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mercoledì 10 febbraio 2016

Facile dimenticare

ll controllore del gas entrò nel cortile e lo abbracciò con lo sguardo da destra a sinistra. Era la prima volta che veniva in servizio in questa zona. Dette la voce: «gas» e la ripeté due, tre volte. Il cortile era grande, quadrato e percorso sui lati, ai quattro piani, dai ballatoi le cui ringhiere erano tappezzate di biancheria stesa. Le abitazioni erano vecchie e i contatori erano all'interno, nel primo vano, di solito la cucina. Solo in qualche caso, dove erano state fatte delle ristrutturazioni, l'azienda aveva imposto che fosse collocato all'esterno, sul ballatoio. Il controllore con il suo richiamo avvertiva gli inquilini perché fossero pronti ad aprirgli la porta e farlo entrare. 
In fondo al cortile c'era un gruppo di donne intente a chiacchierare. Erano per lo più anziane, grasse, sbracciate. Continuarono a parlare. Il controllore si accingeva ad entrare nella prima abitazione a pianterreno quando al terzo piano si affacciò alla ringhiera una donna. «Gasista, io tra poco dovrei uscire, se lei potesse venire subito da me» disse. Il controllore fece cenno di sì con la testa e imboccò la scala sotto l'androne.
Quando fu sul ballatoio la donna gli si fece incontro, lo invitò ad entrare. Lui fece la sua lettura, annotò il numero sul quaderno. Era magro, alto, sui cinquant'anni; il volto ben rasato e la divisa blu in ordine gli davano un aspetto rassicurante. «Che disgrazia» disse la donna. Il controllore sollevò gli occhi dal quaderno e la guardò interrogativamente, con meraviglia. Lei riprese: «Le donne, giù, stanno parlando di questo. Mezz'ora fa hanno portato all'ospedale con la croce rossa una povera donna che si è avvelenata con il gas, una del quarto piano». «Già» disse lui, «arrivando nel cortile ho avvertito un po' di puzza, la si sente anche qui». E chiese: «Si salva?» «Non si sa: hanno detto che respirava debolmente quando l'hanno trovata. Era fuori di conoscenza». «Come è stato?» chiese ancora il gasista. «Aveva voglia di farla finita, ecco come è stato, non gliene andava bene una». «Poveretta» disse l'uomo. «Pensi che appena tre giorni fa suo figlio, un giovanotto di venticinque anni pieno di forza e di salute, nella cava dove lavorava è stato travolto da un masso che gli ha spezzato la schiena: se campa forse deve restare per tutta la vita su una carrozzella».
Il controllore non disse nulla, ma atteggiò la bocca a una smorfia di doloroso stupore. Aveva rilevato i suoi numeri, aveva sentito la novità del cortile, a questo punto si sarebbe dovuto girare per uscire e proseguire le sue visite, ma rimase fermo come se aspettasse ancora qualche parola. Invece fu lui che fece eco alla donna: «Tutta la vita su un carrozzella!» e tornò a ripetere la smorfia. «Quella poveretta» disse la donna, «quando l'altra sera rientrò dall'ospedale piangeva tanto forte che la sentiva tutta la casa. Non aveva torto: se va bene rimane con un invalido da mantenere e accudire e lei ha l'asma e non può far niente, quando sale le scale impiega mezz'ora. E non sono tutte qui le sue disgrazie». Il controllore la guardò con sguardo ancora interrogativo, poi chiese: «Cos'altro le è successo?»
«Aveva anche due figlie» disse la donna, «ma la miseria era troppa nella casa e finirono male tutte e due. Una si sposò a quindici anni per la fretta di andarsene e non stette a guardare tanto per il sottile. Tra mesi dopo suo marito era già in prigione, per rapina. Da allora è più il tempo che passa dentro che quello che passa fuori e la ragazza se vuole mangiare deve andare a servizio. Sua sorella incominciò a bazzicare gli uomini, prima uno, poi un altro e poi un altro ancora. Un giorno sparì: dicono che sia in un'altra città a far la vita». «E adesso» commentò il controllore, «la madre ha tentato di avvelenarsi. È proprio una famiglia disgraziata».
L'uomo sembrava non avesse voglia di continuare il suo giro, preso dall'interesse per quella vicenda. «Quando sento raccontare di queste storie» commentò, «mi pare di avere dentro al petto qualcosa che non va né su né giù». Gli venne fatto di deglutire come se avesse davvero qualcosa di materiale da inghiottire. Aveva un viso asciutto, gli occhi tristi. «Povera gente» disse, «come vorrei poterla aiutare». Sollevò lo sguardo verso la donna che stava sempre in piedi appoggiata alla tavola. «E il marito» chiese, «quella disgraziata non ha un marito?» «Oh» disse la donna, «la storia del marito è lunga, è tutta colpa sua se sono successe tante disgrazie». «Sì?» chiese il controllore con meraviglia, «è mai possibile?» «Non aveva voglia di lavorare» continuò la donna, «faceva il meccanico, con bottega, ma invece di starci dentro a fare i lavori per i clienti, andava all'osteria o al bar. Almeno così ha sempre raccontato la moglie». «Che roba!» esclamò l'uomo e fece un gesto con la mano. «Sembrerebbe impossibile che potessero esistere dei tipi simili, eppure si vede che ci sono. È gente che bisognerebbe prendere a schiaffi». «Lo so» disse la donna, «ma quella poveretta non aveva certo la forza di prendere a schiaffi lui che era forte e prepotente».
«Non se ne accorgeva questo disgraziato» disse ancora il gasista, «che la famiglia andava in rovina, che una delle ragazze se la intendeva con gli uomini?» «Ma quando incominciarono a succedere queste cose lui non c'era, se ne era andato già da tempo. Abbandonò la casa cinque anni dopo il matrimonio, quando i tre figli erano piccoli». «E dove andò?» «Mah!» disse lei, allargando le braccia, «chi lo può sapere? Non si fece mai più vivo». «Ma è spaventoso» disse l'uomo, «si tratta proprio di un delinquente». Fece una smorfia di disgusto, poi chiese: «lei lo ha conosciuto?» «No» rispose la donna, «quella poveretta abita qui soltanto da qualche anno; prima, quando i figli erano piccoli e c'era ancora suo marito, abitava in montagna, a San Quintino».
«A San Quintino?» chiese l'uomo con stupore. «Ma è sicura?» «Altro che» rispose la donna, a sua volta meravigliata. Poi chiese: «Perché, lo mette in dubbio?» «No, non lo metto in dubbio, dicevo così, per dire. E come si chiama quella disgraziata?» «Si chiama Maddalena, Maddalena Corizzi. La conosce, forse?» «Oh, no» disse il gasista. Mise in tasca la matita che in tutto questo tempo aveva rigirato tra le dita della mano destra. Si voltò verso la porta, quasi di scatto. «Scusi le chiacchiere, le ho fatto perdere tempo». Si avviò per il ballatoio per imboccare le scale in discesa e andare ad iniziare il giro dal basso.
Nel cortile c'era ancora il gruppetto di casigliane che stavano parlando. Il gasista bussò alla prima porta e una delle donne si staccò dal crocchio. «Arrivo, arrivo» disse, mentre correva per farlo entrare. «È la prima volta che faccio questa strada» disse l'uomo, «mi deve indicare dov'è il contatore». Entrò, lesse i numeri, li trascrisse come un automa, come se nemmeno li vedesse. Pensava a Maddalena, da quanto tempo si era dimenticato di lei; gli venivano in mente anche i bambini, Gino, Tina, Evelina. Chissà delle due figlie qual era quella che faceva la vita.
Continuò le sue letture passando da un'abitazione all'altra senza più dire una parola; anche se qualche donna cercava di attaccar discorso, lui taceva. Tentava di figurarsi le facce che potevano avere i suoi figli diventati adulti. E gli venivano anche in mente quei giorni lontani, quella sua disaffezione al lavoro, quel vagare da un'osteria a un bar, passare da una partita a briscola a una al biliardo. Infine c'era stata la sua decisione di andarsene, non sapeva neanche lui dove e perché. Aveva trascorso alcuni mesi come un barbone fino a quando aveva trovato Marina, che era riuscita a tirarlo fuori da quel gorgo nel quale era scivolato, prima usando la dolcezza poi la fermezza, l'imposizione. Gli aveva fatto ritrovare la volontà di lavorare. E con Marina, sua attuale compagna, aveva due figli tra i cinque e i dieci anni.
I controlli nella grande casa di ringhiera erano finiti. Il gasista dal cortile si avviò sotto l'androne per uscire in strada. Quando fu sul marciapiedi si fermò a guardarsi intorno. A sinistra, oltre gli alberi che erano in fondo al viale, c'era l'ospedale. Era là che avevano portato Maddalena, forse c'era anche Gino che aveva la schiena spezzata e la prospettiva della carrozzella. Si aggiustò sulla spalla la cinghia del borsello nel quale teneva il quaderno dei controlli e girò a destra.





