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domenica 8 maggio 2016

Ca-125

Guardavo occhieggiare le vampate rosse del fuoco, nel buio della sera, in fondo al giardino. Bruciavano le foglie secche che Luigi aveva rastrellato per fare pulizia nel prato. Ma con le foglie bruciava anche quella grande custodia azzurra gonfia di cartelle cliniche, tabulati, lastre, ricette. Era rimasta per mesi nascosta in un armadio nella camera degli ospiti. In casa non c'era, non doveva esserci. Tutto quel materiale – per lei – era rimasto in clinica o nello studio di qualche specialista: lei non doveva vederlo, perché sapevamo, mio figlio e io, che non voleva conoscere la verità. E in quella cartella azzurra la verità c'era, drammatica, inesorabile, con il nome preciso di una malattia e una sigla, Ca-125. Sigla che, ad ogni esame di laboratorio, il nostro occhio correva a cercare per sapere come procedeva l'evoluzione distruttiva della quale era l'indicatore specifico.
Per lei la malattia, come le era stato spiegato, era un malanno di poco conto, però noioso per l'incapacità del sistema immunitario di farvi fronte. Istintivamente non cercava di approfondire: lei, che grazie anche alla sua cultura scientifica aveva sempre avuto doti intuitive in campo medico, si adagiava alle spiegazioni di ripiego. Si limitava a lamentarsi per il protrarsi delle cure e per l'inarrivabile giorno della guarigione.
Per noi che sapevamo, al dolore e all'angoscia si aggiungeva un senso di colpa, a causa del segreto che dovevamo custodire e dell'impossibilità di sovvertire l'infausto corso degli eventi. Sentivamo quell'impotenza come un tradimento. Ci affannavamo consultando specialisti in città e altrove, i migliori, ma ne avevamo sempre risposte senza speranza. Disarmati, con l'animo immerso nell'angoscia, dovevamo avere l'aria non preoccupata, cercare di parlare di tutto, anche di cose insignificanti, e del futuro, con la consueta sicurezza, come quando si era ignari. Costava una fatica terribile. Sentivamo il peso schiacciante della conoscenza dell'imminente futuro. Ci si rendeva conto di quanto l'uomo sia fortunato a non sapere che cosa gli accadrà domani.


