondere la propria presenza. Riaprì lo sportello e si coprì il viso con una mano. Un attimo dopo sentì il respiro della moglie a fianco della grata. Disse lei: «Sia lodato Gesù Cristo». Berletti si raschiò la gola; cosa doveva dire? Gli affiorò un ricordo dell'infanzia, di quando andava alla dottrina, disse, meravigliandosene: «Sempre sia lodato». "Riconosce la voce" pensò, e subito si strinse il naso con due dita per essere pronto a contraffarla.
«Reverendo» incominciò a dire la donna, «io vengo da lei perché sono turbata da un rimorso: voglio confessarmi, e chiederle anche un consiglio». "Ma cosa ha fatto?" si chiedeva Berletti con l'orecchio appoggiato alla grata. «Posso dire?» chiese la donna. «Sì, sì» rispose l'uomo tenendosi stretto il naso; e intanto cercava di immaginare la colpa di sua moglie. Cosa aveva fatto, l'aveva tradito, si era indebitata a sua insaputa, aveva tramato qualcosa contro di lui? «Io» disse la donna, «ho un figlio di dieci anni, uno solo». «Sì, sì» ripeté il marito, impaziente, ma subito si rese conto del rischio che correva: doveva andar cauto, parlare il meno possibile per non farsi scoprire. «Bene» riprese a dire la donna: «da quando mio figlio è nato, io ho sempre derubato mio marito: cinquecento, mille lire al giorno; talvolta, quando il suo portafogli era ben fornito, gliene rubavo anche cinquemila; in altri giorni, niente. Prima le lire poi gli euro». "Disgraziata" pensò lui, "mi rubi i soldi: ecco perché certe volte mi trovo inaspettatamente con il portafogli quasi vuoto". «Ma il motivo di questi furti?» chiese Berletti con voce fortemente nasale. «Per fare studiare nostro figlio, quando sarà grande. Mio marito fa il facchino e di soldi non ne ha tanti, se non faccio così non riusciremo mai a farlo studiare. Adesso ho già messo da parte quasi ventimila euro». "Dio mio, ventimila" pensò Berletti, "che somma!". Avrebbe potuto far baldoria per mesi con gli amici senza pensare a niente, né al lavoro, né ai borseggi. Una cifra così non s'era mai sognato d'averla.
«Il mio problema è questo» continuò la donna: «devo confessarlo a mio marito o no?» «Ma certo, ma certo» disse lui d'impeto. La donna replicò: «Reverendo, io ho rubato a fin di bene, per nostro figlio; non appena io confesso questa cosa a mio marito lui si prende i soldi e va al bar a bere e a giocare, prevedo già come finisce». «Ah, sì?» fece lui distrattamente. Rivide Giancarlo, suo figlio. Certo sarebbe stato bello poterlo fare studiare, che non dovesse anche lui entrare a far parte della cooperativa facchini, portare valigie e sacchi e casse tutti i giorni. «Reverendo» tornò a dire la donna, «io sono venuta qui decisa a seguire il suo consiglio, perché sono piena di rimorso: se lei mi dice di riferirgli tutto, lo faccio; però vorrei che ci pensasse bene prima di consigliarmi». "Ma dove saranno nascosti quei soldi" si chiedeva Berletti, "che li tenga in banca? Io non mi sono mai accorto di niente, se li avessi trovati avrebbero sicuramente fatto una brutta fine. Certo, però, sarebbe bello che Giancarlo potesse studiare, diventare un dottore, per esempio, o un avvocato, l'avvocato Giancarlo Berletti. Se qui, al posto mio, ci fosse un prete vero", pensò ancora l'uomo, "che cosa risponderebbe? Forse le direbbe di star zitta, di fare studiare il figlio".
«Reverendo» chiese la donna con voce preoccupata, «sta male?» «No, no, sto pensando» rispose lui. «Scusi ma non la sentivo più, m'ero preoccupata». «Senta» disse Luigi Berletti, «allora non glielo dica a suo marito». Aveva le idee confuse: le sue labbra dicevano quelle parole, ma intanto la mente pensava ai soldi, ventimila euro. Dio che abbondanza. Si macerava già nella curiosità di sapere dove fossero nascosti, nel desiderio di chiederglieli, di farseli dare a costo di usare la forza. Però sarebbe proprio bello che suo figlio potesse diventare un pezzo grosso, il dott. Giancarlo Berletti o l'avv. Giancarlo Berletti. «Senta» tornò a dire, «no, non glieli dia a suo marito i soldi, neanche se lui si insospettisce e glieli chiede. Non glieli dia, neanche se la picchia per averli. Adesso vada via, subito, subito». «E l'assoluzione?» chiese lei allarmata. «Sì, sì, gliel'ho già data, vada via e badi ai suoi soldi, non se li lasci prendere».

