Visualizzazione post con etichetta disperazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta disperazione. Mostra tutti i post

domenica 23 ottobre 2016

Un mestiere

La notizia era giunta al giornale solo nella tarda serata: qualche ora prima, nel pomeriggio, in un paese di montagna della provincia, una ragazza di venti anni era morta in circostanze misteriose per un colpo di arma da fuoco al cuore. Al momento della sciagura ella si trovava in compagnia del fidanzato, in un campo isolato da qualsiasi abitazione, a due chilometri dal paese. L'uomo aveva dichiarato che la ragazza, mentre sedeva al suo fianco, gli aveva improvvisamente tolto di tasca la rivoltella e si era uccisa. Simile versione non aveva convinto i carabinieri i quali avevano subito fermato l'individuo. Era una «notiziaccia» da far saltare sulla sedia anche il cronista più indolente: c'erano novantanove probabilità su cento che si trattasse di delitto e un delitto, per quel nostro giornale di provincia, era una inaspettata miniera che ci avrebbe regalato per una mezza dozzina di giorni ottima materia prima. Il direttore mi disse di partire l'indomani mattina presto e si raccomandò che facessi anche molte fotografie.
Arrivai nel paese, con l'automobile, alle otto e, prima ancora di andare a sentire la versione ufficiale della polizia, cercai di avvicinare coloro che conoscevano i personaggi del dramma onde ricostruire i fatti per conto mio.
La storia era abbastanza interessante. La vittima, Maria, faceva la bigliettaia nel baraccone della donna serpente che da una decina di giorni si trovava in paese per la Fiera imminente.
Maria era meridionale; due anni prima si era trasferita in una grande città del Nord assieme ad altre tre sorelle, in cerca di lavoro, e tutt'e quattro si erano
sistemate come donne di servizio. Lei si era fidanzata con un giovane che faceva la guardia notturna. Poi, un giorno, aveva imparato che quest'uomo era sposato e aveva due figli, perciò lo aveva lasciato. E poichè lui insisteva per non perderla, era partita dalla città con il baracccone della donna serpente. La mattina del giorno del fattaccio lui era arrivato in paese e l' aveva avvicinata. C'era chi li aveva visti e sentiti litigare, altri li avevano visti, nel pomeriggio, incamminarsi come due innamorati felici verso la campagna in cerca di solitudine. Più tardi lei era
morta per un colpo di rivoltella.
Quando ebbi riempito d'appunti parecchi foglietti del taccuino e scattato una decina di fotografie sul luogo della tragedia e a coloro che in un modo o nell'altro potevano essere tirati in ballo negli articoli che dovevo fare, andai alla caserma dei carabinieri per ave,re notizie ufficiali e, possiilmente, la fotografia dell'uomo fermato. Mentre mi accingevo a suonare il campanello, sentii alle mie spalle una sonora risata. Mi voltai e vidi Renato, un mio collega redattore di un'agenzia giornalistica. «E' inutile che tu provi», disse, «non ti lasciano nemmeno entrare».
Andai a sedermi sul parafango della sua macchina che era all'ombra della casa di fronte. «Se vuoi una buona notizia», mi disse, «te la do io». Rimasi a guardarlo interrogativamente. «Dentro ci sono le tre sorelle di Maria, che sono arrivate stanotte: le stanno interrogando».
«Caspita», dissi io alzandomi in piedi e mettendo istintivamente le mani sulla macchina fotografica che avevo a tracolla. «Puoi star calmo», disse Renato, «non si lasciano fotografare: ho provato io, prima che entrassero in caserma, ma non c'è niente da fare». Io dondolavo la testa, turbato; pensavo che sarebbe stata una fotografia interessante; se fossi tornato in redazione a dire che avevo visto le sorelle di Maria e non le avevo fotografate, il direttore sarebbe andato in furia. «Sono tre ragazze bellissime» aggiunse Renato scandendo bene le parole, «vestite di nero, con gli occhi arrossati dal pianto, ma bellissime lo stesso».
Avevo la smania nelle gambe e non riuscivo a star fermo. Avrei voluto essere solo e poter fare, in esclusiva, la fotografia delle ragazze, ma la situazione era ben diversa. Renato stava comodamente seduto sul sedile e non dimostrava alcuna intenzione di andarsene; e inoltre la fotografia si annunciava difficile, almeno secondo quanto diceva lui. Sarebbe stato meglio non considerarci concorrenti e lavorare d'accordo, forse così avremmo avuto maggior successo. Gliene parlai e lui acconsentì. Si trattava, ora, di escogitare qualcosa che ci permettesse di fotografare le sorelle di Maria. Ci mettemmo a pensare, in silenzio.
