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domenica 31 luglio 2016

Vengo da Marte

Il disco atterrò nel pomeriggio di una domenica afosa e malinconica, sui prati da fieno di fronte alla mia casa. Sdraiato sull'erba dell'aia, mi stavo rodendo le unghie con rabbia perché avevo appena finito di litigare con mia moglie, in cucina, a causa del bambino che le aveva tutte vinte da lei e cresceva pieno di vizi. Non sentii assolutamente alcun rumore, vidi soltanto un luccichio riflesso e alza gli occhi sul campo. Il disco era enorme, alto come una casa alta, largo quanto cinque campi affiancati, con una calotta di sotto e una di sopra e il bordo esterno alto da terra come due piani. Mi alzai in piedi, stupito. Il mio istinto fu di gridare: «Maria, Maria», ma il risentimento che avevo contro mia moglie in quel momento mi soffocò le parole. Pensai allora a mia madre: mi sarebbe piaciuto che ella potesse vedere ciò che io vedevo; ma mia madre era in città, all'ospedale, e stava male.

Il luccichio del disco era tanto forte che il mio occhio ne era abbagliato; così mi sfuggirono tutte le manovre che gli esseri del disco fecero per uscire. Me li trovai improvvisamente davanti a una decina di metri. Erano in sette o otto, simili agli uomini, ma più armoniosi, bellissimi, tutti alti esattamente alla stessa misura, vestiti d'una specie di cellofàne opaco e aderente alla pelle, solo trasparente sul viso. Ero stupito, ma tuttavia capivo d'avere ancora la mente libera di pensare, di considerare, di ordinare a me stesso la fuga, se lo avessi voluto. Improvvisamente, quando quegli uomini erano a soli tre metri da me, sentii la mente vincolata a qualcosa e dovetti andare avanti, verso di loro. Mi accompagnarono sui prati da fieno, sotto il disco, poi mi fecero entrare, sempre in silenzio. Pochi attimi dopo eravamo già in alto; vedevo, attraverso lo stesso piano su cui posavo i piedi, il nero della terra; poi vidi da una parte e dall'altra della striscia di terra il chiaro dei mari. Mi resi conto che ormai ero lontano decine, forse centinaia di chilometri. Altre terre e altri mari vedevo sulle pareti sfuggenti della sfera che mi stava sotto, smisuratamente lontana.

Volsi gli occhi intorno a me e vidi una stanza senza dimensioni; intuivo che lo spazio del locale era assai limitato, ma non potevo capire dove fossero le pareti. Gli uomini in cellofàne che mi avevano accompagnato a bordo erano ancora intorno a me e mi guardavano. C'era silenzio perfetto, eppure io «sentivo» che loro dicevano che non mi avrebbero fatto del male: mi volevano solo mostrare agli abitanti del loro pianeta. Pensavano queste cose e io le capivo captando i loro pensieri. Questa ricezione, che avveniva automaticamente e senza fatica, mi dava calma e distensione.

Ero in piedi e mi pareva di essere sdraiato, senza peso: non sentivo lo sforzo di ogni muscolo per sostenere il corpo. A un tratto le pareti si aprirono in un'apertura senza contorni e noi, in gruppo, passammo oltre, entrammo in altre stanze, enormi, silenziose come la prima, popolate di altri uomini dei quali sentii i pensieri di meraviglia alla mia vista. Oggetti strani vagavano da soli a mezz'aria e andavano a posarsi sulle mani degli uomini per ripartirne ancora, leggeri e autonomi, quando gli uomini se ne erano serviti.

Pensai a Maria. Se l'avessi chiamata seguendo il mio primo impulso, avrebbe visto che ero finito sul disco. Così, invece, non sapeva niente e certo non sarebbe stata capace di immaginare il motivo della mia scomparsa. Pensai anche a mia madre, ma il mio pensiero fu tagliato a un tratto da altri pensieri che non erano miei ma degli esseri che mi stavano intorno, lo capivo bene. Erano pensieri a me diretti e che io ricevevo: mi mostravano, come su di un vastissimo schermo da televisione, il nuovo pianeta, visto in lontananza, poi più vicino, infine nei particolari fisici; lo schermo si ampliava sempre più, mi sembrava di entrarci dentro e allora sentivo la vita degli esseri che lo abitavano, mi pareva di essere perfetto, purificato, leggero.