Cercavo di evitare di parlare del passato: temevo di essere travolto dalla commozione e di scoppiare in pianto. Perché in ogni momento il nostro passato mi era sempre nella mente: tutta la nostra unione, la nostra vita insieme che era stata armoniosa e felice, mi si svolgeva davanti agli occhi della memoria come un film. Parlavo delle cose più varie del momento, la casa, le nipoti, l'automobile, il cane, la spesa e intanto mi ricordavo di immagini, scene, attimi lontani cui da anni non pensavo. Mi sembrava di estrarli, senza intenzione, automaticamente, da una sacco magico che nemmeno sapevo più di avere e che sentivo ricco, pieno. Ogni rievocazione mi dava una gioia e al tempo stesso una tristezza, uno struggimento, una commozione infiniti. E di notte, solo nella mia camera, in lunghe ore di insonnia, in genere a partire dalle tre o dalle quattro, questo film del nostro passato mi girava in continuazione davanti agli occhi del ricordo. Rivedevo noi entrambi giovani, lei bellissima e di una vitalità esuberante, gli slanci, l'amore, il senso del dovere, la bravura nell'insegnamento, nella pittura, nella poesia, i riconoscimenti, i premi. Mi risuonavano all'orecchio versi: "Quando mi porti sulla bicicletta / incontro alle immagini verdi / dei campi e la tua bocca al mio orecchio / si adagia / e dici parole nel vento d'estate, / oh, allora / come sento di vivere calda / fra le tue braccia calde. / Come la morte è lontana!". E poi la famiglia, il figlio, la casa, la gioia delle nipoti. Ancora versi, questi per Elisabetta, la prima: "Ricorderai di me queste vecchie / mani che tentano una carezza? / Questo sguardo che segue lento / il tuo agile corpo nel sole? / Le mie parole sussurrate / nel brusio del motore / quando ti porto a scuola? / Le mie parole, le mie parole / ti possano rimanere. E la mia voce / che sappia risorgere nel tuo cuore, / se mai sarai sola, un giorno". E ancora: "Mi si chiude il cielo / se il tuo piccolo passo / non scende le scale / e il tuo grido di gioco / non mi rincorre. / Le ore vedo passare / come immobile vecchio / che attende una rondine / nel suo lungo inverno".
Queste rievocazioni di lei, di noi, del nostro mondo erano un misto di dolore e di gioia: lacerazioni e lenimento, ma si concludevano quasi sempre nel pianto. Poi, stremato, m'addormentavo quando ormai era l'ora d'alzarsi. Bisognava affrontare un'altra giornata, difficile come tutte, piena di timori e di cautele, senza un barlume di speranza.
Nessuno in casa citava mai i nomi di quella malattia, nelle sue varie forme. Se l'argomento si affacciava alla Tv, con una scusa si cambiava canale e nessuno, neanche lei, protestava. Altrettanto con il giornale, si era svelti a voltar pagina in vista di un titolo scabroso. Aleggiava sempre su di noi questa cappa opprimente del dolore per la nostra consapevolezza e del timore che qualcosa o qualcuno potesse infrangere l'equilbrio fragilissimo che manteneva lei nell'incoscienza del reale e su un'onda tenue della speranza. Ma non v'è dubbio che doveva vivere una continua battaglia tra conscio e inconscio, tra quello che sapeva o intuiva e quello che temeva e non voleva sapere.
Una volta sola aveva perduto il controllo di quel suo fragile equilibrio tra il sapere e il non sapere. Era d'estate, due anni prima della sua ultima estate. Eravamo in montagna, soli, distesi su una coperta in mezzo a un prato, ad abbronzarci. Di fianco a noi qualche indumento, la sua borsetta, un libro, il giornale che avevo comperato uscendo dal paese e non avevamo ancora guardato; ma io, buttandolo sui sedili posteriori dell'auto, avevo fatto in tempo a scorgere un grosso titolo in prima pagina: la morte di un signora, notissima manager di un ente privato. Non mi decidevo a prendere in mano il giornale per non dover dire che era morta quella signora, che anche lei conosceva di fama; perché avrei pur dovuto parlarne in quanto il silenzio, di fronte a una simile notizia, sarebbe risultato ancora più falso e imbarazzante.
Fu lei che a un tratto si sedette e lo aprì. Fu la prima cosa che lesse e subito urlò e si mise a piangere gridando «anch'io, anch'io, sono malata così anch'io, dovrò morire, morire, morire...» e piangeva disperata. L'abbracciai, la strinsi forte, mi sentii il petto bagnato dalle sue lacrime. Pure io avrei voluto abbandonarmi, ma dovevo assolutamente aiutarla, difenderla, dovevo ribadire la tesi detta tante volte, che la sua non era una di quelle malattie anche se certe cure potevano farlo pensare. E via di questo passo, arrampicato sui vetri del convincimento, della persuasione, sempre più lisci, improponibili.
Passavano i mesi e la guarigione non arrivava, anzi, le condizioni si aggravavano. A volte, quando sentiva avanzare il peggioramento, veniva alle prime luci dell'alba a sedersi in una poltrona a fianco del mio letto, mi guardava con occhi nei quali c'era angoscia e terrore, mi chiamava con voce implorante e mi chiedeva: «Come andrà a finire? Come andrà a finire?» Quant'era difficile dover sostenere ancora una volta le solite bugie, dover fingere che sarebbe andata a finire bene e non poterla invece abbracciare, gridare il suo nome, Else, Else, amore mio, e piangere con lei senza ritegno.
Finalmente fuori casa, in auto, solo, potevo lasciare esplodere il dolore e scoppiavo in pianto, navigavo nel traffico con gli occhi pieni di lacrime. Faticosamente, con molti rischi, arrivavo ai semafori dove potevo asciugarmi e soffiarmi il naso. Allora m'accorgevo d'avere intorno a me, al di là di altri finestrini, sguardi stupiti. Ma per me era uno sfogo indispensabile; solo così, rincasando, potevo continuare la mia difficile, penosa finzione.


Guardavo il rosso di quel fuoco, nel buio della sera. Era l'inizio d'autunno, il primo autunno senza di lei. Bruciavano le foglie secche e anche la cartella con tutto il suo percorso del male. Avevamo esitato a lungo, mio figlio ed io, su quelle lastre, quelle sigle. Non potevamo far altro che constatare che erano la testimonianza della sconfitta nostra e dei medici che se ne erano occupati. Se i grafici e i risultati che via via si allineavano sui fogli e nel tempo avessero portato ad una miracolosa vittoria, avremmo dovuto, allora sì, conservare ogni pezzetto di carta, ogni piccolo passo verso la mèta finale. Così no. E avevamo affidato la cartella all'uomo delle foglie. Mi sembrava che anche lei approvasse e fosse grata di quel fuoco.