La striscia bianca di sole, nella strada, si andava sempre più allargando, si adagiava già su di un fianco della macchina e l'aria era afosa. «Ho trovato» dissi io a un tratto, «quando escono, ci offriamo di accompagnarle sul posto dove è morta Maria per deporvi dei fiori e intanto che loro posano i fiori noi scattiamo le fotografie». Renato stava dicendo: «Ma i fiori... » quando si aprì la porta della caserma: erano proprio loro, alte belle, vestite di nero, che uscivano. Balzammo dalla macchina e andammo loro incontro. «Se volete che andiamo a portare un po' di fiori dove è successo il fatto... » io dissi, indicando l'automobile di Renato e avviandomi per precederle. Avevano occhi che parevano vuoti, lontani, e i capelli arruffati. Continuavo a tenere il braccio proteso verso la macchina e loro andavano in quella direzione, automaticamente, mute.
L'automobile partì con un sobbalzo nella chiazza bianca e afosa della strada. Io stringevo nervosamente la macchina fotografica. «E i fiori? ...» chiese a un tratto con voce debole una delle ragazze. «Adesso li prendiamo» disse pronto Renato e incominciò a guardare nelle vetrine delle poche botteghe. Ma non c'erano fiorai, lo capimmo ben presto e un fruttivendolo ce ne diede conferma con un'espressione meravigliata; eppure bisognava assolutamente che li trovassimo. Una delle ragazze, al mio fianco, si mise a piangere sommessamente. «Prova a fermarti davanti a quella villa» suggerii a Renato con voce malsicura; e infatti di fianco allo stabile si vedeva, tra il verde, il rosso delle rose. La donna che venne ad aprire il cancello non ne voleva sapere di darmi dei fiori, diceva che ne aveva pochissimi e che la sua padrona li aveva contati. Allora le misi in mano un biglietto di banca e lei tacque e andò a prendere cinque rose.
L'auto partì velocemente e dopo pochi minuti si fermò all'imbocco della carrareccia che portava al luogo della tragedia. Ci avviammo a piedi, in silenzio, sotto il sole pieno. Avevo bisogno di liberarmi le mani per preparare la macchina fotografica e allora allungai i fiori a una delle ragazze che li prese con gesto lento; ma un attimo dopo incominciò a singhiozzare, dapprima piano, poi sempre piu rumorosamente. Eravamo giunti sul posto: io mi fermai e indicai un punto sotto una pianta d'olmo. La ragazza che piangeva lanciò un urlo acutissimo e guardò con occhi atterriti la terra; le sorelle le si appressarono e l'abbracciarono piangendo, poi tutte si chinarono per posare i fiori. «Maria, Maria» incominciarono a gridare all'unisono, «perché sei morta, Maria?» Renato ed io ci scostammo e incominciammo a guardare dentro i reflex delle nostre macchine. Sotto l'albero il sole filtrava tra le foglie e gettava sul gruppo delle donne nere e sulla terra violente chiazze bianche. Le ragazze, inginocchiate, si chinavano ritmicamente a baciare la terra, poi lanciavano al cielo le braccia chiamando disperatamente Maria, quindi tornavano a chinarsi. «Maria, Maria eri la più bella di tutte noi, perché sei morta?»
Inframezzata a quelle grida sentii la voce di Renato, bassa e frettolosa: «Che diaframma. tieni, tu?» mi chiedeva. Io dissi un numero poi gli precisai che poteva andar bene con una pellicola molto sensibile. «Se si spostassero al sole» disse Renato, « queste chiazze rovinano tutto ... ». «Non ti preoccupare» dissi io, «fai conto che sia ombra piena». E continuammo a scattare. Le loro lamentazioni sembrava non dovessero più finire: erano staccate dalla realtà presente, pareva uscissero da una tragedia greca. Quando ebbi ultimato il rotolo mi avvicinai alle ragazze: «Bisogna farsi animo» dissi, «non serve a nulla abbandonarsi a questa disperazione, è peggio».
Renato ed io le sospingemmo con delicatezza verso la macchina. Ci dissero che gradivano andare al parco divertimenti e là le portammo. Quelli dei baracconi vennero in massa a riceverle ed esse, piangendo, dissero che noi avevamo voluto portare dei fiori dove era morta Maria. Allora tutti ci furono intorno, premurosi, e certe vecchie tentarono di baciarci le mani. Noi salutammo in fretta le ragazze e ce ne andammo.
«Se sono venute bene sono una cannonata, queste fotografie» disse Renato, mentre mi accompagnava alla mia auto. «Devono essere belle davvero» dissi io e mi pareva già di vedere, nella pagina, il gruppo nero, scultoreo, delle tre donne inginocchiate sullo sfondo abbacinante del cielo assolato.

