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sabato 27 febbraio 2016

Scommettiamo una cena?

Un ricordo della bella amicizia tra Remo e Augusto Minucci.
Ci sono stati, è vero, geni come Leonardo, che seppe eccellere come pittore scienziato architetto ingegnere e inventore. Più vicino a noi, abbiamo un Dino Buzzati che si riteneva un pittore prestato alle lettere; ora, pur apprezzando il suo Poema a fumetti e constatando che i suoi quadri hanno raggiunto quotazioni rispettabili, ho l'impressione che le sue opere pittoriche siano state trascinate dalla sua fama di scrittore e non reggano il confronto con le opere letterarie. O vogliamo parlare della pittura del cantautore-musicista Battiato? I critici che se ne sono occupati ne hanno scritto in maniera più indulgente che benevola, e sono convinto che i giudizi sarebbero stati diversi se diverso fosse stato il nome. Per farla breve, secondo me la norma è che chi eccelle in un campo difficilmente potrà ottenere grandi risultati anche in altri settori.
Mio padre, Remo Lugli, indubbiamente aveva qualcosa da raccontare, e sapeva scriverlo; aveva inoltre l'hobby della pittura, in stile naïf. Ha lasciato alcuni dipinti gradevoli: mentre scrivo ho sotto gli occhi un panorama delle rive del Po, viste da un ponte torinese, che mi ricorda Rousseau il Doganiere. Anche l'autoritratto riportato qui nel suo blog non mi sembra male. Quell'ombra che copre metà del viso, dandogli un aspetto tenebroso, riflette il fatto che, fuori dal contesto professionale in cui doveva sciorinare, come un ferro del mestiere, l'estroversione del giornalista che domanda e intervista, Remo era invece piuttosto introverso, pessimista, talvolta cupo, quasi timoroso delle trame che il destino, ineluttabile, tesse alle nostre spalle, come in molti dei suoi racconti.
Altre sue opere pittoriche (la maggior parte, ad essere sinceri) non sono altrettanto ben riuscite. Ho in mente, ad esempio, i ritratti delle nipoti, che furono quasi causa di crisi di pianto (“Siamo così brutte?”) C'è da dire, però, che Remo fu sempre pienamente conscio dei propri limiti come pittore; non dipingeva certo nella convinzione di creare dei capolavori ma perché provava soddisfazione nel farlo e, dopo la pensione, era anche un modo per far passare il tempo. C'era poi una forte componente legata alla manualità della preparazione dei supporti (cartoni, in genere) e alla gestione di colori e pennelli. Lavorare con le mani gli era sempre piaciuto e si era anche costruito da sé il cavalletto, in legno e ferro, che adesso languisce in cantina.
Uno dei più grandi amici di mio padre fu sicuramente Augusto Minucci, suo conterraneo (di origini toscane, ma 'naturalizzato' emiliano) e collega, prima alla Gazzetta di Modena e poi, per tanti anni, a La Stampa. Alto quasi quanto Remo e moro come lui, magro, un lungo viso scavato, una Gitane sempre accesa tra le dita ingiallite, Augusto si occupava, tra l'altro, di critica d'arte, ed era anche un discreto pittore. Un carattere molto diverso da quello di Remo: allegro, iperbolico, un po' guascone, sempre incline alla battuta e allo scherzo. Anche in politica erano su sponde diverse: mio padre era un fedele elettore di Valerio Zanone mentre Augusto distribuiva il proprio voto verso l'estremo opposto. Un anno, quando alle elezioni ci fu un tracollo del PLI, Augusto telefonò a Remo imitando la voce di Zanone e lo ringraziò per averlo votato, poi si congedò dicendo che doveva chiamare gli altri tre suoi elettori. Sfottò bonari, insomma, che non intaccarono mai la loro amicizia e cui mio padre qualche volta rispondeva per le rime ma che più spesso liquidava con un gesto della mano, uno scuotimento del capo e un accenno di sorriso, come se non valesse la pena sforzarsi per ribattere.
Negli anni sessanta mio padre comprò un piccolo appartamento al mare, in Liguria, e poco tempo dopo Augusto trovò anche lui, da quelle parti, una casa rustica nell'entroterra. Acquisti fatti per portare in vacanza i figli, visto che il mare non piaceva a nessuno dei due. Nei periodi di vacanza condivisi passavano molto tempo insieme, parlando spesso in dialetto emiliano; disdegnando le spiagge, giravano per i paesini scattando fotografie (Augusto con la sua Leica M6 che vantava come nettamente superiore alla Contarex di mio padre); oppure andavano alla ricerca di robivecchi e rigattieri, sempre con la speranza di fare il colpaccio, di scovare il pezzo importante sottovalutato dal venditore. Remo e Augusto erano ambedue fieri delle proprie collezioni di antiquariato e spesso si perdevano in interminabili discussioni confrontando i pezzi, ciascuno vantando i propri e denigrando quelli dell'amico; poteva anche capitare, ma raramente e dopo lunghe ed estenuanti trattative, che facessero degli scambi. È anche da giornate come queste che viene l'ispirazione per molti dei racconti di mio padre centrati sull'antiquariato, usciti prima su La Stampa e poi raccolti nel volume Tarlo ci cova.
Alla sera sovente si ritrovavano con le famiglie alla Trattoria del Bosco, sull'altopiano delle Mànie alle spalle di Finale Ligure. Un locale rustico, immerso nel silenzio e nel verde della “macchia mediterranea”, che offriva coniglio, allevato in libertà e preso con il fucile come fosse selvaggina; arrosto; cima alla genovese; cinghiale, quando capitava a tiro; vino nostralino; raramente menu di mare, boghe per lo più. Cibo genuino, cucina semplice, trattamento famigliare, lunghe tavolate, gran risate, piccolo conto rigorosamente pagato alla romana.
Avendo tempo a disposizione, era inevitabile che le punzecchiature di Augusto arrivassero a toccare anche il tema della pittura di Remo. Io non ero presente, probabilmente ero in spiaggia a fare a botte con i bambini di Milano, ma credo proprio che le cose siano andate come ora le descrivo: Augusto deve aver detto a Remo che non sarebbe riuscito a trovare chi accettasse un suo dipinto neanche in regalo e deve averlo sfidato scommettendo una cena. A quell'epoca, i paesini della Riviera brulicavano di piccole gallerie d'arte, aperte solo d'estate, che vendevano quadri di artisti più o meno improvvisati ai turisti desiderosi di arredare con poca spesa le case delle vacanze. Remo deve aver pensato che, se tanti erano disposti a spendere qualche lira per quadri di modesto valore, anche lui sarebbe riuscito a piazzarne uno dei suoi, tantopiù gratis. Così, pur essendo contrario per carattere alle scommesse ed a qualsiasi azzardo, finì per accettare.
Quel pomeriggio si trovarono sulla passeggiata a mare, o su qualche altra via con buon traffico pedonale. Mio padre aveva portato una sua opera, una natura morta con frutta, credo. La appoggiò ad un muretto, ben in vista, come fosse stata abbandonata; poi, lui e l'amico sedettero su una panchina poco distante a sorvegliare la scena.
Ogni tanto qualche passante rallentava, gettava un'occhiata, poi tirava avanti.
Dopo forse due ore, un refolo di vento o l'aria mossa da un'auto veloce fecero cadere il quadro a faccia in giù. Remo fece per alzarsi e andare a raddrizzarlo ma fu preceduto dall'ennesimo passante che, incuriosito, lo raccolse da terra, lo guardò a lungo – mio padre deve aver creduto, per un attimo, di aver vinto la scommessa – ma poi lo rimise giù, come l'aveva trovato, e se ne andò.
Fu troppo. Raccolse la sua natura morta, la gettò con rabbia in un bidone lì vicino e, tra le risate di Augusto, si dichiarò sconfitto.
Quella sera ci trovammo tutti alla Trattoria del Bosco. Remo toccò appena il cibo mentre Augusto mangiò ben più del solito, con grande appetito. Il giorno dopo non si fece vivo. Sua moglie Piera ci riferì che era rimasto a casa con un gran mal di stomaco e, timorosa, sperava che non fosse qualcosa di brutto. «Moché cancher, n'èt vést ch'aièr sira a l'a magné com on nimèl?» fu la rassicurazione un po' stizzita di mio padre.

