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mercoledì 8 aprile 2015

Capodanno coi botti

Un fine anno, nel 1950 o ’60. Mia moglie e io decidemmo di prenderci una vacanza e di fare un viaggio a Napoli. Saremmo andati a trovare due coniugi amici che da tanto ci invitavano e così avremmo visto lo spettacolo dei botti. A Napoli alla mezzanotte di San Silvestro si sparano in cielo cariche esplosive e si getta dalla finestra quello che non serve più. Così volano giù non solo cosine piccole e leggere ma anche mobili, tavoli, armadi. Uno spettacolo che non ha uguali nel mondo, proprio da vedere. Bello ma pericoloso per chi deve mettersi per strada in tempi vicini a quello critico, come avremmo dovuto fare noi. Una avventura, comunque decidemmo di affrontarla.

Avevamo preso alloggio in un albergo di Capodichino che era lontano dalla casa degli amici. Da loro andammo nel pomeriggio, cenammo piacevolmente e a mezzanotte assistemmo allo straordinario spettacolo dei botti. Proprio una cosa eccezionale. Per il ritorno aspettammo che passassero almeno due ore per ridurre il pericolo di ricevere un tavolo in testa. Circolare era problematico, con le strade ingombre com’erano. A una svolta ci imbattemmo in una coppia di giovani, lei stesa in mezzo alla strada, lui al fianco che sventolava un fazzoletto e gridava «per carità, bisogna portarla all’ospedale, è gravissima». La sua voce sembrava proprio angosciata.

Sono rimasto un momento perplesso e lui insisteva, urlava: «Dài, dài, sennò mi muore qui». Sono sceso e il giovane mi ha afferrato un braccio e tirato vicino alla ragazza. L’abbiamo caricata sul sedile posteriore, seduta e lui rapidamente le si messo al fianco. Ha incominciato a dare ordini: «dritto, sinistra, destra, sinistra». La ragazza gemeva lievemente, un paio di volte ho sentito un «mah» incredulo di mia moglie. Poi, improvvisamente, il giovane, come se parlasse normalmente, ha detto: «Ecco, siamo arrivati» e ha indicato un portoncino poco più avanti. «Siete dei bei filibustieri» ho gridato. Stavano scendendo. Ha risposto «buon anno». Non un misero grazie. 

venerdì 27 luglio 2012

La tavolozza del bagnante


L’«artista» lo si riconosce anche quando sta annaspando nell’acqua tra gli altri venti bagnanti che dividono la prima striscia di mare dove non si tocca. Ha i baffi a spazzola, i capelli grigi, folti e lunghi, i cui ultimi riccioli gli si appoggiano sulle spalle. Sta poco sulla sdraio: è sempre in giro sotto uno dei tanti ombrelloni, a chiacchierare. «Non faccio per dire, ma ho al mio attivo 24 anni di tavolozza e il mio mestiere lo conosco bene». Trancia giudizi su tutti i pittori, dai primitivi in avanti, soffermandosi naturalmente sui contemporanei. «Una cosa abominevole» dice degli informali. «La pittura deve rispecchiare la verità, seppure rivista dall’animo del pittore che l’interpreta. Io, ad esempio…»
Ha portato qui in villeggiatura trenta tele e sul terrazzo della pensione che lo ospita ha improvvisato una specie di personale. «Non l’ho mica fatto per vendere – dice al suo interlocutore, e ormai, nei dieci giorni di permanenza al mare, l’ha già detto a 70 dei 150 bagnanti della sua spiaggia – ma semplicemente per far vedere come dipingo io». Affronta anche, e con molta disinvoltura, l’argomento prezzi: «Sa, io ho già una quotazione internazionale: diciotto punti», Poi fa dei calcoli strani da cui risulta che un suo quadro di medie proporzioni costa circa duecento euro. Si china per avvicinarsi all’orecchio di chi lo sta ad ascoltare: «Qui, però, nessun organismo internazionale mi può costringere a vendere a prezzo pieno. Se un amico, come potrebbe essere lei, ha piacere di avere un mio quadro, glielo cedo per molto meno, che so, la metà, quasi un regalo. Via, in fin dei conti siamo in vacanza,  tra amici, un favore lo si può ben fare». Si gira verso la collina che  è alle sue spalle: «Vede, io sto nella pensione che è in quella casa color nocciola: sul terrazzo ci sono i miei quadri. Se andrà a vederli mi farà un vero piacere. Ci terrei molto sentire il  suo giudizio sulla mia opera».
L’interlocutore promette vagamente, si alza per fare il bagno. Il pittore ne approfitta per andare sotto un altro ombrellone. «Guardate qua che spettacolo la natura, che tavolozza di colori! A proposito di colori, due settimane fa ho dipinto un quadro…»