Uscito su Stampa Sera – Mercoledì 2 – giovedì 3 Marzo 1955

domenica 8 maggio 2016

Ca-125

Guardavo occhieggiare le vampate rosse del fuoco, nel buio della sera, in fondo al giardino. Bruciavano le foglie secche che Luigi aveva rastrellato per fare pulizia nel prato. Ma con le foglie bruciava anche quella grande custodia azzurra gonfia di cartelle cliniche, tabulati, lastre, ricette. Era rimasta per mesi nascosta in un armadio nella camera degli ospiti. In casa non c'era, non doveva esserci. Tutto quel materiale – per lei – era rimasto in clinica o nello studio di qualche specialista: lei non doveva vederlo, perché sapevamo, mio figlio e io, che non voleva conoscere la verità. E in quella cartella azzurra la verità c'era, drammatica, inesorabile, con il nome preciso di una malattia e una sigla, Ca-125. Sigla che, ad ogni esame di laboratorio, il nostro occhio correva a cercare per sapere come procedeva l'evoluzione distruttiva della quale era l'indicatore specifico.
Per lei la malattia, come le era stato spiegato, era un malanno di poco conto, però noioso per l'incapacità del sistema immunitario di farvi fronte. Istintivamente non cercava di approfondire: lei, che grazie anche alla sua cultura scientifica aveva sempre avuto doti intuitive in campo medico, si adagiava alle spiegazioni di ripiego. Si limitava a lamentarsi per il protrarsi delle cure e per l'inarrivabile giorno della guarigione.
Per noi che sapevamo, al dolore e all'angoscia si aggiungeva un senso di colpa, a causa del segreto che dovevamo custodire e dell'impossibilità di sovvertire l'infausto corso degli eventi. Sentivamo quell'impotenza come un tradimento. Ci affannavamo consultando specialisti in città e altrove, i migliori, ma ne avevamo sempre risposte senza speranza. Disarmati, con l'animo immerso nell'angoscia, dovevamo avere l'aria non preoccupata, cercare di parlare di tutto, anche di cose insignificanti, e del futuro, con la consueta sicurezza, come quando si era ignari. Costava una fatica terribile. Sentivamo il peso schiacciante della conoscenza dell'imminente futuro. Ci si rendeva conto di quanto l'uomo sia fortunato a non sapere che cosa gli accadrà domani.


