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lunedì 13 giugno 2016
Un nuovo blog per Else
Invito i lettori a visitare http://elsetotti.blogspot.it, il nuovo blog dedicato alla poesia e alla pittura della moglie di Remo.
lunedì 7 dicembre 2015
Malinconia
Ora che
sei lontana
tutte le
cose
sono
fredde
e dure
come il
metallo.
E le
voci e i colori
faticosamente
arrivano
ai miei
sensi.
Solo la
civetta
riesce
a farsi
strada
al mio
orecchio.
E sento
che il grido
è tetro
come un
buio d'agguato
ora che
sei lontana.
(1947)
lunedì 23 novembre 2015
Mendicanti
A volte
quando fa freddo e viene
la notte
mi sento mendicante.
E allora col pensiero
vado per le vie deserte
cercando un cane per
compagno
e un uomo
per chiedergli la strada
del ricovero.
Mi piace pensare
di non trovare nessuno
e di camminare
sui marciapiedi vuoti
per ore e ore
battendo i denti
e sognando un cibo
che non sia un avanzo.
Anche se sono
nel caldo del letto
continuo a vagare
per la città desolata
e sento il freddo
e la fame e il sonno.
Soffro
per i fratelli mendicanti
un poco delle loro pene
perché l’alba
non tardi a venire.
(1945)
lunedì 1 giugno 2015
Ora ricordo l'Africa
Non trovo più
le ansie dei vecchi giorni
quando aspettavo la sera
per sognare in pace
la nave del ritorno.
Ora ricordo l'Africa
come se mai
vi avessi pianto di fame
di paura e di dolore.
Come se tu, Bersani,
non fossi morto ai miei piedi
pronunciando per me una parola
da portare a tua madre
sulle rive del Santerno.
Come se fossimo stati laggiù
per giocare
a un grande gioco della guerra
con stelle filanti,
squarci rossi di cielo nel buio
e tanti soldati di piombo.
Ritrovo tutti
i sonnolenti cammelli
e le giornate immense di luce
sulle distese
ondulate del deserto;
i campi all'italiana
del Gebel;
i lamenti delle carrucole
sui pozzi scarni;
e le raggiere dei palmeti
nei cieli impastati di luna.
Ritrovo le bianche case
di Agedabia, Misurata, Sirte,
sedute sulla sabbia
a guardare il mare;
le carovane stanche di sete;
e gli uomini lenti che cercano
l'anima di Maometto
nelle tazze di tè.
Ritrovo le timorose mambrucche
cogli occhi nascosti nel barracano,
che sfiorano i muri
col passo delle gazzelle;
e le nebbie di ghibli
con la sabbia rovente
che preme la gola;
i vecchi seduti al sole
e i bimbi che cercano pidocchi
tra i loro capelli.
Ritrovo la millenaria Cirene
e Tripoli, Bengàsi,
tutta la Libia
come se fosse una giumella;
e ritrovo anche la tua lacrima,
Bersani,
che ti spuntò quando dicesti
l'ultima parola per tua madre
che ancora ti aspetta
sulle rive del Santerno.
Ora ricordo l'Africa
come non la vidi allora,
e so che l'amore
nasce dalla sofferenza,
come la sofferenza
nasce dall'amore.
Ora ricordo l'Africa
e aspetto la sera
per sognare in pace
la nave del ritorno.
(1948)
domenica 10 maggio 2015
Strade sbagliate
La poetessa Elena Ellena era abbastanza nota, non tanto per la sua produzione artistica, quanto per il suo daffare per mantenersi in vista. Non mancava mai ad alcuna festa mondana cittadina e faceva di tutto per attirare su di sé l’attenzione dei fotografi con la speranza di veder pubblicata una sua fotografia su giornali o riviste. Quarantenne, era da anni l’amica di un pittore di buon nome, Antonio Berculli, che viveva separato dalla moglie. Nonostante il Berculli fosse di carattere riservato e cercasse di rifuggire da qualsiasi forma di pubblicità, l’Ellena non perdeva occasione di far chiasso anche intorno a lui, sempre con il fine di diffondere il proprio nome. Il suo primo libro di poesie – venticinque liriche di appena cinque versi – risaliva a quindici anni prima ed era tutto un grido di esuberanza, di ideali molto materialistici: credeva soltanto nelle gioie che poteva dare il denaro e nel disprezzo di tutte le convenzioni sociali. In una poesia rinnegava addirittura la sua famiglia troppo mite e troppo povera e la sua terra di montagna di beni avara e inutilmente bella.
La produzione successiva, sempre molto limitata, aveva portato pochi lumi chiarificatori sulla personalità artistica e sulla figura dell’Ellena. Talvolta la sua ispirazione artistica era ancora venuta da motivi di ribellione, ma più spesso era nata da elementi di pacatezza. Si poteva notare in lei un lento approdo alla vita normale, alle regole che anni prima aveva combattuto con slancio. Continuava ancora a frequentare feste e ritrovi, ma di rado era in compagnia di Berculli. Se si manteneva in vista era per abitudine, e nel suo comportamento ormai traspariva la stanchezza che lei stessa andava scoprendo. Poi era scomparsa, aveva cambiato città. Di tanto in tanto, ma molto raramente, usciva una sua lirica su qualche giornale di provincia. Erano versi tristi, di chi aveva perduto ogni speranza e si trovava davanti a un vuoto e a una solitudine che mettevano paura. Una poesia diceva: Addio è la mia ultima parola – Perduta, l’ansia della giovinezza – e i sogni e i canti. – Silenziosa crisalide in se stessa – l’anima si richiude.