lunedì 25 gennaio 2016

Cercarsi allo specchio

Mi capita, da qualche tempo, di sorprendermi a guardarmi nello specchio. Mi scruto come se cercassi qualcosa che non conosco, un lineamento, un'espressione: un po' come se osservassi il volto di uno sconosciuto. Il fatto è che sento in me qualcosa che non mi appartiene interamente: io sono io ma con qualche traccia, appunto, di un altro. Una strana e anche allarmante sensazione. Che cosa mi stia accadendo non lo so; cerco di capirlo, guardandomi nel fisico e poi anche nell'intimo.
Questo strano fatto si sta verificando da circa cinque mesi, non di più; praticamente da dopo che è successa la faccenda di Angelina. Angelina se n'è andata una notte, sei mesi fa, mentre dormivo, ignaro di quanto stava tramando, ignaro di quanto aveva tramato fino allora e di tutto il suo mondo. Otto anni di matrimonio, otto anni che mi erano parsi tranquilli, sereni. Una pacata unione di quarantenni, la nostra. Non avevamo avuto figli, ma non sembrava un problema per nessuno dei due. Io le volevo bene, le ero fedele, credevo che fosse altrettanto per lei. E invece aveva una seconda vita.
Incredibile: come mai non me ne ero accorto? Mi aveva confessato tutto in una lettera, una lunga lettera, che mi aveva lasciato sul comodino da notte a un palmo dal naso. Così al mio risveglio, dopo avere scoperto sul letto, al mio fianco, la sua impronta, mi ero messo a leggere quei fogli e mi ero sentito crollare addosso quella che credevo la solida impalcatura della mia vita. Nel petto mi si era acceso un vortice terribile; mi sentivo come in mare, su un'esile barchetta, inghiottito da un uragano e sballottato da onde gigantesche ognuna delle quali mi piombava addosso come se fosse l'ultima, che mi avrebbe annientato.
Quelle onde erano le sue confessioni: la nostra relazione che era andata a poco a poco sbiadendosi, poi l'indifferenza per me, per la nostra unione sterile, la nascita di un suo nuovo amore che era via via cresciuto, era diventato passione ed ora lei se ne andava con il suo idolo, felice. Non una parola di rammarico per il dolore che mi arrecava, come se nemmeno esistessi, come se proprio non avessi mai contato nulla per lei. Che giorni di angoscia da quel mattino di stravolgimento!
E io che avevo fatto della mia fedeltà una religione! Per me era fondamentale il concetto che la famiglia doveva rappresentare il fulcro dell'unione matrimoniale, sacro e preminente su ogni altro aspetto della vita, quindi da salvaguardare prima di tutto con la correttezza di comportamento in mancanza della quale si sarebbe avviato inesorabile il disfacimento. Io così, ligio a questi sani principi, e lei che tramava alle mie spalle, certo irridendo anche la mia dabbenaggine. Ciononostante non mi pento della mia condotta: la regola morale resta valida anche se circostanze estranee avverse hanno falsato il risultato.
Questo, dunque, il mio passato. Veniamo al presente, a quello che mi accade talvolta. In genere è di notte, nelle ore che precedono l'alba: mi sveglio e resto insonne con la mente che vaga senza controllo, in abbandono, con la speranza di ritrovare un altro poco di sonno. Mi avviene di entrare in un ricordo; un ricordo che non può essere tale perché appartiene ad una realtà sicuramente non mia. Eppure è come se lo fosse, come se io davvero avessi vissuto quelle vicende. Un'assurdità. Ecco di cosa si tratta. Rivivo - o meglio, ho l'impressione di rivivere - scene di amore fisico con una donna che non è Angelina. Proprio un assurdo, perché si tratterebbe di un mio tradimento che ora, di giorno, sono ben sicuro di non avere mai compiuto. Ma di notte, in quel vagolare della mente nel buio, mi sembra reale e della realtà mi dà una diffusa piacevolezza. Abbraccio e bacio quella mia donna, giovane e bella, con trasporto e con la gioia di sapere che non è una situazione occasionale, ma che si ripeterà.
E infatti questo ricordo, diciamo pseudo ricordo, ritorna con una metodica analogia e sempre mi pervade di letizia e di stupore. A volte, pur a malincuore, lo interrompo, accendo la luce, voglio constatare di essere effettivamente sveglio. E allora mi chiedo come è possibile che accada questo, come posso io, che fui marito dell'Angelina scrupolosamente e vanamente fedele, rivivere un adulterio che in realtà non ho commesso. Cos'è, dunque, questa storia? È stato un sogno, tanto intenso da restarmi scolpito nella memoria come se si fosse trattato di un evento reale?
Infatti questa vicenda, che so irreale, posso descriverla minutamente, come se fosse davvero avvenuta. La donna è bionda, dolce, raffinata, con occhi azzurri e un sorriso che rasserena. Da tempo veniva nel mio studio per accompagnare la madre malata di diabete. La madre era poi morta, per una trombosi, e lei non si era più vista per qualche tempo. Poi era ricomparsa perché si sentiva opprimere da una ansietà inspiegabile. Tre visite per la cura e alla quarta eravamo finiti avvinghiati sul lettino. Se indugio nel ricordo - in questo falso ricordo - il numero dei particolari si accresce: vedo certi vestiti suoi, odo la cadenza delle sue parole, sento riecheggiare sue risate. L'animo mi si pervade di tenerezza e la rievocazione di uno qualsiasi dei nostri rapporti sessuali si fa così intensa, precisa, da sfiorare la realtà. E risento anche le atmosfere del "dopo": i momenti di dolce abbandono, le carezze dell'affettuosa commozione, diverse da quelle del "prima", tutte percorse dalle vibrazioni del desiderio, dall'ansia dell'arrivo alla mèta. E poi ancora, approssimandosi il congedo, prima di far entrare il prossimo cliente, qualche lieve chiacchiera nel tempo di fumare una sigaretta.