mercoledì 7 marzo 2012

Il potere delle farfalle



A Nellina quelli della pensione hanno affibbiato Il soprannome di «bertuccia». Basta questo per dire che non è bella. Per la sua età — diciotto tra due mesi — potrebbe essere più rotonda. Anche quando si mette in pantaloni il suo corpo non dice un gran che; un piccolo, delicato seno viene in aiuto di chi, guardandola, sta per scambiarla per un ragazzo. Nel viso, minuto, spiccano gli occhiali che sono troppo grandi e le labbra che sono troppo grosse e stanno invariabilmente dischiuse.
Nellina studia lingue. Ha degli esami da dare a ottobre, ma non guarda mai un libro. Partendo da Milano per la villeggiatura, sola, ha promesso solennemente a sua madre due cose: che avrebbe studiato e che avrebbe mangiato. Invece non studia e mangia come un passero. Gira per la pensione con aria svagata, sembra sempre che sia alla ricerca di qualcuno o di qualcosa e invece no.
C’è un giovanotto francese sui 25 anni che le gira intono. Lei si ferma spesso a parlare con lui, ma lo fa sempre con la solita aria stralunata; qualche volta, nonostante i suoi studi specifici, si trova in difficoltà a continuare il discorso e allora pianta in asso il francese e va altrove, magari a giocare con delle bambine di dieci anni. Una sera il francese e due ragazze sui vent’anni invitano Nellina a una festa da ballo. Tornano alle quattro del mattino. Nellina s’era dimenticata la luce accesa con la finestra aperta e trova la camera invasa dalle farfalle. Le fanno impressione, è quasi terrorizzata, non può certo mettersi a letto. Va a bussare a una porta credendo che sia la stanza della padrona della pensione per chiedere soccorso. «Signora Marini» chiama ripetutamente. «Non sono la signora Marini — risponde una grossa voce maschile, — lasciami dormire». Il francese nel corridoio parla a Nellina, le offre ospitalità. Lei risponde di no, che «non va bene». Il francese insiste, lei dice ancora no. Lui allora si chiude in camera. La ragazza entra nella stanza di una bimba di dieci anni, la sveglia: «Mi lasci venire a letto con te? da me ci sono le farfalle». La bimba, assonnata , va nella stanza dei genitori a riferire la richiesta di Nellina e loro si arrabbiano. «No, sono tutte storie, dille di no» e la madre si alza e va sulla porta, dice che è un'indecenza, che non si sveglia una bambina per una stupidaggine così.
Altri pensionanti s’affacciano, chiedono cosa è successo, dicono la loro. Nellina, piena di paura, prova a entrare nella sua camera, tremando. È proprio una cosa terrorizzante questo ronzio, un gran girare come se si avventassero su di lei tutte insieme, terribile, terribile e poi le viene in mente una favola della nonna dove c’erano dei mostri camuffati da fiorellini, questi sono mostri veri. No, no, non può dormire qui. Resiste ancora un momento per sentire se tacciono le voci: no, non smettono. Va sulla soglia, le porte sono tutte chiuse, c’è silenzio. Nellina si sente smarrita, è sola e alle spalle ha quel terribile ronzio, fa un passo avanti per allontanarsene, va verso la stanza del francese, bussa con delicatezza e la porta si apre immediatamente. «Ho deciso di accettare la tua ospitalità, — dice con voce flebile -- non posso dormire con le farfalle». Vieni, vieni, qui sarai al sicuro». La fa entrare, l’abbraccia, per darle subito protezione.