Cercavo di evitare di parlare del passato: temevo di essere travolto dalla commozione e di scoppiare in pianto. Perché in ogni momento il nostro passato mi era sempre nella mente: tutta la nostra unione, la nostra vita insieme che era stata armoniosa e felice, mi si svolgeva davanti agli occhi della memoria come un film. Parlavo delle cose più varie del momento, la casa, le nipoti, l'automobile, il cane, la spesa e intanto mi ricordavo di immagini, scene, attimi lontani cui da anni non pensavo. Mi sembrava di estrarli, senza intenzione, automaticamente, da una sacco magico che nemmeno sapevo più di avere e che sentivo ricco, pieno. Ogni rievocazione mi dava una gioia e al tempo stesso una tristezza, uno struggimento, una commozione infiniti. E di notte, solo nella mia camera, in lunghe ore di insonnia, in genere a partire dalle tre o dalle quattro, questo film del nostro passato mi girava in continuazione davanti agli occhi del ricordo. Rivedevo noi entrambi giovani, lei bellissima e di una vitalità esuberante, gli slanci, l'amore, il senso del dovere, la bravura nell'insegnamento, nella pittura, nella poesia, i riconoscimenti, i premi. Mi risuonavano all'orecchio versi: "Quando mi porti sulla bicicletta / incontro alle immagini verdi / dei campi e la tua bocca al mio orecchio / si adagia / e dici parole nel vento d'estate, / oh, allora / come sento di vivere calda / fra le tue braccia calde. / Come la morte è lontana!". E poi la famiglia, il figlio, la casa, la gioia delle nipoti. Ancora versi, questi per Elisabetta, la prima: "Ricorderai di me queste vecchie / mani che tentano una carezza? / Questo sguardo che segue lento / il tuo agile corpo nel sole? / Le mie parole sussurrate / nel brusio del motore / quando ti porto a scuola? / Le mie parole, le mie parole / ti possano rimanere. E la mia voce / che sappia risorgere nel tuo cuore, / se mai sarai sola, un giorno". E ancora: "Mi si chiude il cielo / se il tuo piccolo passo / non scende le scale / e il tuo grido di gioco / non mi rincorre. / Le ore vedo passare / come immobile vecchio / che attende una rondine / nel suo lungo inverno".
Queste rievocazioni di lei, di noi, del nostro mondo erano un misto di dolore e di gioia: lacerazioni e lenimento, ma si concludevano quasi sempre nel pianto. Poi, stremato, m'addormentavo quando ormai era l'ora d'alzarsi. Bisognava affrontare un'altra giornata, difficile come tutte, piena di timori e di cautele, senza un barlume di speranza.
Nessuno in casa citava mai i nomi di quella malattia, nelle sue varie forme. Se l'argomento si affacciava alla Tv, con una scusa si cambiava canale e nessuno, neanche lei, protestava. Altrettanto con il giornale, si era svelti a voltar pagina in vista di un titolo scabroso. Aleggiava sempre su di noi questa cappa opprimente del dolore per la nostra consapevolezza e del timore che qualcosa o qualcuno potesse infrangere l'equilbrio fragilissimo che manteneva lei nell'incoscienza del reale e su un'onda tenue della speranza. Ma non v'è dubbio che doveva vivere una continua battaglia tra conscio e inconscio, tra quello che sapeva o intuiva e quello che temeva e non voleva sapere.
Una volta sola aveva perduto il controllo di quel suo fragile equilibrio tra il sapere e il non sapere. Era d'estate, due anni prima della sua ultima estate. Eravamo in montagna, soli, distesi su una coperta in mezzo a un prato, ad abbronzarci. Di fianco a noi qualche indumento, la sua borsetta, un libro, il giornale che avevo comperato uscendo dal paese e non avevamo ancora guardato; ma io, buttandolo sui sedili posteriori dell'auto, avevo fatto in tempo a scorgere un grosso titolo in prima pagina: la morte di un signora, notissima manager di un ente privato. Non mi decidevo a prendere in mano il giornale per non dover dire che era morta quella signora, che anche lei conosceva di fama; perché avrei pur dovuto parlarne in quanto il silenzio, di fronte a una simile notizia, sarebbe risultato ancora più falso e imbarazzante.
Fu lei che a un tratto si sedette e lo aprì. Fu la prima cosa che lesse e subito urlò e si mise a piangere gridando «anch'io, anch'io, sono malata così anch'io, dovrò morire, morire, morire...» e piangeva disperata. L'abbracciai, la strinsi forte, mi sentii il petto bagnato dalle sue lacrime. Pure io avrei voluto abbandonarmi, ma dovevo assolutamente aiutarla, difenderla, dovevo ribadire la tesi detta tante volte, che la sua non era una di quelle malattie anche se certe cure potevano farlo pensare. E via di questo passo, arrampicato sui vetri del convincimento, della persuasione, sempre più lisci, improponibili.
Passavano i mesi e la guarigione non arrivava, anzi, le condizioni si aggravavano. A volte, quando sentiva avanzare il peggioramento, veniva alle prime luci dell'alba a sedersi in una poltrona a fianco del mio letto, mi guardava con occhi nei quali c'era angoscia e terrore, mi chiamava con voce implorante e mi chiedeva: «Come andrà a finire? Come andrà a finire?» Quant'era difficile dover sostenere ancora una volta le solite bugie, dover fingere che sarebbe andata a finire bene e non poterla invece abbracciare, gridare il suo nome, Else, Else, amore mio, e piangere con lei senza ritegno.
Finalmente fuori casa, in auto, solo, potevo lasciare esplodere il dolore e scoppiavo in pianto, navigavo nel traffico con gli occhi pieni di lacrime. Faticosamente, con molti rischi, arrivavo ai semafori dove potevo asciugarmi e soffiarmi il naso. Allora m'accorgevo d'avere intorno a me, al di là di altri finestrini, sguardi stupiti. Ma per me era uno sfogo indispensabile; solo così, rincasando, potevo continuare la mia difficile, penosa finzione.


