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giovedì 2 giugno 2016

Un'intervista al grande Enzo Ferrari

Riordinando la documentazione dei miei servizi da inviato mi è capitato di riascoltare la registrazione di un mio colloquio con Enzo Ferrari. Emozionante rievocazione. La data: 5 settembre 1975. Il direttore della Stampa, Arrigo Levi, mi aveva mandato a Maranello per sentire il grande padre della Ferrari. Era un momento cruciale. Tre giorni dopo, domenica 8, a Monza si sarebbe corso il Gran Premio d'Italia e il settore sportivo dell'azienda era pieno di promesse, ma il settore industriale era in crisi, con quasi metà delle maestranze in cassa integrazione. L'imminente gara fu poi un trionfo con la doppietta di Niki Lauda e Clay Regazzoni e la conquista dell'undicesimo campionato mondiale conduttori (ed erano così 21 le vittorie di campionato del mondo tra marche e conduttori totalizzate), ma in quell'incontro io dovevo parlare con Ferrari dell'aspetto industriale, della crisi.
Il rincaro della benzina a partire dai primi anni Settanta e la limitazione della velocità avevano rallentato le vendite: c'erano in stoccaggio 470 vetture, un numero enorme per un'azienda che aveva una produzione di sette-otto macchine al giorno. L'argomento non era gradito a Ferrari e molto gentilmente mi spiegò perché. Non era cosa di cui si occupasse. Dal '69 c'era stato l'ingresso della Fiat nell'azienda della quale era stato nominato presidente, con pieni poteri solo per la parte sportiva e completa estraneità al settore produttivo. Diceva: «Ho ottenuto un vitalizio, posso fare quello che voglio nel campo delle corse, mentre in quello industriale non voglio metterci mano: è roba che scotta, io non ho nessuna responsabilità, né amministrativa né tecnica, do solo dei suggerimenti quando me li chiedono. Certo, in questi giorni mi trovo in una particolare situazione: il direttore generale ha dato le dimissioni la settimana scorsa e quello nuovo non ha conoscenze per poter parlare. Si rivolgono a me ma io non so rispondere, sulle gran turismo posso esprimere soltanto delle opinioni personali, niente di più».
Si fece presto ad esaurire il tema ufficiale dell'incontro, poi si passò al colloquio informale, a ricordare il passato. La mia ormai ventennale lontananza da Modena mi rendeva curioso e lui con piacere incominciò ad aprire le pagine dei suoi ricordi. Saltò fuori che avevamo fatto la prima comunione tutti e due nella stessa chiesa, Santa Caterina, lui 22 anni prima di me, con don Morandi, io con don Boni. Parlava con una scioltezza che incantava impreziosendo il racconto con incisi dialettali. «Ormai mi considerano un po' come un monumento, un monumeint che quand a cunvin al s'invoca e quand an cunvin brisa a sec pessa a dos». Incominciò a parlare di personaggi, dando di ognuno rapide pennellate che in una sola frase ne presentavano aspetto carattere pregi e difetti. Bersagli preferiti erano giornalisti, una categoria che l'aveva sempre attirato: «Se avessi studiato avrei fatto il giornalista». Per lui i giornalisti si dividevano in due categorie: quelli che hanno già un'idea precisa, si sono prefabbricata una opinione del personaggio da intervistare e indipendentemente dalle risposte ricevute ne ricavano un testo che dà ragione ai loro preconcetti; gli altri, che vengono a porre delle domande di estrema ingenuità e in tal modo invitano la persona intervistata ad una comunicativa aperta, indifesa. Un esempio dei primi: «YX viene qui, gli dico se vuole vedere la fabbrica e lui risponde che non gli interessa la fabbrica, vuole parlare con Ferrari per venti minuti. Ma che concetto si può fare di una persona se prima non conosce bene le opere che ha promosso? YX fa delle interviste divertenti, sì, ma non sono sincere, non è quella la verità».