mercoledì 9 novembre 2011

Intervallo festoso nella sventura


Ci vuole proprio una bella faccia tosta ad abbandonarla così, su due piedi, dopo quattro anni di fidanzamento, per poi sposare una che ha conosciuto da due mesi. Un delinquente, ecco che cos'è, uno sciagurato. Se Guido avesse avuto un poco di coscienza avrebbe calcolato che una donna di trent'anni non può, di punto in bianco, scegliersi un altro uomo come possibile marito. Praticamente la sua esistenza è rovinata. Ernesta non ce la fa a rimanere in ufficio, nel solito tran tran: per lei tutto è diverso dal solito; lei è in un mare di guai, con un pensiero fisso ossessionante. Ha bisogno di distrarsi, di cambiare aria, il mondo intorno a sé, come se le diversità potessero rendere diversa, più lieve, anche la sua sventura. Ci vogliono almeno dieci giorni di riposo, di lontananza, per vivere intimamente con se stessa e guardare dentro la sua anima per capire cosa fare, come affrontare il futuro e cercare le forze di recupero. Manda al capoufficio un certificato medico per dieci giorni di malattia. A sua madre dice: «Non ti occupare di me, vado in un posto solitario, in montagna, ti manderò l’indirizzo».
È autunno, una stagione morta, triste. Nell'albergo ci sono due coppie di vecchi, un medico sui quarant'anni e una ragazza malaticcia con la madre. l giorni passano lenti, esasperanti; ne sono trascorsi tre, lunghissimi. Dalle finestre della sala da pranzo si vedono le cime incappucciate di nebbia. Talvolta la nebbia scopre le cime e scende più bassa, anche fin giù, e allora tutto si trasforma in un mare lattiginoso, scompaiono le case e i boschi e tutto diventa ancora più triste. Poi case e boschi ricompaiono. Ogni giorno il gioco della nebbia si ripete, infine viene la sera e scende la malinconia. Un po’ di televisione e poi su, nella camera, a pensare, a piangere. «No, basta, io devo dimenticare, ce ne sono tanti di uomini, possibile che...».
D’improvviso, la quinta sera, si spalanca la porta mentre Ernesta è seduta allo specchio della toeletta. Entra di colpo il medico e si blocca: «Scusi, ho sbagliato porta», ma, invece di indietreggiare immediatamente, resta lì impalato a guardare la ragazza, anche lei immobile e stupita da questo fatto. Ma cerca di sorridere: «Non fa niente - mormora - non fa niente». Il medico lentamente si muove verso di lei, allunga le mani e l'abbraccia. Ernesta dice «Ma che maniera è...». Non fa in tempo a terminare la frase perché la sua bocca è coperta da quella di lui. Un bacio lungo, lunghissimo, al quale lei cerca inizialmente di ribellarsi, ma poi diventa partecipe. Alla fine il medico dice: «Bello, molto bello» e lei si mette a ridere. Lui va a chiudere la porta che era rimasta socchiusa, ritorna indietro e la ribacia. Ernesta si sente la testa confusa. Che strano fatto sta capitando. Però tutto sommato non le dispiace, è un diversivo che rompe la monotonia della montagna, dell’albergo, di queste serate. Quanto tempo è passato, due ore, tre ore? Bisogna che il dottore faccia piano ad uscire perché nessuno senta, ormai è piena notte e c’è un gran silenzio.
E così anche la sera dopo, tutte le sere dopo, ma sono poche, ormai sta scadendo il tempo di riposo che le era stato prescritto col certificato. Bisogna tornare in ufficio, riprendere la solita vita. Però questa solitudine, pensa Ernesta, l’ha rinfrancata, le è stata utile. E poi si può sempre tornare qui in montagna, per qualche week end. C’è un’aria così buona.

giovedì 18 agosto 2011

Pensione in montagna


Al mattino è sempre il primo ad alzarsi e a scendere per la colazione. Appena scende, un altro lui va a sedersi al suo tavolo e incomincia a parlare; così, senza avviare un discorso normale, senza accennare alla propria stranezza di sedersi senza motivo. Parla di tutto: di politica con un ragazzino, di motociclette con una vecchia signora, di Kant con la cantante lirica. E il suo modo di parlare è torrenziale, chi lo ascolta resta stordito e stupito, ormai lo conoscono tutti: questo è il dott. Barri, laureato in legge e dipendente di una ditta di prodotti farmaceutici. È qui da una settimana e ci starà per altre due. Di sé dice che ha l’esaurimento nervoso. Si è anche messo a piangere improvvisamente, una volta, mentre parlava di astrologia con un falegname. A una signora ha chiesto se sapeva cosa era capitato a Beethoven mentre stava componendo la nona sinfonia. A un’altra ha domandato quanto si sarebbe trattenuta. “Otto giorni”, ha risposto. "Bene, -- ha detto Barri -- così avremo modo di parlare del Tasso, perché mi interessa conoscere il suo pensiero sulla Gerusalemme Liberata”. Con Barri c’è anche la moglie, chiaramente sua vittima. Sta al tavolo, sola davanti alla colazione, ad occhi bassi; se osa dirgli di non disturbare i commensali, lui risponde malamente, una volta le ha fatto una sfuriata e poi è uscito sbattendo la porta, ma è rientrato subito dopo per andare a un altro tavolo.
Tra gli ospiti c’è la signora Gianfranca, che sembra mulatta, tanto è abbronzata. Viene dal mare e invece il marito sembra pallido, al mare non c’è stato; lui è per la montagna ed è qui con tutto l’occorrente per fare una scalata, aspetta solo che il tempo, ora incerto, si rimetta al bello. Gianfranca ha una trentina d’anni: molto magra, naso aquilino, in complesso non bella. Ma alcuni giovani la guardano con insistenza, attratti dalla particolare carnagione e dal suo sguardo penetrante.