La donna si fece il segno della croce e si allontanò. Berletti, con l'occhio alla grata, la seguì fino alla porta, la vide uscire. Adesso poteva venir fuori dal confessionale, i suoi inseguitori s'erano di certo dispersi, la via era libera. Sarebbe andato a casa. Pensava già alle parole che avrebbe detto alla moglie: "Ho l'impressione che tu, di tanto in tanto, mi porti via dei soldi di tasca, chissà quanti me ne hai già rubati. Dove li hai messi?". Non sapeva ancora bene se sperare che sua moglie resistesse o che cedesse. Chissà come sarebbe andata a finire.

martedì 28 luglio 2015

La poltrona

L'annuncio, nella rubrica "varie", parlava di alcuni mobili antichi che venivano venduti «causa trasferimento». Avevo bisogno di una poltrona, possibilmente del Settecento, da abbinare a una scrivania con ribalta di quell'epoca. Andai a vedere se trovavo qualcosa che mi potesse interessare.
La casa era vecchia, forse della metà dell'Ottocento, a due piani, con i muri sbrecciati, le ringhiere dei balconcini arrugginite. Il suo aspetto era miserevole ed appariva ancora più squallido per il contrastante accostamento con i due alti, nuovissimi edifici che le sorgevano ai lati. Un grande cartello affisso all'altezza del primo piano avvertiva che in quel luogo sarebbe sorto un palazzo con appartamenti lussuosi. La famiglia che aveva pubblicato l'inserzione abitava al secondo piano. Venne ad aprire una donna anziana, con la testa bianca, lo sguardo che passava al di sopra degli occhiali calati sul naso. «Venga, venga» disse, «abbiamo diverse cose da vendere. Ci tocca andar via di qui, la casa verrà abbattuta e noi ci trasferiamo in un alloggetto di appena due camere e cucina, mentre qui ne abbiamo quattro: dobbiamo disfarci di tante cose».
Eravamo nella cucina, mi guardai attorno, ma non c'era nulla che potesse considerarsi antico. Un uscio si aprì ed entrò una ragazza dall'aspetto fine, magra, pallida. «Ora le faccio vedere» disse la giovane intuendo il motivo della mia presenza e mi invitò a seguirla in una stanza accanto. «Ecco, vendiamo tutti questi mobili». Era una camera da pranzo stile Cinquecento, di legno tinto di nero, pesante non soltanto di quintali, ma soprattutto di ornamentazioni in rilievo; di quelle camere che facevano la gioia delle coppie di sposi nei primi anni del Novecento. Scossi la testa deluso. «Mi spiace» dissi, «ma non ho bisogno di questi mobili, sono solo imitazione dell'antico, e non saprei dove metterli». «Proviamo a guardare nelle altre stanze» disse la ragazza, «può darsi che trovi qualcosa che le possa interessare». In una camera c'era un letto matrimoniale di lamiera di ferro con decorazioni di vetrini colorati. Ancora scossi la testa e subito la ragazza e la madre mi sospinsero avanti nella terza stanza. Qui il mobilio era costituito da un salotto Luigi Filippo.
Non appena entrai, un giovane che era seduto in un angolo si alzò in piedi e mi fece una specie di inchino con un largo sorriso. Mi parve che il suo modo fosse strano, ma la mia attenzione fu subito distratta. Il giovane si era alzato proprio da una poltrona Settecento come io andavo cercando: di noce, con gambe e braccioli curvi e scannellati, la spalliera traforata, il sedile di paglia di granoturco intrecciata. La indicai con un dito e andai da quella parte con decisione. Il giovane si scansò, improvvisamente serio, quasi impaurito. «Questa» dissi, «posso comperarla». «Bene» risposero quasi in coro la madre e la figlia. «No, no» incominciò il giovane con occhi spalancati, l'espressione sconvolta. «Non si può, questa è la mia poltrona». «Tu non metterci il naso» replicò la madre, con un tono bonario, quasi scherzoso. Poi si voltò verso di me e si batté due volte la punta dell'indice sul lato della fronte. «Non ci faccia caso, è come un bambino, a volte gli piace fare i capricci».
«Allora» chiesi, «quanto volete?» «Ottocentomila» disse la ragazza, più col tono della domanda che dell'affermazione; era evidente che non aveva un'idea precisa del valore. Rimasi qualche momento in silenzio, cercavo di valutare la richiesta. Certo un antiquario non gliel'avrebbe pagata tanto, però nel suo negozio per la stessa poltrona avrebbe preteso almeno il doppio. Pensai che onestamente non era il caso di abbassare la cifra: chi vendeva era gente povera e la poltrona era quella che faceva al caso mio. «Come volete» dissi, e tolsi di tasca il portafogli per fare l'assegno. «No, no» riprese il giovane, «non si può, non si può». Venne verso di me protendendo una mano e cercò di farmi richiudere il portafogli. «Questa poltrona» disse, «vale dieci milioni, forse venti, chissà...» «Lei scherza» risposi: «provi ad offrirla a un antiquario e vedrà che...»