 Di queste divagazioni Ferrari si compiaceva. Si divertiva anche lui come chi l'ascoltava. Ma in quel nostro incontro del '75 d'un tratto si fece serio, ritornò ad essere quello che lui rappresentava su quella poltrona nello stabilimento di Maranello. Riprese il tema iniziale, motivo della mia presenza. «Lei dice che il sindaco di Modena Bulgarelli ci critica perché non produciamo una macchina di media potenza che possa interessare una vasta fascia di clienti. Le spiego: produrre una macchina sui duemila di cilindrata vuol dire affrontare un costo molto alto per progetti, ricerca, e prototipi da distruggere per dimostrarne la sicurezza in fase di omologazione, tutto questo per poi venderla solo sul mercato italiano, al massimo in 250-300 esemplari: una quantità irrisoria, i conti non tornerebbero. Noi dobbiamo pensare a un mercato più vasto, cioè al mondo, dove è il maggior numero dei nostri clienti. I quali vogliono da noi una Ferrari come siamo soliti proporre, potente e fuori dal comune, la grande Ferrari».

domenica 8 novembre 2015

Barbagia

1972. Era un tempo di continui sequestri di persona a scopo di estorsione e di sanguinose faide tra famiglie. Le carceri della Sardegna non erano mai state così affollate e le campagne mai così frequentate da tanti latitanti, anche ergastolani. In un paese, negli ultimi venti anni erano state uccise trenta persone. Ci sono cimiteri nei quali la frase “tragica morte” si legge sul novanta per cento delle lapidi; c’è chi è stato ucciso dopo venti anni dal dissidio, quando ormai non si aspettava più la vendetta. Inoltre capita che la vendetta possa abbattersi non su chi è stato la causa dell’odio ma su altre persone del clan, familiari, cognati, cugini.
Nell’ultimo scorcio dell’anno avevo dedicato una serie di articoli alle donne dei banditi. Mi sovviene di Gabriela che aspetta il fidanzato condannato a vent’anni di reclusione. Si erano fidanzati nel ’63, lei a vent’anni, lui a 24. Poco dopo l’avevano cercato per una rapina e lui si era dato alla latitanza. Quello l’inizio dei guai. Dentro 29 mesi senza processo; poi libero, ma quando stanno per preparare le nozze, nell’aprile ’67, va di nuovo in carcere, accusato di un sequestro di persona. Da allora non è più uscito.
Chiedo a Gabriela se il fidanzato ha fratelli. «Sì, tre». Chiedo se vanno a trovarlo. «Ma due sono dentro, condannati a trent’anni per sequestro di persona». Parlando ancora scopro che anche il terzo fratello, il più giovane, è da poco incarcerato, anche lui per sequestro di persona. «Ma è innocente, come gli altri» dice la ragazza». Di tutti abbiamo le prove dell’innocenza, ma non ci credono perché siamo parenti».

domenica 26 aprile 2015

Facezie di Enzo Ferrari

Nel settembre 1975 vado a Maranello per intervistare Enzo Ferrari. Esaurito il lavoro passiamo alle chiacchiere: io mancavo da Modena da vent’anni. C’erano diversi punti di interesse comune sui quali era piacevole intrattenersi. Ferrari univa alla sua facondia una memoria di ferro. Raccontava aneddoti di amici e conoscenti, viventi e scomparsi, sempre con un pizzico di pepe.

XXX, giornalista, la cui madre, modenese, era stata l’amante di un corridore della scuderia Ferrari, quando era direttore di un giornale nazionale, una sera invitò un gruppo di amici a cena in un ristorante, ma non si presentò all’ora stabilita. Telefonò che incominciassero, poi arrivò alla frutta. «Grazie d’essere venuti, io non mangio. Vi ho invitati per annunciarvi che mia moglie è una puttana, il suo amante è Tizio; sono stato adesso dall’avvocato per avviare la pratica di separazione».