martedì 11 agosto 2015

L'imprevisto

Continuava a nevicare. Erano dieci giorni che i quattro operai aspettavano di poter eseguire i controlli agli impianti della diga per i quali erano saliti fin lassù. A duemila metri di quota, circondati da un paesaggio sommerso dalla neve, non avevano altra scelta che quella di rimanere rintanati nella casa del custode. E passavano il tempo giocando ai dadi. Era stato Carletto, il più giovane, ad avere l'idea. Carletto, abile sciatore, scendeva in paese ogni tre giorni. Andava giù nel pomeriggio e ritornava l'indomani mattina con uno zaino di provviste. Una faticaccia: sci in discesa e racchette ai piedi nella salita. Da quindici giorni il gatto delle nevi, il mezzo cingolato in dotazione alla centrale, era guasto; si aspettava che un meccanico potesse salire per ripararlo, ma non arrivava mai. Così era stato deciso che i quattro, ormai saliti, aspettassero di poter eseguire il loro lavoro e uno di loro provvedesse ai rifornimenti a piedi.
Carletto affrontava la fatica e i disagi del viaggio per le provviste e, cosa segreta ma per lui molto importante, per mantenere i contatti con il mondo femminile. In paese aveva la fama d'essere un conquistatore di donne. Di questo argomento non parlava mai: era uno di quelli che tacciono, ma agiscono. I compaesani dicevano ci fossero sempre almeno due ragazze che si consideravano fidanzate legittimamente con lui.
Una mattina, dunque, Carletto arrivò alla diga con i dadi. Li gettò sulla tavola in mezzo alle pagnotte, alle scatolette di carne, ai formaggi e ai pacchetti di sigarette: cinque dadi da poker con relativo bossolo di cuoio, bellissimi. Olivo e Adeodato li guardarono un po' stupiti, coi dadi non avevano mai giocato. Lino invece li aveva usati qualche volta, da militare. «Con questi passeremo il tempo bene» aveva detto Carletto, poi aveva spiegato le regole del gioco: «Si buttano i dadi: per il punteggio contano soltanto il re, che vale cinquanta punti, e l'asso, che ne vale cento. Fin che si fanno punti, si possono tirare i rimanenti dadi e se vengono tutt'e cinque si fa un altro giro. Qui però viene il bello» aveva sottolineato Carletto: «se nessun dado presenta un re o un asso, cioè se si fa cista, termine che indica zero punti, quelli appena realizzati si annullano e il punteggio rimane fermo come al precedente giro. Vince chi supera per primo duemila».
Dapprincipio Olivo e Adeodato avevano giocato con un certo impaccio perchè faticavano a prendere dimestichezza con le regole; poi, via via, avevano snellito i loro gesti e avevano messo nel gioco passione e entusiasmo. La posta era bassa, cinque euro, tanto per ravvivare le partite con l'interesse. Tuttavia erano tante le ore della giornata dedicate al gioco che al momento d'andar a letto qualcuno, bersagliato dalla sfortuna, poteva aver perduto anche più di cento euro. Aveva però la speranza di rifarsi il giorno dopo.
Ma ciò che dava vivacità alle partite non era tanto la paura di perdere molto denaro o la speranza di vincerlo, quanto la lotta che i giocatori ingaggiavano con la iettatura. Era stato Carletto, superstizioso sfegatato, che aveva portato, oltre alla smania per il gioco, il clima degli scongiuri. Sicché ogni lancio dei dadi era preceduto da parole propiziatorie del giocatore e da altre di malaugurio da parte dei rivali. Nella cucina del custode sembrava ci fossero non quattro giocatori ma venti, tante erano le risate, le imprecazioni, le grida di entusiasmo che via via si alternavano o si sommavano. Ma il tutto in una atmosfera bonaria, divertente anche per chi perdeva.
A mano a mano che passavano i giorni Adeodato si andava facendo il più accanito dei giocatori e affrontava ogni partita con l'impegno di chi si accinge a un compito di bravura. Il suo occhio scrutava con rapidità i dadi sulla tavola e il foglietto dei risultati; le sue mani tradivano l'emozione e il nervosismo con il continuo sfregamento dei polpastrelli sul palmo; le sue labbra bisbigliavano frasi di evocazione. Se il suo punteggio non procedeva di pari passo con quello degli altri, si lamentava come se fosse stato colpito da una sventura. Ma se la fortuna lo assisteva facendo balzare avanti i suoi punti, allora Adeodato trattava gli avversari con superiorità, li sbeffeggiava, rideva a crepapelle davanti a chi lanciava i dadi senza fare un punto. «Ha fatto cista» gridava, «ha fatto cista, cista, come gli sta bene questa cista». Ripeteva questa strana parola, che aveva sentito per la prima volta sulla bocca di Carletto, come se gli fosse familiare dall'infanzia. «Càlmati, càlmati» gli dicevano gli altri, «non ti esaltare troppo, lasciaci giocare tranquilli».
Un pomeriggio Adeodato, nel primo giro di una partita, fece duemila punti. Si mise a fare salti di gioia. «Guardate che giocatore, sono» diceva. «Provate voi, se siete capaci di fare qualcosa del genere». La partita praticamente l'aveva già vinta: Carletto aveva 150 punti, Lino 300 e Olivo appena 50. Chi poteva avere una fortuna come la sua, per fare un balzo tale da oltrepassare i duemila? E poi, a lui restava sempre l'ultima parola: chissà quanti altri punti avrebbe azzeccato.
«Bene» disse Carletto afferrando il bossolo con i dadi, «quanto vuoi scommettere che vinco io?» Adeodato gli fece una risata sulla faccia.
«Ti vuoi proprio suicidare» disse.
«Se perdo ti do cento volte la puntata, cinquecento euro; ma se vinco» e qui Carletto fece una pausa guardando l'amico fissamente negli occhi «mi lasci andare a portare i saluti a tua moglie, stasera, quando scendo in paese».
Ci fu silenzio. Adeodato si fece improvvisamente serio. Per la sua mente passarono, rapidi, molti pensieri: la fama di dongiovanni di Carletto; la propria moglie bella, giovane, sola nella casetta appartata dietro la chiesa; la provocazione che l'amico gli stava facendo, perché era evidente che, se gli chiedeva il permesso di andarla a «salutare», intendeva in realtà chiedergli il permesso di andarla a insidiare. Ma d'altra parte non poteva, lui, Adeodato, dimostrare d'aver paura della galanteria da strapazzo di Carletto; sua moglie gli era senza dubbio fedele, non avrebbe corso pericoli; e infine qui, al proprio attivo, aveva già duemila punti, vale a dire la partita di fatto vinta. Tutti lo stavano a fissare, tutti aspettavano una sua decisione.
«Ci sto» disse, «se tu riesci a vincere, puoi andare a portare i miei saluti a mia moglie».
Tirò per primo Lino e fece 150 portando la sua quota a 450, lontanissima dalla vittoria. Poi tirò Olivo: gli venne un asso e basta, era decisamente tagliato fuori. Carletto chiese, con un gesto delle braccia, che facessero largo. Tolse dal portamonete un piccolissimo corno di ferro, che non aveva mai usato e che nessuno gli aveva mai visto, e lo introdusse nel bossolo con i dadi. Era soltanto l'inizio di un complesso rito propiziatorio. Incominciò ad agitare il bussolotto con gesto largo e lento, pronunciando strane, incomprensibili parole. Adeodato lo guardava con un sorriso di sufficienza. Carletto, piccolo com'era, si protese sul tavolo, vi si sdraiò quasi col busto per raggiungere il centro, prese a fare con la bocca un richiamo delicato, pieno di amore e di dolcezza, come se dovesse chiamare un caro animale domestico che s'era sperduto. «Piccoli assi miei, venite, venite» disse alla fine e tirò i dadi con estremo garbo, facendoli uscire roteando il bossolo leggermente inclinato.
Ne vennero quattro, di assi. Carletto tirò il quinto e fu un re. Doveva quindi continuare il gioco. Rimise dentro l'amuleto assieme ai cubi, riprese a pronunciare le strane frasi. Adeodato si mise a gridare: «Cista, fai cista» per tentare di combattere l'atmosfera che il rivale stava creando. «Adesso ti viene una cista e perdi tutto, cista, cista, cista». Carletto vuotò ancora con delicatezza il bussolotto ed ebbe due assi e due re, tirò il rimanente dado e fu un asso. Era arrivato a 850 punti e poteva tirare di nuovo.
«Dài, che ce la fai» l'incitavano Lino e Olivo. Adeodato si mise a imprecare. «Basta con quel corno» gridò,«devi tirare i dadi da soli. Ma tanto, questa volta non fai niente e perdi tutto». Carletto, sempre steso sul tavolo, sempre chiamando gli assi come fossero gattini smarriti, tornò a tirare, questa volta senza amuleto: altri quattro assi e un re.
«Roba da matti, non si è mai saputo di una fortuna così sfacciata. Non voglio più vedere, guardate voi» disse Adeodato, rivolgendosi a Lino e Olivo, «poi mi chiamate» e si andò a sedere vicino alla finestra.
Passarono tre minuti di grande tensione, con un silenzio rotto solo dal bisbigliare di Carletto e dal rotolare dei dadi sulla tavola. Poi si udì un grido di Olivo: «Fuori! è arrivato a 2050, ha vinto lui».
Adeodato si alzò in piedi, pallido, si avvicinò al tavolo con l'impressione di vacillare. Ma non era perduto niente, ancora: toccava a lui chiudere il gioco. Possibile che non facesse cento punti, cinquanta più dell'avversario? Tirò senza pensarci tanto, voleva farsi vedere superiore a tutti, coraggioso. Non uscì niente.
«Cista, cista» gridò Carletto con un balzo: «ho vinto!»