La madre mi interruppe per far tacere il figlio: «Adesso, Mario, stai buono, vai di là e lasciaci fare gli affari»; intanto lo prese per un braccio e lo tirò verso di sé. Io ne approfittai per incominciare a scrivere l'assegno: capivo che bisognava fare in fretta per evitare le complicazioni suscitate dal giovane. Presi in mano la poltrona, la sollevai per andarmene. «La lasci qui, per carità!» gridò Mario, facendo pressione sui braccioli fino a costringermi a posarla. Sua sorella lo richiamò con voce brusca. «Basta» disse, «dobbiamo pur venderla, nell'altra casa non sappiamo dove metterla». «Allora» disse il giovane con voce implorante afferrando la poltrona, «lasciate almeno che la porti giù io». «Sì» risposi, «cerchiamo soltanto di fare presto, perché ho fretta».
Incominciai ad indietreggiare per la stanza verso l'uscita tirandomi dietro la poltrona che Mario teneva appena sollevata da terra e cercava di trattenere verso di sé. Salutai le due donne, arrivai sul pianerottolo. Il giovane posò la poltrona, si appoggiò col petto sulla spalliera. «Me la lasci» disse. «Se me la lascia le dò due milioni». «No» risposi, «ne ho bisogno». «Gliene dò cinque di milioni». «No» ripetei, «non è una questione di denaro, l'ho comperata perché mi serve, non per rivenderla». Afferrai di nuovo la poltrona, la sollevai con forza nonostante la resistenza del giovane, e incominciai a scendere.
A fare la prima rampa di scale impiegammo almeno cinque minuti, io che tiravo verso il basso e lui verso l'alto. «L'ho sempre vista in casa mia» lamentava Mario «e adesso non la vedrò più. Lei chissà come la tratterà». «Bene, la tratterò benissimo, la farò lucidare, mi ci metterò a sedere con ogni cura, stia tranquillo. E poi non è un animale, la poltrona non se ne accorgerà nemmeno di avere cambiato casa». A metà della seconda rampa ci dovemmo fermare per lasciar passare un'inquilina. «Signora Clotilde» disse il giovane con le lacrime agli occhi, «mi portano via la poltrona». «Oh, povero Mario>> rispose lei con un tono tra la commiserazione e il divertimento e tirò diritto senza chiedere nulla. Era evidente che l'inquilina lo conosceva bene, sapeva che non bisognava dargli retta. Ma io non potevo continuare in quel modo, avrei perduto altri dieci minuti per scendere le altre due rampe di scale, pensai che dovevo proprio rinunciare all'affare.
Lasciai la presa della poltrona, risalii. La porta dell'alloggio era ancora accostata. Entrai, mi vennero incontro entrambe le donne. «Mario non se ne vuole assolutamente separare» dissi, «rinuncio all'acquisto, restituitemi l'assegno». «Ma lei scherzerà» rispose la ragazza con voce agitata e gli occhi spiritati. «Ormai l'affare è fatto, non si torna più indietro». «Per me» dissi, «va bene. Ma è per lui, poverino». La ragazza tirò su una spalla. «Non importa, lo lasci dire».
Ridiscesi, trovai il giovane fermo nello stesso punto in cui l'avevo lasciato, gli occhi fissi nel vuoto. Afferrai la poltrona, tirai con forza. «Ora non faccia storie» dissi con durezza, «devo andare». Scendemmo con una certa sveltezza, io sempre tirando verso il basso, lui verso l'alto. «No, no» continuava a lamentarsi lui e chiedeva: «Perché? Perché?» Arrivammo fuori. La mia auto era parcheggiata sotto un albero a pochi passi di distanza. Sul corso le automobili sfrecciavano veloci, l'aria era densa di suoni, rombi di motori e voci di operai in un vicino cantiere. Posai la poltrona a terra, di fianco all'auto, andai dietro ad aprire il bagagliaio, ne tolsi gli elastici per legarla al portapacchi montato sul tetto. Mario ne approfittò per sedersi. Lo tirai su quasi di peso, alzai la poltrona, la issai sul portapacchi, agganciai gli elastici per fissarla.
Ormai era fatta, potevo partire. Il giovane stava al mio fianco con lo sguardo basso, le braccia in abbandono, vinto, desolato. «Perché se la prende così?» chiesi, mettendogli una mano su una spalla. «In fin dei conti è un mobile, un oggetto senza nessuna importanza e poi viene a stare bene a casa mia». «Ma io l'ho sempre vista» disse a voce bassa, tremante; faticavo a capire le parole, per i rumori della strada. «Adesso lei la porta via e io non la vedrò più, la mia poltrona». Emise un lungo sospiro, le sue spalle si alzavano e si abbassavano con ampiezza di movimento. Il giovane chinò ancora la testa e si mise a piangere. Le lacrime incominciavano a scendergli lungo le guance, ne vidi due cadere a terra, nella polvere.
Mi staccai di un passo da lui, verso lo sportello, per salire. Ma allontanandomi mi parve di sentire, di capire ancora di più il suo dramma angoscioso. E mi prese, nel mezzo del petto, un senso di colpa. Per lui quella poltrona era parte del suo mondo, parte della sua giovinezza. Portandogliela via gli portavo via tutte queste cose. Immaginai di essere già sull'auto che se ne andava e di voltarmi indietro a guardarlo, lui piccolo, a testa china, con le braccia penzoloni, il cuore in tumulto, solo nella strada piena del frastuono del traffico dove nessuno nemmeno s'accorgeva della sua presenza. Bisognava che partissi e non mi voltassi indietro.