La produzione successiva, sempre molto limitata, aveva portato pochi lumi chiarificatori sulla personalità artistica e sulla figura dell’Ellena. Talvolta la sua ispirazione artistica era ancora venuta da motivi di ribellione, ma più spesso era nata da elementi di pacatezza. Si poteva notare in lei un lento approdo alla vita normale, alle regole che anni prima aveva combattuto con slancio. Continuava ancora a frequentare feste e ritrovi, ma di rado era in compagnia di Berculli. Se si manteneva in vista era per abitudine, e nel suo comportamento ormai traspariva la stanchezza che lei stessa andava scoprendo. Poi era scomparsa, aveva cambiato città. Di tanto in tanto, ma molto raramente, usciva una sua lirica su qualche giornale di provincia. Erano versi tristi, di chi aveva perduto ogni speranza e si trovava davanti a un vuoto e a una solitudine che mettevano paura. Una poesia diceva: Addio è la mia ultima parola – Perduta, l’ansia della giovinezza – e i sogni e i canti. – Silenziosa crisalide in se stessa – l’anima si richiude.
* * *
Il mondo della signorina Carmen Gerlini si è ridotto a questa corsia dell’Istituto di Riposo. Lei occupa l’ultimo letto in fondo allo stanzone, di fianco all’altare. Al mattino la sveglia è sempre molto presto, d’inverno non ci si vede nemmeno, poi c’è la messa, la colazione, il riordino del letto. Chi è in grado di camminare può scendere fino al cortile, ma la Gerlini non ce la fa: i suoi 82 anni sono troppo pesanti, le hanno quasi irrigidito le gambe, le costa già fatica mettersi a sedere e tirarsi su. Quando ha finito di sistemare il letto si siede tra il suo e quello della vicina, che è inferma, e passa così le lunghe ore della giornata.
Ha i capelli bianchi e sempre scomposti, la Gerlini, e le spalle molto curve, la bocca incavata per via dei denti che sono pochi. Parla con la vicina quando questa non si lamenta per i suoi dolori. Gli argomenti sono sempre gli stessi: che è una pena stare al ricovero, che il mangiare è proprio cattivo, che se avessero avuto famiglia adesso non sarebbero in queste condizioni. Ma del suo passato la Gerlini non dice mai niente; le sarebbe anche difficile riordinare le idee, mettere nel giusto tempo gli episodi: sono passati tanti anni. Ne aveva 23 quando lasciò la casa per accompagnarsi con Antenore, quell’industriale famoso che per lei aveva lasciato la moglie. Poteva essere suo padre ma la trattava con grande generosità.
Però erano stati anni turbolenti: viaggi, liti, rappacificazioni, altre liti, poi lui la piantò e tornò con la moglie. E la gente quasi la sbeffeggiava dopo che si era data tante arie per la protezione dell’amico. Si era dovuta mettere a lavorare, poi aveva trovato un altro amante e via, di nuovo con lui, le liti e le rappacificazioni. È più facile per la Gerlini ricordare gli ultimi tempi. Cinque anni fa, quando il padrone della soffitta l’ha cacciata fuori perché non pagava l’affitto da mesi. Una donna s’è offerta di ospitarla in casa sua per qualche tempo, ma tre giorni dopo lei si è accorta che quella le aveva rubato l’unico oggetto prezioso che aveva, una collanina d’oro ricordo di sua madre. Per un mese è stata ospite del dormitorio pubblico, in mezzo alle mendicanti, senza sapere dove andare a mangiare, poi, finalmente, è potuta entrare qui, all’Istituto di Riposo.
Il pavimento della corsia è lucido, le lenzuola sono pulite, ma i vetri sono smerigliati fino all’altezza di due metri e non si può vedere fuori. Tutto il mondo finisce qui. Le suore passano leste, non si fermano mai, se non per lasciare la scodella con il brodo o il piatto con la pietanza. A volte la Gerlini non se la sente di mangiare questa roba. Le giornate sono lunghe, poi la luce diminuisce, ci sono da dire le preghiere, si mangia e ci si rimette a letto. Sempre così. La Gerlini vaga con la mente nel passato, cerca qualcuno cui attaccarsi, ma non c’è nessuno, sono morti tutti: i suoi familiari, Antenore e anche gli altri che vennero dopo. Ci deve essere, qui in città, un figlio di Antenore, ma quello è figlio di lui, se gli parlano della Gerlini non sa neanche chi sia.