Non riusciva a prender sonno, Adeodato. Pensava a Carletto che era giù, in paese, ed era andato a portare i saluti a Gisella. Chissà cosa aveva tentato di fare. Questo pensiero gli stava rodendo la testa e gli insinuava un senso di colpa crescente. Aveva voluto sfidare il normale corso delle cose. Ma perchè lo aveva fatto? Se lo chiedeva senza sapersi dare una risposta, solo ne raccoglieva maggiore peso, accoramento, consapevolezza dell'errore commesso. Pensava: non si può pretendere di affrontare i misteri che ci circondano, provocare ciò che non si conosce. Di Gisella aveva sempre avuto fiducia ed era certo che finora questa fiducia fosse stata ben riposta, ma adesso con questo atto insensato andava a sconvolgere la quiete, la linearità dell'andamento degli eventi. Gettava Gisella nelle braccia di Carletto, ecco il risultato: proprio una follia, sapendo quale fama di donnaiolo lui godeva.
E poi, a ben riflettere, c'era da essere proprio tanto sicuri di Gisella? Una volta, ricordava, l'aveva sorpresa a parlare con il postino e le aveva chiesto che cosa stessero dicendo, ma lei era arrossita e non aveva saputo rispondere. Ora Carletto era andato a casa sua a portare quei maledetti saluti. Forse era riuscito a prolungare la visita, forse era restato addirittura a cena con la Gisella; forse era ancora là adesso. Non poteva resistere. Si alzò, piano, perché Lino e Olivo non se ne accorgessero. Prese gli sci. Sarebbe andato giù, a vedere. Fortunatamente c'era la luna, in meno di due ore sarebbe arrivato davanti a casa.
Vi giunse poco dopo lo scoccare della mezzanotte, sudato e ammaccato in più punti per due cadute. Il cuore gli batteva forte. Che cosa avrebbe detto a Gisella, per giustificare quell'improvviso ritorno? Niente, che aveva tanta voglia di vederla. E se avesse trovato in casa Carletto? Picchiò tre colpi di battente poi, rapidamente, si portò a fianco della casa, un po' scostato, per tenere d'occhio sia la porta d'ingresso sia le finestre sul retro. Trascorse un minuto di silenzio che gli parve lunghissimo, poi la finestra del pianterreno, dietro, si spalancò di colpo e un uomo balzò fuori e subito si mise a correre sulla neve gelata, verso il bosco. Era alto, magro, non era Carletto. Quasi istupidito dalla visione, Adeodato tardò qualche momento a rendersi conto che ai piedi della finestra l'uomo aveva perduto un indumento. Andò a raccoglierlo, era una giacca di renna marrone. Era la giacca del figlio del farmacista: soltanto lui, in paese, ne aveva una.