Guardavo il rosso di quel fuoco, nel buio della sera. Era l'inizio d'autunno, il primo autunno senza di lei. Bruciavano le foglie secche e anche la cartella con tutto il suo percorso del male. Avevamo esitato a lungo, mio figlio ed io, su quelle lastre, quelle sigle. Non potevamo far altro che constatare che erano la testimonianza della sconfitta nostra e dei medici che se ne erano occupati. Se i grafici e i risultati che via via si allineavano sui fogli e nel tempo avessero portato ad una miracolosa vittoria, avremmo dovuto, allora sì, conservare ogni pezzetto di carta, ogni piccolo passo verso la mèta finale. Così no. E avevamo affidato la cartella all'uomo delle foglie. Mi sembrava che anche lei approvasse e fosse grata di quel fuoco.


martedì 7 luglio 2015

Doppio salvataggio

Stavo seduto su una panchina in riva al fiume. L'acqua correva impetuosa, gialla e alta per le insistenti piogge dei giorni precedenti. Alle mie spalle, nel parco, la gente si fermava a guardare la piena che trascinava a valle tronchi d'albero, rami, oggetti strani, indecifrabili. Splendeva un sole disteso e caldo che faceva risaltare il verde novello e tenero della collina che mi stava di fronte, oltre la riva opposta. Era pomeriggio e non avevo nulla da fare: guardavo il fiume, i colori della collina, ascoltavo le voci di meraviglia della gente, seguivo pensieri vaghi, poi riabbassavo gli occhi a leggere il giornale. Ma era una lettura sbiadita, dopo un po' rialzavo lo sguardo al fiume, alla collina, al colore caldo che pioveva dal cielo. Era bello quell'inizio di primavera e l'acqua torbida e irruente non riusciva a turbarlo, anzi, quel vorticoso andare della corrente lo si sentiva come una liberazione, un sollievo, uno sfogo definitivo dell'inverno.
Un uomo avanzava sul marciapiedi, alla mia destra. Era vestito sciattamente: i pantaloni che facevano le bozze davanti al ginocchio, una giacchetta sporca e unta, con uno strappo a fianco di un bottone, la barba che gli scuriva il volto, i capelli scomposti. Poteva avere trentacinque anni. Procedeva con lo sguardo basso; davanti alla panchina si fermò come soprappensiero, si voltò un attimo a guardarmi, poi si sedette al mio fianco. Nell'insieme aveva un aspetto desolante e io abbassai gli occhi al giornale. «Che piena!» disse. «Uno che fosse là in mezzo avrebbe già risolto ogni suo problema».
Istintivamente mi ritrassi, appoggiai le spalle allo schienale: raggelavo all'idea di potermi trovare in mezzo al fiume. Guardai in faccia l'uomo e provai una sensazione di tristezza. «Sarebbe spaventoso» risposi. Lui si sfregava l'ovale del mento con forza, per vincere la resistenza della barba; intanto dondolava la testa e guardava fissamente l'acqua. I capelli gli ballonzolavano sulla fronte, sembravano sottolineare quel suo gesto di negazione, di sconforto. «Spaventoso? No! Sarebbe un momento solo, poi l'acqua ti è sopra, ti copre, e nemmeno sembra che ti abbia inghiottito». Emise un lungo sospiro, come fosse al colmo della sopportazione. Io mi sentii sgomento. «Ma perché parla così?» chiesi con voce tenue, timida. Era quasi una preghiera che gli rivolgevo perché non mi guastasse le belle sensazioni di primavera, la gaiezza del mio animo. «Parlerebbe così anche lei» disse l'uomo, «se fosse al posto mio. Non una, dico, non una me ne va bene. Prima la moglie mi abbandona per andare a fare la bella vita in un'altra città; poi perdo il posto per un vigliacco che mi accusa di una colpa che non ho commesso; mi danno lo sfratto e devo rifugiarmi in una baracca alla periferia; trovo da lavorare come manovale, ma adesso la ditta fallisce e per di più le guardie vogliono abbattermi la baracca».
Tornò ad emettere un altro sospiro, lungo, pesante. Cercavo qualche parola di incoraggiamento, ma non ne trovavo. I miei pensieri non si fermavano, sembravano trascinati via dall'acqua melmosa e turbolenta che mi passava davanti e che non potevo evitare di guardare. Ora, soltanto ora, notavo anche che, così andandosene, l'acqua mugghiava: s'alzava da quella distesa giallastra una fascia sonora, si allargava, intuivo che passava sopra di me, si stendeva sul parco e, dall'altra parte, si aggrappava alle pendici della collina.