martedì 14 luglio 2015

Al tortellino d'oro

Avevamo rilevato il bar quattro anni prima, già vecchio. Certe piastrelle del pavimento si muovevano sotto i piedi, il banco aveva il marmo crepato, la macchina del caffè espresso si guastava una volta la settimana. C'era proprio tutto da rifare. Per di più in quel periodo - era uno dei primi anni sessanta - Milano sembrava preda della frenesia del rinnovamento: si tinteggiavano le facciate delle case, si sostituivano gli arredi dei negozi. "Svendo tutto per rinnovo locali", si leggeva di qua e di là. Nella nostra strada tre case erano coperte dalle impalcature dei muratori e una era proprio la nostra, perché i condomini avevano deciso addirittura di rivestire la facciata con lastre di marmo fino all'altezza del primo piano; noi, Marilena e io, avevamo votato negativamente, ma la maggioranza aveva deciso di sì. E allora, visto che la casa si faceva bella, dovevamo cogliere l'occasione, buttare all'aria pavimento e bancone, rifare il bar. Ci volevano soldi, almeno tre milioni, che non avevamo, ma potevamo trovarli. E li trovammo, infatti, scrivendo al padrino di mia moglie, nella Bassa modenese, la terra nostra.
Fissati i preliminari per lettera, si doveva concludere l'accordo in un incontro che il nostro benefattore fissò di lunedì mattina, di buon'ora. Così partimmo la domenica pomeriggio, con la Seicento, presto perché avevamo pensato a un certo programma. Che era questo: andare a dormire in una locanda e, visto che eravamo in regime di economia, risparmiare i soldi della cena, ma al tempo stesso mangiare, e bene, in compagnia. Avevamo molti parenti e amici con buona tavola e il nostro passato al paese era denso di lieti incontri gastronomici: ogni occasione veniva presa a pretesto per una mangiata, non di rado gli inviti si accavallavano, qualcuno doveva essere rifiutato.
Ora, dunque, bastava saper creare le condizioni favorevoli e poi cogliere al volo un invito o anche soltanto una buona predisposizione dei nostri amici per farla volgere in una autentica proposta di stare a cena con loro. Dopo avere fissata la camera per la notte ci mettemmo in auto, fermi in una piazzetta, a passare in rassegna parentele e amicizie per decidere la prima mossa. Pensai a mio zio Amilcare: agricoltore, padre di otto figli, proprietario di una grande tenuta coltivata a cereali e a vigneti. La sua casa era sempre molto ospitale, piena di gente perché quattro dei figli erano sposati e tutti vivevano sotto lo stesso tetto, e spesso c'erano ospiti, parenti, braccianti, operai venuti per riparare qualcuna delle tante macchine agricole. La tavola era lunghissima, le donne sempre affaccendate a portar tegami, a friggere gnocco o a girare polenta. M'era rimasta impressa una cena, d'estate, al lume di lampade ad acetilene. Io ragazzino a fianco di mia madre, seduti a metà di quella lunghissima tavola stesa all'aperto, nell'aia che era fiancheggiata dall'argine del Panaro: la sponda altissima di terra che ci sovrastava e faceva apparire noi piccoli, ma eravamo tanti e molto chiassosi; sulla tavola una distesa di bottiglie, di piatti, di tegami; le donne che continuavano a portare gnocco e a versarlo caldo e fragrante nelle teglie già svuotate; di tanto in tanto uno schiocco di tappo di lambrusco; e, nel buio, tutt'intorno, le fosforescenze vaganti delle lucciole.