Adeodato rimase immobile, come pietrificato. Poi si portò le mani a coprirsi la faccia e scoppiò in pianto. Dunque tutto finiva: non più giorni felici, a pensare a Gisella così buona, che gli voleva tanto bene. Era, è, una vigliacca traditrice che si merita solo di essere cacciata con un calcio in culo. Ma adesso che fare? Andare dentro e far partire il dramma per annunciarle che la caccerà, che divorzieranno? Rimase ancora per un po’ immobile. Il freddo era pungente, lo faceva tremare. Gli sovvennero gli amici che si sarebbero accorti della sua assenza e l’avrebbero aspettato. Si mosse per tornare: sì, bisognava pensarci su, possibilmente anche dormire. Comunque fosse andata, la sua vita cambiava.

martedì 28 luglio 2015

La poltrona

L'annuncio, nella rubrica "varie", parlava di alcuni mobili antichi che venivano venduti «causa trasferimento». Avevo bisogno di una poltrona, possibilmente del Settecento, da abbinare a una scrivania con ribalta di quell'epoca. Andai a vedere se trovavo qualcosa che mi potesse interessare.
La casa era vecchia, forse della metà dell'Ottocento, a due piani, con i muri sbrecciati, le ringhiere dei balconcini arrugginite. Il suo aspetto era miserevole ed appariva ancora più squallido per il contrastante accostamento con i due alti, nuovissimi edifici che le sorgevano ai lati. Un grande cartello affisso all'altezza del primo piano avvertiva che in quel luogo sarebbe sorto un palazzo con appartamenti lussuosi. La famiglia che aveva pubblicato l'inserzione abitava al secondo piano. Venne ad aprire una donna anziana, con la testa bianca, lo sguardo che passava al di sopra degli occhiali calati sul naso. «Venga, venga» disse, «abbiamo diverse cose da vendere. Ci tocca andar via di qui, la casa verrà abbattuta e noi ci trasferiamo in un alloggetto di appena due camere e cucina, mentre qui ne abbiamo quattro: dobbiamo disfarci di tante cose».
Eravamo nella cucina, mi guardai attorno, ma non c'era nulla che potesse considerarsi antico. Un uscio si aprì ed entrò una ragazza dall'aspetto fine, magra, pallida. «Ora le faccio vedere» disse la giovane intuendo il motivo della mia presenza e mi invitò a seguirla in una stanza accanto. «Ecco, vendiamo tutti questi mobili». Era una camera da pranzo stile Cinquecento, di legno tinto di nero, pesante non soltanto di quintali, ma soprattutto di ornamentazioni in rilievo; di quelle camere che facevano la gioia delle coppie di sposi nei primi anni del Novecento. Scossi la testa deluso. «Mi spiace» dissi, «ma non ho bisogno di questi mobili, sono solo imitazione dell'antico, e non saprei dove metterli». «Proviamo a guardare nelle altre stanze» disse la ragazza, «può darsi che trovi qualcosa che le possa interessare». In una camera c'era un letto matrimoniale di lamiera di ferro con decorazioni di vetrini colorati. Ancora scossi la testa e subito la ragazza e la madre mi sospinsero avanti nella terza stanza. Qui il mobilio era costituito da un salotto Luigi Filippo.
Non appena entrai, un giovane che era seduto in un angolo si alzò in piedi e mi fece una specie di inchino con un largo sorriso. Mi parve che il suo modo fosse strano, ma la mia attenzione fu subito distratta. Il giovane si era alzato proprio da una poltrona Settecento come io andavo cercando: di noce, con gambe e braccioli curvi e scannellati, la spalliera traforata, il sedile di paglia di granoturco intrecciata. La indicai con un dito e andai da quella parte con decisione. Il giovane si scansò, improvvisamente serio, quasi impaurito. «Questa» dissi, «posso comperarla». «Bene» risposero quasi in coro la madre e la figlia. «No, no» incominciò il giovane con occhi spalancati, l'espressione sconvolta. «Non si può, questa è la mia poltrona». «Tu non metterci il naso» replicò la madre, con un tono bonario, quasi scherzoso. Poi si voltò verso di me e si batté due volte la punta dell'indice sul lato della fronte. «Non ci faccia caso, è come un bambino, a volte gli piace fare i capricci».
«Allora» chiesi, «quanto volete?» «Ottocentomila» disse la ragazza, più col tono della domanda che dell'affermazione; era evidente che non aveva un'idea precisa del valore. Rimasi qualche momento in silenzio, cercavo di valutare la richiesta. Certo un antiquario non gliel'avrebbe pagata tanto, però nel suo negozio per la stessa poltrona avrebbe preteso almeno il doppio. Pensai che onestamente non era il caso di abbassare la cifra: chi vendeva era gente povera e la poltrona era quella che faceva al caso mio. «Come volete» dissi, e tolsi di tasca il portafogli per fare l'assegno. «No, no» riprese il giovane, «non si può, non si può». Venne verso di me protendendo una mano e cercò di farmi richiudere il portafogli. «Questa poltrona» disse, «vale dieci milioni, forse venti, chissà...» «Lei scherza» risposi: «provi ad offrirla a un antiquario e vedrà che...»