La sera, dopo cena, nella sala si balla, con un impianto stereo. Gianfranca è stata scelta da un farmacista neolaureato e danno dimostrazione di essere abili ballerini e subito affiatati. Ballano anche altre due o tre coppie. Tutt’intorno stanno seduti anziani e ragazzini. Il marito di Gianfranca parla di montagna con un colonnello degli alpini in pensione. Qualcuno fa notare che Gianfranca in certi momenti avvicina molto la guancia al suo cavaliere. L’indomani pioviggina, tutti i pensionanti sono in sala a fare il gioco dei pegni. Manca il marito di Gianfranca che è uscito lo stesso, per una passeggiata di allenamento. C’è un nuovo arrivato, un ingegnere che viene dall’Arabia Saudita dove è addetto alla trivellazione di pozzi petroliferi. Racconta della sua vita nel deserto: Gianfranca gli è sempre vicino, lo guarda con i suoi occhi azzurri e acuti. Adesso la signora deve pagare un pegno: dare un bacio all’ingegnere. Lo fa con uno slancio che solleva alcune esclamazioni di meraviglia. Il farmacista si rabbuia, si alza e va a sedere in disparte, dice che ha mal di testa.
Dopo cena si torna a ballare, ma questa volta la signora Gianfranca balla con l’ingegnere, che ha perduto la sua loquacità ed è attento solo a stringere bene la ballerina. Il marito di lei ha trovato da parlare con un architetto che gli racconta di quella volta che andò in cordata sul Monte Bianco. Entra il farmacista: “Signora Gianfranca, -- dice -- sotto la sua finestra c’è un vestito, forse è caduto dal davanzale, vuole venire a vedere?” La signora esce col giovane farmacista. Qualcuno in sala, in un momento di silenzio, ha l’impressione di udire, fuori, un suono secco, come di schiaffo: Passano due o tre minuti, la signora rientra, sola, senza tenere nessun vestito in mano. Ha i capelli un po’ arruffati.
L’indomani è bel tempo. Il marito di Gianfranca non c’è, è partito prima dell’alba con tutta l’attrezzatura, anche il sacco a pelo, per una scalata che lo terrà lontano tre giorni. Alle 11 arriva un giovane con una fiammante Porsche targata Milano e la signora Gianfranca gli va incontro in giardino. Quando rientra avvicina il titolare della pensione, gli sussurra: “Mi devo assentare per un paio di giorni. Tornerò prima di mio marito. Mi raccomando, lei faccia conto che sia sempre stata qui”. Sale di corsa, ridiscende con una valigetta, e monta sulla Porsche. A mezzogiorno il farmacista e l’ingegnere, ognuno dal proprio tavolo, guardano con insistenza quello della signora Gianfranca, vuoto.

Ma chi saranno quei due, si chiedono alcuni pensionanti guardando due nuovi ospiti. Lui è sulla sessantina, lei sui trenta, nessuno ha l’anello. L’uomo è fine, molto elegante, si direbbe un signore. Lei è soprattutto molto appariscente , più alta di lui. Padre e figlia, ma non assomigliano, zio e nipote, un avvocato e la sua segretaria? Bisognerebbe chiedere al titolare della pensione se hanno lo stesso cognome, ma è domanda troppo indiscreta, forse non risponderebbe nemmeno. Improvvisamente piomba a quel tavolo il dott. Barri, si siede e incomincia a parlare di fitto. I due lo guardano stupiti, ma poi parlano anche loro. Qualche minuto e poi Barri si alza , se ne va. Una signora l’avvicina e gli chiede se ha saputo qualcosa di loro. “Ma cosa avrei dovuto sapere? Abbiamo parlato della evoluzione della specie”.