Adesso non era estate, ma autunno avanzato, certo non avremmo trovato la tavolata sull'aia, ma quella casa poteva ugualmente fare bene sperare. Decidemmo di puntare su zio Amilcare che, tra l'altro, non avevo più visto da quando ci eravamo trasferiti a Milano. Venti minuti di macchina ed eccoci nella grande aia, a fianco dell'argine che nel mio ricordo era molto alto e invece mi parve stranamente basso. Mentre scendevamo dalla Seicento uscì una delle mie cugine, ci venne incontro, ci tese la mano, ma senza sorriso. Apprendemmo subito perché: zio Amilcare era in clinica, già da un mese, colpito da un ictus, con la parte destra del corpo paralizzata. Ma stava recuperando, piano piano, c'era da sperare che potesse riacquistare quello che aveva perduto. Neanche la zia c'era, stava in clinica anche lei, a fargli compagnia. Dalla stalla venne un muggito, basso, pigro, come un lamento. Mi sentii pervadere dalla tristezza. Pronunciammo parole di rammarico, di speranza, di incoraggiamento e risalimmo in macchina.
E allora? «Allora» disse Marilena «andiamo da mia zia Marcellina, è sempre stata molto ospitale». Sì, ricordavo, a casa sua avevamo mangiato tante volte. Marcellina si vantava d'aver fatto la capocuoca in un albergo sulle Dolomiti, durante una stagione estiva, prima di sposarsi. Ma il marito le aveva poi imposto di abbandonare il lavoro, la voleva tutta per sé e per la casa. Lei, tuttavia, non perdeva occasione per ricordare quella sua abilità e il lavoro di prestigio svolto. Marcellina abitava in una casa rossa, all'ultimo piano, il quinto, senza ascensore. «Speriamo che non siano fuori» disse Marilena, «o per lo meno che sia a casa lei, se c'è ci invita di sicuro». Ci venne ad aprire lo zio. Rimase un attimo in silenzio per la sorpresa, pronunciò una esclamazione e ci tese la mano. «Venite, venite» disse poi, tirandoci dentro e spingendoci verso la sala che era quasi buia, con il televisore acceso. «Qui» disse indicando una grossa poltrona che era di spalle, «abbiamo una brutta novità». Dalla spalliera si sporse un viso di donna. Era Marcellina. Stava quasi sdraiata, con le gambe distese su due file di cuscini posati su un panchettino, la gamba destra era grossa e bianca, ingessata. «Marilena, Marilena» incominciò a dire la zia con voce lamentosa, «guarda cosa m'è successo: sono ruzzolata giù per le scale e mi sono rotta una gamba. Tutte a me capitano». E dopo una pausa: «Avete fatto proprio bene a venire, mi dispiace solo che non posso invitarvi a stare con noi. Ditemi, raccontatemi di voi».
Bisognava sbrigarci, erano già passate le sette, non c'era tempo da perdere, dovevamo tentare un'altra tavola. Pensammo ai Santarelli. Lui, Amleto, prima del nostro trasferimento a Milano, era stato mio socio in un commercio di bottiglie e di sugheri, poi le cose erano andate male e ognuno aveva cercato un'attività diversa. Eravamo rimasti in buona amicizia; l'ultima volta che ci eravamo incontrati Amleto aveva detto che alla nostra nuova venuta avremmo dovuto essere loro ospiti, altrimenti se ne sarebbero offesi.