Alla nostra destra, cento metri più in là, c'era un ponte e il parapetto era punteggiato di teste: altra gente che guardava lo spettacolo del fiume. Eppure a me pareva di essere solo, solo con quell'uomo che sbuffava e si agitava e auspicava di essere sepolto dall'acqua melmosa. Avevo improvvisamente paura: collegavo i suoi gesti e le sue parole, il suo aspetto, la luce del suo sguardo e capivo che era deciso a fare quello che aveva in mente. "Adesso si butta nell'acqua", pensavo, "lo vedo scomparire nei gorghi e io non so nemmeno nuotare".
Avrei voluto alzarmi e andar via, lontano dalla vista del fiume, dalla vista di quello che sarebbe accaduto, ma non osavo muovermi dal mio posto, pensavo che all'accenno di andarmene l'uomo si sarebbe gettato in avanti. Rimanevo immobile per ritardare tutto questo. Alzavo lo sguardo alla collina con la speranza di avere conforto dal sole, dal verde, dall'atmosfera di primavera, ma ora non trovavo nulla di ciò, c'era soltanto l'onda sonora su ogni cosa, come un velo visivo, cupo.
Non potevo resistere, cercai di spezzare quell'angoscia, dissi: «Coraggio, non deve disperare, sono difficoltà che si superano». «No, no», disse l'uomo con una voce pesante, rauca, nella quale c'era tutta l'essenza di quella negazione. «Non c'è più speranza per me. Mi guardi: ma le pare che possa riprendermi?» I suoi occhi accesi, smarriti mi mettevano ancora più paura. Mi chiedevo perché mai ero venuto a cacciarmi al cospetto di quel dramma, testimone di un gesto disperato, estremo, che sentivo imminente, ma che non potevo evitare. «Si calmi» mormorai con un filo di voce.
In quell'attimo udimmo alla nostra destra, dal ponte, un grido lungo, lacerante. Ci alzammo di scatto e ci volgemmo appena in tempo per vedere un uomo precipitare nel fiume. Cadde vicino a uno dei pilastri e scomparve subito alla nostra vista; intanto il grido si udiva ancora acutissimo. Veniva da sopra il ponte: era una donna, la si vedeva agitare le braccia nere contro il cielo azzurro. Ora gridava: «Aiuto, salvatelo». C'era una grande animazione intorno a noi: sul ponte, la gente guardava nel fiume, taluni si spostavano rapidamente da un punto all'altro; dietro a noi, nel parco, c'era altra gente ansiosa. «Non si vede più»; «È là»; «No, è un tronco d'albero» gridavano le voci.
L'uomo stava in quel momento riemergendo a metà dello specchio d'acqua che ci divideva dal ponte; si vedevano la testa e un braccio, la corrente lo trascinava via a forza. «Salvatelo», gridava la donna dal ponte. La gente si agitava, vociava, ma nessuno si decideva ad affrontare il fiume. La mia ansia di prima si era sfogata in tremito. Mi pareva che le gambe non potessero più reggermi. L'uomo nell'acqua scomparve di nuovo, succhiato da un mulinello. Colui che mi stava al fianco gridò: «Eccolo, eccolo», e con uno scatto si levò la giacca, si chinò a togliersi le scarpe di forza, senza slacciarle, e si tuffò. La sua giacca sporca, unta, strappata, era ai miei piedi.
Il nuotatore vinceva la corrente con larghe e vigorose bracciate, si portava verso il centro del fiume. «Più a sinistra, più a sinistra» diceva una voce dietro di me. Il suicida infatti stava avanzando rapidamente. L'uomo che si era buttato per salvarlo deviò, un momento dopo gli fu alle spalle, appena in tempo per afferrarlo per i capelli. Continuò ad avanzare con un braccio solo, faticosamente, tenendo l'aspirante suicida lontano da sé, a fior d'acqua. «Ce la fa», diceva la gente, «lo salva».
Ora tutti si stavano spostando verso l'altra riva, per scendere nel punto dove il salvatore sarebbe approdato con l'uomo che si era buttato. Correvano quelli che erano sul posto, correvano verso il ponte quelli che erano nel parco. Io mi sentivo sfinito. Vidi l'uomo raggiungere la riva opposta, trascinare sull'erba il corpo inanimato dell'altro. Intanto arrivavano le prime persone dal ponte, incominciavano a praticare all'annegato la respirazione artificiale. Forse si sarebbe salvato, forse no. Non potevo più resistere oltre vicino al fiume. Mi avviai per il parco e mi allontanai.