Suo figlio YYY, altro giornalista, anche lui sfortunato in fatto di donne. Adorava la moglie che gli morì ancora giovane. «YYY era un mio caro amico, qualche mese dopo la disgrazia venne qui e si mise a piangere. Cosa ti è successo? “Mia moglie è morta due volte: ho curiosato nei suoi cassetti e ho trovato un diario. L’ho letto e ho scoperto che mio cugino è stato per anni il suo amante”».

domenica 12 aprile 2015

L'attrice nuda

A Saint Vincent ero dovuto andare di corsa una sera di luglio, nella seconda metà dei Sessanta. Al Casinò c’era la cerimonia di consegna delle Grolle d’oro e delle Targhe del cinema. I premiati erano attori e registi e all’ultimo momento il giornale aveva deciso di intervistare una certa diva che chiamo Stella. «Intervistala per telefono» mi aveva detto il redattore capo. Avevo tentato ma inutilmente. «No» era stata la risposta secca, «per telefono niente, venga qui. Mi trova in hotel». Corsa folle con l’autista più veloce e finalmente arrivo in albergo. «Sì, l’aspetta, può salire».

Stella mi apre offrendomi uno smagliante sorriso. È un’attrice molto nota e apprezzata, ma io non ho visto alcuno dei suoi film; tuttavia durante il viaggio mi sono documentato leggendo articoli d’archivio. La trovo bella, anche se già avviata alla maturità. Non riesco a capire come è agghindata. C’è nel suo abbigliamento, d’un bianco candido, una certa eleganza, ma lo si deve considerare abbigliamento? Cos’è, un peplo greco, una galabia araba, un capo di grande firma italiana o un telo di asciugamano indossato in maniera tanto abile da lasciare libere le braccia – di una pelle abbronzata nella corretta misura – e, a sorpresa, un attimo sì e un attimo no, le gambe, anch’esse della giusta tonalità di colore?

Le faccio i complimenti per la bravura come attrice e per la bellezza; ma mi accorgo che s’è messa a parlare anche lei e quando taccio per darle la precedenza capisco che dice frasi insensate, la voce è roca, le parole strascicate: chiarissimo, è ubriaca. Parla e agita le braccia con l’evidente convinzione che quelle gesticolazioni facciano meglio comprendere le difficili descrizioni. Guardo l’orologio e mi siedo su una poltroncina ai piedi del letto, sconsolato. Entro pochi minuti dovrei attaccarmi al telefono per dettare l’intervista, a braccio, non avendo il tempo per scriverla. In un ultimo tentativo provo a porre attenzione alle sue parole ma il senso è proprio indecifrabile. Stella parla di film, cita registi, scene, recita frasi di qualche copione, declama versi con enfasi, alterna sorrisi a risate. Ha una dentatura stupenda che può quasi suscitare il sospetto che non sia vera; comunque è una donna bella, senza dubbio. «Ma Stella», la interrompo con fare confidenziale, come se ci conoscessimo da tempo, toccandole anche un braccio per farla tacere e ascoltare, «Stella, dobbiamo fare l’intervista, io debbo telefonarla, se vuole leggerla domani sul giornale dobbiamo farla adesso». Lei esita, poi esclama: «La mia intervista è qui, scriva, scriva» e intanto alza le braccia e il peplo, o la galabia o l’asciugamano che sia, scivola ai suoi piedi e lei rimane nuda. E in silenzio, come in attesa.

Mi stringo le mani in un gesto di scoramento, di rovina. Il pericolo di mancare il servizio mi angoscia, non ne ho mai mancato uno e questa sciagurata adesso mi nega il materiale per il testo, dovrò crearlo dal nulla. Non c’è proprio un minuto da perdere, bisogna scendere nella hall, cercare un telefono e incominciare, comunque, a dettare. «Buona notte» le grido e agito una mano per rafforzare il saluto, farle capire che me ne vado; ma lei è ancora con le braccia alzate e mi fissa con uno sguardo vuoto.

Mi precipito giù, telefono improvvisando e alla fine lo stenografo mi rassicura: «Di stretta misura, ma ce l’abbiamo fatta». Meno male, anche questa volta è andata.

L’indomani l’intervista a Stella mi frutta i complimenti del direttore.