Rapidamente ci andammo. Sotto l'androne udimmo la voce di lui per le scale e un momento dopo ce li trovammo davanti, marito e moglie, ben vestiti, lei con un mazzo di fiori in mano: «Che sorpresa! Ma come mai, così senza avvertire?» disse lui, e aggiunse: «Non possiamo nemmeno stare insieme, siamo invitati a cena, stiamo andando. Guai a voi se la prossima volta non ci informate per tempo».
«Si sta facendo tardi» disse Marilena con tono innervosito mentre risalivamo in macchina. «Possibile che non riusciamo a farci invitare da qualcuno?» Poi fece un gesto risolutivo con la mano: «Andiamo da Maria». «Quale Maria?» «Maria Buffagni, la mia collega di quand'ero all'anagrafe, ci volevamo un bene come sorelle, di tanto in tanto mi manda una cartolina». Andammo, venne ad aprire la madre, disse che la figlia era ancora fuori, ma non avrebbe tardato. Ci invitò in salotto, ci trattenne con qualche chiacchiera. Il tempo passava, ormai erano le otto, io e Marilena ci davamo occhiate di grande impazienza. Maria arrivò poco dopo, si poteva sperare bene. Abbracci, molte feste. «Rimarrete a cena con noi» disse con entusiasmo, ma sua madre intervenne rapida: «Saremmo liete di ospitarvi, ma sono colta alla sprovvista, avreste da lamentarvi della nostra tavola...» La figlia guardò la madre e poi noi con imbarazzo. Io non riuscii a controllarmi, mi alzai quasi di scatto. «Siamo passati solo per un saluto, adesso togliamo il disturbo».
Due minuti dopo eravamo già protesi verso l'ultimo tentativo: andavamo a trovare i Baldoni, gli ex padroni di casa. Brava gente, venivano sempre in casa nostra a vedere la televisione, quando loro ancora non avevano l'apparecchio. Li trovammo a tavola, loro due e tre dei quattro figli. Ci fecero sedere nella stessa sala da pranzo. «Immagino che a quest'ora avrete già cenato» disse la signora Baldoni. «Potevate venire prima, a cenare con noi: ci avreste fatto molto piacere». Né io né Marilena sapemmo dire una parola, non confermammo né smentimmo, eravamo sconfortati. Baldoni disse: «Bevete almeno un bicchiere di lambrusco» e subito versò il vino. Non fummo nemmeno capaci di rifiutare. Ma dopo poco mi sovvenne di dire: «Dobbiamo scappare, abbiamo un appuntamento alle nove».
Saluti rapidi. Uscimmo. Ma per far che, a quest'ora? Non c'era certo più da pensare ad un possibile invito. Eravamo vicini a una viuzza al fondo della quale c'era la trattoria "Al tortellino d'oro". Il nome veniva da un premio che quell'esercizio aveva avuto prima della guerra, quando godeva di una meritata fama; da anni la sua reputazione s'era rovesciata, i clienti dovevano essere ben poco esigenti. Ci guardammo, scuotemmo la testa. «Eh, sì» disse Marilena, «non ci resta proprio che il Tortellino d'oro».
Ci avviammo e dopo pochi passi ci imbattemmo in un vecchio alto, magro, un po' curvo. «Roberto» gridai. Si fermò, cercò di scrutarmi alla scarsa luce. Lo aiutai: «Sono Leandro, il figlio di Luigi, Giget, se lo ricorda? Lavoravate insieme in Belgio, in miniera». Mi riconobbe, si commosse. «Ah, sé, Giget, l’era propria ‘n amig». «Come va, Roberto?» Col capo fece cenno di no, e continuò a dondolarlo: era chiaro che le cose non andavano affatto bene. «A sun chè ca vag da ‘na coga che a la sira ogni tant l’am dà un piat ad mnestra».