Augusto superò bene quell'indigestione e morì oltre quarant'anni dopo, tre anni prima di mio padre. Mi piacerebbe credere in un aldilà per pensare che l'abbia aspettato, con le loro mogli che li avevano preceduti, per fargli da anfitrione nella nuova località di villeggiatura, dove i rigattieri danno via a poco tele di Caravaggio e dove sicuramente c'è un posto molto simile alla Trattoria del Bosco, tranne che lì si potrà anche esagerare senza timore di doverne pagare lo scotto. Passeranno il tempo sostenendo le parti chi di San Gimignano e chi di San Prospero, e perduti in eterne discussioni sulla forma delle nuvole o su altri dettagli che noi, qui, non possiamo nemmeno immaginare.

Daniele Lugli

sabato 17 ottobre 2015

Prima del mare

Con i primi caldi, la sera noi ragazzi ci radunavamo giù nel cortile per continuare i giochi del pomeriggio. Il cortile era stretto e lungo, su un lato la casa e sull'altro un muretto oltre il quale s'intravedevano le tettoie di una fabbrica. Era illuminato debolmente da un'unica lampada appesa a un cavo teso tra la casa e il muro di fronte.
Quell'anno, la sera, Mimma e io stavamo quasi sempre seduti sul gradino di un portone che era al fondo del cortile, in penombra. Gli altri giocavano a rincorrersi o a nascondersi o a darsi schiaffi alla mano sotto l'ascella e a indovinare chi era stato. Di tanto in tanto qualcuno veniva a chiamarci: «E voi, non giocate?» «Ho male a un piede» dicevo io, come scusa; oppure era lei, Mimma, che diceva di non averne voglia. Sempre così, tutte le sere.
Era luglio, non avevamo più la noia della scuola, l'incubo degli esami, faceva caldo e la gente della casa stava sui ballatoi, le donne discorrevano tra loro, da piano a piano, gli uomini fumavano, scamiciati, noi eravamo nella penombra. Come si stava bene così appartati. Mimma mi parlava di mare: ci sarebbe andata in agosto, per la prima volta, con una zia. Io non c'ero mai stato, nessuno di noi del cortile c'era stato perché non usava, allora, andare al mare e soprattutto perché le nostre famiglie non avevano mezzi: gente che s'alzava presto al mattino per andare a lavorare, lavorava tutto il giorno e così per tutto l'anno e già aveva difficoltà a far fronte alle spese per mantenere la famiglia.
Ascoltavo Mimma parlare del mare e mi sentivo quasi commosso per quel grande avvenimento che lei avrebbe vissuto. Avevo anche tristezza al pensiero che per un mese non l'avrei vista: non saremmo stati, la sera, seduti insieme in quella penombra così intima, nostra. Scoprivo Mimma come se appena in quei giorni l'avessi conosciuta e invece erano dodici anni che la conoscevo, cioè dalla nascita, perché eravamo nati negli stessi giorni, in quella casa. Scoprivo la sua voce: Dio, come mi piaceva! dolce, soave, con sfumature delicatissime. E non soltanto la voce scoprivo, ma tutta lei. Stavo ad ascoltarla e a guardarla incantato, nella penombra; ed era come se gli altri ragazzi chiassosi non ci fossero, come se non ci fossero sopra di noi le donne che parlavano, gli uomini scamiciati che fumavano appoggiati alle ringhiere dei ballatoi. Mi chiedevo come mai non m'ero accorto prima della voce di Mimma e dei suoi occhi azzurri. Stavo fermo, con la schiena appoggiata al portone, e avrei voluto che la sera fosse interminabile; se lei, muovendosi, con la spalla mi sfiorava la spalla, mi sentivo avvampare di rossore. L'ascoltavo, capivo ogni sua parola, sentivo ogni sfumatura della sua voce, eppure il mio pensiero riusciva a correre avanti, nel tempo: io e lei più grandi, soli, a camminare per un viale; e poi pensavo a un bacio, Dio come sarebbe stato bello, ma mi sentivo arrossire, sconvolgere dentro.
Di sera in sera il mare di Mimma diventava sempre più grande e più vicino nella sua e nella mia immaginazione, io lo amavo e lo odiavo insieme; l'amavo perché lei ne era entusiasta e contava i giorni che ancora la dividevano dalla partenza, e l'odiavo perché me l'avrebbe portata via, per la prima volta, e questo accadeva proprio adesso che non facevo altro che pensare a lei. «E tu cosa mi dici?» mi chiedeva talvolta. Io non sapevo cosa dire, o meglio, avevo in fondo al cuore il desiderio di dirle tutte le sensazioni che provavo, ma capivo anche che non ne avrei mai avuto il coraggio; avevo solo fiducia che comprendesse lo stesso, che bastasse quella nostra presenza appartata nella penombra ad aprirle l'animo mio. Parlavo della bicicletta che mio padre mi aveva promesso, dicevo che mi sarebbe piaciuto poterne avere una "balloncina", con i penumatici più grossi dei soliti, le biciclette di lusso che erano in voga in quei tempi. Lo dicevo tanto per dire, perché sapevo che mio padre difficilmente avrebbe potuto comperarmi anche una bicicletta normale.
Poi Mimma partì. Fu di mattino. Dalla finestra la vidi allontanarsi, un passo dietro a suo padre che le portava la valigia tenendola sulla spalla. La sera innanzi era rimasta poco nel cortile perché doveva finire di preparare la roba da portare con sé. Ero riuscito a chiederle, con grande fatica e con una vampata di rossore: «Mi scriverai?» Mimma s'era messa a ridere. «Certo che ti scriverò, vuoi che non ti faccia vedere il mare? Ti manderò le cartoline più belle». La risposta mi aveva appagato, m'ero sentito pervadere dalla serenità e dalla gioia, mi sembrava già di avere in mano la prima delle sue cartoline, di ammirare il mio nome scritto da lei.
Fu un agosto lento, lungo, tremendamente lungo. Andavo sempre giù, la sera, in cortile, con gli altri ragazzi, ma non avevo voglia di giocare, mi sarebbe piaciuto starmene a sedere, solo, sul gradino del portone di fondo, dove ero stato tante volte con lei, ma gli altri non mi lasciavano, mi trascinavano a forza con loro e allora, passivamente, facevo quello che volevano. Di giorno attendevo con ansia il postino, ma non aveva mai niente per me. Andò avanti così per dieci giorni, poi, finalmente, una cartolina arrivò. Era proprio per me, scritta di suo pugno: "Molti cari saluti". Raffigurava una fila di capanni con tanta gente al sole della spiaggia. Guardavo ad una ad una quelle donne come se dovessi cercare fra loro Mimma, ma lei naturalmente non c'era. Cercavo di immaginarla come quelle, con il costume da bagno, ma non sapevo vederla diversa da come l'avevo sempre vista nel cortile.
Passavano altri giorni e io ancora aspettavo una sua cartolina. Ripensavo alle sue parole. «Te ne manderò tante, le più belle». E come mai, invece, il postino non chiamava il mio nome? Una seconda cartolina arrivò negli ultimi giorni di agosto, ma non era indirizzata a me, bensì "ai ragazzi del cortile". "Torno sabato" scriveva Mimma. Ero deluso e amareggiato perché mi aveva trascurato in quel modo, ma al tempo stesso ero pervaso dalla gioia. Mimma tornava: ci saremmo seduti ancora, la sera, sul gradino del portone, nella penombra. C'era tutto settembre per stare nel cortile: sarebbe stato un mese magnifico, forse io avrei anche trovato il coraggio di dirle quello che provavo per lei.
Mimma tornò. Era irriconoscibile, tanto era abbronzata. E per giunta indossava un vestito molto aperto sul collo, che non le avevo mai visto. Non sembrava più lei. Nel primo momento in cui la vidi mi fece venire in mente Rosalinda, che era la sorella di una gobba che stava nella casa. Rosalinda faceva la modella, era sempre abbronzata e pitturata; quando veniva a trovare sua sorella noi la guardavamo con una curiosità morbosa, poi fantasticavamo su di lei e sulla sua professione di modella che ci sembrava molto peccaminosa. La prima sera del ritorno di Mimma la passammo a festeggiare lei con grida e canti al centro del cortile. Io avrei voluto che s'appartasse con me, ma gli altri non la lasciavano. Poi un inquilino protestò per il baccano e Mimma tornò in casa.
La sera dopo ci andammo a sedere nel nostro posto e lei incominciò a parlare del mare. «È' stupendo» disse. «Mi sono proprio tanto divertita. Stavamo sulla spiaggia dalla mattina alla sera, fin che il sole non tramontava. E sulla spiaggia giocavamo a palla oppure a rincorrerci sulla sabbia lambita dall'acqua». «Ma come, anche tua zia correva sulla sabbia?» chiesi io con meraviglia. «Oh, no: lei stava seduta sotto l'ombrellone a chiacchierare con le altre donne. Correvamo noi ragazzi: eravamo in una squadra grossa, c'era anche Roberto che abita qui, in via Mazzolotti, e suo padre ha una drogheria in centro». «Ah» feci io, e intanto mi sentivo un tremito interno e non riuscivo a formulare un pensiero. Poi disse: «Di sera, con un grammofono, si ballava sulla terrazza della pensione. Era molto divertente».
Io avrei voluto non essere dov'ero, al suo fianco, appoggiato al portone, nella penombra della sera. Andavo indietro con il pensiero e provavo nostalgia per i giorni d'agosto che pure m'erano sembrati tanto brutti per l'attesa. Ma almeno, allora, avevo la speranza di rivedere presto Mimma. Adesso Mimma era con me, ma non era più quella di prima; era abbronzata come Rosalinda e parlava di balli fatti di sera con un Roberto. Poco valeva che lei stesse seduta in disparte con me se mi doveva raccontare di queste storie. Io ascoltavo e intanto sentivo nascermi dentro un odio per il mare, per le lunghe file di capanni, per la sabbia sulla quale si può correre al limite dell'onda e per le terrazze delle pensioni.
Passarono ancora dei giorni, ma ogni sera i ricordi di Mimma mi riportavano nella nostra penombra la vita del mare, con il suo chiasso, il suo sole, i suoi balli. Una sera, scendendo, trovai tutti i ragazzi fermi nel cortile, in cerchio. E dentro al cerchio c'erano, intenti a parlare, Mimma e Roberto. Era un ragazzo alto, forse aveva due o tre anni più di me. Stava a cavalcioni della bicicletta. Parlavano dei giorni d'agosto, citavano nomi di altri ragazzi, episodi. E ridevano. Tornai in casa, dissi a mia madre che avevo male di testa e andai a letto. Nel buio, in silenzio, mi misi a piangere. Pensavo a prima del mare. Com'era bello!