La madre mi interruppe per far tacere il figlio: «Adesso, Mario, stai buono, vai di là e lasciaci fare gli affari»; intanto lo prese per un braccio e lo tirò verso di sé. Io ne approfittai per incominciare a scrivere l'assegno: capivo che bisognava fare in fretta per evitare le complicazioni suscitate dal giovane. Presi in mano la poltrona, la sollevai per andarmene. «La lasci qui, per carità!» gridò Mario, facendo pressione sui braccioli fino a costringermi a posarla. Sua sorella lo richiamò con voce brusca. «Basta» disse, «dobbiamo pur venderla, nell'altra casa non sappiamo dove metterla». «Allora» disse il giovane con voce implorante afferrando la poltrona, «lasciate almeno che la porti giù io». «Sì» risposi, «cerchiamo soltanto di fare presto, perché ho fretta».
Incominciai ad indietreggiare per la stanza verso l'uscita tirandomi dietro la poltrona che Mario teneva appena sollevata da terra e cercava di trattenere verso di sé. Salutai le due donne, arrivai sul pianerottolo. Il giovane posò la poltrona, si appoggiò col petto sulla spalliera. «Me la lasci» disse. «Se me la lascia le dò due milioni». «No» risposi, «ne ho bisogno». «Gliene dò cinque di milioni». «No» ripetei, «non è una questione di denaro, l'ho comperata perché mi serve, non per rivenderla». Afferrai di nuovo la poltrona, la sollevai con forza nonostante la resistenza del giovane, e incominciai a scendere.
A fare la prima rampa di scale impiegammo almeno cinque minuti, io che tiravo verso il basso e lui verso l'alto. «L'ho sempre vista in casa mia» lamentava Mario «e adesso non la vedrò più. Lei chissà come la tratterà». «Bene, la tratterò benissimo, la farò lucidare, mi ci metterò a sedere con ogni cura, stia tranquillo. E poi non è un animale, la poltrona non se ne accorgerà nemmeno di avere cambiato casa». A metà della seconda rampa ci dovemmo fermare per lasciar passare un'inquilina. «Signora Clotilde» disse il giovane con le lacrime agli occhi, «mi portano via la poltrona». «Oh, povero Mario>> rispose lei con un tono tra la commiserazione e il divertimento e tirò diritto senza chiedere nulla. Era evidente che l'inquilina lo conosceva bene, sapeva che non bisognava dargli retta. Ma io non potevo continuare in quel modo, avrei perduto altri dieci minuti per scendere le altre due rampe di scale, pensai che dovevo proprio rinunciare all'affare.
Lasciai la presa della poltrona, risalii. La porta dell'alloggio era ancora accostata. Entrai, mi vennero incontro entrambe le donne. «Mario non se ne vuole assolutamente separare» dissi, «rinuncio all'acquisto, restituitemi l'assegno». «Ma lei scherzerà» rispose la ragazza con voce agitata e gli occhi spiritati. «Ormai l'affare è fatto, non si torna più indietro». «Per me» dissi, «va bene. Ma è per lui, poverino». La ragazza tirò su una spalla. «Non importa, lo lasci dire».
Ridiscesi, trovai il giovane fermo nello stesso punto in cui l'avevo lasciato, gli occhi fissi nel vuoto. Afferrai la poltrona, tirai con forza. «Ora non faccia storie» dissi con durezza, «devo andare». Scendemmo con una certa sveltezza, io sempre tirando verso il basso, lui verso l'alto. «No, no» continuava a lamentarsi lui e chiedeva: «Perché? Perché?» Arrivammo fuori. La mia auto era parcheggiata sotto un albero a pochi passi di distanza. Sul corso le automobili sfrecciavano veloci, l'aria era densa di suoni, rombi di motori e voci di operai in un vicino cantiere. Posai la poltrona a terra, di fianco all'auto, andai dietro ad aprire il bagagliaio, ne tolsi gli elastici per legarla al portapacchi montato sul tetto. Mario ne approfittò per sedersi. Lo tirai su quasi di peso, alzai la poltrona, la issai sul portapacchi, agganciai gli elastici per fissarla.
Ormai era fatta, potevo partire. Il giovane stava al mio fianco con lo sguardo basso, le braccia in abbandono, vinto, desolato. «Perché se la prende così?» chiesi, mettendogli una mano su una spalla. «In fin dei conti è un mobile, un oggetto senza nessuna importanza e poi viene a stare bene a casa mia». «Ma io l'ho sempre vista» disse a voce bassa, tremante; faticavo a capire le parole, per i rumori della strada. «Adesso lei la porta via e io non la vedrò più, la mia poltrona». Emise un lungo sospiro, le sue spalle si alzavano e si abbassavano con ampiezza di movimento. Il giovane chinò ancora la testa e si mise a piangere. Le lacrime incominciavano a scendergli lungo le guance, ne vidi due cadere a terra, nella polvere.
Mi staccai di un passo da lui, verso lo sportello, per salire. Ma allontanandomi mi parve di sentire, di capire ancora di più il suo dramma angoscioso. E mi prese, nel mezzo del petto, un senso di colpa. Per lui quella poltrona era parte del suo mondo, parte della sua giovinezza. Portandogliela via gli portavo via tutte queste cose. Immaginai di essere già sull'auto che se ne andava e di voltarmi indietro a guardarlo, lui piccolo, a testa china, con le braccia penzoloni, il cuore in tumulto, solo nella strada piena del frastuono del traffico dove nessuno nemmeno s'accorgeva della sua presenza. Bisognava che partissi e non mi voltassi indietro.