* * *

All'arrivo trovai quello che già i miei ospiti mi avevano annunciato con il pensiero: un pianeta esattamente sferico, un suolo liscio e duro come l'acciaio levigato, un'atmosfera tersa, immune da perturbazioni, la natura e gli uomini estremamente vicini alla perfezione.

Gli uomini che mi avevano prelevato dall'aia della mia casa mi accompagnavano ora in visita al pianeta. Era un viaggio meraviglioso perché ovunque io guardassi vedevo cose piene di armonia, di bellezza, di arte sublime. Il pensiero aveva una forza poderosa: con esso gli uomini spostavano il loro corpo e ogni altro oggetto nello spazio con una rapidità strabiliante. Il pensiero era anche creatore di innovazioni che servivano ad accorciare la già tanto breve distanza della perfezione massima. E quando il pensieri si esauriva, gli uomini si autodissolvevano; dalla loro scomparsa nasceva un nuovo piccolo essere con rinnovata energia. Non esisteva dolore perché non c'erano sentimenti legati alle cose fisiche; c'era solamente uno stato di perenne gioia e di beatitudine che veniva dalla perfezione di tutte le cose.

Il tempo passava ma io non l'avvertivo. Trascinato dal pensiero dei miei ospiti giravo per il pianeta e gli uomini mi guardavano con i loro meravigliosi occhi dai quali scaturivano sguardi di dolcezza e di serenità. Ero affascinato da tutte quelle cose straordinarie, eppure di tanto in tanto pensavo a mia moglie, al mio bambino e a mia madre. Ci pensavo sempre più frequentemente. Provavo in me una tenerezza infinita per Maria e un rimorso profondo per quelle parole aspre che le avevo detto quel giorno durante la lite per Giancarlo; poi avevo in mente mia madre che era all'ospedale e forse peggiorava. Pensavo: «Ma perché questa gente non mi riporta sulla terra?» Allora i miei ospiti mi additavano, con il pensiero, ai loro simili: «Lui e tutti gli altri della terra sono ancora schiavi della parola e del dolore, dei sentimenti e della forza fisica. Hanno un pensiero incapace di agire”. Pensavano questo di me, ma non mi disprezzavano, mi amavano, piuttosto. «Resta» mi dicevano col pensiero; «se resti supererai in un attimo milioni di anni nel cammino della perfezione, il tuo pensiero diventerà forte della forza che c'è nell'universo intero, il tuo corpo si perfezionerà, la tua mente saprà creare cose meravigliose».

Ero commosso. Mi attraeva enormemente quell'atmosfera di perfezione, ma intanto mi pareva di vedere, al posto dell'armonioso paesaggio che mi circondava, l'aia di casa mia, verso sera, e Giancarlo che giocava col cane intorno ai cumuli di paglia. Poi i miei occhi entravano in cucina a cercare Maria. Maria era brutta, aveva due denti sporgenti e non sapeva educare nostro figlio, ma era buona e io le volevo bene. E volevo bene anche a mia madre che era all'ospedale. «Se tu scenderai sulla terra» pensavano gli uomini che mi accompagnavano, «andrai ad assistere alla morte di tua madre, alle malattie di tuo figlio, e ciò ti addolorerà». Era estremamente bello, guardare il paesaggio, sentirsi senza peso e immerso nella poesia, sapere che tutti avevano solo in sé della gioia, eppure io pensavo a mia madre, a Giancarlo e a Maria e mi sentivo già disposto a piangere la morte e le malattie perché sapevo che in seguito avrei raggiunto, a poco a poco, la tranquillità e la letizia. E la mia mi sembrava dovesse essere una letizia diversa da quella che si trovava ovunque, con facilità, su quel pianeta. Mi ricordai anche del giorno in cui era morto mio padre, dei pianti disperati che avevo fatto e della bontà che avevo sentito venirmi nell'anima via via che il dolore scemava.

Allora pensai intensamente al disco che mi aveva portato sul nuovo pianeta. Gli uomini che mi circondavano dissero col pensiero che avrebbero esaudito il mio desiderio e mi condussero per meravigliose distese di luci di ogni colore. A un tratto fummo davanti al disco, poi entrammo.