Una sigaretta? Ma io non fumo. Ho fumato dai diciotto ai trentacinque anni. Un giorno ho detto basta e non ne ho più acceso una; non solo, non ho nemmeno aspirato una boccata quando gli amici, per tentarmi, insistevano ad accostarmi alle labbra una sigaretta accesa. Ora mi accade che in queste peregrinazioni mentali notturne ci sia anche un mio ritorno al fumo. In modo irregolare, saltuario: qualche giorno niente, qualche altro due tre, magari anche cinque sigarette. Eppure, di giorno, lo so bene che nulla è cambiato da quel momento in cui dissi basta: di sigarette non ne ho proprio più fumata neanche una.
Incomincio a preoccuparmi per queste mie false consapevolezze, questo inserirsi della mia fantasia in una realtà che non mi appartiene, come se, invece, ne fossi protagonista. Mi pare di capire che sia proprio questo il problema: pur essendo in realtà estraneo a determinate situazioni, una certa parte del mio io entra in un ruolo immaginario e lo fa con tanta partecipazione e accuratezza da crearmi una ricca mole di elementi i quali poi, nei particolari momenti dell'insonnia notturna, mi affiorano alla mente come ricordi.
Me ne è comparso uno nuovo, di recente. Un ricordo ingombrante, persistente, ancora più assurdo degli altri, se è possibile. Io non frequento la zona collinare della mia città avendo sia l'abitazione che lo studio da tutt'altra parte. In particolare non sono mai andato in via Serpilli, non so che strada sia, non l'ho mai vista. O meglio, ormai l'ho un po' vista attraverso le fotografie dei giornali e le immagini della televisione per quella storia di cui si parla insistentemente quasi ogni giorno sotto il titolo di "delitto di via Serpilli". È un giallo irrisolto, ingarbugliato, per me di nessun interesse: infatti mi limito a leggere titoli e sommari; con la TV, se mi imbatto in questo argomento, cambio canale alla svelta, innervosito. Grosso modo, per quello che ho potuto capire, la ragazza che è stata uccisa in via Serpilli, soffocata con un cuscino, doveva aver fatto entrare in casa lei stessa l'assassino. Ma per scoprire il colpevole gli inquirenti han da districarsi nel groviglio dei molti amici e conoscenti che la frequentavano, non esclusi due ex fidanzati coi quali aveva trascorso due periodi di convivenza.
Credo di comprendere perché istintivamente sto lontano dalle notizie che riguardano questa tragica vicenda: mi rendo conto che, inconsciamente, tendo ad appropriarmi di ogni informazione per poi elaborarla e costruirci intorno dei ricordi. Un fatto veramente sgradevole, che mi turba profondamente. Mentre nel caso dei rapporti sessuali - ricordiamolo: presunti rapporti sessuali - con la mia cliente bionda e bella, quando ritornano, mi danno un diffuso piacere, il "ricordo" che si riferisce a via Serpilli è angoscioso, mi attanaglia come una trappola e io cerco di sfuggirgli, ma non trovo scampo e mi agito, sudo, mi sorprendo persino a gemere.
In sostanza io rivivo un delitto, lo rivivo nelle vesti abominevoli dell'assassino e la vittima è una donna. Una che conoscevo da tempo: anche lei era stata mia cliente, poi mia amante. Era un periodo in cui conviveva con un uomo più anziano del quale non le importava più nulla. Il nostro era un rapporto basato soprattutto sull'attrazione sessuale. Per gli incontri clandestini ci servivamo di un piccolo albergo, mi pare in collina. A un certo punto gli appuntamenti si erano diradati, poi lei mi aveva detto che aveva lasciato l'anziano e si era messa con un giovane della sua età. E tutto tra noi era finito, in maniera piana.
Così credevo che fosse. Invece sentivo la sua mancanza. Avrei voluto cancellare dalla sua vita l'uomo nuovo che le era diventato compagno e allora ho incominciato a cercarla, ci siamo incontrati nascostamente, alcune volte, abbiamo discusso, ma lei era irremovibile, considerava definitivamente chiusa la nostra storia. Un giorno, sapendo che lui era fuori città, mi sono presentato da lei e l'ho convinta a farmi entrare. Era dura, cattiva, diceva basta basta è finita e a me sembrava di perdere un bene prezioso. Ero stravolto. L'ho afferrata per le spalle, ho incominciato a scuoterla latrandole sulla faccia degli insulti, a denti stretti per non farmi sentire dai vicini. Mi guardava con occhi sbarrati, muta, terrorizzata. Continuavo a squassarla e gli scuotimenti le facevano rimbalzare sul petto la collana. Era una collana di piccoli grani neri maculati di bianco. Con una mano l'ho ghermita e l'ho girata e rigirata tanto da stringergliela sul collo. Lei stava già emettendo un gemito roco, strozzato, quando il filo s'è spezzato e i grani sono come esplosi a raggiera, tutt'intorno. Di nuovo l'ho presa per le spalle e l'ho gettata sul letto, ma si è messa a urlare e allora, per farla tacere, ho afferrato un cuscino e gliel'ho premuto sulla faccia. A lungo, troppo a lungo: quando l'ho tolto, era già morta.
Questo ricordo che, ripeto, non è mio, mi sta angosciando, non solo nelle ore dell'insonnia mattutina quando mi si dipana nella mente come la sceneggiatura di un film, ma anche durante il giorno. C'è una parte di me che si appropria di elementi di cronaca e li manipola in ricostruzioni di fatti mostruosi nei quali vuole coinvolgermi. In certi momenti non so proprio in quale realtà sono, se dentro o fuori quella brutta vicenda.
A confondermi ancora di più ci si mettono circostanze strane. Ieri sera levandomi i pantaloni ho sentito un leggero tintinnìo e ho visto correre sul pavimento una pallina: forse era caduta da un risvolto. L'ho osservata: era nera striata di bianco, forse di onice, con un forellino centrale. Sembrava una pallina di quella collana. Di colpo m'è parso che scottasse, ho aperto la finestra e l'ho gettata via. Ma cosa sta succedendo, la fantasia riesce a invadere la realtà? Ed è poi vero che mi sono trovato in mano una di quelle palline? Mi viene il dubbio che anche questo episodio sia frutto di una immaginazione perversa.