domenica 11 ottobre 2015

La speranza

Sua madre entrò, si diresse alla finestra, sollevò l'avvolgibile, la luce invase la stanza. «Sono quasi le otto» gridò. «Maria, alzati!» La ragazza aveva coperta anche la testa, stava immobile, ma non dormiva. «Non arriverai più in tempo» incalzò la madre. Maria si districò lentamente dall'involucro di lenzuola e coperte, lanciò piccoli gemiti come se in quel momento si stesse svegliando, poi disse: «Questa mattina non ci vado, in ufficio. Ho tutte le ossa rotte, credo d'avere avuto la febbre stanotte». La madre le si avvicinò, le posò una mano sulla fronte: «Adesso non sembra» disse. «Vuoi che telefoni in ufficio?» «Sì, grazie. Di' che tornerò a lavorare appena starò meglio. Ora cerco di dormire di nuovo».
La madre riabbassò l'avvolgibile, la figlia la fermò prima che la serranda fosse completamente chiusa. C'era rimasto uno spiraglio di una decina di centimetri attraverso il quale dal letto si vedeva una terrazza della casa di fronte, due piani più in su, con panni stesi, battuti dal vento e dal sole. «Basta così, grazie» disse la ragazza. La madre si avviò alla porta. «Più tardi ti porto il latte. Se hai bisogno chiamami». Maria girò lo sguardo alle cose della stanza un po' confuse nella penombra, guardò attraverso la fessura della finestra la macchia chiara della terrazza illuminata. Aveva voglia di piangere. Aveva già pianto a mezzanotte quando si era coricata. Anche adesso pensava alle parole che Giulio le aveva detto la sera prima, tornando dal cinema.
Giulio era cassiere nell'ufficio accanto al suo. Erano amici da tempo, ma negli ultimi mesi la loro amicizia si era fatta più intima. Lui era gentile, premuroso, buono; e scapolo. Aveva trentotto anni, due più di lei. A quell'età doveva per forza pensare al matrimonio, a una casa. Maria studiava le sue parole, i sottintesi, cercava di scoprire le intenzioni nascoste. Giulio le piaceva, sperava di sentirsi dire da lui, una volta o l'altra, che le voleva bene. Nel pomeriggio del giorno prima, uscendo dall'ufficio, l'aveva invitata al cinema per la sera, come altre volte, per stare un poco in compagnia. Dopo lo spettacolo, in auto, mentre l'accompagnava a casa, le aveva detto: «Ho bisogno di confidarmi con te, ascoltami, ti prego». Lei si era sentita le gambe tremare all'improvviso, le sembrava già di udire le sue parole d'amore, avrebbe voluto abbracciarlo subito, prima ancora che incominciasse a parlare. Invece Giulio aveva detto: «Sono innamorato di una ragazza che ha vent'anni, è ricchissima, capisco che non è assolutamente adatta a me e che nemmeno mi vorrebbe, ma sono testardo, non so dimenticarla, come devo fare?»
Maria era rimasta in silenzio. Le era venuto un nodo alla gola e si sentiva come sprofondata nel sedile, il tremore di prima alle gambe s'era d'improvviso tramutato in un vuoto, un'insensibilità, come se gli arti non le appartenessero più, se in quel momento avesse dovuto scendere certo non l'avrebbero retta in piedi. Giulio aveva accostato l'auto sulla destra, in uno spiazzo libero del viale che percorrevano. Lui aspettava una sua risposta, ma lei non parlava, il nodo alla gola le aveva tolto anche la parola. «E allora cosa mi dici?» le aveva chiesto vedendo che l'attesa si prolungava. Con grande fatica Maria era riuscita ad aprire bocca. «Sono cose troppo personali, non si possono dare dei consigli, sei tu che devi decidere».
A casa s'era buttata sul letto e aveva pianto. S'era addormentata tardissimo e s'era svegliata presto. Pensava a Giulio e pensava ai propri trentasei anni. Trentasei per modo di dire: ne avrebbe compiuti trentasette dopo dodici giorni, il ventiquattro marzo. Era una data che ormai odiava; odiava anche la primavera, i primi caldi soli, i primi venti, le viole nelle prode delle strade di periferia, perché le ricordavano l'imminente scadenza.
Pensava ad altri compleanni lontani: il diciottesimo, il ventesimo, quando c'era ancora suo padre e ogni anno a primavera facevano un viaggio. I vent'anni li aveva compiuti a Innsbruck. Al mattino avevano visitato l'Hofgarten, il giardino imperiale; a mezzogiorno, rientrando all'albergo dove erano alloggiati - il Greif, ne ricordava ancora il nome - aveva trovato un telegramma per lei. Era di Rolando; diceva: "Hai voluto partire nonostante la mia proibizione: non cercarmi più". Rolando, il suo primo fidanzato, era gelosissimo, a volte insopportabile. Lei aveva scrollato le spalle: le importava poco che Rolando la lasciasse, aveva tempo e si sentiva bella. Poi aveva incontrato Sergio. Si erano voluti molto bene, ma avevano anche avuto liti furibonde; era finita male, addirittura a schiaffi e a calci. Anche con gli altri, dopo, non era mai stata fortunata, o per un motivo o per l'altro.
Fissava la terrazza della casa di fronte: oltre la ringhiera si vedevano sbattere al vento un asciugamano bianco e una sottana gialla. Davanti all'asciugamano si fermò un bambino, si chinò, si alzò, si tornò a chinare, ora si vedeva soltanto la sua testa muoversi in maniera appena percettibile: evidentemente stava giocando con qualcosa che era sul pavimento. Maria avrebbe voluto che se ne andasse: c'erano già di troppo, su quella terrazza, anche il vento e il sole.
Il bambino le ricordava Michele. Michele era stato l'ultimo, prima che lei incominciasse a pensare a Giulio. Michele si era fidanzato regolarmente. «Ci sposiamo presto» le diceva. Era di un'altra città, faceva il tecnico di macchinari per arti grafiche; era venuto per assistere gli operai che montavano una macchina svizzera in una tipografia. «Ti sposo presto» ripeteva; ma non andava mai oltre questa generica promessa. Lei si sarebbe aspettata che facesse qualche progetto, che indicasse una data probabile, che esprimesse qualche idea su quella che sarebbe potuta essere la loro casa. Le diceva invece, tante volte, che aveva un corpo magnifico, che era stupenda, una donna meravigliosa e lei, a quei complimenti, socchiudeva gli occhi per la soddisfazione, quasi inebetita. Poi, un giorno, l'angosciosa scoperta: Michele era sposato e aveva due bambini. Quando Maria gliel'aveva rinfacciato lui si era messo a piangere, le aveva chiesto perdono. Una scena melodrammatica. Ma c'era poco da fare, se non troncare. E si erano lasciati, lei furibonda, ingiuriante, lui sempre piangente, strisciante, implorante perdono.
Ora le pareva di risentire quelle sue parole che sapeva sussurrare con tanta abilità nei momenti di esaltazione amorosa: «Hai un corpo magnifico, sei stupenda». Era vero oppure Michele mentiva anche in quelle affermazioni? Maria cercò di figurarsi il proprio corpo, era tanto che non l'aveva guardato con occhio critico. Le venne un improvviso desiderio di vederlo, di scrutarlo, di ammirarlo. Se l'avesse trovato ancora piacente forse avrebbe potuto riconquistare un po' di fiducia, un'ultima speranza. Scese dal letto, infilò le pantofole, andò davanti allo specchio dell'armadio. Ebbe subito un moto di disappunto guardandosi in faccia: gli occhi erano gonfi, scuri, i capelli scomposti; ma forse la scarsa luce contribuiva a peggiorare l'immagine. Andò a sollevare un po' la serranda, tornò allo specchio, si sforzò di sorridere, pensò che il trucco l'avrebbe trasformata, non poteva giudicarsi in quelle condizioni. Si strinse la vita tra gli indici e i pollici facendo aderire la camicia da notte: la vita era ancora sottile, il petto florido. Si passò una mano sui capelli, sorrise. Ora non pensava a nulla, si limitava a sorridere a se stessa senza sapere il perché.
Si scosse al suono del campanello, nell'ingresso. Sentì sua madre avviarsi ad aprire. Tornò a letto, ad ascoltare. Era la voce di un uomo quella che si sentiva di là. Maria cercava di decifrare le parole, ma non ci riusciva; ora la voce si spostava per il corridoio, entrava nel salotto. Maria attese ancora qualche minuto poi suonò il campanello interno e sua madre venne sull'uscio. «Chi è?» chiese la ragazza. «È il tecnico della tivù, è venuto per l'audio del televisore, dice che il guasto lo può riparare qui, ha già incominciato». La madre uscì di nuovo. Maria si stirò, rimise i piedi a terra, s'infilò le pantofole, la vestaglia, uscì dalla stanza, entrò in bagno. Poi ritornò in camera, si sedette alla toeletta, incominciò a massaggiarsi il viso, scelse il vasetto della crema, il tubetto del rossetto, la boccetta del profumo. Si pettinò con cura, tuttavia senza indugiare. Vide il volto rifiorire, pensò che non era un volto brutto, forse non dimostrava nemmeno gli anni che aveva.
Quando fu pronta si alzò, si diresse alla porta, ma sostò un attimo a guardarsi nello specchio grande dell'armadio. Uscì, nel corridoio si fermò, si ripassò una mano sui capelli con morbidezza per accertarsi che fossero proprio a posto. Dal salotto veniva il gracchiare metallico e confuso del televisore che il tecnico stava riparando. Posò la mano sulla maniglia, entrò.