* * *

Atterrammo sugli stessi prati da fieno davanti a casa mia. Era una mattina piovigginosa e fredda. Trovai Maria nella stalla, intenta a dare fieno alle bestie. Mi guardò a lungo, stupefatta; poi, prima ancora di chiedermi dov'ero stato, mi disse che Giancarlo era a letto, con la polmonite, e che mia madre era morta.

Sentii le gambe vacillare e un desiderio violento di mettermi a piangere. E quando il pianto mi sgorgò improvviso, mi parve che mi purificasse dentro, che mi facesse bene.

Era una conquista, quel pianto, io lo sentivo; e sapevo che dopo avrei trovato la serenità.

Uscito su Stampa Sera di Lunedì 1 - Martedì 2 Novembre 1954

mercoledì 10 febbraio 2016

Facile dimenticare

ll controllore del gas entrò nel cortile e lo abbracciò con lo sguardo da destra a sinistra. Era la prima volta che veniva in servizio in questa zona. Dette la voce: «gas» e la ripeté due, tre volte. Il cortile era grande, quadrato e percorso sui lati, ai quattro piani, dai ballatoi le cui ringhiere erano tappezzate di biancheria stesa. Le abitazioni erano vecchie e i contatori erano all'interno, nel primo vano, di solito la cucina. Solo in qualche caso, dove erano state fatte delle ristrutturazioni, l'azienda aveva imposto che fosse collocato all'esterno, sul ballatoio. Il controllore con il suo richiamo avvertiva gli inquilini perché fossero pronti ad aprirgli la porta e farlo entrare. 
In fondo al cortile c'era un gruppo di donne intente a chiacchierare. Erano per lo più anziane, grasse, sbracciate. Continuarono a parlare. Il controllore si accingeva ad entrare nella prima abitazione a pianterreno quando al terzo piano si affacciò alla ringhiera una donna. «Gasista, io tra poco dovrei uscire, se lei potesse venire subito da me» disse. Il controllore fece cenno di sì con la testa e imboccò la scala sotto l'androne.
Quando fu sul ballatoio la donna gli si fece incontro, lo invitò ad entrare. Lui fece la sua lettura, annotò il numero sul quaderno. Era magro, alto, sui cinquant'anni; il volto ben rasato e la divisa blu in ordine gli davano un aspetto rassicurante. «Che disgrazia» disse la donna. Il controllore sollevò gli occhi dal quaderno e la guardò interrogativamente, con meraviglia. Lei riprese: «Le donne, giù, stanno parlando di questo. Mezz'ora fa hanno portato all'ospedale con la croce rossa una povera donna che si è avvelenata con il gas, una del quarto piano». «Già» disse lui, «arrivando nel cortile ho avvertito un po' di puzza, la si sente anche qui». E chiese: «Si salva?» «Non si sa: hanno detto che respirava debolmente quando l'hanno trovata. Era fuori di conoscenza». «Come è stato?» chiese ancora il gasista. «Aveva voglia di farla finita, ecco come è stato, non gliene andava bene una». «Poveretta» disse l'uomo. «Pensi che appena tre giorni fa suo figlio, un giovanotto di venticinque anni pieno di forza e di salute, nella cava dove lavorava è stato travolto da un masso che gli ha spezzato la schiena: se campa forse deve restare per tutta la vita su una carrozzella».
Il controllore non disse nulla, ma atteggiò la bocca a una smorfia di doloroso stupore. Aveva rilevato i suoi numeri, aveva sentito la novità del cortile, a questo punto si sarebbe dovuto girare per uscire e proseguire le sue visite, ma rimase fermo come se aspettasse ancora qualche parola. Invece fu lui che fece eco alla donna: «Tutta la vita su un carrozzella!» e tornò a ripetere la smorfia. «Quella poveretta» disse la donna, «quando l'altra sera rientrò dall'ospedale piangeva tanto forte che la sentiva tutta la casa. Non aveva torto: se va bene rimane con un invalido da mantenere e accudire e lei ha l'asma e non può far niente, quando sale le scale impiega mezz'ora. E non sono tutte qui le sue disgrazie». Il controllore la guardò con sguardo ancora interrogativo, poi chiese: «Cos'altro le è successo?»
«Aveva anche due figlie» disse la donna, «ma la miseria era troppa nella casa e finirono male tutte e due. Una si sposò a quindici anni per la fretta di andarsene e non stette a guardare tanto per il sottile. Tra mesi dopo suo marito era già in prigione, per rapina. Da allora è più il tempo che passa dentro che quello che passa fuori e la ragazza se vuole mangiare deve andare a servizio. Sua sorella incominciò a bazzicare gli uomini, prima uno, poi un altro e poi un altro ancora. Un giorno sparì: dicono che sia in un'altra città a far la vita». «E adesso» commentò il controllore, «la madre ha tentato di avvelenarsi. È proprio una famiglia disgraziata».