lunedì 15 giugno 2015

Condannati anche gli agenti

Pianosa. Visito quel carcere nell’estate 1977 nell’ambito di una inchiesta sul sistema carcerario. Seicentotrenta detenuti, 120 agenti di custodia, 13 mila polli, 265 bovini, 160 maiali e 400 pecore. Tutti questi animali dovrebbero essere indizio di una vita agreste che suggerisce un ambiente sereno. E invece no. Pianosa viene ad essere un carcere peggiore di quelli di massima sicurezza e un reclusorio anche per gli agenti. Gli edifici, fatiscenti, sono quelli della colonia agricola penale fondata nel 1835 dal governo granducale e da allora non hanno avuto se non una scarsa manutenzione. C’è un solo medico per 1200 individui e l’isola è veramente isolata. L’unico collegamento con il continente è un battello che viene il mercoledì e il sabato, attracca, sosta un’ora e riparte. In questo modo le visite ai detenuti e al personale di sevizio sono rare, perché un familiare, per colloquio, deve spendere a volte centinaia di migliaia di lire, essendo costretto a restare sul posto tre notti se non quattro, ospite dell’unico albergo.

Ci sono agenti che vivono a Pianosa da quattro, sei, dodici anni. Se sono sposati hanno fatto venire la famiglia (c’è la scuola elementare) e soffrono meno, ma se sono scapoli hanno molta probabilità di rimanerlo per chissà quanto. «Come si può avere una ragazza in queste condizioni? Non bastano certo trenta giorni di ferie all’anno per alimentare un amore». E i detenuti come possono sperare nell’applicazione degli istituti previsti dalla legge, come la semilibertà che consiste nel permettere di uscire di giorno nella comunità civile per dedicarsi a un lavoro e rientrare la sera, se a Pianosa oltre alla casa di reclusione non c’è nulla? Mancano anche gli educatori, gli psicologi, gli assistenti sociali che pure sono previsti dalla legge. Disperazione per tutti.