domenica 11 ottobre 2015

La speranza

Sua madre entrò, si diresse alla finestra, sollevò l'avvolgibile, la luce invase la stanza. «Sono quasi le otto» gridò. «Maria, alzati!» La ragazza aveva coperta anche la testa, stava immobile, ma non dormiva. «Non arriverai più in tempo» incalzò la madre. Maria si districò lentamente dall'involucro di lenzuola e coperte, lanciò piccoli gemiti come se in quel momento si stesse svegliando, poi disse: «Questa mattina non ci vado, in ufficio. Ho tutte le ossa rotte, credo d'avere avuto la febbre stanotte». La madre le si avvicinò, le posò una mano sulla fronte: «Adesso non sembra» disse. «Vuoi che telefoni in ufficio?» «Sì, grazie. Di' che tornerò a lavorare appena starò meglio. Ora cerco di dormire di nuovo».
La madre riabbassò l'avvolgibile, la figlia la fermò prima che la serranda fosse completamente chiusa. C'era rimasto uno spiraglio di una decina di centimetri attraverso il quale dal letto si vedeva una terrazza della casa di fronte, due piani più in su, con panni stesi, battuti dal vento e dal sole. «Basta così, grazie» disse la ragazza. La madre si avviò alla porta. «Più tardi ti porto il latte. Se hai bisogno chiamami». Maria girò lo sguardo alle cose della stanza un po' confuse nella penombra, guardò attraverso la fessura della finestra la macchia chiara della terrazza illuminata. Aveva voglia di piangere. Aveva già pianto a mezzanotte quando si era coricata. Anche adesso pensava alle parole che Giulio le aveva detto la sera prima, tornando dal cinema.
Giulio era cassiere nell'ufficio accanto al suo. Erano amici da tempo, ma negli ultimi mesi la loro amicizia si era fatta più intima. Lui era gentile, premuroso, buono; e scapolo. Aveva trentotto anni, due più di lei. A quell'età doveva per forza pensare al matrimonio, a una casa. Maria studiava le sue parole, i sottintesi, cercava di scoprire le intenzioni nascoste. Giulio le piaceva, sperava di sentirsi dire da lui, una volta o l'altra, che le voleva bene. Nel pomeriggio del giorno prima, uscendo dall'ufficio, l'aveva invitata al cinema per la sera, come altre volte, per stare un poco in compagnia. Dopo lo spettacolo, in auto, mentre l'accompagnava a casa, le aveva detto: «Ho bisogno di confidarmi con te, ascoltami, ti prego». Lei si era sentita le gambe tremare all'improvviso, le sembrava già di udire le sue parole d'amore, avrebbe voluto abbracciarlo subito, prima ancora che incominciasse a parlare. Invece Giulio aveva detto: «Sono innamorato di una ragazza che ha vent'anni, è ricchissima, capisco che non è assolutamente adatta a me e che nemmeno mi vorrebbe, ma sono testardo, non so dimenticarla, come devo fare?»
Maria era rimasta in silenzio. Le era venuto un nodo alla gola e si sentiva come sprofondata nel sedile, il tremore di prima alle gambe s'era d'improvviso tramutato in un vuoto, un'insensibilità, come se gli arti non le appartenessero più, se in quel momento avesse dovuto scendere certo non l'avrebbero retta in piedi. Giulio aveva accostato l'auto sulla destra, in uno spiazzo libero del viale che percorrevano. Lui aspettava una sua risposta, ma lei non parlava, il nodo alla gola le aveva tolto anche la parola. «E allora cosa mi dici?» le aveva chiesto vedendo che l'attesa si prolungava. Con grande fatica Maria era riuscita ad aprire bocca. «Sono cose troppo personali, non si possono dare dei consigli, sei tu che devi decidere».
A casa s'era buttata sul letto e aveva pianto. S'era addormentata tardissimo e s'era svegliata presto. Pensava a Giulio e pensava ai propri trentasei anni. Trentasei per modo di dire: ne avrebbe compiuti trentasette dopo dodici giorni, il ventiquattro marzo. Era una data che ormai odiava; odiava anche la primavera, i primi caldi soli, i primi venti, le viole nelle prode delle strade di periferia, perché le ricordavano l'imminente scadenza.
Pensava ad altri compleanni lontani: il diciottesimo, il ventesimo, quando c'era ancora suo padre e ogni anno a primavera facevano un viaggio. I vent'anni li aveva compiuti a Innsbruck. Al mattino avevano visitato l'Hofgarten, il giardino imperiale; a mezzogiorno, rientrando all'albergo dove erano alloggiati - il Greif, ne ricordava ancora il nome - aveva trovato un telegramma per lei. Era di Rolando; diceva: "Hai voluto partire nonostante la mia proibizione: non cercarmi più". Rolando, il suo primo fidanzato, era gelosissimo, a volte insopportabile. Lei aveva scrollato le spalle: le importava poco che Rolando la lasciasse, aveva tempo e si sentiva bella. Poi aveva incontrato Sergio. Si erano voluti molto bene, ma avevano anche avuto liti furibonde; era finita male, addirittura a schiaffi e a calci. Anche con gli altri, dopo, non era mai stata fortunata, o per un motivo o per l'altro.