martedì 14 luglio 2015

Al tortellino d'oro

Avevamo rilevato il bar quattro anni prima, già vecchio. Certe piastrelle del pavimento si muovevano sotto i piedi, il banco aveva il marmo crepato, la macchina del caffè espresso si guastava una volta la settimana. C'era proprio tutto da rifare. Per di più in quel periodo - era uno dei primi anni sessanta - Milano sembrava preda della frenesia del rinnovamento: si tinteggiavano le facciate delle case, si sostituivano gli arredi dei negozi. "Svendo tutto per rinnovo locali", si leggeva di qua e di là. Nella nostra strada tre case erano coperte dalle impalcature dei muratori e una era proprio la nostra, perché i condomini avevano deciso addirittura di rivestire la facciata con lastre di marmo fino all'altezza del primo piano; noi, Marilena e io, avevamo votato negativamente, ma la maggioranza aveva deciso di sì. E allora, visto che la casa si faceva bella, dovevamo cogliere l'occasione, buttare all'aria pavimento e bancone, rifare il bar. Ci volevano soldi, almeno tre milioni, che non avevamo, ma potevamo trovarli. E li trovammo, infatti, scrivendo al padrino di mia moglie, nella Bassa modenese, la terra nostra.
Fissati i preliminari per lettera, si doveva concludere l'accordo in un incontro che il nostro benefattore fissò di lunedì mattina, di buon'ora. Così partimmo la domenica pomeriggio, con la Seicento, presto perché avevamo pensato a un certo programma. Che era questo: andare a dormire in una locanda e, visto che eravamo in regime di economia, risparmiare i soldi della cena, ma al tempo stesso mangiare, e bene, in compagnia. Avevamo molti parenti e amici con buona tavola e il nostro passato al paese era denso di lieti incontri gastronomici: ogni occasione veniva presa a pretesto per una mangiata, non di rado gli inviti si accavallavano, qualcuno doveva essere rifiutato.
Ora, dunque, bastava saper creare le condizioni favorevoli e poi cogliere al volo un invito o anche soltanto una buona predisposizione dei nostri amici per farla volgere in una autentica proposta di stare a cena con loro. Dopo avere fissata la camera per la notte ci mettemmo in auto, fermi in una piazzetta, a passare in rassegna parentele e amicizie per decidere la prima mossa. Pensai a mio zio Amilcare: agricoltore, padre di otto figli, proprietario di una grande tenuta coltivata a cereali e a vigneti. La sua casa era sempre molto ospitale, piena di gente perché quattro dei figli erano sposati e tutti vivevano sotto lo stesso tetto, e spesso c'erano ospiti, parenti, braccianti, operai venuti per riparare qualcuna delle tante macchine agricole. La tavola era lunghissima, le donne sempre affaccendate a portar tegami, a friggere gnocco o a girare polenta. M'era rimasta impressa una cena, d'estate, al lume di lampade ad acetilene. Io ragazzino a fianco di mia madre, seduti a metà di quella lunghissima tavola stesa all'aperto, nell'aia che era fiancheggiata dall'argine del Panaro: la sponda altissima di terra che ci sovrastava e faceva apparire noi piccoli, ma eravamo tanti e molto chiassosi; sulla tavola una distesa di bottiglie, di piatti, di tegami; le donne che continuavano a portare gnocco e a versarlo caldo e fragrante nelle teglie già svuotate; di tanto in tanto uno schiocco di tappo di lambrusco; e, nel buio, tutt'intorno, le fosforescenze vaganti delle lucciole.
Adesso non era estate, ma autunno avanzato, certo non avremmo trovato la tavolata sull'aia, ma quella casa poteva ugualmente fare bene sperare. Decidemmo di puntare su zio Amilcare che, tra l'altro, non avevo più visto da quando ci eravamo trasferiti a Milano. Venti minuti di macchina ed eccoci nella grande aia, a fianco dell'argine che nel mio ricordo era molto alto e invece mi parve stranamente basso. Mentre scendevamo dalla Seicento uscì una delle mie cugine, ci venne incontro, ci tese la mano, ma senza sorriso. Apprendemmo subito perché: zio Amilcare era in clinica, già da un mese, colpito da un ictus, con la parte destra del corpo paralizzata. Ma stava recuperando, piano piano, c'era da sperare che potesse riacquistare quello che aveva perduto. Neanche la zia c'era, stava in clinica anche lei, a fargli compagnia. Dalla stalla venne un muggito, basso, pigro, come un lamento. Mi sentii pervadere dalla tristezza. Pronunciammo parole di rammarico, di speranza, di incoraggiamento e risalimmo in macchina.