L'uomo sembrava non avesse voglia di continuare il suo giro, preso dall'interesse per quella vicenda. «Quando sento raccontare di queste storie» commentò, «mi pare di avere dentro al petto qualcosa che non va né su né giù». Gli venne fatto di deglutire come se avesse davvero qualcosa di materiale da inghiottire. Aveva un viso asciutto, gli occhi tristi. «Povera gente» disse, «come vorrei poterla aiutare». Sollevò lo sguardo verso la donna che stava sempre in piedi appoggiata alla tavola. «E il marito» chiese, «quella disgraziata non ha un marito?» «Oh» disse la donna, «la storia del marito è lunga, è tutta colpa sua se sono successe tante disgrazie». «Sì?» chiese il controllore con meraviglia, «è mai possibile?» «Non aveva voglia di lavorare» continuò la donna, «faceva il meccanico, con bottega, ma invece di starci dentro a fare i lavori per i clienti, andava all'osteria o al bar. Almeno così ha sempre raccontato la moglie». «Che roba!» esclamò l'uomo e fece un gesto con la mano. «Sembrerebbe impossibile che potessero esistere dei tipi simili, eppure si vede che ci sono. È gente che bisognerebbe prendere a schiaffi». «Lo so» disse la donna, «ma quella poveretta non aveva certo la forza di prendere a schiaffi lui che era forte e prepotente».
«Non se ne accorgeva questo disgraziato» disse ancora il gasista, «che la famiglia andava in rovina, che una delle ragazze se la intendeva con gli uomini?» «Ma quando incominciarono a succedere queste cose lui non c'era, se ne era andato già da tempo. Abbandonò la casa cinque anni dopo il matrimonio, quando i tre figli erano piccoli». «E dove andò?» «Mah!» disse lei, allargando le braccia, «chi lo può sapere? Non si fece mai più vivo». «Ma è spaventoso» disse l'uomo, «si tratta proprio di un delinquente». Fece una smorfia di disgusto, poi chiese: «lei lo ha conosciuto?» «No» rispose la donna, «quella poveretta abita qui soltanto da qualche anno; prima, quando i figli erano piccoli e c'era ancora suo marito, abitava in montagna, a San Quintino».
«A San Quintino?» chiese l'uomo con stupore. «Ma è sicura?» «Altro che» rispose la donna, a sua volta meravigliata. Poi chiese: «Perché, lo mette in dubbio?» «No, non lo metto in dubbio, dicevo così, per dire. E come si chiama quella disgraziata?» «Si chiama Maddalena, Maddalena Corizzi. La conosce, forse?» «Oh, no» disse il gasista. Mise in tasca la matita che in tutto questo tempo aveva rigirato tra le dita della mano destra. Si voltò verso la porta, quasi di scatto. «Scusi le chiacchiere, le ho fatto perdere tempo». Si avviò per il ballatoio per imboccare le scale in discesa e andare ad iniziare il giro dal basso.
Nel cortile c'era ancora il gruppetto di casigliane che stavano parlando. Il gasista bussò alla prima porta e una delle donne si staccò dal crocchio. «Arrivo, arrivo» disse, mentre correva per farlo entrare. «È la prima volta che faccio questa strada» disse l'uomo, «mi deve indicare dov'è il contatore». Entrò, lesse i numeri, li trascrisse come un automa, come se nemmeno li vedesse. Pensava a Maddalena, da quanto tempo si era dimenticato di lei; gli venivano in mente anche i bambini, Gino, Tina, Evelina. Chissà delle due figlie qual era quella che faceva la vita.
Continuò le sue letture passando da un'abitazione all'altra senza più dire una parola; anche se qualche donna cercava di attaccar discorso, lui taceva. Tentava di figurarsi le facce che potevano avere i suoi figli diventati adulti. E gli venivano anche in mente quei giorni lontani, quella sua disaffezione al lavoro, quel vagare da un'osteria a un bar, passare da una partita a briscola a una al biliardo. Infine c'era stata la sua decisione di andarsene, non sapeva neanche lui dove e perché. Aveva trascorso alcuni mesi come un barbone fino a quando aveva trovato Marina, che era riuscita a tirarlo fuori da quel gorgo nel quale era scivolato, prima usando la dolcezza poi la fermezza, l'imposizione. Gli aveva fatto ritrovare la volontà di lavorare. E con Marina, sua attuale compagna, aveva due figli tra i cinque e i dieci anni.
I controlli nella grande casa di ringhiera erano finiti. Il gasista dal cortile si avviò sotto l'androne per uscire in strada. Quando fu sul marciapiedi si fermò a guardarsi intorno. A sinistra, oltre gli alberi che erano in fondo al viale, c'era l'ospedale. Era là che avevano portato Maddalena, forse c'era anche Gino che aveva la schiena spezzata e la prospettiva della carrozzella. Si aggiustò sulla spalla la cinghia del borsello nel quale teneva il quaderno dei controlli e girò a destra.