venerdì 18 ottobre 2013

Lebbrosi


Messina, febbraio 1973. Sotto il sole splendente città e Stretto offrono un paesaggio stupendo. Qui una clinica ospita poveri sventurati con i volti sfigurati dalle cicatrici, i nasi a sella o mangiati dalle piaghe. Sono  lebbrosi, da due giorni stanno facendo lo sciopero della fame: chiedono che il sussidio giornaliero di mille lire sia portato a cinquemila per i ricoverati e a sei per i dimessi. Quando sono entrato nessuno mi ha teso la mano, per non mettermi in imbarazzo. Mi raccontano il dramma che la malattia porta con sé: un marchio infamante che coinvolge la famiglia; la loro vita è segnata anche quando sono dichiarati guariti e vengono dimessi, non trovano più lavoro e i figli non riescono a sposarsi, persino i parenti si tengono a distanza. La lebbra, si sa, ha fama di essere contagiosa mentre invece, sostengono  i medici, non è vero. A sostegno della loro affermazione portano ad esempio un infermiere che lavora lì da diciotto anni ed ha buona salute. Lui conferma, ma ammette che da contratto percepisce un’indennità di rischio: trecento lire al giorno.

mercoledì 23 gennaio 2013

Errore iniziale


Sergio Bocci ha la patente da sei mesi. L’ha presa pochi giorni dopo aver compiuto i 18 anni. Va a scuola in macchina, va dagli amici in macchina, va al club in macchina. Suo padre, che è architetto, aveva una onesta Panda di un paio d’anni. Il figlio gliel’ha disprezzata fino a fargliela vendere e gli ha fatto comperare un’auto sportiva: motore ruggente e carrozzeria filante, dentro la quale un eventuale terzo passeggero sta con le ginocchia in bocca. Qualche volta l’architetto Bocci riesce ancora a salire sull’automobile, ma prende il posto del terzo passeggero. Sua moglie sta davanti, a destra, il figlio alla guida. L’auto va per qualsiasi strada, in città o fuori, come se il conducente fosse inseguito dalla polizia con i mitra spianati: le ruote stridono lamentosamente sull’asfalto, il motore urla tutta la sua potenza compressa. Talvolta i genitori hanno l’impressione che il figlio esageri e timidamente glielo fanno presente. «Ma state zitti – dice lui, – che se fosse per voi andreste sempre come tartarughe. Bisogna essere dinamici».

Sergio Bocci frequenta la quinta liceo. È bravo, perché l’intelligenza non gli fa difetto, anzi, gli basta studiare pochissimo per ottenere voti che ad altri costano molta più fatica. Così può dedicare parecchio tempo agli svaghi: il club, il tennis, gli amici. Tutti ambienti molto distinti dove anche tra i giovani non sono rare le buone mance date con aria di grandezza. L’architetto Bocci ha una buona posizione, ma non proprio brillantissima. È un uomo che gode poca salute: ha mal di cuore, non si sa bene se il cuore è effettivamente deficiente o se i disturbi sono causati da distonie dovute al sistema nervoso. Fatto sta che basta una preoccupazione per dargli l’affanno, fiaccarlo fisicamente. E così il Bocci si lascia scappare i lavori più redditizi. La moglie, che di solito provvede alle finanze del figlio, cerca talvolta di far comprendere a Sergio che le possibilità della famiglia sono limitate, che lui non può permettersi i lussi e le larghezze che sono normalissimi per altri suoi compagni, figli di ricchi o di professionisti dalla grande fortuna. Sergio scuote le spalle sgarbatamente: «Non vorrete che faccia la figura del pezzente».