E allora? «Allora» disse Marilena «andiamo da mia zia Marcellina, è sempre stata molto ospitale». Sì, ricordavo, a casa sua avevamo mangiato tante volte. Marcellina si vantava d'aver fatto la capocuoca in un albergo sulle Dolomiti, durante una stagione estiva, prima di sposarsi. Ma il marito le aveva poi imposto di abbandonare il lavoro, la voleva tutta per sé e per la casa. Lei, tuttavia, non perdeva occasione per ricordare quella sua abilità e il lavoro di prestigio svolto. Marcellina abitava in una casa rossa, all'ultimo piano, il quinto, senza ascensore. «Speriamo che non siano fuori» disse Marilena, «o per lo meno che sia a casa lei, se c'è ci invita di sicuro». Ci venne ad aprire lo zio. Rimase un attimo in silenzio per la sorpresa, pronunciò una esclamazione e ci tese la mano. «Venite, venite» disse poi, tirandoci dentro e spingendoci verso la sala che era quasi buia, con il televisore acceso. «Qui» disse indicando una grossa poltrona che era di spalle, «abbiamo una brutta novità». Dalla spalliera si sporse un viso di donna. Era Marcellina. Stava quasi sdraiata, con le gambe distese su due file di cuscini posati su un panchettino, la gamba destra era grossa e bianca, ingessata. «Marilena, Marilena» incominciò a dire la zia con voce lamentosa, «guarda cosa m'è successo: sono ruzzolata giù per le scale e mi sono rotta una gamba. Tutte a me capitano». E dopo una pausa: «Avete fatto proprio bene a venire, mi dispiace solo che non posso invitarvi a stare con noi. Ditemi, raccontatemi di voi».
Bisognava sbrigarci, erano già passate le sette, non c'era tempo da perdere, dovevamo tentare un'altra tavola. Pensammo ai Santarelli. Lui, Amleto, prima del nostro trasferimento a Milano, era stato mio socio in un commercio di bottiglie e di sugheri, poi le cose erano andate male e ognuno aveva cercato un'attività diversa. Eravamo rimasti in buona amicizia; l'ultima volta che ci eravamo incontrati Amleto aveva detto che alla nostra nuova venuta avremmo dovuto essere loro ospiti, altrimenti se ne sarebbero offesi.
Rapidamente ci andammo. Sotto l'androne udimmo la voce di lui per le scale e un momento dopo ce li trovammo davanti, marito e moglie, ben vestiti, lei con un mazzo di fiori in mano: «Che sorpresa! Ma come mai, così senza avvertire?» disse lui, e aggiunse: «Non possiamo nemmeno stare insieme, siamo invitati a cena, stiamo andando. Guai a voi se la prossima volta non ci informate per tempo».
«Si sta facendo tardi» disse Marilena con tono innervosito mentre risalivamo in macchina. «Possibile che non riusciamo a farci invitare da qualcuno?» Poi fece un gesto risolutivo con la mano: «Andiamo da Maria». «Quale Maria?» «Maria Buffagni, la mia collega di quand'ero all'anagrafe, ci volevamo un bene come sorelle, di tanto in tanto mi manda una cartolina». Andammo, venne ad aprire la madre, disse che la figlia era ancora fuori, ma non avrebbe tardato. Ci invitò in salotto, ci trattenne con qualche chiacchiera. Il tempo passava, ormai erano le otto, io e Marilena ci davamo occhiate di grande impazienza. Maria arrivò poco dopo, si poteva sperare bene. Abbracci, molte feste. «Rimarrete a cena con noi» disse con entusiasmo, ma sua madre intervenne rapida: «Saremmo liete di ospitarvi, ma sono colta alla sprovvista, avreste da lamentarvi della nostra tavola...» La figlia guardò la madre e poi noi con imbarazzo. Io non riuscii a controllarmi, mi alzai quasi di scatto. «Siamo passati solo per un saluto, adesso togliamo il disturbo».
Due minuti dopo eravamo già protesi verso l'ultimo tentativo: andavamo a trovare i Baldoni, gli ex padroni di casa. Brava gente, venivano sempre in casa nostra a vedere la televisione, quando loro ancora non avevano l'apparecchio. Li trovammo a tavola, loro due e tre dei quattro figli. Ci fecero sedere nella stessa sala da pranzo. «Immagino che a quest'ora avrete già cenato» disse la signora Baldoni. «Potevate venire prima, a cenare con noi: ci avreste fatto molto piacere». Né io né Marilena sapemmo dire una parola, non confermammo né smentimmo, eravamo sconfortati. Baldoni disse: «Bevete almeno un bicchiere di lambrusco» e subito versò il vino. Non fummo nemmeno capaci di rifiutare. Ma dopo poco mi sovvenne di dire: «Dobbiamo scappare, abbiamo un appuntamento alle nove».
Saluti rapidi. Uscimmo. Ma per far che, a quest'ora? Non c'era certo più da pensare ad un possibile invito. Eravamo vicini a una viuzza al fondo della quale c'era la trattoria "Al tortellino d'oro". Il nome veniva da un premio che quell'esercizio aveva avuto prima della guerra, quando godeva di una meritata fama; da anni la sua reputazione s'era rovesciata, i clienti dovevano essere ben poco esigenti. Ci guardammo, scuotemmo la testa. «Eh, sì» disse Marilena, «non ci resta proprio che il Tortellino d'oro».
Ci avviammo e dopo pochi passi ci imbattemmo in un vecchio alto, magro, un po' curvo. «Roberto» gridai. Si fermò, cercò di scrutarmi alla scarsa luce. Lo aiutai: «Sono Leandro, il figlio di Luigi, Giget, se lo ricorda? Lavoravate insieme in Belgio, in miniera». Mi riconobbe, si commosse. «Ah, sé, Giget, l’era propria ‘n amig». «Come va, Roberto?» Col capo fece cenno di no, e continuò a dondolarlo: era chiaro che le cose non andavano affatto bene. «A sun chè ca vag da ‘na coga che a la sira ogni tant l’am dà un piat ad mnestra».

Lo presi sottobraccio, ci avviammo verso la trattoria. «Stasera mangiamo insieme» dissi. Entrammo al Tortellino d'oro. C'erano solo due avventori. Ci sedemmo, all'oste ordinai: «Tre pastasciutte». Roberto mi fissava con occhi spalancati, gli tremava un poco il mento. 