lunedì 1 ottobre 2012

Domestiche


Lorenza, 22 anni, pugliese. È con la famiglia Lotti da otto giorni. Marito, moglie e i due figli di 20 e 18 anni ne sono entusiasti, non hanno mai avuto una cameriera così brava.  E Lorenza è al suo primo servizio. Prima, al paese lavorava in una fabbrica di conserva. Il suo fidanzato è venuto al nord e lei l’ha seguito. A volte ai Lotti sembra quasi impossibile che questa giovane non abbia mai servito in una famiglia: è impeccabile, persino come cuoca, e svelta, precisa e gentile. La signora Lotti non si stanca di elogiarla e di parlarne con le amiche. Ha chiesto di uscire alla sera, per stare un po’ col fidanzato. «Sa, dobbiamo sposarci presto, ma non si preoccupi, io continuerò a  lavorare qui, se non fissa, a ore».
Dodicesimo giorno. Il marito è fuori, i figli sono fuori e la signora deve uscire. «Mi raccomando, Lorenza, non aprire a nessuno e prendi nota se qualcuno telefona». «Signora, stia tranquilla, farò tutto per bene». La signora rientra  due ore dopo, va in camera sua  a riporre il denaro, apre una scatola dove aveva lasciato 72 euro e ne trova solo 22, è sparito il biglietto da cinquanta. Il cuore le batte in fretta. Perbacco, non c’è dubbio, la somma era quella e allora non può essere che stata lei a fare il prelievo. L’affronta, ma la ragazza nega, si proclama onestissima. La signora è un po’ titubante, poi la perquisisce e il biglietto da cinquanta è nel reggipetto. «Perdoni, perdoni – si mette a dire Lorenza – il diavolo mi ha tentata. Mi schiaffeggi, signora. È la prima volta, glielo giuro, non succederà più».
Adesso che la ragazza non c’è la signora ha saputo che prima di andare da lei era stata in una dozzina di posti, l’ultimo da un maresciallo dei carabinieri e aveva derubato anche lui. Le aveva affidato la busta dello stipendio perché la consegnasse a sua moglie e Lorenza prontamente aveva sfilato un biglietto da cento.  Erano seguiti i pianti e le invocazioni di perdono perché era «la prima volta» ed era stato il diavolo.