Fissava la terrazza della casa di fronte: oltre la ringhiera si vedevano sbattere al vento un asciugamano bianco e una sottana gialla. Davanti all'asciugamano si fermò un bambino, si chinò, si alzò, si tornò a chinare, ora si vedeva soltanto la sua testa muoversi in maniera appena percettibile: evidentemente stava giocando con qualcosa che era sul pavimento. Maria avrebbe voluto che se ne andasse: c'erano già di troppo, su quella terrazza, anche il vento e il sole.
Il bambino le ricordava Michele. Michele era stato l'ultimo, prima che lei incominciasse a pensare a Giulio. Michele si era fidanzato regolarmente. «Ci sposiamo presto» le diceva. Era di un'altra città, faceva il tecnico di macchinari per arti grafiche; era venuto per assistere gli operai che montavano una macchina svizzera in una tipografia. «Ti sposo presto» ripeteva; ma non andava mai oltre questa generica promessa. Lei si sarebbe aspettata che facesse qualche progetto, che indicasse una data probabile, che esprimesse qualche idea su quella che sarebbe potuta essere la loro casa. Le diceva invece, tante volte, che aveva un corpo magnifico, che era stupenda, una donna meravigliosa e lei, a quei complimenti, socchiudeva gli occhi per la soddisfazione, quasi inebetita. Poi, un giorno, l'angosciosa scoperta: Michele era sposato e aveva due bambini. Quando Maria gliel'aveva rinfacciato lui si era messo a piangere, le aveva chiesto perdono. Una scena melodrammatica. Ma c'era poco da fare, se non troncare. E si erano lasciati, lei furibonda, ingiuriante, lui sempre piangente, strisciante, implorante perdono.
Ora le pareva di risentire quelle sue parole che sapeva sussurrare con tanta abilità nei momenti di esaltazione amorosa: «Hai un corpo magnifico, sei stupenda». Era vero oppure Michele mentiva anche in quelle affermazioni? Maria cercò di figurarsi il proprio corpo, era tanto che non l'aveva guardato con occhio critico. Le venne un improvviso desiderio di vederlo, di scrutarlo, di ammirarlo. Se l'avesse trovato ancora piacente forse avrebbe potuto riconquistare un po' di fiducia, un'ultima speranza. Scese dal letto, infilò le pantofole, andò davanti allo specchio dell'armadio. Ebbe subito un moto di disappunto guardandosi in faccia: gli occhi erano gonfi, scuri, i capelli scomposti; ma forse la scarsa luce contribuiva a peggiorare l'immagine. Andò a sollevare un po' la serranda, tornò allo specchio, si sforzò di sorridere, pensò che il trucco l'avrebbe trasformata, non poteva giudicarsi in quelle condizioni. Si strinse la vita tra gli indici e i pollici facendo aderire la camicia da notte: la vita era ancora sottile, il petto florido. Si passò una mano sui capelli, sorrise. Ora non pensava a nulla, si limitava a sorridere a se stessa senza sapere il perché.
Si scosse al suono del campanello, nell'ingresso. Sentì sua madre avviarsi ad aprire. Tornò a letto, ad ascoltare. Era la voce di un uomo quella che si sentiva di là. Maria cercava di decifrare le parole, ma non ci riusciva; ora la voce si spostava per il corridoio, entrava nel salotto. Maria attese ancora qualche minuto poi suonò il campanello interno e sua madre venne sull'uscio. «Chi è?» chiese la ragazza. «È il tecnico della tivù, è venuto per l'audio del televisore, dice che il guasto lo può riparare qui, ha già incominciato». La madre uscì di nuovo. Maria si stirò, rimise i piedi a terra, s'infilò le pantofole, la vestaglia, uscì dalla stanza, entrò in bagno. Poi ritornò in camera, si sedette alla toeletta, incominciò a massaggiarsi il viso, scelse il vasetto della crema, il tubetto del rossetto, la boccetta del profumo. Si pettinò con cura, tuttavia senza indugiare. Vide il volto rifiorire, pensò che non era un volto brutto, forse non dimostrava nemmeno gli anni che aveva.
Quando fu pronta si alzò, si diresse alla porta, ma sostò un attimo a guardarsi nello specchio grande dell'armadio. Uscì, nel corridoio si fermò, si ripassò una mano sui capelli con morbidezza per accertarsi che fossero proprio a posto. Dal salotto veniva il gracchiare metallico e confuso del televisore che il tecnico stava riparando. Posò la mano sulla maniglia, entrò.