lunedì 29 giugno 2015

L'amico di chi è solo

Ora che la bella stagione è venuta mi piace sostare qui, nel parco, come un tempo. Non è quasi mutato da allora, da quand'ero ragazzo: vi hanno soltanto aperto un campo da tennis, sulla sinistra, cintato da una rete metallica. I prati sono rimasti tali e quali e anche gli alberi, grandi e annosi, non sono stati toccati. Sono certamente ingigantiti, hanno esteso maggiormente le loro fronde, coprendo anche la vista dei nuovi alti palazzi che sono sorti tutt'attorno a questa oasi di verde; la mia fantasia può così immaginare che di là ci siano ancora le case basse a due o tre piani che qui chiamavano "le villette".
In queste giornate di sole l'animazione nel parco sembra quella di allora: gente seduta sull'erba, bambini che giocano, innamorati che camminano abbracciati per i vialetti, e vecchi, come me, seduti sulle panchine, forse le stesse di tanti anni fa. E ci sono i cani che giocano con i loro padroni: cuccioli sventati e dai movimenti disordinati o vecchi cani lenti e mansueti. Adesso davanti a me c'è un ragazzo di una decina d'anni con un grosso cane lupo. Getta un sasso lontano e il cane corre a prenderlo e glielo riporta: il ragazzo si china ad abbracciare il lupo, gli dice qualcosa in un orecchio, poi di scatto torna a gettare il sasso e lui riparte rapidissimo, con lo stesso entusiasmo di prima. Continuano così a lungo.
Improvvisamente io mi ritrovo in quel ragazzo. Anch'io, decenne o poco più, su questi stessi prati gettavo sassi al mio Biondo. Era un cane bastardo, grosso e fulvo, che nel muso assomigliava a uno spinone. Gli parlavo come a un fratello, anzi più che a un fratello. lo di fratelli ne avevo nove, erano tutti più anziani di me, quello che mi era più vicino d'età aveva tredici anni, ma era sempre fuori casa, faceva il garzone in un caffè, lavorava sodo come tutti gli altri, compresi mia madre e mio padre. Nella grande famiglia era come se fossi solo.
Poi avevo trovato il cane, piccolo, cucciolo, buono. Mi aveva accompagnato a casa, una sera, e gli avevo dato da mangiare. I miei non lo volevano, ma io avevo insistito per tenerlo e alla fine avevo vinto. L'avevo chiamato Biondo per il suo colore. Qui venivamo nei pomeriggi di primavera e d'estate, qui giocavamo come adesso gioca il ragazzo che mi sta davanti. Raccontavo a Biondo tutte le mie fantasie e lui mi stava ad ascoltare accucciato ai miei piedi; se la mia voce era allegra dimenava la coda, se dicevo cose tristi, come spesso mi capitava, si metteva a guaire di sofferenza e poi, quando non ne poteva più, si alzava, avvicinava il muso alla mia faccia e cercava di leccarmela, per farmi tacere. Se piangevo, il guaito diventava latrato, pareva che proprio mi implorasse di farmi coraggio; si alzava in piedi, mi puntava le zampe anteriori sul petto, poi le allargava come per abbracciarmi. Era un amico, il mio solo amico. Crescevamo insieme, lui molto più rapidamente.
A un certo punto avevo smesso di andare a scuola e m'ero occupato come apprendista tipografo. La tipografia aveva il retro che dava in un grande cortile e io avevo chiesto di poter portare con me il cane, per non lasciarlo in casa, solo, tutta la giornata. Me l'avevano concesso e così, mentre lavoravo, Biondo stava nel cortile, giocava con i bambini e ogni tanto entrava dal retro e veniva a darmi un saluto. La sera tornavamo a casa, felici tutt'e due.
A ventidue anni mi fidanzai. Lavoravo ancora nello stesso posto, ero considerato, benvoluto. Gran parte del mio tempo libero lo trascorrevo con Luisa, la mia ragazza, e Biondo veniva sempre con me; a casa non ci voleva stare né io volevo lasciarlo. Praticamente di giorno in casa non c'era nessuno: alcuni miei fratelli si erano sposati, erano andati ad abitare per loro conto e gli altri, come anche mio padre e mia madre, andavano a lavorare, erano fuori dalla mattina alla sera.
Luisa guardava con aria diffidente Biondo, che era come la mia ombra, sempre con me: era chiaro che non aveva simpatia per lui, lo tollerava, forse ne aveva anche paura. «Non fa niente, è buonissimo» la rassicuravo io. «E poi è vecchio, ha da pensare agli acciacchi».
A Luisa raccontavo tutto di me, delle mie speranze, delle mie ansie. Stavamo stretti stretti su una panchina, nel parco, quasi sempre la solita. Biondo stava accucciato in disparte, con il muso appoggiato sulle zampe anteriori, come se non sentisse. Invece sentiva, non interveniva soltanto perché non voleva essere importuno.
Sposai Luisa e andammo a vivere per nostro conto. Biondo venne con noi, nonostante che mia moglie torcesse il naso. Il cane si rendeva conto della diffidenza che lei aveva per lui e viveva il più possibile appartato, nella sua cuccia, sul ballatoio.
Un giorno Luisa mi comunicò che avremmo avuto un figlio. Ben presto, quando mancavano ancora sei mesi alla nascita, cominciò a dire che dovevamo sbarazzarci di Biondo perché non sarebbe stata possibile la convivenza nella stessa casa di un cane e di un bambino. Io le rispondevo che quella povera bestia non avrebbe affatto disturbato, anzi sarebbe stata per il piccino un compagno di gioco, un motivo di gioia. Ma lei insisteva.
Avvilito, in certi momenti andavo a trovare il mio amico d'infanzia e ancora gli parlavo, mestamente, e pensavo al giorno in cui, per il quieto vivere, sarei stato costretto ad accompagnarlo in campagna e affidarlo a un contadino. Ma chi l'avrebbe preso, vecchio com'era ormai? Ero proprio molto preoccupato. Biondo sentiva questo mio stato d'animo, mi guardava con i suoi occhi lacrimosi per la vecchiaia, non si muoveva per Ieccarmi la faccia perché muoversi gli costava fatica e sofferenza fisica; capivo, però, che mi voleva sempre bene nella stessa misura. Mi risparmiò il triste passo che mia moglie mi spingeva a compiere e che io avevo sempre paventato: se ne andò da solo, una notte d'estate. Lo trovai al mattino già rigido, nella sua cuccia.
Nacque il bambino, la casa si riempì di lui, delle sue grida, dei problemi che lo concernevano. Luisa e io lo portavamo qui nel parco perché respirasse l'aria buona che sapeva odore di piante. C'erano altre madri con altre carrozzelle. I discorsi si intrecciavano. «Quanti mesi ha il suo?»; «Dio come è paffuto e bianco e rosso!»; «Il mio devo allevarlo artificialmente»; «Che cosa mangia?» Qui su quest'erba Marcello fece i primi giochi, le prime corse. C'erano anche allora cani che giocavano con i ragazzi, andavano a prendere i sassi che erano stati lanciati e li riportavano; e i ragazzi abbracciavano i cani e loro dimenavano la coda. Mi ritornava alla memoria Biondo, la sua bontà, la sua limpida fedeltà, sentivo che la sua amicizia poteva essere paragonata all'attaccamento che il nostro bambino aveva per noi genitori; ma poi altri pensieri mi distraevano. Marcello, la casa, il lavoro. Eppure, dentro, quasi inavvertita, mi rimaneva la certezza che ancora avrei goduto dell'affetto di un cane.
I problemi si susseguivano uno dopo l'altro, appena uno era risolto uno nuovo si presentava e intanto passavano gli anni, Marcello era un uomo. Andava all'università; diceva: «Voglio questo, voglio quello, si deve fare così, non si deve fare così». La sua voce a volte era alta, imperiosa. Come erano lontani i tempi in cui ci correva incontro lanciando piccole grida e si aggrappava alle nostre gambe come un cucciolo e poi ci stringeva fortissimo per farci sentire tutto il suo amore.
E' passato altro tempo. Adesso Marcello ha superato i trent'anni, è sposato e ha un bambino. Non abita più qui, ma in un'altra città dove ricopre un'importante carica. Anche Luisa mi ha lasciato, da sette mesi, per sempre. Io sono solo, ma ho di nuovo un cane. È un bastardo, un po' maturo, che sono andato a prendere cinque mesi fa al canile municipale. Il suo colore è nero, ma io lo chiamo Biondo, a ricordo dell'altro. Con lui vengo qui, nell'antico parco della mia infanzia sempre uguale, come allora. Ora siedo su una panchina e osservo il ragazzo che mi sta innanzi lanciare sassi davanti al suo cane. Anche Biondo, che è accucciato ai miei piedi, guarda incuriosito le esuberanze giovanili del lupo che corre a prendere il sasso. Biondo si è già abituato a questo suo nuovo nome, appena lo pronuncio alza le orecchie e mi guarda in faccia. Ha uno sguardo intelligente; mi guarda come se io fossi sempre stato il suo unico padrone. Gli dico: «E tu non senti più voglia di metterti a correre per i prati dietro ai sassi?» Mi si avvicina strisciando un poco a terra e sfrega il muso contro una mia gamba. Ci intendiamo già, posso parlargli, sicuro d'esser capito, quando ho qualcosa da dire e non so a chi dirlo. Gli rivolgo ancora la parola: «Vuoi che andiamo a casa? Devo preparare la cena». Biondo si alza e dimena la coda.
Ma io non mi alzo ancora. Il ragazzo del lupo mi si è accostato. Mi chiede quanti anni ha il mio cane e che cosa gli do da mangiare. Mi intrattengo a parlare di Biondo.