Ha i capelli bianchi e sempre scomposti, la Gerlini, e le spalle molto curve, la bocca incavata per via dei denti che sono pochi. Parla con la vicina quando questa non si lamenta per i suoi dolori. Gli argomenti sono sempre gli stessi: che è una pena stare al ricovero, che il mangiare è proprio cattivo, che se avessero avuto famiglia adesso non sarebbero in queste condizioni. Ma del suo passato la Gerlini non dice mai niente; le sarebbe anche difficile riordinare le idee, mettere nel giusto tempo gli episodi: sono passati tanti anni. Ne aveva 23 quando lasciò la casa per accompagnarsi con Antenore, quell’industriale famoso che per lei aveva lasciato la moglie. Poteva essere suo padre ma la trattava con grande generosità.
Però erano stati anni turbolenti: viaggi, liti, rappacificazioni, altre liti, poi lui la piantò e tornò con la moglie. E la gente quasi la sbeffeggiava dopo che si era data tante arie per la protezione dell’amico. Si era dovuta mettere a lavorare, poi aveva trovato un altro amante e via, di nuovo con lui, le liti e le rappacificazioni. È più facile per la Gerlini ricordare gli ultimi tempi. Cinque anni fa, quando il padrone della soffitta l’ha cacciata fuori perché non pagava l’affitto da mesi. Una donna s’è offerta di ospitarla in casa sua per qualche tempo, ma tre giorni dopo lei si è accorta che quella le aveva rubato l’unico oggetto prezioso che aveva, una collanina d’oro ricordo di sua madre. Per un mese è stata ospite del dormitorio pubblico, in mezzo alle mendicanti, senza sapere dove andare a mangiare, poi, finalmente, è potuta entrare qui, all’Istituto di Riposo.
Il pavimento della corsia è lucido, le lenzuola sono pulite, ma i vetri sono smerigliati fino all’altezza di due metri e non si può vedere fuori. Tutto il mondo finisce qui. Le suore passano leste, non si fermano mai, se non per lasciare la scodella con il brodo o il piatto con la pietanza. A volte la Gerlini non se la sente di mangiare questa roba. Le giornate sono lunghe, poi la luce diminuisce, ci sono da dire le preghiere, si mangia e ci si rimette a letto. Sempre così. La Gerlini vaga con la mente nel passato, cerca qualcuno cui attaccarsi, ma non c’è nessuno, sono morti tutti: i suoi familiari, Antenore e anche gli altri che vennero dopo. Ci deve essere, qui in città, un figlio di Antenore, ma quello è figlio di lui, se gli parlano della Gerlini non sa neanche chi sia.
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giovedì 29 dicembre 2011
La gloria del fornaio
Talvolta la madre lo ha trovato a scrivere, ma non è mai riuscita a vedere che cosa scrivesse perché Giacomino ha subito coperto i fogli e, lui assente, non è mai riuscita a trovarne uno. La sera, naturalmente, va a letto presto per essere pronto alle tre ad alzarsi. È chiaro che il ragazzo avrebbe avuto attitudine allo studio, ma quando ebbe finita la quinta elementare il padre, ferroviere con stipendio magro, preferì mandarlo a fare il fornaio visto anche che gli avevano offerto il posto. Adesso che s’è accorto di avere un figlio portato per i libri suo padre, talvolta, gli dice: «Perché non ti iscrivi a un corso per corrispondenza. Potresti riuscire in qualcosa». Giacomino fa un gesto svagato, per dire di no, che è tutto inutile. Chissà che cosa scrive Giacomino quando è chiuso in camera, sua madre e suo padre vorrebbero proprio saperlo.
Un giorno Giacomino non rincasa. Il padre è in servizio, la madre telefona al forno. Il fornaio si stupisce: «Ma come, non è a casa? Qui non è venuto, credevo fosse ammalato». Il padre viene chiamato d’urgenza. I genitori sono angosciati, dove sarà andato Giacomino? Telefonano alla zia e ai nonni, ma loro non l’hanno visto. Vanno in camera per vedere se trovano un indizio. Sì, la risposta alla loro domanda è nel cassetto del comodino da notte: una lettera. «Carissimi genitori, vi chiedo perdono, ma così non posso andare avanti. Io sono nato per fare il poeta. Parto in bicicletta per Milano in cerca di un editore che mi pubblichi le mie poesie. Ne ho tante, bellissime. Tornerò soltanto quando avrò raggiunto la gloria». Il padre e la madre si guardano smarriti. Milano dista 200 chilometri e Giacomino avrà in tasca solo qualche euro, come farà? E poi, con la gloria, si mangia con la gloria? Guardano fra i suoi libri, c’è un quaderno pieno di esercitazioni poetiche. Ne leggono una intitolata «Anno vecchio»: «Così, è svanito l’anno tra le stelle, / che non coprì la neve col suo manto / e un altro è giunto con un lieve canto / di ciaramelle... / E sulla luce della notte scende / un incorporeo velo di tristezza: / fuggito un anno di giovinezza,/ né alcun lo rende».
La mamma si siede sul letto, mormora: «Dio mio, un figlio poeta» e si mette a piangere, silenziosamente.
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