venerdì 11 settembre 2015

Autunno

Ottobre. Nel livido cielo si è aperto un varco d'azzurro. Non piove più. Le foglie rosse dei tigli stillano l'ultima pioggia. Le gocce cadono su altre foglie a terra. I vialetti del parco hanno per tappeto le foglie gialle, rosso-cupo, color ruggine, larghe, strette, a triangolo, affusolate.
Gian Piero cammina sul tappeto morbido che geme, intriso d'acqua, sotto i suoi piedi. È già il secondo giro che fa intorno alla villa, lentamente, tenendo le mani in tasca, a tratti fischiettando, a tratti incantandosi a guardare i colori che gli sono intorno. Ha sedici anni, porta un maglione rosso con un arabesco giallo sul petto. È il primo giorno che l'indossa; era tanto che lo desiderava. Sua madre diceva: «Te lo farò io, quest'estate, in campagna». L'estate è ormai passata e la mamma ieri ha finito il maglione. Gian Piero lo sente caldo intorno al busto; gli rende molto piacevole il contrasto dell'aria umida e fresca sul viso.
Tra pochi giorni ritornerà in città, riprenderà le scuole, la seconda liceo. Lo studio è noioso, ma in città c'è una consolazione, Martina. Gli ha scritto una lettera ieri l'altro; la stringe nella mano sinistra, in tasca. Gian Piero conosce a memoria quelle parole, eppure ha ancora il desiderio di rileggerle. Accelera un po' il passo, raggiunge la parte posteriore della villa; nelle stanze, su questo lato, non c'è nessuno, può fermarsi liberamente, leggere con tranquillità. Scrive Martina: "Il mio amore è dolce come è dolce l'autunno, carico dei suoi colori e della sua tenerezza. Prendi in mano una foglia caduta da un albero, guarda i suoi riflessi, senti come è morbida, vellutata, tenera, è un gioiello di poesia. Io sento il mio amore come questa foglia, con la sola differenza della mia inesauribile vitalità".
Gian Piero rimette in tasca la lettera, si china, raccoglie una foglia, l'accarezza con mano leggera. Alza lo sguardo intorno: cento e mille foglie sono sugli alberi, tenere e morbide e colorate, un bosco di poesia. Ricomincia a piovere. Un tordo, dalla sommità di un faggio, saluta la pioggia con un canto melodioso.


Ottobre. Che giornata stupenda! Il caldo di settembre ha tracimato in questi primi giorni ottobrini e anche il cielo continua a mantenersi limpido, d'un azzurro che ravviva i colori della campagna. La natura sembra essere in tripudio come se volesse fare corona a questa festa che oggi c'è nel giardino. Sotto i faggi, i tigli, gl'ippocastani che delimitano il prato dietro la villa c'è una distesa di tavolini apparecchiati, quattro posti ogni tavolo, e sotto l'ombrello della secolare sofora s'allunga il tavolo delle vivande, delle bevande, con pile di piatti, file di bicchieri, vasi di fiori; e allineati davanti al tavolo ci sono sei camerieri in giacca bianca e guanti bianchi, in attesa. I tavoli sono vuoti. C'è silenzio e in questo silenzio vivono i canti e i controcanti degli uccelli.
Quando, un mese fa, l'ing. Gian Piero Bertini e la moglie Martina hanno deciso di fare il pranzo qui, nel giardino della loro villa, non osavano sperare di avere una giornata come questa, praticamente estiva: paventavano la pioggia, s'auguravano soltanto tempo mite. A decidere, comunque, non erano stati soltanto loro, ma anche Enrica e Lorenzo, entrambi appassionati di questa che loro chiamano la casa di campagna e nella quale vengono a trascorrere ogni momento libero. Enrica è la loro figlia e Lorenzo il genero. Si stanno sposando adesso, nella chiesa del paese tutta addobbata di fiori. Tra poco arriveranno, seguiti dai genitori, dai parenti e da un centinaio di invitati. Enrica ha ventiquattro anni, è laureata in medicina, mentre Lorenzo, procuratore, sta per diventare avvocato. Per questa figlia unica Gian Piero e Martina hanno sempre fatto quanto potevano e lei, da parte sua, li ha sempre ripagati con amore. Una figlia perfetta; anche il genero sembra un ragazzo molto per bene. Tutto lascia sperare che il matrimonio sia felice. La festa di oggi vuole essere l'avvio di questa felicità.
Ecco che arrivano. Ci sono clacson che strombazzano là in strada. Le prime auto varcano il cancello, parcheggiano nello spiazzo antistante l'ingresso; le altre, e sono decine, si fermano fuori, lungo la via. Ora il parco si sta animando di voci e di colori. C'è un grande movimento nel prato, molti si accingono a prendere posto ai tavoli, i camerieri entrano in casa, vanno in cucina dove i cuochi stanno preparando le portate, escono con piatti fumanti che posano sulla tavola. Oltre la distesa dei tavolini, sotto una quercia, c'è un palco e sul palco ci sono sei suonatori. Fino a qualche minuto fa non si vedevano, erano in giro per il parco, adesso si stanno sistemando davanti ai loro strumenti. Gli invitati cominciano a muoversi dai loro tavolini verso il tavolo lungo per prendere i piatti e scegliere cibi e vini. C'è ressa davanti ai sei camerieri che sono indaffarati a servire gli ospiti. Poi, a poco a poco, tutti vanno ai loro posti, l'impegno di ognuno è soprattutto rivolto al pranzo, c'è quindi un relativo silenzio del quale l'orchestra non abusa limitandosi a suonare in sordina musiche vivaci ma non chiassose.
Più tardi ci sono i brindisi, i clamori dell'allegria generale.
«Tutti gli uccelli del parco devono essere fuggiti spaventati» dice Gian Piero a Martina. Sono a un tavolo con i consuoceri. Finora con loro hanno conversato, discorsi di circostanza; adesso vorrebbero potersi distrarre, si girano a guardare l'orchestra, per non dover continuare a parlare. Sono fianco a fianco, il braccio sinistro di lui sfiora il destro di lei; si prendono per mano, una stretta silenziosa, e si guardano. Una domanda muta: cambierà la loro vita? Tra poco Enrica e Lorenzo partiranno per il viaggio di nozze e al ritorno andranno, in città, nel loro appartamento che da pochi giorni è pronto. Certo qualcosa cambierà per loro. Come vorrebbero essere soli, almeno un momento: forse si abbraccerebbero in silenzio.