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 Elda, 41, piemontese. È magra, i capelli radi, i denti incisivi sporgenti, il collo grosso per una disfunzione tiroidea. È a  servizio nella stessa casa da tre anni, ogni anno da ottobre a giugno. I mesi di luglio, agosto e settembre va a casa, nell’alta valle Maira ad aiutare la madre a tagliare l’ultimo fieno, a mietere il frumento, a vangare il pezzetto di terra che ha avuto in eredità dal padre. Tutte le volte che torna a prendere servizio in casa della famiglia Salvietti passa la serata a fare esclamazioni di meraviglia sulla bellezza dell’alloggio e della comodità di avere in casa l’acqua corrente e poi la lucidatrice. Occorrono sempre alcuni giorni perché torni a familiarizzare con i suoi strumenti. Quando le spiegano qualcosa di nuovo da cucinare lei ascolta con occhi sbarrati e sguardo fisso per cercare di capire meglio. Non sempre capisce, fa errori grosssolani: ha fritto frittelle con la cera liquida da pavimenti e  ha lucidato il marmo dell’ingresso con olio d’oliva.  Tutti gli anni la signora Salvietti arriva all fine di giugno sbuffando:  dice che non ne può più di tenere in casa una mummia così e si promette di non riprenderla. Fa qualche telefonata alle agenzie  ma non si decide mai a dire sì a una proposta. Pensa che Elda è di una onestà cristallina e  sta sempre facendo qualcosa, non è mai a grattarsi le mani e scrive una cartolina: «Elda vieni, come al solito, ti aspetto».
    
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Poldina, 25 anni, veneta.  Arriva in casa del dott. Episcopo per prendere servizio come cameriera fissa, vestita in pantaloni e maglietta attilatissimi. Alla signora Episcopo non garba dal primo momento, ma alla suocera fa buona impressione. Il fatto è che Poldina, non appena si trova davanti alla madre del dottore, le fa molti complimenti: «Che bella signora, che sguardo dolce, e poi deve essere tanto buona…»  Quasi ogni sera Poldina esce per andare da suo cugino,  immigrato anche lui, oppure con gli amici di suo cugino. La signora Episcopo non sarebbe dell’avviso di concederle tanti permessi, ma la suocera dice di sì: «Poverina, è lontana dai suoi, lasciamo che tenga questi contatti». Da quando va lei a fare la spesa il conto mensile è aumentato. La signora Episcopo cerca di capire perché, e la suocera spiega: «È aumentato il costo della vita, lo dice anche il giornale».
Al pomeriggio Poldina entra in salotto dove  la madre del dottore lavora a maglia e chiede il permesso di sederle di fianco: «Mi sembra di essere vicino a mia madre». La signora sorride: «Vieni figliola». La ragazza incomincia a parlare del suo paese, di vicende belle e meno belle; ma poi gira il discorso, passa all’adulazione: «Dio che bei capelli, signora. E come è buona. Sua nuora  è brusca, invece…» La chiacchierata continua, perché  si mette a parlare anche l’anziana. Se entra la nuora tacciono. Per quattro mesi le cose vanno avanti così; o meglio: si infittiscono i colloqui tra le due, crescono le adulazioni della cameriera e cresce anche il totale della spesa mensile. 
Un giorno la moglie del dottore avvicina la suocera sola e le mostra un foglio: «Ho ricevuto informazioni dal paese di Poldina: dicono che è una poco di buono, è stata persino fermata dalla buoncostume».  «La storia della buoncostume la so – dice la suocera – non è stata lei, ma sua cognata. Poldina, poverina, è vittima di malelingue». La sera stessa il dottore, che si era  sempre tenuto al di fuori di ogni discussione, licenzia la ragazza sui due piedi, senza badare ai suoi pianti e al disaccordo della madre.
Qualche giorno dopo, quando nella casa e nel vicinato si diffonde le notizia del licenziamento, arrivano le prime notizie. Poldina tutte le sere aveva un fidanzato diverso, adescava fattorini e garzoni di negozio, comperava la merce più scadente e metteva in conto i prezzi della migliore. L’anziana signora Episcopo ascolta a occhi bassi e a un certo punto con le lacrime agli occhi dice: «Mi sembra impossibile, era una ragazza così buona, così affettuosa». Dovrebbe aggiungere che le aveva fatto un paio di prestiti, per un importo pari a uno stipendio; ma tace: le era simpatica e poi le voleva anche un po’ di bene.