Lo presi sottobraccio, ci avviammo verso la trattoria. «Stasera mangiamo insieme» dissi. Entrammo al Tortellino d'oro. C'erano solo due avventori. Ci sedemmo, all'oste ordinai: «Tre pastasciutte». Roberto mi fissava con occhi spalancati, gli tremava un poco il mento. 

domenica 19 aprile 2015

L'uomo dei cordoni

Lo ricordo alto, con indosso una giacca marrone dai bottoni tirati, un berretto a visiera di sbieco, il braccio sinistro di traverso sul petto, carico di cordoni. Cordoni da scarpe marroni, neri, di cotone, canapa, seta: un assortimento e un quantitativo degni d’un ambulante con bancarella. Passava la sua giornata sotto i portici della via Emilia, a Modena, sempre vicino alla Ghirlandina. Era il dopoguerra, tra il '46 e il '50. Lui sembrava un portiere pronto a parare un pallone: puntava il passante solitario che si avvicinava alla sua area, ne studiava l’esatta direzione correggendo la propria posizione con passetti laterali o saltelli e infine parava. Il passante era bloccato ed era costretto a sentire la sua litania che cominciava con l’affermazione dialettale «Boun i me curdoun» e poi, in italiano, l’invito all’acquisto, perché «ho la moglie malata e mi mancano dieci lire per comperare la scatola delle punture. Per carità, me li comperi i miei cordoni».

Passavano i mesi e gli anni, cresceva l’inflazione e a lui mancavano sempre le dieci, poi le venti, le trenta, le cinquanta lire. Quando me ne sono andato da Modena mi pare fosse quasi a duecento. Quella povera moglie non guariva mai. Eppure qualche scatola di iniezioni doveva essere riuscito a comperarla; io, che in quel tratto di strada passavo anche quattro volte al giorno, con i suoi cordoni avevo intrecciato una corda per il bucato lunga quanto era largo il cortile.

venerdì 5 aprile 2013

A chi l'eredità

 
A passettini e senza fretta la signora Giustina Merli vedova Canali fa tutti i giorni una passeggiata intorno all’isolato. Curva com’è, si aiuta appoggiandosi all’ombrello che porta sempre con sé. Anche col cielo sereno, in piena estate, inconsciamente sarà per non dover ricorrere al bastone. È sola da 28 anni e ne ha 92. Nonostante l’età è abbastanza lucida, qualche volta legge il giornale. Non ha preoccupazioni di carattere finanziario, anzi, dispone di un buon reddito: la pensione del marito che era funzionario statale e gli affitti di un grande palazzo centrale avuto in eredità dal padre. Spende un’inezia rispetto a quello che incassa.
Abita in un appartamento di sei camere, pure di sua proprietà, lo stesso in cui abitò col marito e il figlio, che era farmacista e che morì in un incidente ferroviario. Le finestre sono sempre socchiuse, sicché la casa, già poco luminosa per le pareti annerite, assume un aspetto tetro. Poltrone e sedie sono tutte ricoperte da fodere bianche, che nel buio risaltano e paiono trasformarsi in fantasmi a consesso. Sono anni ormai che la vedova Canali non si mette a sedere su una poltrona o una sedia, per non rovinarle. Si siede su uno sgabello in un angolo di un salotto, con la schiena appoggiata al muro. Una domestica al mattino va a farle da mangiare e a sbrigare le faccende più grosse in cucina e nella camera in cui dorme, tutti gli altri vani restano sempre chiusi.
La vedova Canali ha paura dei ladri, quindi evita di tenere il denaro in unico posto. In casa sua ci sono soldi fra i piatti, nelle scatole delle scarpe, sotto il lavandino, fra la biancheria. Lei li nasconde poi se ne dimentica, spesso capita che debba pagare qualcosa e non si ricordi dove li ha messi. È probabile che siano dimenticanze istintive nell’illusione di non dover pagare. La Canali ha due nipoti, figli di suo fratello col quale è in disaccordo da epoca lontana. Da una decina d’anni si è posta il problema dell’eredità. La prima decisione fu di passare sopra le divergenze fraterne e di lasciare eredi i due giovani. Ma due mesi dopo ci ripensò: ritornò dal notaio e gli consegnò un altro testamento, a favore della parrocchia. Fu il primo di una lunga serie di cambiamenti. Da allora di testamenti ne ha fatti più di quindici. I favori sono rimbalzati anche sull’ospedale, su due coniugi sventurati la cui storia era stata raccontata dal giornale, ancora sui nipoti e una domestica, quest’ultima diseredata per l’assenza di un giorno.
I coinquilini sono a conoscenza di questi suoi tormenti perché lei li racconta come volesse averne dei suggerimenti. E allora accade che qualcuno abbia per lei molta attenzione e sia pronto ad offrirle servigi, ma chiaramente lei non si lascia influenzare: ad esempio, per principio non ammette in casa nessuno all’infuori della donna di servizio. A volte, chiacchierando sulle scale coi vicini, parla con tristezza della propria solitudine e della morte che sta per venire. Di solito conclude: «Mi dispiace andar via, perché si sta bene nella mia casa, c’è tanto silenzio e poi ho ancora tutte le poltrone nuove».