Ottobre. Piove: un'acquerugiola sottile e lenta, ma per tre giorni è piovuto a dirotto. Al cancello della villa si ferma un'auto, il clacson suona. Corre ad aprire un giovanotto stempiato con una giacca a righine blu e grigie.
«Bentornato, ingegnere». L'ing. Gian Piero Bertini risponde al saluto con la mano e innesta la marcia, la macchina percorre qualche decina di metri, poi si ferma davanti al portone. È la fine della settimana e l'ingegnere è tornato per rimanere fino a lunedì. In città ha la sua azienda che dirige personalmente, qui oltre alla villa ha il podere con il contadino; nella villa si è trattenuta ancora sua moglie.
L'ingegnere scende dall'auto, si guarda intorno, ha il viso accigliato.
«Ma Bartolomeo» dice al giovanotto stempiato, «c'è bisogno che te lo dica io di pulire il parco? I piedi affondano nelle foglie fradice».
«Scusi tanto ingegnere, ma non si fa in tempo a pulire che subito si sporca di nuovo: le foglie cadono in continuità e piove sempre». L'ingegnere si sofferma sulla soglia, chiede:
«Novità?»
«Con la pioggia di questi giorni è entrata acqua nelle soffitte, ci sono delle tegole rotte, bisognerà far ripassare tutto il tetto».
«Ah» esclama con una smorfia di disappunto l'ingegnere. Poi chiede: «E in campagna?» Il domestico fa un gesto negativo:
«Tonio dice che con tutta quest'acqua l'uva non si può raccogliere e marcisce». L'ingegnere si gira con gesto brusco, innervosito, entra, sale.
Ora riprende a piovere più forte. A un angolo della villa una grondaia ha un foro, l'acqua cade sul marciapiedi, rumorosamente, alzando alti schizzi. L'ingegnere si affaccia a una finestra del primo piano. Indossa una veste da camera nocciola con bavero marrone. Si appoggia con i gomiti al davanzale e guarda gli alberi, i vialetti del parco, il cielo; le nubi sono basse, sembrano quasi toccare le vette degli alberi. Certo se la sofora fosse rimasta intatta, alta com'era, quasi trenta metri, adesso la cima si perderebbe nella nuvolaglia. Ma la sofora è dimezzata: dieci anni fa, d'agosto, durante un temporale notturno, un fulmine l'ha troncata; e ancora adesso la pianta termina con una punta smozzicata: una ferita ancora aperta, che nessuno è mai salito a curare con un taglio netto. Così la sofora, che era un'immagine di eleganza maestosa e dava al parco il tocco della imponenza, ora lo svilisce e immiserisce.
L'ingegnere resta un po' a guardare; si stringe nelle spalle, ha freddo: Chiama:
«Martina, vieni a vedere». Martina gli si affianca. «Guarda che tristezza» dice lui: «siamo già in inverno, ormai, e non ne va bene una. In azienda le vendite sono ferme per la stagione, qui il tetto fa acqua, bisogna mettersi nelle mani dei muratori, l'uva non si può vendemmiare, il parco è sepolto dalle foglie. E Gilda ha telefonato?».
«No, sono quindici giorni che non si fa sentire». Lui scuote la testa, in un gesto di avvilimento. Gilda è la nipote, ha sedici anni e vive con il padre, l'avvocato Lorenzo. La madre, Enrica, da quando si è separata dal marito, otto anni fa, si è trasferita in una città del sud dove lavora in un laboratorio di analisi. La bambina all'inizio della separazione trascorreva un po' di tempo con la madre e un po' con il padre, poi ha optato per lui. Dai nonni andava abbastanza spesso, sia in città, sia in campagna durante i fine settimana, ma negli ultimi tempi queste visite si sono rarefatte. Anche Enrica viene sempre più di rado; laggiù convive con un collega che i genitori non hanno mai conosciuto.
L'acqua che cade dalla grondaia scroscia sul marciapiedi, intorno al suo rumore c'è la punteggiatura sonora delle gocce sulle foglie degli alberi vicini. Un branco di corvi neri solca lo spazio grigio di cielo, tra il tetto e le cime dei faggi, gracchiando. L'ingegnere solleva il busto, si porta una mano alla schiena come per alleviare una sofferenza, invita la moglie a rientrare, chiude la finestra.
«Di questi giorni» dice, «sembra che non debba mai più venire il sole».


Ottobre. Il vento scuote gli alberi del parco, le foglie si staccano, volano, vanno a cadere lontano, quelle che sono a terra s'alzano o si rincorrono in mulinelli. In cielo vagano grosse nubi bianche, sembrano montagne di neve. È freddo. Bartolomeo, iI domestico, varca il cancello, lo richiude, si incammina con passo svelto verso la villa. Nella mano sinistra stringe un pacchetto, con la destra cerca di tenersi serrata la giacca davanti al petto. Sulla testa quasi calva ha un berretto a visiera. Sale al primo piano.
L'ingegnere è nella camera di soggiorno, seduto in poltrona, di spalle alla porta; a lato ha una stufetta elettrica accesa, sulle ginocchia una coperta. Gli è davanti la finestra oltre la quale gli alberi scuotono le loro cime ancora frondose disperdendo le foglie che fuggono rapide. Sono foglie rosse, gialle, strette, larghe, allungate: il bianco delle nubi le fa risaltare. Il domestico entra.
«Ingegnere» dice, «il farmacista mi ha voluto aggiungere un'altra specialità, un prodotto nuovo che assicura ottimo».
«Martina» chiama il vecchio voltandosi verso l'uscio della camera accanto, «vieni un po' a vedere queste medicine».
Martina entra, ha uno scialletto sulle spalle, è pallida, con la pelle rugosa, ma è ancora alta e ritta. Si avvicina al domestico, prende il pacchetto, lo apre. Dentro ci sono due tubetti e due scatole rotonde metalliche. Prende in mano uno dei tubetti.
«Questo non era nella ricetta», osserva.
«Appunto» dice l'ingegnere, «gliel'ha dato il farmacista assicurandogli che è buonissimo». Martina legge:
«Conteril B2, contro lombaggini, artriti, reumatismi».
«Bene» dice l'ingegnere, «lo proverò, vedremo se è più efficace degli altri. Stasera, quando andiamo a letto, mi frizionerai la schiena; questo vento lo sento nelle ossa. L'importante, ad ogni modo» continua l'ingegnere, «è che il farmacista non sia mai sprovvisto di Pertramina, che è la migliore di tutte queste pomate. Dopo un buon massaggio mi sentirei di andare anche in giro per il parco, nel vento freddo e sotto la pioggia».