martedì 31 gennaio 2012

La venere delle follie


Al quinto piano una soffitta divisa da una tramezza di legno e cartone che separa la cucina dalla camera da letto. Quando piove fuori piove anche qui: una goccia sul tavolo, una goccia sul cuscino, una goccia sul fornello a gas. Teresa colloca pentolini nei vari punti per raccogliere l’acqua.
Ha già reclamato col proprietario di casa, ma lui le ha risposto che prima di reclamare deve pagare l’affitto regolarmente. In effetti è in debito di tre mesi. È facile dire «pagare», ma se i soldi non ci sono come si fa?
Teresa si guadagna da vivere dipingendo. Compone dei quadri ad olio – marine e paesaggi montani – che fornisce ad un negozio il quale li smercia a poco prezzo, una ventina di euro, con un filo di cornice. È evidente che a lei tocca una cifra misera. E d’altra parte la sua pittura, sempre i soliti tre o quattro soggetti, fa accapponare la pelle a chi se ne intende.
Anni fa, quando ci vedeva bene, Teresa riusciva a fare anche un quadro al giorno; adesso è quasi cieca, l’hanno operata due volte, senza successo. Vede poco e confuso, ciononostante prova lo stesso a dipingere, ma con risultati a volte disastrosi, il negoziante glieli respinge e li deve rifare.
Quando li accetta lo fa quasi sempre per misericordia. Sì e no riesce a piazzarne tre o quattro al mese. E non può fare altro perché si regge in piedi a fatica, a causa delle vene varicose. Ha passato gli ottanta da un po’. Piange spesso, e a lungo, nella sua solitudine.
Appeso al muro, tra le due finestrelle della soffitta, c’è un quadretto con due fotografie: una donna vestita da gran sera, con abito di pizzo fino ai piedi, e in un succinto costume da ballerina, con lunghe piume sul capo, a corona. Sopra, il titolo: «I trionfi di Resi». Resi era il suo diminutivo, il nome d’arte. Teresa è stata più di sessanta anni fa un’artista del varietà di grande nome. La chiamavano «La Venere delle follie», non perché ci fosse arte nelle sue esibizioni, ma perché sapeva far impazzire le platee per la sensualità che metteva nella voce delle sue canzoni e nelle mosse delle sue danze. Altra clamorosa variante del suo nome d’arte era «l’odalisca azzurra», per una interpretazione fatta con un vaporoso abito di quel colore. Gli impresari teatrali italiani e parigini se la contendevano a cifre sempre maggiori, i corteggiatori facevano pazzie per avere le sue grazie. Una sera, a Parigi, alla fine dello spettacolo, ricevette tre corbeilles di fiori ognuna delle quali era stata inviata da un principe.
Convisse per alcuni anni con un attore, poi altro tempo con un impresario, ma quest’ultimo stava con lei soprattutto per sfruttare la sua ricchezza, che a poco a poco andò estinguendosi, di pari passo con l’avanzare dei problemi nel lavoro e nella salute. La malattia agli occhi fu grave e decisiva per il tracollo. Già il primo intervento chirurgico non portò beneficio. Lei tornò sul palcoscenico, ma già era un’ombra della Venere autentica. I riflettori l'abbagliavano, ad ogni passo rischiava di cadere. Doveva proprio lasciare il teatro, che le aveva dato tanto. Anche l’impresario la lasciò: era venuto il tempo in cui avrebbe dovuto aiutarla e invece si dimostrò uomo malvagio.
Resi tornò Teresa. Si ricordò che prima di fare la ballerina era andata a scuola di pittura e riprese in mano i pennelli. Bene. Era abbastanza brava e incominciò a fare e a vendere, con discreto risultato. Ma la malattia degli occhi era di nuovo minacciosa, i medici ritentarono un nuovo intervento, con nessun risultato. Anzi, la malattia continuava ad avanzare come sempre. Povera Teresa. Si sente vicina alla fine, ma se trova la persona giusta che possa ascoltarla e capirla, si lascia ancora andare ai ricordi, le emozioni delle grandi serate, il fragore degli applausi, la commozione davanti alle grandi corbeilles. Ma non deve perdersi in questi ricordi: tra poco pioverà e bisogna preparare i tegamini per raccogliere le gocce che cadranno dal tetto.