lunedì 18 maggio 2015

L'aquilone

La villa sorgeva a fianco di una via stretta tra due siepi e bianca di polvere sulla quale di rado passava gente perché dava accesso, oltre a questa costruzione, a un'unica cascina che era cento metri più avanti. Vi transitavano qualche volta i contadini, con l'auto per andare in paese, o con il trattore che trainava un carro per raggiungere i campi al di là della strada provinciale sulla quale sfociava. La villa dava ben poco movimento e solo d'estate, quand'era abitata: il cancello, comandato elettronicamente, s'apriva al mattino per far passare la macchina dell'avvocato che andava in città, al lavoro, e tornava ad aprirsi la sera al suo rientro. Per Roberto, che aveva cinque anni, l'uscita e l'arrivo della macchina del padre erano due avvenimenti importanti della giornata: al mattino assisteva alla partenza per vedere la polvere che si sollevava dietro le ruote; e rimaneva a lungo a guardare oltre le sbarre del cancello la nuvola bianca che a poco a poco si diradava. La sera attendeva sullo spiazzo davanti a casa con l'orecchio attento al rombo del motore dell'auto. E quando il padre scendeva gli si gettava fra le braccia con gridolini di gioia.
Le giornate di Roberto erano lunghissime e solitarie. In casa c'era sua madre, ma stava quasi sempre chiusa in camera: non riusciva a riprendersi dal dolore per la perdita del secondo figlio, più giovane di un anno, che era morto tre mesi prima, dopo una malattia durata pochi giorni. La famiglia si era trasferita in campagna tre settimane dopo il funerale; l'avvocato sperava che l'ambiente diverso aiutasse la moglie a superare quel periodo di angoscia, ma ogni sera, al ritorno, la ritrovava sempre uguale.
Ad alleviare il senso di vuoto che pesava intorno a Roberto c'era, fortunatamente, Luciano, uno dei figli del contadino. Aveva otto anni e arrivava nel giardino passando attraverso i campi e poi varcando un cancelletto tenuto chiuso soltanto con un gancio di ferro. Luciano si intratteneva anche due o tre ore, a volte sia al mattino che al pomeriggio. I due bambini trascorrevano il loro tempo perlustrando ogni angolo dell'area intorno alla villa, delimitata da una rete metallica e nella quale si alternavano spazi erbosi, aiuole di fiori e gruppi arborei. Conoscevano gli alberi con i nidi di uccelli, i formicai, le tane delle talpe, i punti in cui cresceva l'ortica, sapevano in quali ore del giorno gli uccellini portavano il cibo ai loro piccoli, in quali momenti le formiche uscivano in fila indiana a percorrere il dedalo delle loro strade in cerca di cibo.
Oltre la rete c'era la campagna: una fascia di prati larga forse duecento metri, piatta, verde, invitante; e oltre i prati il pioppeto, come una muraglia grigia alla base e verde scuro in alto, stagliata contro il cielo. Roberto non era mai andato fino al pioppeto. Sua madre non gli aveva mai permesso di passare al di là del recinto, eccetto una volta, l'estate precedente, quando gli aveva consentito di andare con Luciano a raccogliere papaveri nel prato, ma lei lo aveva sorvegliato in continuazione appoggiandosi alla rete con le mani. In questa estate, sempre chiusa nel suo dolore, non lo controllava con lo sguardo, si limitava a fargli delle raccomandazioni generiche quando usciva dalla villa:
«Fai a modo, non ti sporcare, non ti allontanare».
Roberto avvertiva questo mutamento nel carattere della madre e intuiva che era legato alla scomparsa del fratellino; la maggiore libertà di cui godeva gli pesava con una sensazione sgradevole di tristezza. Solo la presenza di Luciano gli cancellava queste ombre scure ridando serenità al suo animo. Luciano, invece, che già da solo camminava per la campagna, era stato nel pioppeto più di una volta con il padre, a controllare la crescita dei pioppi. E quelle sue visite raccontava all'amico descrivendo particolari in parte reali e in parte fantasiosi, sicché Roberto, che ascoltava affascinato, si faceva l'idea che la barriera del pioppeto fosse il limite di un altro mondo, lontanissimo, irraggiungibile, meraviglioso.
Un giorno i due bambini scoprirono un gioco nuovo: l'aquilone. Su un giornalino per ragazzi ne avevano visto uno disegnato e Luciano aveva anche letto le istruzioni per costruirlo. Si erano messi sulla ghiaietta davanti alla villa, con un pacco di giornali e una boccetta di colla. A sera, quando il cancello si era aperto per lasciare entrare la macchina dell'avvocato, erano ancora intenti al loro lavoro, stavano per ultimare la coda. Il padre di Roberto portò l'auto in garage poi andò vicino ai due bimbi e si mise a ridere. Disse che quel congegno non avrebbe mai volato, la carta era troppo fragile e poi doveva essere sorretto da leggere cannucce, la coda andava costruita a catena, con tanti anelli uno dentro l'altro. I bambini erano rimasti mortificati, Roberto stava per piangere. Suo padre l'aveva accarezzato:
«Domani sera», aveva detto, «porterò a casa la carta e il filo che vanno bene e poi dopodomani, che è sabato, io stesso vi costruirò l'aquilone».
Il venerdì era stata una giornata ancora più lunga delle altre, interminabile per Roberto. Alla fine l'avvocato era tornato e non si era dimenticato della carta e delle altre cose necessarie. La carta era rossa, sottile e dura, che a toccarla con le dita faceva un rumore secco. Roberto aveva battuto le mani per la gioia; la sera era andato a dormire presto, come se, in tal modo, avesse potuto anticipare l'arrivo del mattino destinato alla costruzione dell'aquilone. E invece s'era svegliato tardi, quando il sole era già alto da tempo, e uscendo nello spiazzo dietro la casa aveva trovato il padre già avanti nel lavoro, assistito da Luciano. Stava nascendo la coda, fatta con la stessa carta, rossa e rigida: gli anelli partivano dai due angoli di fondo dell'aquilone in due segmenti di catena che si congiungevano a un mezzo metro di distanza e poi ancora continuavano con un tratto unico e centrale di pari lunghezza. Nel corpo dell'aquilone, tra i due strati di carta sovrapposti, si intravedevano i due pezzi di canna ad X che costituivano la sua ossatura. Roberto guardava incantato nascere il giocattolo, ogni tanto chiedeva:
«Sei sicuro, babbo, che volerà? E andrà molto in alto?»
«Se ci sarà un po' di vento volerà» rispondeva suo padre; «e volerà alto, perché ho un lungo gomitolo di filo».
Finalmente l'aquilone fu pronto. «Andiamo nel prato» disse l'avvocato, «là potremo correre senza inciampi». I bambini l'aiutarono a portare l'aquilone: lo reggevano con mani delicate come se fosse qualcosa di estremamente prezioso. Varcarono il piccolo cancello che dava sui campi. La distesa verde si allargava tutt'attorno, chiusa, in fondo, dal giro chiaro e verde scuro del pioppeto. Roberto lanciò alcune piccole grida di gioia e batté i piedi non potendo battere le mani impegnate.
«Adesso vola» gridò. «Che bello!»
Il padre srotolò qualche metro di filo poi, tenendo il gomitolo in mano, si mise a correre, subito seguito dai bambini. L'aquilone dapprima strisciò a terra, poi, per un urto contro una asperità, fece un balzo, s'impennò, s'alzò di un metro, andò avanti così per un poco; e intanto l'avvocato continuava a correre e i bambini lo seguivano. L'aquilone si alzava di più, i bimbi dovevano girare la testa verso l'alto per tenerlo d'occhio. Ecco, saliva, saliva e l'avvocato continuava a srotolare il gomitolo, a concedergli filo.
Ora l'avvocato aveva rallentato la corsa, andava quasi al passo e l'aquilone continuava a stare alto e ad ondeggiare lieve al soffio del vento.
«Come è bello» esclamava Roberto, «come è bello!» Luciano si fece vicino all'avvocato, alzò la mano:
«Io» disse, «lo faccio andare io». L'avvocato gli passò l'estremità della corda. Il ragazzino l'afferrò, ma solo per un attimo: subito gli sfuggì ed egli si fermò, immobile, con il braccio ancora teso in alto.
«Cos'hai fatto!?» gridò l'avvocato. Roberto non si era reso conto, sul momento, di quello che era accaduto. Restava stupito a guardare l'aquilone che sempre saliva e diventava piccolo, ancora più piccolo. Lo capì tutt'a un tratto e si mise a piangere, disperato. Suo padre lo prese in braccio, s'avviò verso il cancello che riportava alla villa.
«Te ne farò un altro».
«No, io voglio quello».
«Quello non si può avere».
«Perché, dov'è andato?»
«È andato in cielo, in paradiso». Il bambino smise di piangere, chiese ancora: «In paradiso, dove c'è il mio fratellino?»
«Sì, è andato da Ginetto, Ginetto giocherà con il tuo aquilone».
L'avvocato si era seduto su una panchina, a fianco di una aiuola di viole. Il bimbo stava in abbandono fra le sue braccia, con la testa appoggiata alla sua spalla. Taceva. Ricordava il fratellino, l'agitazione che c'era in casa nei giorni della sua malattia, il medico, un uomo alto e sottile con una borsa sempre in mano, che veniva anche due o tre volte nella stessa giornata, i pianti della madre. Poi, una sera. Ginetto, avvolto in una coperta, era stato portato via con un'ambulanza. Ma il giorno dopo la mamma, tornata dall'ospedale, lo aveva abbracciato a lungo, stretto stretto, e poi si era messa a piangere. Tra i singhiozzi diceva: «È morto, Ginetto è morto».
«Come farà, Ginetto, a giocare con l'aquilone?» chiese il bambino girandosi a guardare il padre. Lui volse gli occhi in alto:
«Ginetto è leggero, bello, candido» disse lentamente, scandendo le parole: «nel cielo volerà fra le nuvole e gli angeli, tenendo con la manina il filo e l'aquilone lo seguirà ovunque egli vorrà». Roberto era lontano, ora, dal pianto. Disse:
«Se è vero che l'aquilone è andato in paradiso da Ginetto, sono contento». Quella sera il bambino si addormentò pensando alla morte, era una cosa bella, lieve, luminosa; e continuò a sognare aquiloni che volavano fra angeli e nubi candide, trasparenti. Nel profondo sonno il bambino non sentiva il temporale che si stava abbattendo con scrosci d'acqua e fulmini sulla campagna.