Sua madre, nonostante tutto, continua a adorarlo e a trattarlo come se fosse il figlio più buono e giudizioso. «Ma cosa vuoi sapere, tu, mamma – dice in certi casi Sergio –: hai una mentalità arretrata di cento anni. Dovresti farti più furba». La mamma sorride, lo prende come un complimento. L’architetto si rende conto che il comportamento del figlio è sbagliato, capisce che occorrerebbero metodi drastici, ma non se la sente di prendere posizione, lascia correre e si adatta ad andare in tram per cedere la macchina e qualche volta vi sale sopra mettendosi le ginocchia in bocca. Sa che tutto questo è così perché lui non s’è imposto fin da quando il figlio era piccolo, con buone dosi di sculaccioni o anche soltanto con la voce carica di autorità e la volontà di ottenere ubbidienza.

Certe sere Sergio riempie la casa di amici: ballano, bevono liquori, invadono le stanze, si sdraiano anche sui letti. In quei casi papà e mamma escono su invito del figlio: «Stasera dovete andar fuori – dice Sergio, anche all’ultimo momento – ho da portar gente in casa. Mi raccomando, non rientrate prima dell’una». Padre e madre vanno da amici, dopo una frettolosa telefonata di annuncio. Si trattengono il più possibile, poi si mettono a passeggiare in centro dove c’è ancora un certo movimento, sempre guardando l’orologio, sperando che arrivi presto questa benedetta una. E quando rientrano può capitare che i ragazzi li ricevano con fischi e urla per il ritorno, a loro avviso prematuro. E loro rapidamente vanno a chiudersi in camera e magari la baldoria continua nelle altre stanze.


lunedì 31 dicembre 2012

Piccole grandi cose


Era titolare di due aziende, entrambe del settore alimentare, che aveva creato lui. Dopo la prima, la seconda, a distanza di un solo anno, e aveva dato ad ognuna una sua precisa fisionomia. La prima era specializzata nei precotti, la seconda nei cibi raffinati. Questo a partire da cinquanta anni fa, per trent'anni. Era un imprenditore di grande nome, Liponi, Eugenio Liponi, stimato e ammirato per la sua abilità e le sue trovate innovative che davano sempre nuove energie alle sue aziende; e a lui, naturalmente, grandi soddisfazioni.
 Poi, vent'anni fa, il crollo; non delle aziende, ma suo, fisico: la salute annientata da una paralisi che gli ha lasciato soltanto la lucidità mentale. Non aveva alle spalle una famiglia in grado di sostituirlo nella sua attività, né aveva preparato dei dipendenti idonei a reggere quegli impegni. La sola via d'uscita è stata la cessione a una azienda concorrente che è subentrata mantenendo il nome, Liponi. Ma adesso, superati gli ottanta, Liponi è qui, infermo, nella sua camera, in poltrona, con la coperta sulle ginocchia, assistito da tre infermieri che si alternano nelle 24 ore. Sua moglie, che ha dieci anni di meno, dorme in un'altra stanza, ma di giorno passa molto tempo vicino a lui. È una compagna preziosa, non solo per la parte affettiva, ma anche perché provvede lei al disbrigo di tutte le incombenze che concernono l'amministrazione dei beni e lo svolgimento della vita familiare. Appena può la signora Liponi è lì, vicino a lui, a fargli sentire la sua voce.
 Questo è  il mondo di Liponi, con  giornate  apparentemente tutte uguali. Ma  lui  sa, e lo sta scoprendo sempre più, che in questo grigiore di vita c'è un fermento di pensieri, di sentimenti, di umori che possono volgere al bene o al male. Un tempo, quando aveva le aziende in mano ed era operatore di azioni a grande portata, aveva occasione di intense soddisfazioni o anche, malauguratamente, di sgradite amarezze. Adesso trova che uguali piaceri o disappunti possono venirgli da piccoli motivi. I suoi rapporti con gli assistenti, ad esempio,  sono una base di lavoro della sua fantasia e l'intimità di vita con loro gli consente di conoscerli sempre meglio e di apprezzarli nelle diverse misure. Quindi, già il quotidiano contatto con gli operatori dell'assistenza può essere motivo di più o meno piacere. E i pochi rapporti che ancora ha con i vecchi amici possono dargli soddisfazioni profonde. Poi le sue speranze sorgono nel ristretto campo del suo vivere quotidiano e il loro esaudimento diventa già un'occasione di piccola o grande gioia. Piccole cose che vengono a dare gli stessi risultati che un tempo avevano dato le grandi cose. Piccole, ma importantissime, per  dare respiro alle grevi giornate del povero Liponi.