L'ingegnere tace un momento, guarda gli alberi che si flettono; ode, fuori, un assiolo che ripete il suo grido: chiù, chiù, chiù. Ha un momento di esitazione, poi chiama la moglie:
«Martina, sarà bene che la frizione con la nuova pomata me la faccia subito».




lunedì 25 maggio 2015

Riconoscenza tardiva

È rozzo, sgraziato nel dire e nel fare, incapace di una parola dolce, d’affetto. Lei, Carlina, è di ben altro temperamento. Quando lavorava da sarta, sola, ancora nubile, non faceva altro che sognare. Sognava un uomo gentile, pieno di premure. Cosa importa se aveva già 48 anni? Niente; si può esser poeti anche a cent’anni, e lei lo era. Poi capitò lui, Contardo, a farsi fare una giacca. Ci andò per ordinarla, ci andò per provarla e poi per ritirarla. Quest’ultima volta le disse, così a bruciapelo: «Lei, Carlina, sa che io, qui in paese, sono molto stimato, ho un negozio di ferramenta, mio, ben avviato. Sono solo, lo so che a 55 anni è un po’ tardi per sposarsi, ma io sarei disposto. Cosa ne pensa? Potremmo vivere in compagnia, si sta così male da soli».
Carlina aveva preso una settimana di tempo per pensarci, poi aveva acconsentito. Si erano sposati due mesi dopo. Adesso sono insieme da quattro anni, lei ne ha 52, lui 59. A sentire i vicini una coppia molto affiatata, lavorano tutta la settimana, lei casa e qualche volta ad aiutare il marito in negozio, lui sempre dietro il banco. La domenica mattina vanno a messa insieme e, nel pomeriggio, lui va a fare la solita partita a scopone, in osteria.
Ma lei, Carlina, non è contenta. Avrebbe voluto ben altro. Quand’era nubile e passava ore a testa china a cucire, sperava di trovare un uomo che le fosse sempre intorno a dirle qualcosa, cara qui, cara là, cara come ti voglio bene. Ma allora, se la vita coniugale è così, con un uomo che tace sempre, che apre bocca solo per dire «fatti in là altrimenti non passo», «è pronta questa cena?», oppure «quand’è che ti decidi a venirmi a dare una mano nel negozio, non sai che oggi è giorno di mercato?», allora era molto meglio stare da soli, almeno si poteva fantasticare in libertà e c’era la possibilità che un sogno bellissimo si avverasse.
«Contardo – propone lei in un tentativo di dirozzamento del marito --, cosa ne dici se quest’estate andassimo a fare un viaggetto? Non ci siamo mai mossi, non abbiamo fatto nemmeno il viaggio di nozze». «Sarai mica matta, e il negozio? Qui c’è gente che lavora anche d’estate». Carlina scuote la testa: già l’immaginava che avrebbe risposto così. «Piuttosto che pensare alle ferie – dice Contardo – metti un po’ a posto, nella retrobottega, le pompe per il verderame che sono arrivate questa mattina».
È salita sulla scaletta, ha sistemato le pompe sullo scaffale che è dietro la porta. Questa pompa è messa male, se l’uscio si apre completamente va a sbattere contro il manico che fa da leva; la pompa si ribalta e cade. Le sembra di vedere la scena: un piccolo colpo qui e questa ferraglia pesante si rovescia e precipita. Dio, cade sulla testa di suo marito. Le viene quasi da ridere, perché se l’immagina steso a terra, forse svenuto, anzi no, addirittura morto. Oddio, che disgrazia! Lei vedova, sola. Cosa farà, rimarrà qui in negozio o tornerà a fare la sarta? Comunque, in una maniera o nell’altra, potrà riprendere i suoi sogni come una volta. Certo bisognerebbe proprio cercare di metterlo meglio questo materiale, perché così è davvero pericoloso, ma adesso è tardi, lo farà domani. E poi lui la chiama, c’è gente da servire.
Scende dalla scaletta, va in negozio: ci sono tre clienti, saranno contadini, ne hanno tutto l’aspetto; è diventata esperta nel giudicare la clientela, anche se non è sempre dietro il banco. Ma che vita triste questa del negoziante di ferramenta: almeno ci fosse da vendere dei fazzoletti di seta. Usciti i clienti, Carlina pensa che è meglio vada a finire il lavoro che stava facendo. Quando è dentro guarda in alto per vedere come può fare. Anche il marito, approfittando del momento libero, decide di andare a dare un’occhiata e apre l’uscio. Lo fa con decisione e accade esattamente quello che lei ha previsto pochi minuti fa: il manico della pompa, urtato, fa cadere tutto il materiale che è stato malamente accatastato: precipita e colpisce proprio sulla testa la povera Carlina che, travolta, si accascia con un gemito ai piedi del marito sbigottito. Quello che segue è tutto dramma. In ospedale tre giorni d’inferno: prima la danno per spacciata, poi lasciano trapelare un filo di speranza, infine la conclusione letale.

Contardo è qui che piange, in cucina, solo. «Era tutta la mia vita – mormora tra i singhiozzi – poverina. Adesso cosa farò della mia esistenza. Avevo scoperto la bellezza della compagnia, la bellezza del volersi bene. Povero me. Era una donna meravigliosa, sicuramente introvabile. Avrei dovuto tenerla nella bambagia, sempre a casa, ai suoi aghi, alle sue forbici, e accontentarla ogni tanto, magari con un viaggettino. Oh Dio, sono di nuovo solo: brutto, brutto destino».

sabato 28 settembre 2013

Rachele, la vedova del duce


Come inviato della Stampa ho avuto diverse occasioni di incontrare la vedova di Mussolini.
L’ultima volta fu il 9 settembre 1980. La mia visita era stata preannunciata, ma quando ho suonato al cancello di villa Carpena, a sei chilometri da Forlì, dove lei era nata, si è presentato il figlio Vittorio e ha detto che le visite erano sospese per motivi di salute. L’ho pregato di andare da lei, di dirle chi ero: ero sicuro che avrebbe acconsentito perché io avevo sempre riportato fedelmente le sue parole. È andato e quasi subito è tornato e mi ha aperto. Ci siamo seduti in un angolo di un salotto. Sembrava ancora più piccola, scarna; il volto, che sette anni prima era tondo, ora era solcato da profondo rughe; pesava appena 35 chili. Mi ha detto che stava già stentando a stare ritta da sola. Era dispiaciuta ma ancora abbastanza su di morale.
Era presente anche Edda, la figlia, che io ho stentato a riconoscere facendo una grossa gaffe perché avrei dovuto avere anche per lei una adeguata attenzione. Non avevamo un argomento particolare su cui parlare così il discorso è subito finito sul passato e lei andava enumerando le grandi sventure, sue e non sue. A un certo punto ha detto del suo Benito. «Se avesse dato retta a me, certe cose non sarebbero successe». E a me è venuta pronta la domanda: «Si era pentita d’averlo sposato?» «Certo che non lo avrei sposato, non come uomo, ma per quello che aveva in animo di fare».