sabato 14 gennaio 2012

Artigiana del pianto

Carmela Verzi è sui 45 anni ma ne dimostra di più. I capelli bianchi che spuntano con due ciuffi laterali sotto il fazzoletto nero, il sottomento gonfio e flaccido, gli occhi bordati di rosso per una congiuntivite cronica la fanno più che cinquantenne. Una di queste sue condizioni, gli occhi rossi, è un attrezzo del suo mestiere, in definitiva una fortuna. Abita nel «casone», una cadente costruzione nella parte più vecchia della città. La sua famiglia assomiglia a molte altre che abitano nello stesso stabile. Suo marito soffre di artrite, almeno così dice, perciò non lavora, passa le sue giornate all’osteria, torna la sera, sempre un po’ brillo, le chiede dei soldi per l’indomani e se lei non glieli dà si arrabbia, incomincia a menar calci alle gambe della tavola.
Mirco, l’unico figlio, di 22 anni, avrà lavorato sì e no due anni, a partire dall’epoca in cui ha finito le elementari. Fa l’idraulico, ma avrà già cambiato dieci padroni. Lavora una settimana, al massimo quindici giorni, poi non ci va più, dice che lo trattano male, che hanno esigenze assurde, impossibili. Il fatto è che i padroni pretendono che lavori e lui, invece, di lavorare non ne ha voglia. Anche se non è occupato, passa il suo tempo fuori di casa, non si sa dove, torna soltanto per mangiare, talvolta passa fuori anche la notte. Mirco ha la motoretta, avuta non si sa come, forse rubata, e ha il problema della benzina, quindi anche lui si rivolge a sua madre e se lei non ha niente da dargli si infuria, bestemmia, dice che così non si può più vivere.
Dunque è lei, Carmela, che deve sopportare tutto il peso della famiglia. Nel «casone» ci sono altre due situazioni analoghe e le donne hanno scelto la soluzione marciapiede. Lei no, non si abbassa a tanto: lei ha la fortuna della congiuntivite che le mantiene gli occhi rossi, è come se avesse pianto fino a quel momento. E allora, eccolo il suo mestiere. Ogni mattina, intorno alle nove, prende un tram o un autobus verso una determinata zona della città, che varia di volta in volta. Scende, si mette a camminare, si ferma, si appoggia a un muro, si copre il viso con una mano e incomincia a singhiozzare. A volte deve continuare parecchi minuti prima che qualcuno si fermi. Finalmente c’è chi le tocca un braccio, «Signora, signora, cosa le succede?». Lei lentamente si gira, abbassa la mano, con l’altra si asciuga, scopre i suoi occhi rossi, incomincia a parlare con voce ancora rotta da un ultimo singhiozzo. «Che sventura! – incomincia a dire con la voce a tratti spezzata da tumulti di pianto. — Mia figlia, che è vedova come me, è stata portata all’ospedale ieri mattina e io devo dar da mangiare ai suoi tre bambini, ma non so come fare e per giunta il padrone di casa ci sfratta. Dio che disgrazia».
La gente si commuove, le batte una mano sulla spalla, le allunga una monetina: perché non è il mutilato che tende il cappello, qui si tratta di un caso grave, ci sono di mezzo tre bambini, bisogna offrire una somma dignitosa. Qualche volta Carmela si vede mettere in mano uno o due euro, un giorno un signore le dato un biglietto da dieci. «Grazie, grazie», singhiozza lei e poi riprende il cammino, gli occhi divorati dal pianto, il dolore incorniciato nella veste nera. All’angolo della strada gira, cammina ancora un po’ poi, improvvisamente, si appoggia al muro, si copre il viso con una mano e scoppia a piangere. «Che sventura!», dice poi, non appena qualcuno le si accosta.
È un lavoro non facile, faticoso, anche perché Carmela vi si dedica, tra il mattino e il pomeriggio, almeno sei ore al giorno. E poi deve tenere ben conto delle zone della città, in modo da non tornare nelle stesse strade, se non dopo sei mesi. Ma Carmela lo fa con passione, ci si sente portata. La pare quasi di essere una attrice. La sua, ormai, è una missione.