sabato 1 dicembre 2012

Grettezza

 
Madre e figlia Verzuaro hanno vent’anni di differenza ma paiono sorelle, entrambe sulla settantina; presumibilmente la prima ha ottant’anni e la seconda sessanta. Non si capisce mai quale sia la madre e quale la figlia. Vivono da una quarantina d’anni in un grande alloggio al primo piano, di loro proprietà. Hanno altri beni: cinque appartamenti nello stesso elegante palazzo in zona centrale e un podere in un paese della stessa provincia. Fanno vita ritirata. Con le loro rendite potrebbero trascorrere lunghi periodi in riviera o viaggiare. Ma non si muovono mai di casa. Vanno di rado anche al podere, perché è scomodo prendere la corriera, e poi si dovrebbe mangiar fuori e il viaggio sarebbe anche costoso. Fanno venire il contadino affittuario e lo trattengono a lungo per farsi raccontare dettagliatamente che lavori fa, cosa coltiva: vogliono accertarsi bene che la loro proprietà non abbia a deperire.
Se alle Verzuaro capita qualche volta di parlare con un coinquilino lungo le scale, portano il discorso sul costo della vita, che è sempre in aumento. Recentemente hanno sentito dire che alla prossima assemblea condominiale c’è chi vuole proporre l’imbiancatura delle scale. Per carità: si andrebbe incontro a una spesa enorme e le scale non ne hanno affatto bisogno. Quando sentono suonare il campanello, una va ad aprire e l’altra sta ritirata in una stanza. Può essere un inquilino che porta l’affitto e può darsi che chieda il rimborso di una riparazione di un rubinetto o un contributo per qualche altra spesa, e in questo caso bisogna che quella che riceve l’ospite possa riservarsi di parlarne alla congiunta. È la prima mossa per non sborsare denaro. La prossima volta andrà ad aprire l’altra e dirà che è sola in casa e che la congiunta si è dimenticata di accennarle alla pendenza.
La giornata delle Verzuaro incomincia presto, non appena c’è un filo di luce. Fanno le pulizie, con cura, camera per camera, tappeto per tappeto, con tanti piccoli colpetti di mano, leggeri, per non rovinare il tessuti: i tappeti sono delicati. A mezzogiorno si preparano da mangiare, un po’ di minestrina con due dadi, un angolo di gorgonzola, due foglie d’insalata e un crostino di pane. Quando finiscono il gorgonzola danno un colpo di telefono al salumiere, che è all’angolo, e se lo fanno portar su dal garzone. Un colpo solo davvero: si sono accordate che, fatto il numero, lasciano che il telefono del negozio dia un solo squillo, e chiudono. Questo, hanno spiegato al salumiere, per non fargli perdere tempo a parlare; ma in realtà è per risparmiare una telefonata, dato che il loro contratto è a contatore.
Il pomeriggio, dopo aver finito di pulire tutte le stanze, lo trascorrono in cucina a rileggere vecchie collezioni di riviste, tra cui anche la Domenica del Corriere, rilegate più di quarant’anni prima dal loro marito-padre. A sera mangiano un boccone in cucina, poi si trasferiscono in sala e si siedono vicino alla finestra a godersi la luce dell’insegna rossa del negozio di elettrodomestici che è sotto di loro. La luce entra con grande dovizia, accende coi suoi riflessi rossi tutte le cose, anche le loro facce, una piacevolezza; sembra che dia allegria e persino che porti dentro calore. Hanno il televisore, ma non l’accendono. Dicono: «Da fare? Le notizie sono solo brutte: di rincari, inquinamenti, politica corrotta, e il varietà, tutte cretinate. Così si risparmia anche corrente».
Il negozio spegne l’illuminazione alle undici. Allora le Verzuaro incominciano a svestirsi; anche oggi hanno goduto di tanta luce - d’inverno sino a tre ore per sera - senza spendere un soldo. E s’infilano nel letto, felici per il risparmio fatto. Se poi, in giornata, hanno anche evitato di pagare un rubinetto e si sono fatte portare il gorgonzola gratis, sono maggiormente contente. D’altra parte, se non facessero così, guai, con le spese che ci sono al giorno d’oggi.