Due giorni dopo, nel pomeriggio, in giardino, Luciano lo chiamò in disparte, dietro una quercia, come se dovesse ordire un complotto. E infatti doveva proporgli qualcosa di illecito. Disse:
«Mio padre ha raccontato che il pioppeto è allagato: la pioggia dell'altra notte s'è fermata a terra, ha coperto l'erba, le piante sembra che nascano dal mare». Esitò un momento poi propose, con decisione: «Andiamo a vedere». Roberto sporse la testa oltre il tronco per guardare verso la villa. Luciano fu pronto a trattenerlo: «Non ci pensare, a tua madre, facciamo una corsa e poi torniamo». Il bambino si sentì battere il cuore con violenza, per l'emozione: il pioppeto era un sogno mai raggiunto; ed ora le piante nascevano dall'acqua, uno spettacolo ancora più attraente. Disse:
«Sì, vengo». Partirono di corsa, superarono il cancelletto, furono nei prati. I loro piedi quasi affondavano nel terreno molle, l'erba era fradicia e qua e là c'erano invisibili pozzanghere d'acqua che schizzava in alto, sui loro corpi, sotto la pressione dei piedi in corsa. Ma ormai avevano deciso e sarebbero andati fin alla mèta.
La barriera dei pioppi si avvicinava, il grigio dei tronchi diventava più chiaro, anche il verde delle fronde era meno scuro. I pioppi erano alti, Roberto non immaginava che fossero tanto alti; più si avvicinava, più li vedeva diventare alti. Ormai distavano poche decine di metri. Ecco, già si vedeva il luccicare dell'acqua. I due bambini si fermarono, ansanti, ad ammirare la scena, poi ripresero a camminare, adagio. I piedi affondavano sempre più nel fango che sotto le scarpe gemeva in suoni spenti. Il lago incominciava un po' oltre i primi pioppi. I bambini avanzarono ancora, cauti. A un tratto Luciano gridò:
«Guarda» e puntò il dito da una parte.
A terra, proprio sul limitare dell'allagamento, in parte intriso di fango e in parte coperto dall'acqua, stava l'aquilone. Era ancora rosso, ma strappato, accartocciato, sporco: un brandello di catena della coda galleggiava sull'acqua. Roberto era rimasto immobile, non sapeva staccare gli occhi da quei miseri resti. A Luciano, che lo guardava stupito, disse:
«Ma allora non è andato in paradiso?» Volse gli occhi intorno, gli sembrava che dovesse esserci, di fianco a qualche pioppo, nel fango, anche il corpo di suo fratello. Si mise a piangere, a dirotto.





martedì 9 dicembre 2014

In memoria di Remo Lugli

E così, anche Remo se n'è andato. Avrebbe compiuto 94 anni fra un paio di settimane. Una morte annunciata. Una morte desiderata.
Ci sentivamo per telefono almeno una volta al mese. Lui da San Vito a Torino, io da Castelfranco di Modena. Nell'ultima telefonata mi disse: "Sono stanco. Desidero morire".
Più che l'infezione polmonare resistente agli antibiotici (che gli ha dato il colpo di grazia), a fiaccarne la resistenza è stata la ipoacusia lentamente degenerata in sordità totale. Per uno come lui non sentire equivaleva a morire. Non poter ascoltare "storie di vita" era come venisse a mancare la materia prima della sua narrazione, della sua scrittura.
Sì, perché scrittura e vita in lui si identificavano. Aveva già oltre 80 anni quando volle dare vita a questo blog, per il quale produsse tante "storie". Tante che, quando la morte è sopraggiunta, parecchie di esse non sono ancora state messe in rete.
Ecco perché, dopo una lunga latitanza, il blog, con frequenza variabile, riprende vita. È come se Remo vivesse ancora. Lui, che solo per "Stampa Sera" aveva sfornato ben 245 racconti.
Furono questi a convincere il mitico direttore Giulio De Benedetti a chiamarlo a La Stampa a Torino e ad affidargli l'incarico di inviato speciale. Assieme a Gigi Ghirotti, costituì un tandem insuperabile nel mondo giornalistico italiano di quegli anni.
Grande narratore, ma anche grande giornalista. Anni fa, sfogliando una antologia per le scuole medie, vi trovai una sua cronaca, proposta ai ragazzi come modello di semplicità, di umanità, di acume. Doti che aveva manifestato fin dal 1952 pubblicando, nei "Gettoni" Einaudi, "Le formiche sotto la fronte", finalista al premio Viareggio, piccolo classico della letteratura italiana del '900.
Seguirono poi "Il piano di sopra" (Mondadori, 1957), "La colpa è nostra" (Ceschina, 1962), "Tarlo ci cova" (Piazza editrice, 1990).
Ma il libro-saggio che ebbe maggior risonanza in campo nazionale fu "Gustavo Rol, una vita di prodigi" (Mediterranee, 1995). Remo conosceva meglio di chiunque altro il più grande sensitivo del secolo: lui e la moglie Else per anni furono fra i pochi ammessi nel suo salotto. Nel libro non v'è traccia di enfasi, di artificio.
Grande cronista, come al solito.

Ferruccio Veronesi

Ferruccio Veronesi, cronista, inviato, critico cinematografico, critico d'arte, scrittore, è il decano dei giornalisti modenesi. Già collega di Remo a La Gazzetta di Modena, negli anni ha mantenuto con lui un profondo rapporto di amicizia.

venerdì 28 giugno 2013

Noia della vecchiaia


C'era una volta un vecchio che continuava a invecchiare. Era contento. Aveva un gruppetto di amici, tutti vecchi ma un po' meno di lui. Chiacchieravano spesso. Non insieme a viva voce, perché ognuno era nella sua casa, magari a letto o su una sedia a rotelle: tutti avevano solo la testa che funzionava bene, per il resto non mancavano deficienze anche gravi. Si parlavano per telefono; era di solito lui, il più vecchio, che chiamava ora l'uno ora l'altro. Sfruttavano bene anche le parole telematiche, i messaggi mail per internet, perché erano tutti aggiornati alle tecniche moderne della comunicazione.

Di tanto in tanto, capitava che uno del gruppo inciampasse e cadesse, non con il corpo, ma con la sorte sua: tutto finito. Non più la sua voce, la sua parola, la sua memoria. Per lui un vuoto che si aggiungeva ad altri vuoti. Così il gruppo s'era fatto gruppetto, sempre più esiguo. Intanto lui continuava a invecchiare e continuavano a venirgli ricordi: cosa bellissima poterne parlare, ricordare insieme. La sua mano era pronta ad allungarsi al telefono per dar vita a un colloquio su quel tema che la mente gli aveva riproposto, su quelle parole, su quello che venne dopo. Ma subito la mano si ritraeva: no, quel numero non si poteva fare, l'amico, il carissimo amico che aveva condiviso quel giorno, non c'era più, quella vicenda non si poteva ravvivare, il ricordo era amputato: silenzio, immagini che svanivano, si scioglievano.

Lui continuava a invecchiare e ormai non aveva proprio più nessuno di quelli d'allora, sentiva che la sua mente era qualcosa che si raggrinziva, perdeva elasticità. Le sue giornate diventavano nebbiose, di una nebbia dentro, la nebbia della noia. Una nebbia aperta ogni tanto da squarci sgradevoli dovuti a ricordi che non trovavano lo sperato appiglio. Il suo occhio si guardava attorno smarrito, lui sentiva il peso di questo suo persistere nell'andare avanti. Vedeva avanzare i figli di quelli che erano stati i suoi amici. Ma come, già sessant'anni, possibile? Si dicevano già vecchi anche loro? Lo saranno anche stati, ma era vecchiaia diversa, lui era di un altro mondo. Il suo andare, continuare ad andare, non aveva meta, solo buio. Che noia.